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giovedì 15 giugno 2017

Indivisibili

Titolo: Indivisibili
Regia: Edoardo De Angelis
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi... fare l'amore.

Indivisibili entra immediatamente nella galleria di quelle opere italiane post moderne da tenere a mente. Una fiaba neo melodica, uno spaccato sociale, tra kitsch estremo e sublime, mica poi tanto distante dalla realtà...anzi (il fenomeno dei finti invalidi in Italia tocca un bilancio tragico) confermando ulteriormente il momento d'oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.
Sono tanti i temi, le interpretazioni, i rimandi e gli intenti di questa pellicola. Forse più di quelli che aveva pensato inizialmente De Angelis.
Un film ambizioso, che diventa uno spaccato culturale visionario ricordando per certi versi il primo Garrone su come il regista non si nasconda e non abbia paura di mostrare la natura grottesca dell'animo umano senza risparmiarsi nulla.
Un viaggio folkloristico nella terra che il regista conosce molto bene con un cast nostrano che riesce a dare realisticità alle maschere che si prestano in questo dramma contemporaneo. Lo sfondo dove avviene la vicenda diventa lo scenario perfetto per mostrare quanto spiritualità e interesse personale oppure bellezza e bruttezza diventino una lotta tra opposti, l'anima dove si gioca il fulcro della vicenda ovvero il corpo, in questo caso i corpi delle due gemelle.
Un corpo che ancora una volta diventa il bene, il miracolo, l'aspetto freak che si mischia qui con tutta la sua viscerale complessità. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono 'toccarle', proprio lì dove c'è un lembo di pelle e carne a tenerle unite la dimensione del toccare per essere salvati quasi come una piccola Lourdes mobile con prezzi e listini molto salati.






giovedì 23 marzo 2017

Omicidio all'italiana

Titolo: Omicidio all'italiana
Regia: Maccio Capatonda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell'entroterra abruzzese. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall'anonimato il paesino? Oltre alle forze dell'ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo "Chi l'acciso?", condotto da Donatella Spruzzone. Grazie alla trasmissione e all'astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un... omicidio a luci grosse??

Secondo film per Marcello Macchia dopo ITALIANO MEDIO e la serie uscita nel 2017 MARIOTTIDE direttamente su Infinity.
A differenza del primo film qui troviamo un lavoro di scrittura molto più complesso e sofisticato avendo al suo interno intenti da thriller e da indagine poliziesca ovviamente con tutti i suoi sottoriferimenti ironici e grotteschi ma che almeno portano elementi nuovi e la capacità e lo sforzo di provare a mettersi in gioco anche in un giallo.
Senza avere ancora quella forza e quella maturità che potranno dargli la possibilità di fare qualcosa di più maturo anche se di comicità e demenzialità si parla (dal momento che sono diventati i punti di forza dell'attore/regista) in questo suo secondo film, non per il cast che alla fine pur avendo qualche star in più non aggiunge da quel senso lì forza e spessore sui personaggi, bensì proprio per quella critica mass mediatica che l'autore già dai suoi trailer in passato a sempre cercato di sottolineare buttandola sulla risata ma lasciando comunque che la critica faccia il suo effetto.
"Chi l'ha acciso" diventa il punto di riferimento per una metafora sulla morale e il perbenismo dell'italiano medio e allo stesso tempo la mancanza totale assenza di morale che riesce in alcuni casi a dare ancora più spessore alla comicità demenziale.

L'unico dubbio per questo personaggio di spettacolo è che lui come la sua squadra, rischiano di rimanere intrappolati e schiavi di un sistema e di una produzione che lui per primo cercava di cambiare ma che quando gli ha messo di fronte contratto e limiti, il nostro Macchia non ha più potuto fare la sua scelta.

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


Questione di Karma

Titolo: Questione di Karma
Regia: Edoardo Falcone
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giacomo è lo stravagante erede di una dinastia di industriali, ma più che interessarsi all'azienda, preferisce occuparsi delle sue mille passioni. La sua vita è stata segnata dalla scomparsa del padre quando era molto piccolo. L'incontro con un eccentrico esoterista francese gli cambia la vita: lo studioso infatti afferma di aver individuato l'attuale reincarnazione del padre di Giacomo. Trattasi di tal Mario Pitagora, un uomo tutt'altro che spirituale, interessato solo ai soldi e indebitato con mezza città. Questo incontro apparentemente assurdo cambierà la vita di entrambi.

Questione di Karma è un film che mischiando filosofia orientale e toni da commedia all'italiana crea un'impianto insopportabile con due personaggi odiosi e tremendamente fuori dal comune, almeno per quanto riguarda il personaggio di De Luigi, Giacomo, che in una scena topica si scopre parlare anche il giapponese fluentemente. Mario interpretato da un Germano scazzato all'inverosimile sembra invece il tipico burino romano che non fa altro che sottolineare lo stereotipo del farabutto con un grande cuore...
Questione di Karma è un mix tra LA FELICITA' E'UN SISTEMA COMPLESSO e UNO STRANO CASO in cui c'è il tema della reincarnazione e una sorta di guru interpretato da Philippe Leroy che alla fine rivela al nostro protagonista che la cosa più importante nella vita e l'arrosto di maiale con le patate.
Tutto purtroppo è prevedibile e patinato e Falcone non fa nulla per cercare di fare in modo che il film debba andare proprio nella direzione più scontata con un finale a lieto fine che sembra uscire dalle pubblicità della mulino bianco.
Gli attori pur provando a mettercela tutta per fare in modo che riesca ad essere credibile anche una situazione paradossale, non riescono mai a trovare loro come chi ha scritto il film, quell'impianto nei dialoghi che alla fine riesce ad essere matura finendo per fare ridere poco e non sembra prendersi mai sul serio cercando per tutta la durata un equilibrio macchinoso.
Alcuni stereotipi poi li ho trovati abbastanza banalotti e poco convincenti come la rampolla di famiglia che oltre ad essere un arrampicatrice sociale e per forza lesbica, che il matto alla fine è sempre il genio e che tutte le famiglie aristocratiche puntando a risparmiare i soldi senza mai provare il piacere di spenderli.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


lunedì 6 marzo 2017

Falchi

Titolo: Falchi
Regia: Toni D'angelo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Ma sono anche uomini fallibili e talvolta sbagliano di grosso, come è successo a Francesco in uno scontro a fuoco che gli è costato la sospensione temporanea dal servizio. Ad aver sbagliato è anche Marino, il capo della Squadra mobile, almeno secondo la testimonianza di un pentito. Ed è dalla vicenda di Marino, come dal presagio di una pizia greca, che prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese

L'ultimo film del figlio di Nino D'angelo cerca di fare i conti con la tradizione del cinema di genere senza avere quel polso o intenti tali da renderlo un film interessante. Falchi non aggiunge niente di nuovo. Sembra di vedere un episodio di GOMORRA con meno attori. Il quinto film del regista è un disastro perchè nella sua idea astuta e interessante di fondo, non riesce ad emergere mostrando i soliti stereotipi e fossilizzandosi in una guerra tra poliziotti corrotti, criminalità e affari sporchi con la comunità cinese. Il punto è che tutti questi ingredienti non riescono ad essere dosati come qualcun'altro avrebbe fatto restituendo per di più una serie di colpi di scena davvero imbarazzanti per non parlare di inutili stratagemmi per arrampicarsi sui vetri come le lotte clandestine tra cani o il senso di colpa di Francesco in un flash back che viene ripetuto così tante volte da dare la noia.
E'un peccato perchè Falchi vola alto, mettendo in primo piano due attori tosti che ultimamente stanno recitando molto come Cerlino e Riondino e aggiungerei anche Del Bono (tra l'altro proprio questi due hanno recitato assieme nel recente LA RAGAZZA DEL MONDO).
Il film di D'angelo è tesissimo, forse troppo, come se dovesse spezzarsi da un momento all'altro cercando di guardare agli asiatici ma facendo proprio quello che non andava fatto ovvero infilando clichè a gogo e caratterizzando malissimo i suoi personaggi. Alla fine il film pretende di essere un film di genere, senza averne affatto la stoffa.
Dal punto di vista tecnico invece è una bella sorpresa. Il budget è alto e così Toni può permettersi una interessante fotografia, una messa in scena patinatissima, un buon lavoro con le comparse, senza però riuscire nemmeno ad essere convincente proprio nel cuore dell'azione dove assistiamo a sparatorie e rese dei conti. Un altro esperimento fallito che travestendosi da poliziesco e noir e scegliendo temi universali come l'amicizia, l'amore e il tradimento, senza far mancare il tema della corruzione soprattutto nei reparti delle forze dell'ordine, non va oltre una sofferta mediocrità.

La sparatoria finale ricorda un famosissimo hard-boiled di Johhnie To ed è tra le cose in assoluto migliori del film.

Robinù

Titolo: Robinù
Regia: Michele Santoro
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mondo di soldati bambini che imparano a sparare a 15 anni, a 20 sono killer professionisti e talvolta non arrivano ai 30. Michele Santoro li incontra e li fa parlare. Ma non si trovano, come si potrebbe pensare, in qualche area del continente africano. Vivono e combattono una guerra, che è arrivata a contare fino a 80 morti, nelle vie e nei vicoli di Napoli.

Ormai il cinema d'inchiesta non viene solo più fatto da registi ma anche da ex politici e giornalisti.
La critica più grossa che si può muovere a Santoro è lo scarso lavoro sugli intenti e sugli obbiettivi che il documentario si pone. Sembra una videocamera che in alcuni momenti di nascosto filma dialoghi e monologhi a caso nei quartieri spagnoli di Napoli, in cui gli stessi intervistati spesso e volentieri risultano spiazzati, alcuni presi alla sprovvista mentre altri semplicemente non capiscono se sia una cosa seria o interviste che magari non verranno nemmeno trasmesse.
Il (macro)cosmo napoletano della paranza dei bambini quel fenomeno che ha fatto si che la camorra, soprattutto in zone centrali di Napoli, continui le sue faide armando minorenni e distruggendo famiglie e quartieri interi ha dalla sua alcune scoperte e volti che si imprimono nella psiche dello spettatore con una forza e una violenza tremenda.
Vengono intervistate tante famiglie, tante persone, tante storie narrate con l’occhio investigativo da inchiesta e con il giusto tempo filmico affinché vengano esplicate per bene le condizioni dei ragazzi, la cui unica sfortuna è quella di vivere in quei territori. Viene raccontato tutto, dal mondo che li attornia fin dalla nascita, a come vengono attratti dal sistema e fino alla loro incarcerazione, per i più fortunati che sono in carcere e che hanno la possibilità di replica.
Le riprese attraversano le case, i quartieri ma soprattutto entrare dentro Poggioreale per scoprire la storia di Michele, un ragazzo che va per la sua strada, non appartiene a nessuna fazione, vuole una propria paranza, riceve lettere d’amore dalle ragazze in visibilio per lui, incosciente, sarcastico, sopportando il carcere con disinvoltura sapendo che la sua unica strada è quella.
L'unica vera domanda e riposta che il documentario ottiene è anche quella che fa più male, lascia perplessi e lascia la domanda aperta in questo caso alle istituzioni, su cosa vogliano fare.
Tutti i ragazzi ribadiscono la stessa cosa e il dato è davvero inquietante. Il primo a dirlo manco a farlo apposta è proprio Michele.Ma che futuro può avere un ragazzo incarcerato a 17 anni, che se va bene esce a 40 anni, quando l’unica cosa che ha conosciuto è la malavita, come si spaccia, l’estorsione e la prostituzione? Quale futuro gli si propone se in carcere non vengono avviati alcuni programmi di recupero, scolastico o di rieducazione? "Dentro il carcere non avviene nulla e quando usciremo saremo ancora più cattivi "
Questa frase e questa immagine dolorante dovrebbe far riflettere e cercare in qualche modo di porre un rimedio o almeno sperare che in futuro qualcuno riprenda in mano la situazione cercando di investire proprio all'interno delle carceri. Robinù così viene chiamato Michele dal padre, rubava ai ricchi per dare ai poveri, insegnando tra l'altro che proprio in quelle zone nessuno dei baby aspiranti boss mostra di aver avuto bisogno dei personaggi della fiction per desiderare di entrare nel mondo della criminalità più o meno organizzata come dice GOMORRA e i libri di Saviano.
Robinù è una tragedia in corso quotidiana, un'emergenza che non si vuole vedere, un documentario sporco, disorientante, segno di un’esperienza non collaudata e pure girato con una certa fretta.



Smetto quando voglio: Masterclass

Titolo: Smetto quando voglio: Masterclass
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La banda dei ricercatori è tornata: l'associazione a delinquere "con il più alto tasso di cultura di sempre" di Smetto quando voglio decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni, uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell'ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così questi laureati costretti a campare di espedienti in un'Italia che non sa che farsene della loro cultura vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Pietro però non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia, incinta del loro primo figlio, ed è costretto ad inventare con lei bugie sempre più colorite.

E'una gioia vedere un sequel ancora più convincente del primo capitolo. Soprattutto quando sai che presto arriverà il terzo. Sibilia ha girato due film assieme riuscendo a tenere alta la testa e dirigendo ottimamente una crew di attori quasi "tutti romani" ma simpatici.
La prima saga italiana che rifacendosi alla commedia mischia azione, humor e tanti altri elementi (oltre che omaggiare tanto cinema) grazie ad un ritmo davvero incredibile e senza mai grosse pause che ne sanciscano i limiti è una vera sorpresa e apre forse uno spiraglio di innovazione per il nostro cinema. Edoardo Leo è riuscito in pochi anni a diventare uno degli attori più famosi e prolifici ritagliandosi ruoli da protagonista senza capire come abbia fatto a scalare il successo così velocemente (dal momento che è un attore mediocre), mentre il resto del casting è sempre a suo modo spassoso inserendo alcuni personaggi nuovi e funzionali come la Scarano e Lo Cascio.
Si ride e si festeggia prima di tutto per lo sforzo e il successo al botteghino di questi nerd criminali. Si ride davvero tanto in questo film senza però mettere da parte la trama e aggiungendo o meglio analizzando più a fondo il fenomeno delle smart drugs e inserendo altre novità come i blogger, un ispettore che si fa "aiutare" dai banditi proponendogli un affare niente affatto legale, e tante altre cose tra cui un non precisato antagonista ma sperimentando il brevetto della guerra tra ricercatori.
La struttura temporale abbraccia una sorta di analessi e tutto comunque viene collegato con il finale del film precedente senza muovere le lancette del tempo (la ragazza di Pietro infatti e ancora in cinta) ma anzi giocando di rimandi, raccordi e flash back. Un film psichedelico come il primo, drogato di acida ironia e finalmente un'operazione che fa pensare in tutto e per tutto ad un "unicum"

sul genere. Aspettiamo trepidanti "Ad Honorem".

domenica 26 febbraio 2017

Parada

Titolo: Parada
Regia: Marco Pontecorvo
Anno: 2008
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un clown francese di origine algerina, orfano di padre e nomade di indole, decide di dedicare la propria esistenza al recupero dei "boskettari", i bambini rumeni che dormono in giacigli improvvisati all'interno della rete fognaria. Con il suo volontarismo idealista, si mette contro la polizia e la mafia locale, cui rischia di sottrarre la manovalanza.

Miloud Oukili, un clown di strada di origine franco-algerina arrivò in Romania nel 1992, tre anni dopo la fine della dittatura di Ceausescu, trovandosi di fronte ad una situazione davvero spiacevole: quella dei bambini dei tombini che, abbandonati da tutto e da tutti, si riunirono in condizioni estremamente disagiate nella rete dei canali. Duramente colpito dal loro modus vivendi, paragonabile a quello degli animali, Miloud, pur osteggiato dalla polizia rumena aiutato in minima parte da alcuni assistenti sociali, fece di tutto per aiutarli, insegnando loro l’arte circense e successivamente allestendo veri e propri spettacoli che ancora oggi porta in giro per l’Europa.
Parada è un importante film che tratta tematiche sociali come il disagio minorile, la fiducia, l'amicizia, il senso di appartenenza e tanto altro ancora.
Il figlio del noto regista segue i suoi piccoli boschettari, una realtà poco conosciuta nel cinema, cercando attraverso gli occhi di Miloud di trovare speranza e redenzione.
E'un film che per forza di cose tocca le corde dell'anima, grida tutta la sua disperazione, denuncia la corruzione accettata e voluta in Romania parlando anche di prostituzione infantile, di corpi straziati, di questi piccoli angeli deformati dalla droga e costretti a vivere di stenti rischiando la morte tutti i giorni e sfuggendo dalle mani di chi riesce a venderli come oggetti, come nella scena in cui la bimba scappa dall'orfanotrofio e viene trovata morta stuprata con le ossa rotte (viene detto e non mostrato).
E'un film che dice tante cose ma per fortuna a livello di violenza evita di mostrare le atrocità pur insistendo molto sulle location in cui la gente preferisce tacere, sui volti sporchi e le regole di sopravvivenza da mantenere sempre con il sacchetto di vernice alla bocca.
Allo stesso tempo l'opera di Pontecorvo è una denuncia da parte dello stesso Occidente che si meraviglia quando si sposta di poco nei paesi dell'Est scoprendo un orrore che non sembrava possibile. Nel mirino ci sono tutti: dall'opportunismo delle istituzioni, all'ambasciata francese, le stesse forze dell'ordine e le Ong che pensano solo ai propri interessi. Forse l'unica debolezza che si può muovere al film è nella sceneggiatura scritta a quattro mani con Roberto Tiraboschi in cui seppur viene raccontata una storia vera e profonda, lascia quell'amaro in bocca di chi in fondo ha seguito una linearità tematica coerente ma allo stesso tempo senza colpi di scena, in cui tutto va come deve andare senza sorprese.
Miloud ad un certo punto quando si trova quasi tutti contro ha l'idea che provocherà il più grosso cambiamento della sua vita. Stufo delle Ong e delle istituzioni decide di creare un'associazione tutta sua. In questo modo potrà girare con i ragazzi costruendo palchi in giro per il mondo e vivendo di rendita con gli spettacoli. Un'idea semplice ma che mostra l'immediata coerenza degli intenti del clown e della sua forza nel cercare di creare un cambiamento.
Miloud è rimasto 12 anni a Bucarest.





40%

Titolo: 40%
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Lucio ha passato la prima parte della sua vita a mettersi nei guai. Un’adolescenza vissuta nell’anonimato della periferia, la droga, i traffici, i problemi con la Legge, sono stati l’abisso da cui si è ritratto appena in tempo. Quando esce dalla comunità di recupero, comincia a lavorare in una cooperativa sociale dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate. Dopo i conflitti iniziali con Alfred, il suo collega albanese, oltre che rivale nella squadra di calcio, Lucio entra a far parte del gruppo.
Ma quando il passato sembra riaffacciarsi con i pericoli e le tentazioni di sempre, saranno proprio i suoi compagni a salvarlo da un finale già scritto.

I film indipendenti, le produzioni dal basso, il budget ridottissimo ma pieno di mille speranze, la voglia di credere, sono questi gli ingredienti che la piccola ma efficace produzione cinematografica della cooperativa Arcobaleno di Torino ha messo insieme per dare vita al suo primo lungometraggio. Un film di fiction, di umana realtà, interpretato dagli stessi raccoglitori protagonisti che lavorano presso il progetto Cartesio, i quali si superano dando vita ad una galleria di personaggi, stili di vita e storie differenti e affascinanti. Una forma d'arte nuova in cui la cooperativa di Torino ha investito sperimentando il linguaggio cinematografico.
Il risultato è interessante soprattutto per dare un'immagine chiara e precisa evidenziando in 90' la realtà, il lavoro, la responsabilità e poi soprattutto le difficoltà e l'avvio per una nuova vita ricca di colpi di scena.
Arcobaleno è così. Una famiglia in cui diverse persone dal passato difficile (tossicodipendenza, alcolismo, carcere, etc) trovano una nuova casa, un senso di vita in cui credere e appartenere sentendosi accolti e accettati senza pregiudizi.
Il film di Jacopino registicamente è poco più che amatoriale senza guizzi di regia o tecniche e risorse particolari. Gli basta raccontare e descrivere l'originalità insita in ognuno dei suoi personaggi creando un empatia enorme con quasi tutti, di cui Lucio, il protagonista, non a caso è il meno in parte e non a caso e uno degli unici a non far parte della cooperativa provando a immaginarsi come uno di loro, riuscendo a cogliere poche sfumature e lasciando ad Alfred e Rambo la strada spianata per descrivere il microcosmo in cui lavorano.
Dal punto di vista della storia è funzionale alle aspettative, miracolosamente credibile, descrivendo l'ingresso, le avventure, il tipo di lavoro, la caduta, le difficoltà e infine la redenzione con un climax finale divertente e che esce leggermente dai canoni lasciando qualche residuo action e revenge che crea ancora più ritmo e atmosfera alla storia.



Fame Chimica

Titolo: Fame chimica
Regia: Antonio Bocola, Paolo Vari
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Due amici d'infanzia nella periferia milanese, due “zarri”: uno fa lo spacciatore, l’altro un lavoro normale, faticoso e mal pagato. I due si innamorano della stessa ragazza e la loro amicizia è ad un bivio. Sullo sfondo, la piazza dove vivono è teatro di forti scontri sociali.

Fame chimica è uno di quei film sballoni all'italiana che per fortuna esistono con tutti i loro limiti e il loro volersi prendere sul serio quando si parla di periferia, quartieri popolari, droga e redenzione. Il film della coppia di registi come molti progetti indipendenti a bassissimo budget nasce da una forma produttiva mai tentata in questa misura in Italia: tutti quelli che ci hanno lavorato hanno una compartecipazione negli utili e nelle eventuali perdite del film. Questo e altri fattori, come mettersi in gioco, interpretare se stessi, raccontare le proprie storie di vita, assumono contorni e valori preziosi che il film esamina contestualizzandoli seriamente ma al contempo ironizzando e creando molta empatia con i personaggi.
E'un film con un ritmo incredibile, le musiche sono del leader dei 99 posse il quale entra in scena cantando e commentando le azioni della tragedia (una sorta di coro post-moderno affidato ad un solo personaggio) e cerca di fare quello che può con un cast abbastanza improvvisato e in cui proprio i giovani "famosi", Foschi e la Solarino, danno il contributo minore.
Fame chimica sembra la serie GOMORRA girata coi cellulari a Barona.
E'un film che nella sua tenerezza, perchè in tanti momenti lascia il sorriso, inquadra i temi più importanti e capta la tensione sociale e psicologica dei giovani che stanno entrando nel mondo, il problema dell'immigrazione, il rapporto tra consumatore e spacciatore e tanto altro ancora in cui non manca la storia d'amore.

Un film semplice e leggero che merita non solo di essere visto e valorizzato ma che crede nell'importanza di valorizzare anche solo un piccolo microcosmo di quartiere.

domenica 19 febbraio 2017

Ora legale

Titolo: Ora legale
Regia: Ficarra & Picone
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Salvo e Valentino sono cognati e vivono a Pietrammare, paesino della Sicilia dove gestiscono insieme un chiosco sulla piazza principale. Il marito della sorella di Valentino, a sua volta sorella della moglie di Salvo, è Pierpaolo Natoli, un professore di liceo dagli elevati valori morali e la condotta integerrima. Pierpaolo si candida a sindaco di Pietrammare contrapponendosi a Gaetano Patanè, il primo cittadino in carica, un concentrato di corruzione e malaffare: vuole proporre un cambiamento radicale che metta fine al degrado etico ed estetico che Patanè ha incoraggiato nel paese. A sorpresa, i compaesani votano Natoli sindaco, ma una volta eletto questi esigerà il rispetto assoluto delle regole: e si sa, in Italia chi invoca la legalità lo fa sempre riferendosi agli altri, mai a se stesso. Salvo e Valentino rappresentano bene la popolazione di Pietrammare: da una parte i molti, come Salvo, che nel malcostume ci sguazzano, traendone il proprio piccolo o grande tornaconto; dall'altra i pochi come Valentino che vorrebbero un paese migliore, più onesto e rispettoso del prossimo. Ma i due cognati scopriranno di essere meno diversi di quanto pensassero perché quella verso la legalità è una strada in salita, soprattutto per chi non è mai stato abituato a percorrerla.

"Dovete fare un film commerciale che faccia ridere, slapstick datate, e sia allo stesso tempo una critica, politicamente super corretta, sul problema della mafia in Sicilia".
Praticamente al centro abbiamo una trama scontata e un concetto trito e ritrito che forse solo ad alcuni  potrà piacere ridendo in fondo di se stessi.
L'ora legale è terribile per come mostri una regione tra le più problematiche in Italia che accetta volentieri e con orgoglio di non cambiare e dall'altra gli stereotipi e i clichè del cinema italiano.
Di cosa poi si ride nel film e perchè ancora oggi si usa in modo tradizionale una satira che viene accettata e alimentata dal popolo?
La Sicilia è orgogliosa di non cambiare tradizione lasciando ai posteri e all'arte, al cinema soprattutto, i tentativi e la parodia di cineasti che credevano forse in un cambiamento. Questo film spiega in modo molto ironico, troppo forse ed elementare, il dna di un "siciliano" e la sua immutabilità e corruttibilità.
Quando però la realtà supera l'immaginario e la fantasia non fa più ridere, anche se questo la coppia di comici non sembra averlo molto chiaro, questa ironia e critica viene assimilata senza darle il giusto peso come invece dovrebbe.
Un fatto sociale che a distanza dei vecchi neorealisti del cinema italiano ancora mette in mostra sempre lo stesso lato della medaglia.
La critica velata al M5S non passa poi così inosservata e sembra la tecnica usata dal duo per monitorare come anche i "cambiamenti" possano risultare inadeguati anche quando portano su un piatto d'argento i risultati e la legalità. Il discorso sulla differenziata è senza dubbio perfetto.
Ficarra e Picone come attori sono tremendi. Uno sembra aver contratto una malattia rara che lo fa sembrare un mammifero muto e mite in via d'estinzione mentre l'altro che vorrebbe far ridere è la parodia di se stesso e ancora peggio non sta fermo un attimo.

martedì 14 febbraio 2017

Fuga da Reuma Park

Titolo: Fuga da Reuma Park
Regia: AA,VV
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Siamo alla vigilia di Natale a trent'anni da oggi. Aldo, partendo dalla Sicilia, viene accompagnato al Reuma Park, un vecchio Luna Park trasformato in una specie di carcere di massima sicurezza per anziani. Qui incontra Giovanni la cui memoria è ondivaga ma a cui è rimasto l'interesse per una procace infermiera dell'Est Europa e Giacomo, costretto su una sedia a rotelle e arrabbiato con il mondo. Il trio si forma nuovamente e si propone come obiettivo una nuova impresa: fuggire da Reuma Park.

Quando vedi il trio di comici che per anni ti ha fatto morire dal ridere ormai giunto alle pezze senza nemmeno lo straccio di un'idea che possa almeno far sorridere significa la fine.
Aldo, Giovanni e Giacomo erano già arrivati al capolinea ma vedere uscire un film di Natale fatto di fretta e riciclando idee già sfruttare in passato è una grossa regressione che dal trio non mi sarei mai aspettato. Dietro le quinte compare tale Morgan Bertacca il regista del precedente IL RICCO, IL POVERO E IL MAGGIORDOMO un'altra immonda schifezza che quasi non sono riuscito a vedere fino alla fine.
Cosa dire. Se gli sketch non funzionano tutta la struttura e il ritmo scemano di conseguenza. Dicevo che i contenuti sono quelli già sfruttati nei numeri a teatro sulla terza età.
Praticamente è andata così. A differenza degli ultimi spettacoli teatrali in cui grazie all'aiuto e al talento di Arturo Brachetti, i nostri performer hanno dimostrato di avere ancora qualche cartuccia da sparare, purtroppo al cinema la loro ironia non ha mantenuto la stessa forza e lo stesso impianto ottenuto invece sul palco.
Fuga da Reuma Park è il classico film di Natale per accontentare l'unico pubblico che ancora può ridere del terzetto ovvero proprio la terza età. Quindi è stato scritto, diretto e interpretato velocemente senza nessuna idea e allungando i ritmi e la noia per accontentare un target specifico e guadagnare con questa mossa più soldi possibili.
Commercialmente è la mossa più astuta che potevano fare.


venerdì 10 febbraio 2017

Nel più alto dei cieli

Titolo: Nel più alto dei cieli
Regia: Silvano Agosti
Paese: Italia
Anno: 1976
Giudizio: 4/5

Un gruppo di persone che hanno ottenuto un'udienza dal papa resta bloccato nell'ascensore del Vaticano. Prima c'è fastidio, poi stupore, poi paura; poi ognuno si abbandona ai propri istinti: violenze, stupri, uccisioni, cannibalismo. Rimane viva solo una suora. Ma è stato solo un incubo; quando l'ascensore si apre tutti ne scendono.

Che strano outsider Silvano Agosti. E che meraviglia scoprire e guardare questa fantastica rappresentazione dell'animo umano che a volte può diventare nero come il petrolio.
Nel più alto dei cieli è stato immediatamente ritirato dal commercio e sequestrato per la bellezza di quasi 14 anni. E'un film con moltissimi limiti soprattutto per quanto concerne il reparto tecnico. Montaggio, fotografia, sonoro, recitazione, tutto assume un aspetto molto low budget di quelli che fanno pensare oltre ai limiti dettati dalla produzione, al fatto che l'autore voglia concentrarsi sui dialoghi, il senso, gli intenti e il ritmo che nel secondo atto comincia ad essere frenetico citando tra le righe Ballard e tanta distopia.
All’interno dell’ascensore c'è ne veramente per tutti i gusti: varie classi sociali medio-alte tra cui un politico, un insegnante, un intellettuale e un sindacalista, ma anche uomini di fede come suore e sacerdoti.
La metafora nel momento dell'incidente scatenante si amplia e assume forme nuove e diverse.
Nel ventre del Vaticano, gli agnelli di un dio sconosciuto (l’ascensore sale all’infinito) si scannano a vicenda senza pietà. La critica acidissima sembra voler suggerire l’inadeguatezza religiosa e politica che di fronte al degrado morale si rifugia dietro a sterili massime proverbiali.
Il risultato è qualcosa di straziante e disomogeneo. Il finale lascerà basiti per come Agosti non cerchi solo una critica, comunque efficace, e non punta solo a cercare di mettere in imbarazzo la Chiesa Cattolica (che dal momento in cui il film venne ritirato si è risposta da sola come sempre censurando senza poter dare possibilità di discussioni e analisi) ma prendendo dentro l'ascensore tutte le stereotipie istituzionali.

Un film prezioso, sperimentale, grottesco, cinico e scomodo. Un film di denuncia che sfrutta la claustrofobia dell'ascensore come salita per l'inferno di ognuno di noi, o meglio di chi brama nascondendosi dietro simboli e fanatismi religiosi e politici.

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




Porno & Libertà

Titolo: Porno & Libertà
Regia: Carmine Amoroso
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

E'un oggetto indeterminato Porno e libertà, il documentario di Carmine Amoroso che getta uno sguardo sommario sull'Italia degli anni Settanta e sulla genesi del porno nostrano, dai giornali allo schermo, dalla censura all'elezione di Ilona Staller, la prima porno diva a diventare membro del Parlamento. Lo è perché affronta la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul sesso senza interrogarsi troppo sul desiderio, sulla complessità del desiderio e su quanto abbia giovato al desiderio la 'contestazione' avviata col '68. Lo è ancora perché anacronistico, isolato, separato. Concentrato su un'epoca e un gesto di rottura, morale, politica e sociale, che sperimentò la pornografia e la circolazione di prodotti pornografici, Porno e libertà non riesce a stabilire un dialogo col presente.

Suona come qualcosa di datato, antico, che ha fatto il suo tempo il documentario di Amoroso.
Però non è così. Infatti pur essendo ovviamente un excursus negli anni in cui sviluppa e concentra maggiormente le tematiche, il documentario a parte essere confuso nella strada da prendere, parte più di una volta su una tangente per poi finire in tutt'altri luoghi. Allo stesso tempo nonostante i limiti si scoprono un sacco di cose. Anzichè leggere libri di storia sul tema della nascita del porno in Italia (che comunque gioverebbero), per chi preferisce la settima arte in 90' si rimane piacevolmente sorpresi. Come ad esempio scoprire che in Italia è stato girato il primo film porno. Sarà vero? In caso aumenterebbe la mole di primati del nostro paese.
Il problema del documentario è legato allo sdoganamento. Per troppi minuti e con troppi ospiti si parla del problema dei tabooe e della censura.

Tutti ma soprattutto Amoroso, vuole per forza sdoganare il porno in Italia in modo spesso gratuito o fine a se stesso. Ho sempre pensato che chi voglia vedersi i porno è libero di farlo. Certo a metà degli anni'60 non era così facile, mancava la rete, però le occasioni c'erano e di fatto si faceva l'amore molto di più di oggi o meglio il senso pudico aveva delle ragioni che oggi sembrano ormai dover essere sovvertite per strani totem consumistici e per soddisfare infine i piaceri trasformando l'eros in una consumazione di corpi.

domenica 29 gennaio 2017

Quel bravo ragazzo

Titolo: Quel bravo ragazzo
Regia: Enrico Lando
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 1/5

Cosa succede se un potentissimo boss mafioso sta per morire e vuole lasciare il comando della sua spietatissima cosca a un figlio che non ha mai riconosciuto? Ma, soprattutto, cosa succede se quel figlio è un innocuo, ingenuo e goffo ragazzotto di 35 anni che fa il chierichetto e che è vissuto in un orfanatrofio di un paesino del Sud Italia?

Quel bravo ragazzo è un film ingenuo che dopo ITALIANO MEDIO conferma la confusione e la pochezza di contenuti che gli "artisti" Maccio e Herbert dimostrano con i lungometraggi a differenza dei corti sul web che li hanno resi celebri. Ormai si sà che di questi tempi, diversi"personaggi" crescono proprio come youtuber o grazie al web per poi slittare su altre piattaforme.
Luigi Luciano non è un attore e come cabarettista forse un paio di espressioni da ebete riesce ad azzeccarle e in alcuni momenti, ci mancherebbe solo, si ride anche se non proprio di gusto.
La curva è solo più in discesa dopo l'insuccesso della serie su Infinity MARIOTTIDE-LA SERIE tentativo forse ancora peggiore dei lungometraggi dal momento che l'eutanasia uno l'approverebbe dopo il primo insulso episodio.
E poi sempre e comunque i luoghi comuni.
La mafia ridicolizzata, le stereotipie del Sud, l'assenza di ritmo e le gag imbarazzanti.
L'unico elemento che si salva, ma non voglio spoilerare, è una trovata su una curiosa app del cellulare legata alla criminalità organizzata. Il resto è noia e rivisitazioni di slapstick già viste.


sabato 28 gennaio 2017

Repairman

Titolo: Repairman
Regia: Paolo Mitton
Anno: 2013
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Nella provincia piemontese Scanio Libertetti ripara macchine del caffè da bar. Lavora da casa per conto di un padrone che lo sfrutta e la sua endemica lentezza non migliora le cose, l'unico parente che gli sta vicino sembra essere un zio panettiere con aiutante mezzo scemo. Attraverso i suoi amici, molto più integrati di lui nella società, entra in contatto con una ragazza inglese con cui inizia un rapporto sentimentale. Tuttavia sembra che ciò che sia dritto per Scanio risulti storto agli altri.

A volte l'immobilismo cosmico del nostro cinema mi spaventa.
Solitudine, timidi sorrisi, gesti goffi, anti eroi con l'aria da nerd. Se mettiamo da parte quasi tutta la filmografia degli ultimi anni, focalizzata o su tamarri colossali (Di Leo & soci) oppure su timidi nerd, Repairman dello sconosciuto Mitton sicuramente ha i suoi piccoli pregi per essere un indie di lodevole fattura che si è riuscito a staccare dalle produzioni romane.
E'come dire che l'apologia dell'ingenuità fa da diapason del film, piace e diventa funzionale nel momento proprio in cui di immobilismo parla, ovvero una situazione di una disarmante semplicità costipato di quelle consuetudini che ormai sono il marchio ufficiale del made in Italy nel cinema.
Savoca, l'attore feticcio di Louis Nero (penso di aver detto tutto) sembra Battiston di serie B, muovendo il suo personaggio con l'aria da orso in un precario equilibrio tra le contraddizioni del mondo moderno che detto in poche parole parla di famiglia, lavoro, storia d'amore.
Un triangolo che se riuscisse a inserire qualche elemento in più e non si accontentasse di una sorta di breve racconto di vita (peraltro noioso) trito e ritrito.
E allora se tutto il nostro paesino provinciale non comprende Scanio etichettandolo come storto chi meglio di una giovane studentessa straniera può farci riscoprire la vita? Un'idea particolarmente originale, che non a caso ha vinto numerosi premi e riconoscimenti...
L'apologia dell'ingenuità vince e premia.


venerdì 13 gennaio 2017

Adam Chaplin

Titolo: Adam Chaplin
Regia: Emanuele De Santi
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Ci troviamo a Heaven Valley, una città immaginaria, in cui Adam, un uomo la cui fidanzata è stata bruciata viva da un mafioso locale, inizia ad indagare sulla morte della donna. Non potendo contare sull’aiuto della polizia, decide di svolgere le indagini per proprio conto guidato solo dalla propria rabbia e da un demone, da lui evocato, che lo guida nelle ricerche per la città. Inizia così una guerra senza esclusioni di colpi in cui Adam è rimasto da solo a combattere contro tutto il mondo corrotto e malvagio, per affrontare, nello scontro finale, Denny Richards, l’assassino di Emily

Adam Chaplin continua il discorso sulla tradizione del cinema splatter italiano. A differenza però di alcuni flop e baracconate incredibili (INTO THE MARKET, BLOODLINE, MORITURIS, PAURA 3D, etc) usciti negli ultimi anni, l'opera prima di De Santi, tamarro di proporzioni bibliche palestrato come il protagonista di KUNG FURY, seppur essere un dichiarato omaggio ai revenge-movie, dal canto suo inserisce tanti elementi e una quantità esagerata, ma funzionale, di sangue e frattaglie.
Un mix di c.g e gore old school con esplosioni, sangue a litri, questo particolare effetto speciale (H.A.B.S.) creato dai compari della Necrostorm che rende la truculenza in modo molto più realistico di quanto non abbiano fatto gli splatter orientali ed è solo uno dei progetti della Necrostorm, una casa di produzione (immagino di proprietà di De Santi) che ha tutte le carte in regola per tirare fuori qualcosa di interessante nei prossimi anni.
Da FIST OF THE NORTH STAR a IL CORVO, SPLATTER e RIKI-HO, i riferimenti ci sono per un film che non potrà essere apprezzato che dagli amanti del gore e dei film ultra-violenti.
Adam Chaplin in più merita un discorso per quanto concerne la distribuzione e le vendite dal momento che è un indie italiano low-budget. Il riscontro delle vendite sembra eccellente: quasi quindicimila copie vendute e i diritti di distribuzione acquistati in molti Paesi, con particolare successo in Giappone. Un unico neo: le copie vendute in Italia sono state quarantasette e nessuna risposta da parte dei distributori.

Nonostante tutto e a riprova di come la distribuzione da noi sia vergognosa...facciamo gli auguri a De Santi che possa continuare, magari insistendo sul montaggio e sul doppiaggio un po scarsi e lacunosi in questo film, a portare avanti i suoi progetti.

giovedì 22 dicembre 2016

No, il caso è felicemente risolto

Titolo: No, il caso è felicemente risolto
Regia: Vittorio Salerno
Anno: 1973
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Fabio Santamaria, impiegato con moglie e figlia, si trova un giorno a pescare sulle rive del lago di Grasciano. Assiste così a un efferato delitto: un uomo massacra una giovane donna seminuda. Spaventato si allontana dal luogo e viene seguito dall'auto dell'assassino. Di lì a poco scoprirà che costui, un professore di liceo, si è recato alla polizia affermando di essere stato testimone del delitto stesso e fornendo i suoi connotati indicandolo come l'esecutore. Da quel momento Santamaria vive nell'incubo di essere arrestato e deve decidere cosa fare.

Negli anni '70 il cinema italiano viveva uno dei momenti cinematografici più significativi e importanti. I generis davano molta prolificità ai registi e alle produzioni investendo e scommettendo molto ma intuendo il bisogno di allargare alcuni stilemi importanti su pochi generi che rischiavano di diventare noiosi riproponendo sempre gli stessi archetipi.
Sul modello del fratello Maria Salerno e di alcuni suoi ottimi film tra cui ricordiamo FANGO BOLLENTE, Vittorio si cimenta anche lui sui film che affrontano il rapporto dei cittadini con la giustizia in un thriller kafkiano potentissimo e che non lascia fiato allo spettatore.
Un'opera che sfrutta una struttura già avvezza ma che non solo si rivela funzionale ma crea ancora più ansia e suggestione nella catarsi completa che si ha con il protagonista.
È uno di quei rari film in cui la trama è al servizio di un messaggio di fondo ben chiaro e reso credibile dalla buona sceneggiatura (imbastita su un fatto di cronaca verosimile).
Ancora una volta la denuncia comincia a toccare quella borghesia piccola piccola dove il feroce delitto iniziale della prostituta sconvolge per l'antitesi data dall'aspetto dimesso dell'assassino, un professore, tanto signorile, quanto carogna intento a compiere, con glaciale crudezza, l'azione omicida (mediante uso di un bastone).
Sono tante le scene memorabili e d'impatto tra cui la scena cult del primo incontro tra vittima e carnefice in un dialogo molto intenso e che spinge sulle emozioni e l'empatia, un dolorosissimo e inquietante scenario su come l'animo umano non conosca limiti nella propria brutalità e nel silenzio.
Vittorio Salerno conferma le sue doti costruendo una bella atmosfera di malessere e denuncia sociale attorno a un caso delittuoso dove si invertono le parti tra assassino e testimone.