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giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari. Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare una inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
Come REVENANT, film sopravvalutato dal punto di vista tematico, è di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



martedì 17 gennaio 2017

Windmill Massacre

Titolo: Windmill Massacre
Regia: Nick Jongerius
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 2/5

In fuga dal suo passato, Jennifer si trasferisce dall'Australia ad Amsterdam. Ciò la conduce fino a una marea di turisti intenzionati a visitare alcuni famosi mulini a vento. Quando il veicolo su cui viaggia si rompe, il gruppo è costretto a cercare rifugio in un capannone fatiscente che ospita la sinistra leggenda di un adoratore del diavolo che raccoglie ossa umane al posto del grano.

Windmill Massacre non ha particolari motivi per essere ricordato. Appartiene alla categoria degli slasher contemporanei con la solita struttura e il gruppo di amici che si ritrova ad essere massacrato dal maniaco di turno (un copia/incolla di qualsiasi altro manico mascherato) in questo caso il Tristo Mietitore (sembra una presa per il culo ma vi assicuro che è così). Perchè dunque soffermarsi sull'ennesimo horror stereotipato a dovere che mostra come antagonista un mugnaio assassino? nessuno. Forse il regista e la produzione hanno pensato bene di trovare un elemento culturale olandese riconducibile all'horror come i mulini a vento i quali metaforicamente fungono da anticamera dell'inferno. Anche in questo caso niente di nuovo. Il maniaco colpisce tutti coloro che non hanno espiato le proprie colpe...vi lascio dunque riflettere su questa "singolare" scelta e su come questo killer seriale scelga e sappia il passato dei predestinati... Compare uno stralunato e per nulla contento di trovarsi lì il buon Noah Taylor, attore sempre affascinante avvezzo a preferire produzioni indipendenti anche se alle volte si trova spiazzato in mezzo a trappoloni micidiali come questo. Che dire alla fine?ci troviamo di fronte ad un b-movie abbastanza prevedibile direttamente dai produttori di FRANKENSTEIN'S ARMY ovvero Nick Jongerius e Daniel Koefoed. Al di là di questo si fa il tifo affinchè queste produzioni europee possano continuare a dire la loro anche se con più idee e abusando meno di una struttura ormai troppo scontata.


giovedì 24 novembre 2016

Out of Love

Titolo: Out of Love
Regia: Paloma Aguilera Valdebenito
Anno: 2016
Paese: Olanda
Festival: TFF 34°
Sezione: TorinoFilmLab
Giudizio: 3/5

Quello che vivono Nikolai e Varya è vero amore. Ma il sentimento può essere così semplice da non contenere odio, desiderio di vendetta, una certa soddisfazione nell'alimentare le paure e i bisogni dell'altro, e al tempo stesso nutrirsi di affetto, di piacere nel trascorrere tempo insieme, di intimità? Se è possibile, di certo non lo è per loro, che vivono una relazione in bilico tra felicità e disperazione.

L'esordio alla regia della giovane regista olandese parte da un colpo di fulmine (quello che quando arriva ha una portata sempre devastante in tutti i sensi) per poi buttarsi a capofitto sul rapporto di coppia e le violenze psicologiche e soprattutto fisiche che si sviluppano velocemente all'interno del film. Temi di questo tipo come l'ossessività, l'attaccamento fisico sono materia universale nella settima arte e oggi più che mai il cinema indipendente riesce a disegnare e cogliere particolari e situazioni sondando i suoi personaggi in maniera intimista e profondamente funzionale. Quello per cui un film imperfetto come Out of Love tocca le corde dell'anima è proprio perchè essendo terribilmente realistico mette a nudo la sensibilità e le fragilità dello spettatore portandoti in più momenti ad immedesimarti con i protagonisti, o forse a farti riflettere su quante di quelle situazioni hai vissuto nella tua storia d'amore.
Alla regista non interessa specificare dove ci troviamo (è una città in qualche paese del nord Europa sempre fuori fuoco) e non sembra interessarle altro che non siano gli sguardi, i confini, i respiri e i giochi tra amore appassionato e l'ossessione distruttiva che dopo pochi minuti dall'inizio del film diventa sottile e profonda. Alla regista interessano solo Nikolai e Varya e noi non possiamo fare altro che rimanere incollati allo schermo a cercare di dare un senso alla loro Follia.



venerdì 23 settembre 2016

Need for Meat

Titolo: Need for Meat
Regia: Marijin Frank
anno: 2015
Paese: Olanda
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 4/5

Marijin, diventata madre da poco, cerca di capire da dove provengano l’attrazione e la repulsione che prova per la carne e come sia possibile dimenticare che la fetta di carne che finisce nel suo piatto sia stata un essere vivente.

Da circa dieci anni pensavo a questo documentario. Mia madre era vegetariana, ma io ho iniziato a mangiare carne da piccola ‘costringendo’ la mia famiglia a cambiare. Ho provato più volte a tornare vegetariana senza mai riuscirci. Quando è nata mia figlia Sally ho deciso che era venuto il momento per una riflessione più approfondita e ho scelto di raccontare la mia esperienza individuale perché ritenevo più facile poterla rendere universale”
Ci sono alcune scene molti forti in questo interessante documentario della regista e protagonista olandese. Come ad esempio quando impara al mattatoio a uccidere le mucche con un colpo solo per evitare di farle soffrire. Una tecnica che vista dagli occhi del suo mentore è qualcosa che và oltre la semplice catena di montaggio.
Una scena impressionante che non può suscitare un certo disgusto e un'inquietante consapevolezza su come ormai la società pur di rispondere al fabbisogno carnivoro dei consumatori, tratti con sempre più distacco un momento così cruciale come la morte di un animale.
Sono tante le questioni che la neo mamma affronta mettendosi in prima persona per cercare di capire da dove arrivi un'assuefazione così grossa che ha dell'incredibile quando si sottopone ad un test celebrale e scopre che il desiderio della carne è spesso superiore a quello per il sesso.
Ed è come per molti documentari del festival, che continua ad essere sempre più interessante in tutte le sue diversificate forme e temi che tratta, che si indaga prendendo studiosi, terapisti, neurologi, chef, per finire con le ricette vegane della figlia che sembra una delle uniche non alienate sul concetto su cui si dipanano gli intenti del documentario.
Poteva chiamarsi diario di una dipendenza.

Ed è vero perchè per molti di noi è proprio così, dunque nulla di cui stupirsi, però il lungo lavoro della regista offre una pista per prendere atto e cercare di capire il perchè, quello sì di alcune scelte(a meno che allora significhi disinteressarsi completamente all'argomento) così forse non rimmaremo basiti nel 2050, quando finiremo a mangiare insetti per nutrire la nostra gola.

lunedì 22 giugno 2015

Human Centipede III – Final Sequence

Titolo: Human Centipede III – Final Sequence
Regia: Tom Six
Anno: 2015
Paese: Paesi Bassi
Giudizio: 2/5

Il carceriere Bill Boss, gestisce una grossa prigione ma ha un mucchio di problemi: statisticamente, la sua prigione ha il più alto numero di rivolte, spese mediche e ricambio di personale. Ma, soprattutto, è incapace di ottenere il rispetto che pensa di meritare dai carcerati e dal Governatore. Costantemente fallisce nello sperimentare differenti idee per la punizione ideale per i carcerati, il che lo fa diventare pazzo. Sotto minacce di rescissione da parte del Governatore, il suo fedele braccio destro Dwight arriva con un'idea brillante. Un'idea rivoluzionaria che potrebbe cambiare il sistema delle prigioni Americane e salvare miliardi di dollari. Un'idea basata sui popolari film Human Centipede, che sia letteralmente che in maniera figurata metterebbe i detenuti in ginocchio, creando la punizione definitiva. Non avendo niente da perdere, Bill e Dwight creano uno sbalorditivo millepiedi formato da 500 persone

Una saga che era già partita con un'idea furbetta ma debole e in fondo pure abbastanza immatura, non poteva che volgere al termine giocando la carta dei numeri e di una critica al sistema carcerario americano abbozzata e che sa tanto di "voglio almeno nel finale dire qualcosa che abbia senso".
Dal canto suo aveva solo un'efferata messa in scena che rischiava troppe volte di sprofondare nel trash più totale.
Nel primo cercava di fare scalpore, nel secondo (l'unico diciamo interessante) mostrava un attore, Laurence R. Harvey, tra i più laidi mai visti nel cinema e in quest'ultimo cerca di virare su una critica a Guantanamo e altro cercando l'effetto stucchevole e continuando a citarsi in maniera esagerata (a questo giro compare pure il regista...)
Un altro elemento davvero poco sportivo e originale è quello legato ai numeri e all'esagerazione.
Nel primo credo fossero in tre, nel secondo qualcuno di più, mentre nel terzo tutti i detenuti.
Anche se con un umorismo che di fondo mancava nei primi due capitoli, Six ha saputo diventare ricco facendo una trilogia fasulla e stupidotta, cercando qualcosa che facesse parlare di sè (ahimè riuscendoci) e dandogli argomentazioni e scelte che in fondo si prendono e se lo mettono in culo da sole (scusate il gioco di parole)

A questo punto quelli di Southpark in un unico episodio HUMANCENTIPAD hanno saputo davvero mischiare le carte e fare qualcosa di orrendo e insieme arguto.

mercoledì 14 maggio 2014

Borgman

Titolo: Borgman
Regia: Alex Van Warmerdam
Anno: 2013
Paese: Olanda
Giudizio: 2/5

Camiel Borgman dorme come un vampiro in una bara sottoterra in un bosco. Viene svegliato da un prete e due uomini che vogliono eliminarlo. Riesce a fuggire e a svegliare altri due uomini che, come lui, dormono sottoterra. Si ritrova poi a bussare alla porta della villa di Marine e Richard, coppia sposata con tre figli. Il marito lo respinge, ma la moglie accetta di tenerlo nascosto per alcuni giorni in casa…

Abbagli. Borgman è il classico esempio, purtroppo, di un cinema veicolato solo sulle potenzialità tecniche, senza riuscire a trovare nella struttura, che invece dovrebbe essere sempre la base, il terreno fertile più importante.
Il caso lampante è la sceneggiatura che crea una sorta di imbarazzo generale nello spettatore, ribaltando gli schemi di continuo, e costruendo de-facto, un thriller atipico sui generis, nel cui finale però quasi nessun nodo viene al pettine e le domande sono persino superiori rispetto ad inizio film.
Quindi crolla tutto rispetto alla critica antiborghese, al bellissimo inizio fiabesco, alle inutili citazioni che qualcuno ha tentato forse di avvicinare, come i capolavori indiscutibili e intoccabili di TEOREMA,VISITOR Q e FUNNY GAMES.
Infine il fatto di creare tutto il sipario e l'incidente scatenante con il desiderio sessuale della madre, tema che a differenza di autori veri e propri non ha saputo trovare un riscatto, e infine un male ordinario, in cui è proprio il giardino la metafora violenta e forse riuscita meglio, di quello che succede ai personaggi.
Un film davvero con un enorme potenziale e tutto sommato numerose scene e intuizioni che crollano tutte però di fronte al non-sense e alle innumerevoli storie e sotto-storie che il film apre e basta.






venerdì 21 febbraio 2014

Frankenstein's Army

Titolo: Frankenstein's Army
Regia: Richard Raaphorst
Anno: 2013
Paese: Olanda
Giudizio: 4/5

Ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, il film racconta la storia di Adolf Hitler che, ritrovati alcuni documenti relativi a degli studi ad opera dello scienziato Victor Frankenstein, vorrà metterli in pratica al fine di contrastare l'inarrestabile avanzata degli Alleati. Le truppe naziste saccheggeranno i cimiteri in cerca di cadaveri ancora freschi, che verranno sezionati e conservati in casse che saranno poi consegnate direttamente ai laboratori tedeschi: l'obiettivo è quello di usare questi corpi per dare vita ad un esercito di supersoldati non morti...e quindi invincibili.

Il supersoldato da sempre ha esercitato una sorta di fascino nella letteratura e infine nel cinema.
Chi prendendone la matrice fantastica, chi orrorifica, alla fine il messaggio e l'obbiettivo sembra essere lo stesso. Ora, che durante il nazismo ci fossero degli studi specifici sull'argomento non dovrebbe neanche stupire, dal momento che mi è bastato leggere il libro di Ledenda-Satana e svastica e altre storie sulle rune, per capire come i nazisti avessero una fantasia contorta e malata.
Questo horror è decisamente prelibato poichè attinge dalla old school, consolidandola con elementi nuovi e originali. Ha un buon cast dove già solo il nome di un caratterista come Karel Rodel basta per tranquillizzare gli scettici. Poi prima di tutto chi è questo olandese di nome Raaphorst?boh non ci è dato saperlo, ma comunque entra di fatto nella lista delle cose che ci piace.
E'lo stile tale da accomunarlo con altri esempi di ottimo cinema europeo e legato da una grande voglia di rivisitare miti, leggende,folklore e fatti storici.
Già il fatto che siano i russi e non gli americani a scoprire le barbarie naziste e gli scienziati che mischiano tessuto umano preso dai cimiteri unendolo a parti meccaniche, è una verità che mi è piaciuta dal momenti che non tutti sembrano essere fedeli ai fatti storici.
Questi zombie bio-meccanici, montati e assemblati come quando costruisco un mobile Ikea, hanno tutti i limiti e i difetti possibili, ma allo stesso tempo risultano figherrissimi, reali, dotati di difetti come dovrebbe sempre accadere e il film gli sottolinea proprio per connotarne questo fattore.
Possiamo dunque dire che tutto è sporco e rozzo e alle volte la telecamera a spalla sembra essere presa d'assalto, eppure il film non solo non vacilla, ma ti porta proprio quasi come un found footage ambientato ai tempi della seconda guerra mondiale, dentro questo laboratorio umano degenerante.
Sospendete l'incredulità e buona visione....


giovedì 17 marzo 2011

Human Centipede

Titolo: Human Centipede
Regia: Tom Six
Anno: 2009
Paese: Paesi Bassi, Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Jenny e Lindsay, due turiste americane in vacanza in Germania si ritrovano sperdute in un bosco dopo aver forato una gomma. Alla ricerca di aiuto, arrivano di fronte ad una lussuosa villa abitata dal Dr. Heiter, un chirurgo di fama internazionale da tempo in pensione. Ma il padrone di casa si dimostrata ben presto una figura inquietante, che vuole usare le due ragazze per i suoi folli scopi.

Cosa fare se un folle medico vuole unire chirurgicamente tre persone, ovvero bocca con ano allo scopo di creare un millepiedi umano?
Quando uno pensa di averle viste quasi tutte arriva una produzione indie a smussare la tua indole di cultore del “ho già visto tutto, non mi stupisco più di niente”e in questo caso l’effetto “stupeficium” viene calcolato solo sulla base dell’idea visto che purtroppo il film non regala tutta questa pantomima.
Six crea uno scenario cupo, un incidente scatenante da prassi e una casa ospedale fatiscente con un ottimo Dieter Laser che impersonifica molto bene un medico pazzo che dopo aver unito i suoi cani e ossessionato dalla divisione dei fratelli siamesi cerca a tutti i costi di proporre uno scempio quanto mai inutile ma di forte impatto visivo. Se l’idea poteva creare interessanti performance e scelte inusuali, la stessa sceneggiatura di Six che ha definito il film il primo di una trilogia sul millepiedi umano, non arricchisce e anzi limita le scelte visive accorciando tutto e mostrando appena appena qualcosa senza irrompere mai con violenza o crudeltà. Ci sono tutti i cliché del genere, il temporale e il rifugio in una casa ancora più isolata abitata da un uomo solo e inquietante. C’è la segregazione e l’impossibilità della fuga e della richiesta d’aiuto. C’è un mostro, lo scienziato pazzo. Ma a parte tutto questo non c’è uno scopo e non viene valorizzato nulla cestinando il millepiedi come un prodotto mediocre che avrebbe potuto dare di più almeno sul piano dello splatter. In ultima analisi il film come faceva notare qualcuno se preso come una parodia di diversi horror con uno scienziato pazzo può essere sicuramente apprezzato di più e divertire seppur inconsapevolmente una buona fetta di pubblico.