Visualizzazione post con etichetta Irlanda. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Irlanda. Mostra tutti i post

sabato 23 settembre 2017

Pilgrimage

Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio SAVAGE, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di BLACK DEATH pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.

Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di SILENCE in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

martedì 16 maggio 2017

Savages

Titolo: Savages
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2009
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

Paul Graynor è un giovane fotoreporter, dedito al suo lavoro ed interessato alle storie in cui si imbatte. Vive nel centro di Dublino, ed a parte pochi amici, dedica un po' del suo tempo libero per andare a trovare il padre malato, assistito da una infermiera. La sensibilità dei due giovani crea i presupposti per un primo felice appuntamento, ma lungo il ritorno Paul viene brutalmente aggredito, senza motivo, da due giovanissimi rapinatori che lo lasciano con numerose cicatrici fisiche e mentali. L'improvvisa devastazione del suo universo e la difficoltà di convivere con quanto è successo, farà scivolare Paul, suo malgrado, in una condizione di violenza esplosiva.

L'opera prima di Muldowney per quanto sia stato accolto come un piccolo successo in patria diventando una piccola sorpresa all'interno dei festival, non ha secondo me quella maturità tale da renderlo un'opera prima squisitamente indie e per certi aspetti "amatoriale" soprattutto in diversi passaggi per quanto concerne lo stile e la tecnica con cui il regista inquadra la vicenda.
Attimi di confusione in cui non si comprende spesso la realtà dei fatti (la castrazione del protagonista) per arrivare ad un finale pesantemente splatter che porta alle estreme conseguenze un personaggio che di fatto non ha avuto il tempo di sviluppare così in fretta una psicosi così preoccupante. Per altri aspetti invece era molto più interessante la fragilità del protagonista e le difficoltà personali a cercare un posto nella società.
Muldowney inquadra una Dublino ostica, dove gli adolescenti fanno da padroni provocando e aggredendo tutti senza paura e remore. Paul è la vittima sacrificale, il capro espiatorio per il branco che dopo aver perso dignità ma soprattutto la mascolinità decide di passare dall'altra parte iniziando a doparsi e comprando un coltello sul qualche si allena inizialmente con una pecora per capire se è in grado di fare del male a qualcuno.

La prima parte, la psicologia e le domande nonchè i dubbi che assalgono il protagonista nel cercare in quanto giornalista la notizia d'effetto e la paura di guardare in faccia l'orrore diventa la sfida che nei primi due atti il regista riesce a inquadrare in modo piuttosto soddisfacente e soprattutto molto realistico. Assomiglia a due film che sono usciti di recente e che trattano per certi versi lo stesso discorso e parliamo di CITADEL (una vera sorpresa con un taglio più horror) e il violentissimo PIGGY.

sabato 28 gennaio 2017

Sing Street

Titolo: Sing Street
Regia: John Carney
Anno: 2016
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

Conor vive nella Dublino di metà anni '80, ha 16 anni e un talento nella scrittura di canzoni. L'incontro con l'aspirante modella Raphina, di cui s'innamora perdutamente, lo spinge a fondare una pop band per attirare la ragazza come attrice di videoclip. Nel frattempo il matrimonio dei genitori va in frantumi: saranno la musica, l'amore e l'inossidabile rapporto col fratello maggiore a dare al ragazzo un coraggio che non credeva possibile.

Carney come il protagonista del suo ultimo film, sembra un artista che si porta sempre appresso il suo canzoniere personale. Finora in tutti i suoi film è riconoscibile un filo conduttore legato alla musica e ai rapporti di coppia. La playlist di Sing Street è qualcosa che rimane impressa almeno quando i video musicali girati dalla band con il super 8, le prime performance e il bisogno di non omologarsi agli altri. Sono diversi i contributi europei alla musica degli anni '80, quella con cui sono cresciuti i registi, qui in particolare la scelta e le imitazioni chiamano in ballo i Duran Dran, i Depeche Mode e gli Spandau Ballet. Sing Street ha molte parti biografiche in cui l'autore sembra voglia raccontarci qualcosa che era nell'aria in quegli anni e che era destinato a generare un cambiamento. Il film descrive il microcosmo dell'adolescenza in modo mai banale e con alcune riflessioni e scene di vita significative e molto realistiche. E'la versione maschile del bel film di Moodysson WE ARE THE BEST con cui i film hanno diverse analogie. Entrambi catapultati negli anni '80 uno a Stoccolma l'altro a Dubino, due mete che descrivono senza bisogno di troppe parole l'energia che si stava incanalando senza però avere i fasti di realtà come Londra o Berlino.
E'un film nostalgico quello di Carney, in cui la musica è ancora al centro della scena.
Nonostante tutto e la bravura indiscussa del giovanissimo cast, Sing Street rimane il film più compiuto di Carney, quello in cui i personaggi e lui stesso riescono a comunicare anche nelle pause della musica e allo stesso tempo però un'operazione che seppur riuscita non riesce ad andare oltre, analizzando per l'ennesima volta una realtà ormai ampiamente abusata.


sabato 10 settembre 2016

Glassland

Titolo: Glassland
Regia: Gerard Barrett
Anno: 2015
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

Un tassista di Dublino rimane invischiato nel traffico di esseri umani mentre cerca di salvare la madre dalla tossicodipendenza

“Vengo dalla campagna irlandese. Mi sono trasferito a Dublino un paio di anni fa, e qui ho notato che ci sono un sacco di giovani, miei coetanei, che sono dipendenti dai loro genitori. Non voglio essere frainteso. Accade anche dove vivevo prima, ma qui si nota molto di più, Dublino è una città di un milione di persone. E così ho voluto rappresentare questo aspetto della società”.
Siamo in Irlanda e non in Inghilterra, ci stacchiamo un attimo dal cinema sociale di Loach per parlare di un giovane talento che muove i primi passi verso un dramma e un difficile cammino di formazione.
A soli 27 anni Barrett gira in 18 giorni questo piccolo dramma sul sociale con protagonisti due fratelli e un complesso rapporto con la madre.
Con un budget di 500 mila dollari e una candidatura al Sundance, il regista ha puntato quasi tutto sugli attori, su una Dublino fredda e per certi versi ostile e tanti, tanti sentimenti e caratterizzazioni dei personaggi per dare ancora più spessore alla vicenda.
Un film lento, con alcuni passaggi e dialoghi molto forti che sanciscono come spesso e volentieri bisogna adattarsi ad un futuro rigido e complesso pur avendo una buona sensibilità e di fondo un animo buono. Un film che non concede e non regala scene create ad hoc per commuovere il pubblico, semplicemente perchè non ne ha bisogno, decidendo alla base degli intenti di documentare la realtà di alcuni complessi nuclei familiari.



sabato 20 febbraio 2016

Song of the Sea

Titolo: Song of the Sea
Regia: Tomm Moore
Anno: 2014
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Saoirse è una bambina particolare, a 6 anni ancora non riesce a parlare e prova una strana e fortissima attrazione per il mare. Vive nella casa sul faro con il papà e il fratello maggiore Ben, spesso imbronciato e antipatico con la sorellina che ritiene responsabile della scomparsa dell'amata madre. La casa sul faro nasconde tanti segreti e oggetti magici, e quando Saoirse scopre due di questi, una conchiglia regalata dalla mamma a Ben per sentire il suono del mare e un vecchio mantello della madre, innesca un magnifico viaggio negli abissi marini tra foche e personaggi fantastici. Scopriamo così che Saoirse è una delle "selkies", creature magiche che vivono a metà tra terra e mare e che con il proprio canto possono risvegliare le vittime della strega Macha, private di emozioni e trasformate in pietra. Saoirse è la prescelta e con questo suo compito inizia un immaginifico cammino in cui Ben metterà in gioco la propria vita per salvare quella della sorellina.

A volte l'animazione europea compie dei piccoli miracoli di bellezza e originalità riuscendo a far commuovere chiunque abbia un briciolo di sensibilità.
Trovo che le leggende, la mitologia, il paganesimo e quant'altro siano carichi di fascino e mistero quando riescono ad essere sceneggiati con acume e destrezza senza essere a tratti troppo melenso.
Song of the Sea tratta di selkies ma soprattutto di sentimenti.
Con un'animazione semplice in 2d su sfondi che sembrano dei quadri molto colorati e pieni di poesia, accompagnato da musiche toccanti e profonde, da uno stile naturale a cui spesso non siamo più abituati, il film di Moore ci conduce nei meandri della pura bellezza e semplicità, dimostrando come l'animazione possa raggiungere vette importanti e in grado di mettere d'accordo tutti.
Un film delicato, una bambina Saorsie che difficilmente si dimenticherà e Will Collins, sceneggiatore, che sembra essersi divertito ispirandosi alle più antiche leggende irlandesi e scozzesi.
Un viaggio tra realtà e magia con un'interessantissima galleria di personaggi.



giovedì 17 gennaio 2013

Grabbers

Titolo: Grabbers
Regia: John Wright
Anno: 2012
Paese: Irlanda
Giudizio: 3/5

In un pacifico villaggio irlandese di pescatori, da qualche tempo si verificano degli strani avvenimenti che turbano non poco la popolazione. Dopo che alcuni pescatori sono scomparsi nel nulla senza lasciare traccia e che sulle spiagge si sono riversate le carcasse di alcuni esemplari di balene, alcune persone hanno trovato la morte in circostanze sospette. Due strampalati poliziotti - un alcolizzato e una agente che viene dall'hinterland - cercano di far luce sull'accaduto, scoprendo che all'origine di tutto vi è l'invasione di alcuni alieni giganteschi e imbattibili. Con un po' di fortuna, scoprono anche che l'unica arma capace di distruggerli è l'alcol e invitano perciò la gente a bere il più possibile per respingere il loro attacco.

A volte il cinema insegna che anche l’alcool può tenere lontani gli alieni. E’questo uno dei messaggi del secondo film di John Wright che abbraccia il filone della horror-comedy strizzando l’occhio ad Edgar Wright.
Monster-movie ma anche qual cosina di più. Almeno si sono sbattuti a trovare una creatura tentacolare convincente, tale piovra vampiro, e tutto il secondo atto è davvero divertente non facendo mancare sane dose di splatter e alcune slapstick niente male.
Un buon cast, delle ottime location così come la fotografia che ne esalta lo splendore, degli effetti in c.g. davvero prelibati e tanta sana azione che non mancherà a soddisfare i palati dei seguaci del genere.
La scena dove sono tutti ubriachi e l’attacco dell’esercito dei mini-alieni sono tra le cose più belle de film mentre fatica un po’ a decollare e risulta a tratti noiosa e scontata la storia d’amore tra i due protagonisti.

domenica 20 marzo 2011

Intermission

Titolo: Intermission
Regia: John Crowley
Anno: 2003
Paese: Irlanda
giudizio: 3/5

Film corale a tinte forti.
Un ragazzo viene mollato dalla tipa e cerca di rifarsi una vita ma finirà per fare un errore incredibile. La sua ragazza, delusa dalla storia, si rifà con un banchiere monotono e sprezzante.
La sorella con i baffi dopo essere stata vittima di una brutta storia, avrà vita difficile con gli uomini fino a mr x. La madre delle due sorelle dopo un brutto incidente insieme alla figlia baffuta ritroverà il legame con entrambe. La moglie del banchiere invece sconvolta dal marito che l’ha abbandonata cercherà di rifarsi con un giovane ma senza troppa fortuna. Un ladruncolo ostinato e spietato cerca in tutti i modi di riuscire a fare il grande passo facendosi aiutare da un autista represso. Sarà un poliziotto determinato e violento con l’aiuto di un giornalista mezzo fallito a chiudere in parte l’epilogo e il climax della storia.
Storie incrociate, tristi ma particolarmente vive e interessanti. A volte un po forzate ma con un ritmo che non abbassa la guardia e che regala anche alcune scene notevoli in un Irlanda fredda e tesa.
Buon cast perlopiù irlandese in questo trittico di gioia, malinconia e sopraffina tristezza che non aggiunge niente di nuovo al genere ma cerca di approfondire un discorso e alcune tematiche riguardanti l’affetto, l’amore e la depressione.
Comunque un buon esordio per John Crowley