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lunedì 1 maggio 2017

Dark Horse

Titolo: Dark Horse
Regia: James Napier Robertson
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Ex campione maori di scacchi, Genesis Poltini è alla ricerca di una vita che rifletta la verità del gioco che adora. Convivendo con un disturbo bipolare, Genesis deve superare pregiudizi e violenza per salvare il suo club di scacchi in difficoltà, la sua famiglia e anche se stesso.

Sono pochi i film che parlano di scacchi soprattutto quando dietro c'è una storia di formazione e redenzione.
Gli scacchi possono insegnare molto e sicuramente necessitano di regole, precisione, attenzione e strategia. Un tema del genere ambientato in Nuova Zelanda con protagonisti un manipolo di ragazzini che devono partecipare ad un prestigioso torneo e il loro mentore, un ex campione con disturbi psichiatrici, sono solo alcuni degli ingredienti dell'opera prima del giovane regista. Possiamo aggiungere il passato che torna, le faide famigliari e il peso delle gang in sotto culture come queste, finendo per avere tanti elementi che ne fanno una buona storia in questo indipendente film che da noi è passato in sordina solo in alcuni festival. In più il film è tratto da eventi reali contando che questo Genesis ha passato tutta la vita ad insegnare le regole degli scacchi ai ragazzi.
Cliff Curtis è un veterano dei film, sempre costretto in ruoli minori e infatti in questa deliziosa prova da protagonista affetto da disturbo bipolare non riesce sicuramente ad avere i guizzi e la mimica di un Ruffalo in TENERAMENTE FOLLE (sempre di disturbo bipolare si parla) ma con quello sguardo commovente riesce a dare sicuramente una prova interessante anche se non sempre equilibrata.
Dark Horse, da non confondere con il film di Solondz, in tutti i momenti in cui non si prende sul serio diventa un film meraviglioso mentre nei momenti decisivi mostra il suo lato melanconico e il bisogno di trovare un lieto fine a tutti i costi risolvendo alcune vicende peraltro in maniera troppo frettolosa (come le sorti di Mana e la gang) oppure nella scelta scontata della vittoria del torneo.
A parte l'ottimismo di risolvere e migliorare ogni sotto storia presente nel film, Robertson ha creduto fino in fondo in un film che entra a tutti gli effetti nella rassegna di quelle opere indie semi sconosciute e di un regista che se curerà meglio alcuni aspetti presto potrà essere chiamato autore.


martedì 20 settembre 2016

Deathgasm

Titolo: Deathgasm
Regia: Jason Lei Howden
Anno: 2015
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

La vita in un liceo può essere un inferno e lo sa bene Brodie, un giovane metal emarginato da tutti fino a quando non incontra uno spirito affine in Zakk. Dopo aver messo in piedi una loro band, Brodie e Zakk incappano in un misterioso spartito che garantirebbe un potere supremo a chi è in grado di eseguirlo. La musica che ne deriva,però, evoca un'antica e malvagia entità in grado di sconvolgere l'esistenza di chiunque e divorare l'umanità.

Deathgasm è un divertissement, qualcosa che si prende molto alla leggera. Un prodotto folle, bizzarro, splatter/gore e soprattutto autoironico. Un mix che riesce al contempo a frullare generi e atmosfere non sapendole sempre trasformare in un risultato ottimale, ma riuscendo comunque a fare una bella figura per essere un'opera prima anche se per alcuni aspetti può sembrare un omaggio a tutta una nutrita serie di film anni'80.
Qui alla sceneggiatura si sono proprio divertiti su alcuni argomenti inserendo e prendendo in prestito un po dappertutto, mentre per altri elementi permane il vuoto assoluto, ovvero non accenna nemmeno per un secondo a cercare di prendersi sul serio. E'una scelta.
Deathgasm è uno di quei film che va considerato e potrebbe piacere solo per una certa fetta di pubblico a differenza del recente TURBO KID sempre in arrivo dalla N.Z
Combattimenti, demoni, spartiti maledetti, teste tagliate, tutto sa di già visto, eppure si ride.
Qui si punta solo ed esclusivamente sulla demenzialità altrimenti i nostri due protagonisti fanatici del metal non affronterebbero i posseduti con cazzi di lattice e altri oggetti improbabili.
Uno svago con stile, una vaccata di classe, insomma qualcosa che potrebbe assomigliare quasi ai film della Troma e che per fortuna ha tanto ritmo, musica e degli attori che almeno ci provano.

Un altro prodotto insolito dalla N.Z che si sà deve gran parte del successo di questo sotto-genere alle opere prime del talentuoso Jackson.

domenica 18 settembre 2016

Dead Room

Titolo: Dead Room
Regia: Jason Stutter
Anno: 2015
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 2/5

Due scienziati e una giovane medium vengono inviati a indagare su una casa colonica nel sud della Nuova Zelanda che i proprietari sostengono essere infestata. I due uomini di scienza sono scettici su quanto è accaduto ma ben presto dovranno confrontarsi con un'entità terribile pronta a tutto per proteggere i segreti della residenza.

Le case infestate continuano ormai da decenni a imporsi come sotto genere dell'horror.
Vanno di moda, piacciono. Le si provano ormai tutte, come in questo caso cercare di dare un approccio scientifico a qualcosa di metafisico e spettrale. Decidere di riprendere e registrare qualcosa che forse non esiste.
L'idea di per sè non è nemmeno così malvagia, soprattutto se nel trio dei protagonisti inserisci una medium che non è chiaro cosa senta e cosa percepisca. L'errore fatale del film è la narrazione, la messa in scena unita ad un ritmo lento e noioso che smorza tutta la suspance e l'atmosfera che riesce a resistere solo in alcuni passaggi.
Con un finale lacunoso e che distrugge quel poco che il film riusciva a costruire, di fatto fatica a procedere è in 80' di film, quando non succede niente per la prima mezz'ora, allora significa proprio che c'è qualcosa che non funziona.
La premessa di Stutter nasceva da un'idea ancor più originale, ovvero che se i fantasmi decidono di non fare la loro comparsa o preferiscono aspettare i loro comodi e lunghi tempi, il film sembra fare la stessa cosa. Aspetta e fa aspettare lo spettatore, purtroppo annoiandolo a morte, come di fatto spetta a molti di coloro che vanno in giro a perdere tempo facendo questi inutili esperimenti.



sabato 10 settembre 2016

Dead Lands

Titolo: Dead Lands
Regia: Toa Frazer
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Dopo il massacro della sua tribù tramite un atto di tradimento, il figlio adolescente del capo, Hongi, decide di vendicare il padre in modo da portare la pace alle anime dei suoi cari. Notevolmente in inferiorità numerica contro la banda di predoni assassini che sono ancora in agguato, Hongi ha una sola speranza: deve entrare nelle proibite "Terre dei morti" e chiedere aiuto al misterioso "Guerriero", un combattente leggendario che si dice risieda lì.

I film che prima erano d'avventura e poi sono diventati d'azione con protagonisti i Maori e la bellissima Nuova Zelanda non mancano di certo. Ora facendo tabula rasa di tutto ciò che nel cinema è uscito sul tema e sulla location di recente, l'approccio con "Le terre morte" non è un buco nell'acqua, ma in quanto a originalità lascia perlomeno perplessi.
Il revenge-movie è davvero un tema abusatissimo e anche cambiando la geografia, se non sei in possesso di una sceneggiatura come si deve, il risultato alla dura stanca e in alcuni casi annoia pure.
Dead Lands è uno scontro dove a fare da padrona sono le smorfie, le linguacce dei suoi protagonisti e un essere straordinario, un mostro cannibale, una furia da combattimento capace di affrontare da solo molti uomini, il cui nome è 'Il guerriero'.
Tra viaggi dell'eroe, spiriti di antenati, premonizioni, rituali, e combattimenti, il film prosegue con una struttura che dire lineare è poco. Tutto alla fine è destinato ad essere scontato senza nessun guizzo e trovando in alcune scene anche dei momenti morti.

Poi sarà che sono spesso un nostalgico ma quando penso alla Nuova Zelanda il mio mito continua ad essere Jake la Furia.

domenica 13 dicembre 2015

Turbo Kid

Titolo: Turbo Kid
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

In un futuro post-apocalittico, The Kid, un orfano emarginato, incontra una ragazza misteriosa. Diventano amici fino a quando Zeus, il sadico capo della Wasteland, la rapisce. The Kid deve affrontare le sue paure, e viaggiare per liberare la Wasteland del male e salvare la ragazza.

Ogni tanto è proprio interessante lasciarsi sorprendere da alcune dolci scoperte.
Turbo Kid forse diventerà uno dei film a cui più mi affezzionerò del 2015, per tantissimi e nutritissimi elementi, dall'enorme carica vintage alle tonnellate di citazioni, agli omaggi dichiarati verso i film anni '80 e tanto, tanto altro ancora.
Gli stessi registi, un trio neozelandese da tenere sott'occhio, ha espresso come il film sia una dichiarazione d’amore ai film che li hanno più emozionati durante l’infanzia e quindi non stupisce che il risultato sia un compendio di tutto ciò che ci ha visti crescere (mangianastri e BMX) senza contare Le Matos - No Tomorrow (feat. PAWWS) come brano della colonna sonora, nostalgico quanto funzionale a far calare ancora di più lo spettatore nell'avventura e nell'empatia che prova per i due protagonisti.
Turbo Kid è il tipico viaggio dell'eroe con una storia così essenziale e telefonata da far esaltare ancora di più per come siano stati centrifugati alcuni elementi tipici del genere esaltandoli nella forma più creativa e funzionale possibile.
Senza contare che per essere un film d'avventura post-apocalittico, che si inserirebbe tranquillamente in un sotto genere come l'ozploitation dei vicini australiani, è pieno di violenza, splatter senza lesinare sul sangue che scorre a fiumi, arti, maschere e la lista andrebbe avanti all'infinito, contando poteri straordinari, e un finale esplosivo.
Davvero una sorpresona passata dal Sundance con un ritrovato e sempre incazzatissimo Michael Ironside e una bellissima Laurence Leboeuf truccata e con una parrucca favolosa, un robot di cui si fa fatica a non innamorarsi.


martedì 9 giugno 2015

What we do in the shadows

Titolo: What we do in the shadows
Regia: Taika Waititi
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Festival: TFF
Giudizio: 4/5

Un gruppo di vampiri con sede in Nuova Zelanda lotta per capire la moderna società e per adattarsi al mutevole mondo che li circonda.

Negli ultimi anni sui vampiri si è mosso davvero poco di originale.
Possiamo annoverare STAKE LAND, WE ARE THE NIGHT e questa godibilissima, fresca, originale commedia e insieme mockumentary sui vampiri made in Nuova Zelanda.
Una maniera piuttosto ironica che riesce per quasi tutta la durata, tolta una mezz'ora un pò leziosa nella parte centrale, a uscirsene de-strutturando e facendo una sorta di parodia dei luoghi comuni dei vampiri.
Dai ghoul, alle banshee, ai lupi mannari, alla bestia, alla convivenza, tutto sembra possedere le carte per riuscire a trovare un buon intrattenimento low-budget.
Complice lo script, le interpretazioni intense, il film è stato diretto a quattro mani da Taika Waititi, qui alla sua opera terza, e Jemaine Clement, alla sua opera prima, anche protagonisti della pellicola.
Senza inventare nulla, ma lavorando sull'immagine del vampiro, i due autori prendendo spunti vari e citazioni a bizzeffe, sfruttano le difficoltà nell'era dei media, Skype e YouTube, sconsacrando con l'ennesimo giro di vite il terreno più sconsacrato di tutti, ma anche il più duro a morire e allo stesso tempo prendendo un ventaglio di situazioni su cui incentrare l'impianto ironico come l'omoerotismo, il non potersi specchiare, la maledizione di vivere in eterno e restare sempre della stessa età.

What we do in the shadows tenta di “dare risposte a quelle domande che nessuno ha il coraggio di porre” a volte in modo singolare, alle volte intrappolato in piccoli pantani da cui difficilmente riesce ad uscirne, sempre bilanciato, ma alla fine arrivando ad un traguardo, unendo due elementi molto abusati e confermando che le idee sono alla base di un buon risultato.

sabato 28 dicembre 2013

Hobbit-La desolazione di Smaug

Titolo: Hobbit-La desolazione di Smaug
Regia: Peter Jackson
Anno: 2013
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Blbo, Gandalf e i 12 nani capitanati da Thorin Scudodiquercia procedono il loro viaggio tra ragni giganti, uomini orso e il fondamentale incontro con gli elfi silvani di Legolas. Ad un passo dalla meta però Gandalf è costretto a separarsi dalla compagnia per affrontare prove più importanti da solo, mentre i nani e Bilbo giungono a Pontelagolungo, alle pendici del monte in cui riposa il drago Smaug. Determinato a riprendere quel che è suo Thorin Scudodiquercia non attende Gandalf e decide di procedere da solo inviando come pattuito Bilbo a rubare l'Arkengemma dal drago dormiente.

Quello che lo Hobbit e Jackson NON dovevano fare nel secondo capitolo era quello di inventare di sana pianta elementi che nel libro non c'erano come:
Legolas in generale nella fattispecie Orlando (ma come cazzo si fa a chiamarlo attore)Bloom
Legolas quasi co-protagonista che addirittura improvvisa un corpo a corpo con uno egli orchi più grossi e più potenti del film
Legolas che si innamora e segue la sua amata che però forse si è innamorata di un "nano" che lei considera più alto e più bello della media.
Legolas che non può amare la sua amata perchè per gli Elfi c'è un probema di caste e lei è troppo povera.
Ora mettendo da parte per un attimo l'ovvio problema del film, il resto funziona mica male, anzi, tutto il film è un concentrato di azione resa perfettamente e senza mai buttarla del tutto sul ridere se non nella scena abbastanza lunga del fiume con le botti che per alcuni aspetti sembra la scena davvero troppo lunga nel primo capitolo quando i nani entrano nella casa di Bilbo.
Lo hobbit parte da una scommessa molto più difficile che la saga del signore degli anelli ovvero dilata un libricino in tre film e Jackson aggiunge, crea e arricchisce, in una sfida impossibile per essere allo stesso livello del materiale di partenza. E in questo secondo film, le creazioni del regista sono decisamente più evidenti che nel primo.
Anche la storia sugli umani e la ricerca di Gandalf sono molto attente e cercando una loro coerenza anche laddove non sembra poterci essere.
Jackson si diverte e diverte moltissimo regalando e appassionando ancora di più rispetto al primo capitolo soprattutto quando l'azione e le location si spostano nelle miniere.
Un film per tutti capace di tenere incollati alle sedie per quasi tre ore, quasi un primato su cui Jackson sembra avere trovato una perfetta armonia.
Sarebbe stato bello poterlo vedere in HFR (oltre che in 3D), ovvero a 48 fotogrammi al secondo invece dei tradizionali 24, soluzione scelta dal regista per la maggiore qualità dell'immagine.

venerdì 5 aprile 2013

Few Words

Titolo: Few Words
Regia: Matt Pain
Anno: 2012
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Il film racconta la storia di Candide Thovex, pioniere dello sci moderno, che ha portato questo sport a un livello superiore. Tre volte vincitore agli X-Games, campione del mondo di freeride e leggenda del freeski, Thovex ci accompagna in un viaggio alla scoperta di paesaggi montani remoti e spettacolari, che fanno da sfondo a sensazionali sequenze sulla neve. Few Wordsconduce nel mondo di uno dei più interessanti e autorevoli personaggi dell'universo degli sport invernali, un atleta discreto e autentico, che ha costruito la sua fama sui fatti, anziché sulle parole. Scritto e diretto dal neozelandese Matt Pain, con interviste esclusive e azioni mozzafiato, questo film coinvolge lo spettatore in un adrenalinico e inusuale contesto di natura estrema e massima abilità agonistica.

E’interessante ogni tanto osservare il sodalizio delle più grandi e mirabolanti imprese di sci acrobatico mischiato con le nuove e più moderne tecniche digitali.
Il risultato lascia di stucco, ovvero si ha la possibilità sempre più di osservare nel dettaglio le perizie dei voli e dei lanci acrobatici.
Certo sembrano le mirabolanti imprese di un folle scatenato ma Thovex è solo uno dei tanti che si cimenta impavido di fronte a cime innevate che solo dal taglio dell’inquadratura cominciano a destare non poche perplessità soprattutto quando l’atleta si lascia cadere quasi in verticale e precipitando in alcuni tratti quasi in caduta libera. Appassionato di free style e vincitore dei maggiori contest a livello internazionale, riesce grazie, anche in questo caso, alle mirabolanti imprese a bordo di elicotteri o di operatori di macchina anche loro esperti e appassionati, almeno nel concepire e studiare a tavolino alcune ingegnose inquadrature, portano ai fasti il ritmo e il montaggio in alcune sequenze decisamente molto più adrenaliniche di un qualsiasi film d’azione.
Per gli appassionati di sport estremo questo è solo uno dei documentari che sapranno diventare presto cult per gli appassionati e di certo per tutti i fan di Thovex.

martedì 13 dicembre 2011

Once Were Warriors 2-Cinque anni dopo


Titolo: Once Were Warriors 2-Cinque anni dopo
Regia: Ian Mune
Anno: 1999
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 2/5

Da quando Beth lo ha lasciato nella speranza di rifarsi finalmente una vita, Jake l'attaccabrighe, ha voltato le spalle alla famiglia. Ha trovato in Rita, una nuova compagna, ma continua a vivere di espedienti e a frequentare il bar di McClutchy. Qui tra una bevuta e un'altra scopre che suo figlio Nig è stato ucciso in uno scontro tra bande.

Mentre nel primo capitolo il soggetto prevedeva un lungo spaccato sul contesto famigliare, qui l’elemento di fondo non è sviluppato bene, rimanendo un monito sugli stralci del precedente capitolo.
Probabilmente Mune punta più sull’elemento delle bande senza però aggiungere nulla di nuovo rispetto al primo.
Effettivamente questo secondo capitolo punta molto di più sull’azione, essendo la sceneggiatura molto limitata sin da subito si notano alcuni difetti abbastanza imperdonabili come l’arrivo di Sonny, un figlio che nel primo capitolo non c’era, qui appare dopo cinque anni grande come gli altri fratelli.
Forse l’unica news a parte Scimmia  e la parte degli Snake e proprio il socio di Scimmia che esce dopo aver scontato una pensa per salvare il suo capo e alla fine nel climax finale opterà per un bel colpo di scena.
Jack la Furia comunque sembra a differenza degli altri personaggi, di non essere invecchiato di una virgola.

Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri


Titolo: Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri
Regia: Lee Tamahori
Anno: 1994
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Alla periferia di Auckland una madre maori di cinque figli lotta per tenere unita la famiglia contro il marito ubriacone e violento e due figli invischiati nella logica delle bande giovanili

Una volta erano guerrieri ora sono alcolizzati e schiavi del mito americano.
Questa poteva essere la log-line di lancio del film. Uno spaccato urbano a tratti commovente e sicuramente duro e scomodo come i dialoghi e il linguaggio usato nel film. Una critica feroce contro la rapina, usato come sinonimo di colonizzazione che vede protagonisti i Maori. Dentro la società dentro il ghetto, scopriamo come oramai il degrado e la corruzione siano le costanti del processo e della deriva urbana con evidenti responsabilità antropologiche di natura ovviamente occidentale.
Eppure i personaggi che vivono questa dura realtà non sembrano trovare colpevoli sfogando tra di loro la rabbia e l’evidente frustrazione.
Tamahori poi punta molto sui legami famigliari e quelli tra bande(unico elemento con il quale sembrano mantenere una certa stabilità anche se ad un prezzo molto alto).
Temuera Morrison ha avuto la possibilità di dar vita ad un personaggio molto discutibile ma sicuramente indimenticabile come quello di Jack la Furia. Peccato per il suo futuro che insieme a quello del regista sembra essersi disperso come le radici Maori, solo che mentre il primo è stato sfortunato il secondo
ha abbandonato la sua terra per dedicarsi ai film d’azione più beceri americani ma con la consapevolezza di aver realizzato il suo capolavoro alla sua opera prima.
La parte poi di formazione in cui l’insegnante cerca di instillare tradizioni e cultura ai giovani è forse la parte più commovente.

domenica 20 novembre 2011

Splatters


Titolo: Splatters
Regia: Peter Jackson
Anno: 1989
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

Lionel è oppresso da una madre ossessiva, che gli impedisce di avere una vita sociale e di vedere delle ragazze. Quando il giovane conosce la bella Paquita, la folle genitrice segue i due ragazzi al loro primo appuntamento, al giardino zoologico; qui, la donna viene morsa da uno strano animale. Presto, la madre di Lionel morirà e si trasformerà in uno zombie, iniziando a infettare tutti i vicini.

Uno dei veri cult in ambito di cinema splatter-trash, gli schizza cervelli è in assoluto uno dei capolavori del genere contando le venature macabre e gli incipit demenziali che lo collocano fin da subito in una determinata categoria che chiude il trittico horror del buon Jackson prima che venga rapito dalle major cui affidano produzioni iper-galattiche.
Splatters è un film che funziona perfettamente sotto tutti i punti di vista e in particolare nella semplice ma efficace sceneggiatura, sempre pronta a cogliere gli aspetti più grotteschi che dalla vita sedentaria di casa tra Lionel e la madre, si sposta poi a tutta la città. Il massacro finale così come il bambino davvero volgare sono solo alcune delle perle che attribuiscono la corona a uno dei film più raccapriccianti per l’anno in cui è stato girato e badate bene parliamo dell’89 in cui di film così (nel senso di fatti così bene) non c’è, n’erano che una manciata. E’così dai 500 litri di sangue finto (300 dei quali sono nel massacro finale con la motosega) fino alle gag assolutamente irriverenti, la madre-topo che per certi versi mi ha ricordato la mutazione finale di Samantha Eggar di BROOD come invece il film ha sicuramente influenzato molto Raimi che nel 93 gira L’ARMATA DELLE TENEBRE.

sabato 16 luglio 2011

Under the mountain


Titolo: Under the mountain
Regia: Jonathan King
Anno: 2009
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Quando i gemelli Rachel e Theo investigano la vecchia e spaventosa casa dei vicini, scoprono i Wilberforce, delle creature mutaforma che si nascondono sotto l'anello di Auckland di vulcani estinti. Guidati dal misterioso signor Jones e con l'aiuto del loro cugino più vecchio Ricky, i gemelli devono far rivivere il potere che una volta condividevano per distruggere questo male antico, prima che distrugga loro.

Tutti si aspettavano qualcosa di diverso dal regista di BLACK SHEEP opera prima e piccolo cult neozelandese, un variegato di sangue e risate con protagoniste delle pecore che subiscono esperimenti crudeli in laboratorio.
Quindi uno pensava che King continuasse su quella strada senza poter prevedere un film d’avventura con venature horror unito ad un viaggio di formazione (un interessante viaggio dell’eroe sondando tutti gli archetipi del genere) con protagonisti due gemelli che devono salvare il mondo.

Ed è qui che King dimostra, pur inciampando spesso e volentieri in alcuni difetti(ma perlopiù tecnici), che gli piace poter veicolare su generi diversi riuscendo a non demolire le aspettative ma realizzando una storia che se è vero che non è proprio originale merita di essere menzionata nel panorama delle indecenze contemporanee. Poi non trattandosi di un blockbuster ma di una pellicola semi-indipendente a maggior ragione merita una visione per cercare di captare meglio le tematiche del cinema di King.
Under the mountain non ha un target specifico, non ha un’azione che demolisce le aspettative ma si prende i suoi tempi dipanandosi sulla storia e sui personaggi su cui troneggia un Sam Neil che sa dare sempre il giusto apporto in termini emotivi e una prova soddisfacente dei due giovani protagonisti.
Sicuramente il regista di SONO IL NUMERO QUATTRO ha guardato più di una volta il lavoro di King notando alcune somiglianze notevoli solo che mentre il primo puntava su un budget mastodontico, un target adolescenziale e un calderone di scopiazzature prese qua e là, King dimostra l’esatto contrario, investendo sulla storia e sui particolari.