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giovedì 15 giugno 2017

Jack goes home

Titolo: Jack goes home
Regia: Thomas Dekker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jack Thurlowe è un editore di una rivista di successo, con una bella fidanzata, Cleo, che è incinta di sette mesi del loro primo figlio. Tuttavia, questa vita perfetta viene sconvolta quando Jack scopre che i suoi genitori hanno subito un terribile incidente d’auto nella sua città natale. Il suo amato padre muore, mentre la madre Teresa sopravvive. Al ritorno a casa per il funerale, la natura volatile del rapporto tra Jack e Teresa viene in superficie e il costante cordoglio della città inizia a pesare sul processo di lutto di Jack. Mentre arriva un nuovo misterioso vicino di casa, Duncan, Jack trova alcune registrazioni audio e videocassette lasciate dal padre, che lo portano a mettere in discussione i ricordi dell’infanzia e il fondamento stesso della sua identità. Mentre la pressione cresce e la sanità mentale si fa labile, Jack scopre che il mondo idilliaco in cui ha creduto sin dall’infanzia è in realtà un parco giochi da incubo pieno di menzogne, inganni, violenze e omicidi.

Il secondo film del giovane Drekker cerca di trovare in un'atmosfera molto particolare raccontando in poche parole di come alcuni ritorni a casa non sempre siano così piacevoli e sereni.
Il maggior contributo che il regista sceglie e su cui punta è questa strana dimensione familiare che accoglie il giovane e inquietante Jack (Rory Culkin è identico al fratello maggiore ma con meno talento) raccontandogli segmenti taciuti sulla sua vita e spingendosi nei recessi oscuri della mente dove il protagonista segue e sceglie le dinamiche familiari piene di segreti.
Un thriller psicologico indipendente che vira quasi sull'horror che si piazza in quel filone e sottogenere quasi tutto girato all'interno della casa dove le dinamiche scoppiano nel giro di poco portando ad una esplosione tutti i dialoghi e le azioni tra i vari componenti.
Purtroppo uno dei limiti di Drekker è quello di non riuscire sempre a dare ritmo alla storia infatti soprattutto nel secondo atto, la narrazione zoppica mostrando alcuni momenti morti. I personaggi sono spesso caratterizzati in modo esagerato e palesemente delirante anche se Lin Shaye riesce ad essere maledettamente inquietante tenendoti incollato allo schermo.



domenica 4 giugno 2017

Get Out

Titolo: Get Out
Regia: Jordan Peele
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5
Chris è un ragazzo di colore destinato, come molti, a compiere l'infausta impresa di andare a conoscere la famiglia della sua fidanzata. Quest'ultima, all'apparenza dolce e innocente, manca di comunicare ai suoi il colore della carnagione di Chris, e quello che parte come normale weekend si trasforma presto nel più inquietante (e razzista) degli incubi.

Get Out è una vera sorpresa nel vasto panorama degli "horror"indipendenti contemporanei. Prima di tutto perchè dimostra ancora una volta, come ho sempre espresso, l'ennesima dimostrazione di quanto questo genere (molto vario e vasto) si dimostra ancora una volta in grado di comprendere la realtà sotto profili che non si vogliono vedere.
Scappa! cerca di analizzare una delle tante urgenze nella nostra società che ancora danno riprova di quanto non siamo cambiati dal punto di vista dell'accettazione dell'Altro culturale. Una scintilla impazzita che sposa il pretesto di un'indagine sociologica abbastanza semplice ma con un risultato drammatico e forse tremendamente attuale.
L'uomo di colore nel 2017 sta ancora sul cazzo alla comunità ariana? Non dovrebbe, penserebbero la maggior parte degli esseri umani. In realtà la risposta è sì.
Il film è abile a giocare sui luoghi comuni, sulla satira sociale, sui contrasti e i dialoghi taglienti.
Diventa mano a mano che la narrazione prosegue un continuum di trovate originali e il fatto che faccia maledettamente ridere in alcune parti è dovuto al suo non essere politicamente corretto come tanti film sugli afro.
Qui la battaglia del regista e verso tutti a partire dalla servitù di colore nella casa della fidanzata.
Peele, attore comico qui alla sua opera prima, distrugge in un attimo tutti i clichè e i luoghi comuni di tanti benpensanti e soprattutto il populismo contemporaneo che diventa uniforme in tutti i colori.



Scare Campaign

Titolo: Scare Campaign
Regia: Cairnes
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il popolare show televisivo Scare Campaign ha divertito il pubblico negli ultimi cinque anni grazie al suo mix di paure vecchio stampo e telecamere nascoste. Una volta entrati in una nuova era di tv on line, i produttori si ritrovano di fronte alla volontà di realizzare una serie web dal taglio molto più duro, che rende il loro show ancora più caratteristico e singolare. Per loro, è arrivato il momento di alzare la posta in gioco e di rendere il terrore ancora più tremendo, finendo però con lo scegliere come vittima la persona sbagliata.

Ogni tanto arrivano delle piacevoli sorprese in grado se non di spiazzare almeno di regalare qualche reale sorriso per quanto concerne alcuni colpi di scena inaspettati.
Ormai l'Australia sempre più si sta concentrando sull'horror in particolare lo splatter e i territori inospitali e le lande desolate dei nostri cari amici bifolchi in quel "redneck" che tutti conosciamo.
Ora questi fratelli Cairnes riescono in un'operazione interessante che riesce a portare a casa un traguardo soddisfacente in un'unica location. Dall'inizio fino al climax finale e se vogliamo all'ultima parte del terzo atto, purtroppo con un finale posticcio, il film funziona e regge proprio su un'atmosfera davvero ben studiata con un ritmo che riesce ad essere sempre travolgente e la tecnica di aprire un twist dopo l'altro, una matrioska perfetta che sembra non finire mai.

Il film apre poi un sipario interessante e politicamente necessario da inserire di questi tempi dopo alcuni recenti scandali e dati che germogliano sinonimo di quanto diventa sempre più possibile seguire tutto ciò che avviene in rete. Denuncia il peso di alcuni siti (e qui il passaggio di come si inserisce il filone snuff-movie nel film è purtroppo la parte meno originale e più scontata) e soprattutto quello dell'audience per cui si cerca di esagerare il più possibile con i contenuti per avere sempre la fascia dei consumatori giovani ovvero i nuovi adolescenti che fagocitano contenuti violenti sul web con una foga inquietante.

domenica 28 maggio 2017

Alien:Covenant

Titolo: Alien:Covenant
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Diretti verso un pianeta remoto in un angolo lontano della galassia, i membri dell'equipaggio della nave-colonia Covenant scoprono quello che pensano essere un paradiso fuori dalle cartine geografiche. Il luogo, in realtà, si rivelerà un mondo dark e pericoloso il cui solo abitante è il "synthetic" David, rimasto in vita dopo la spedizione Prometheus.

Alien:Covenant è una vera sorpresa che poteva trasformarsi in un capolavoro se non fosse per la massa di argomentazioni da trattare.
Come qualcuno diceva ormai l'alieno ha fatto la sua parte e in questo film come per il precedente PROMETHEUS il vero protagonista è l'androide interpretato dal vero "alieno" Michael Fassbender.
Un film allucinante che scoperchia vasi di Pandora della fantascienza e riesce a restituire dei duri colpi sul futuro dell'umanità e lo scontro tra uomo e macchina.
E'veramente un film che disorienta poichè sconvolge la psiche dello spettatore cambiando traiettorie e pianeti nel giro di poco, regalando scenari di struggente bellezza ponendo l'accento sulla questione di come la ragione, o meglio il sonno della ragione genera mostri per citare Goya ma allo stesso tempo la solitudine di David e tutto ciò che ne deriva con le sue scelte di condividere o cancellare il piano degli ingegneri. Dicevo appunto che la filosofia, l'accento distopico, la natura grottesca della vicenda che non risparmia nessuno, insieme al bisogno di trovare risposte con l'incipit iniziale che conferma il limite dell'uomo a prevalere sull'intelligenza virtuale, diventano icone che in questo film trovano risposte e disperazione lasciando solo conferme su come il pessimismo cosmico ci invade sempre più e l'essere umano è destinato a scomparire.
E allora perchè non puntare su una nuova razza? Perchè come il sintetico David cerca di far capire al resto della civiltà, le specie vadano estinte per crearne una nuova, appunto gli alien, che siano in grado di rispettare l'ordine naturale delle cose?
In questo mese al cinema si può fare una scelta: andare a vedere il sequel dei GUARDIANI DELLA GALASSIA 2 trovando divertimento e risate oltre una nota amara sul personaggio inquietante di Ego, e dall'altra la mente cinica e attenta di un master della fantascienza che forse dopo PROMETHEUS si è stufato della critica e ha messo i paletti su quale potrebbe essere uno scenario futuristico. Nel film David/Walter l'androide diventa il perno centrale attorno a cui gravitano i fatti e da cui nascono direttive e scelte in grado di modificare interi pianeti.
A differenza del film precedente, sono passati dieci anni dai fatti raccontati, qui gli ingeneri hanno un ruolo marginale dividendosi lo schermo con le altre razze e diventando presto vittime sacrificali per aberranti piani di conquista o proliferazione di virus che sterminino la specie per generare una nuova razza più potente.
Covenant è anche un survival horror suggestivo e calamitante, il risultato dell'ibridazione di due distinti organismi, dove la prima è il parassita che infetta e rigenera il secondo.

Una nota ironica. L'unica. All'inizio del film all'interno dell'astronave il vero giallo è capire chi sta con chi all'interno dell'equipaggio e chi tradisce e con chi in un sottile gioco di sguardi. Sembra un gioco di parole ma d'altronde passare anni e anni tutti assieme nella stessa astronave può generare anche problemi di coppia.

From a house on a Willow Street

Titolo: From a house on a Willow Street
Regia: Alastair Orr
Anno: 2016
Paese: Sudafrica
Giudizio: 2/5

Hazel e il suo tirapiedi elaborano un piano all'apparenza infallibile per arricchirsi nel corso di una notte. Tutto ciò che devono fare è sequestrare la figlia di un milionario e aspettare comodi il riscatto. Non hanno però previsto che la ragazza è posseduta da un demone letale.

"Il più vecchio e completo testo della Bibbia si chiama Codex Vaticanus. Si trova a Roma nella biblioteca del Vaticano. Si dice che questo manoscritto è stato redatto da Dio stesso, non da eruditi o profeti o appartenenti ad altre religioni". Questa possiamo definirla l'ultima chicca tirata fuori per cercare di trovare sprazzi di originalità in un genere che da anni ormai è abbastanza in crisi.
From a house on a Willow Street è un bello specchio per le allodole. Una interessante locandina, un mood che prevede demoni e un home invasion in salsa splatter e infine qualche citazione a caso sistemando qualche accessorio ai classici mostri di turno (le lingue che sembrano tentacoli di un polipo è abbastanza scontato anche se ci piace sempre da vedere come riferimento all'orrore cosmico che noi tutti conosciamo).
Una storia prevedibile, diretta a livello tecnico in ottimo stato con una buona fotografia quasi tutta giocata in interni, un cast che ce la mette tutta e un ritmo che almeno riesce a tenere alto il livello di intrattenimento. Un livello che però si abbassa di livello lentamente, rifugiandosi in territori ormai abusati a dovere, che non sviluppa e caratterizza al meglio i personaggi, spostandosi da Hazel a Katherine senza aver mai chiaro a chi spetta il timone e in più senza avere quell'originalità che pur non trattando un tema nuovo spesso riesce ad essere l'ancora di salvataggio per horror d'esordio come questi.
Un film che tutto sommato divertirà parecchio alcuni affezzionati che come me non hanno magari visto quasi tutti i film di genere. Gli effetti in CGI si superano in alcuni momenti diventando addirittura esagerati come le note musicali pedanti e troppo invasive.
Certo il taglio gore lascia ben sperare così come il cinema di genere e una pellicola che arriva da un paese che non è tanto avvezzo all'horror.



Hounds of Love

Titolo: Hounds of Love
Regia: Ben Young
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

La diciassettenne Vicki Malonie si imbatte in una coppia di pericolosi maniaci che la rapiscono in una strada di periferia. Osservando le dinamiche del rapporto che lega i suoi torturatori, Vicki capisce presto che, per poter restare viva, dovrà far leva su un possibile punto di rottura tra i due...

Cosa si è costretti a fare per comprare dell'erba. Ben Young è fresco, giovane e alla sua opera prima si immette in un binario che negli ultimi anni piace particolarmente ai registi esordienti vista la parentesi, unica location, quindi una produzione di fatto molto low budget.
Una coppia urbata e diabolica di maniaci sessuali diventa il punto di partenza in annate che vedono perlo più seviziatori, killer seriali, mentre di coppie se ne sono viste poche.
Ambientando la vicenda negli anni '80 Young si ispira a fatti realmente accaduti, anche se non si riferisce a nessun caso di cronaca specifico. Si tratta, più che altro, di una rielaborazione personale del regista a partire dalle testimonianze di alcune donne serial killer rinchiuse in carcere.
Il risultato è altalenante. Sembra che per quanto concerne la psicologia dei personaggi e l'attenzione di Vicki a studiare atttentamente le mosse dei suoi aguzzini il lavoro e l'atmosfera dimostrano un buon tentativo tuttavia non sempre funzionale ma rimanendo traballante in più momenti.
Il climax finale e le violenze (ho apprezzato la scelta di Young di non mostrare mai lo stupro e le violenze facendo soltanto intuire cosa succeda nello stanzino) soprattutto le grida che diventano ad un tratto insopportabili, diventando strumenti abusati e ripetuti ad oltranza.
La storia secondaria della mamma di Vicki che nonostante la rinuncia della polizia continua a portare avanti la ricerca è abbatanza interessante anche se spesso viene lasciata da parte e non sviluppata a dovere (un altro elemento a sfavore e che si piazza verso la fine del seconto atto).

Il momento in cui la madre arriva nel quartiere dove pensa si possa trovare la figlia e la conseguente scenata e una delle scene più belle del film così come la chiusura in cui guardando dallo specchietto retrovisore puoi rimanere piacevolmente stupita.

martedì 16 maggio 2017

Savages

Titolo: Savages
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2009
Paese: Irlanda
Giudizio: 2/5

Paul Graynor è un giovane fotoreporter, dedito al suo lavoro ed interessato alle storie in cui si imbatte. Vive nel centro di Dublino, ed a parte pochi amici, dedica un po' del suo tempo libero per andare a trovare il padre malato, assistito da una infermiera. La sensibilità dei due giovani crea i presupposti per un primo felice appuntamento, ma lungo il ritorno Paul viene brutalmente aggredito, senza motivo, da due giovanissimi rapinatori che lo lasciano con numerose cicatrici fisiche e mentali. L'improvvisa devastazione del suo universo e la difficoltà di convivere con quanto è successo, farà scivolare Paul, suo malgrado, in una condizione di violenza esplosiva.

L'opera prima di Muldowney per quanto sia stato accolto come un piccolo successo in patria diventando una piccola sorpresa all'interno dei festival, non ha secondo me quella maturità tale da renderlo un'opera prima squisitamente indie e per certi aspetti "amatoriale" soprattutto in diversi passaggi per quanto concerne lo stile e la tecnica con cui il regista inquadra la vicenda.
Attimi di confusione in cui non si comprende spesso la realtà dei fatti (la castrazione del protagonista) per arrivare ad un finale pesantemente splatter che porta alle estreme conseguenze un personaggio che di fatto non ha avuto il tempo di sviluppare così in fretta una psicosi così preoccupante. Per altri aspetti invece era molto più interessante la fragilità del protagonista e le difficoltà personali a cercare un posto nella società.
Muldowney inquadra una Dublino ostica, dove gli adolescenti fanno da padroni provocando e aggredendo tutti senza paura e remore. Paul è la vittima sacrificale, il capro espiatorio per il branco che dopo aver perso dignità ma soprattutto la mascolinità decide di passare dall'altra parte iniziando a doparsi e comprando un coltello sul qualche si allena inizialmente con una pecora per capire se è in grado di fare del male a qualcuno.

La prima parte, la psicologia e le domande nonchè i dubbi che assalgono il protagonista nel cercare in quanto giornalista la notizia d'effetto e la paura di guardare in faccia l'orrore diventa la sfida che nei primi due atti il regista riesce a inquadrare in modo piuttosto soddisfacente e soprattutto molto realistico. Assomiglia a due film che sono usciti di recente e che trattano per certi versi lo stesso discorso e parliamo di CITADEL (una vera sorpresa con un taglio più horror) e il violentissimo PIGGY.

lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


Xx

Titolo: Xx
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

XX è un’antologia horror presentata nella sezione Midnight del Sundance Film Festival 2017

Ormai di questi tempi le antologie sull'horror non si contano più.
Mancava quella al femminile con tutte registe donne alcune delle quali famose e altre meno da Kusama (JENNIFER'S BODY, INVITATION) alla Vuckovic e la Benjamin (SOUTHBOUND) senza contare le sequenze animate in stop motion di Sofia Carrillo.
XX non è certo una di quelle serie che possono competere con alcuni lavori che portano sicuramente firme più autorevoli ma riesce a destreggiarsi molto bene con alcuni alti e bassi.
Il primo episodio The Box è quello che racchiude più suspance per l'originalità della trovata.
The Birthday party è in assoluto il più grottesco e ironico per alcuni aspetti.
Don't fall è il più slasher mentre Her only living son è il più demoniaco.
Bisogna riconoscere a tutte le registe uno sforzo e un impegno tale per cui il senso di appartenenza al genere e la messa in scena trova sicuramente alcune buone trovate e interessanti spunti.
Tutte le storie a parte la penultima non hanno mai quel concentrato di violenza e sangue che in altre antologie si è abituati a vedere. Qui le storie partono da spunti in alcuni casi reali e tematiche come il senso d'isolamento e la reazione a questa condizione, i lutti improvvisi, i complotti familiari e diabolici. Problemi che nella vita di tutti i giorni se dovessero mai presentarsi ci costringerebbero a delle scelte rigorose (ad esempio il padre dei due figli in The Box o l'umiliazione a cui si sottopone la madre del ragazzo in only living son). La donna di nuovo è al centro, nel bene e nel male, scegliendo e dovendo lei ancora una volta lottare o scegliere di mostrare per salvare se stessa o i cari. Progetto dalla lunghissima gestazione, ha modificato la sua linea creativa un paio di volte dall’annuncio della sua produzione nel 2013, ma alla fine la pellicola è stata per fortuna ultimata.


domenica 30 aprile 2017

Trash Fire

Titolo: Trash Fire
Regia: Richard Bates Jr.
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo una serie di circostanze impreviste Owen deve affrontare il suo passato. Lui e la sua ragazza Isabel, rimangono così impigliati in una terrificante rete di bugie, inganni e omicidi.

Trash Fire fa parte di quell'universo non propriamente horror, di film indipendenti fino al midollo e in grado di non raccontare quasi niente per tutto il film (ma facendolo molto bene).
Bates Jr. ci mostra tre scene davvero potenti (quella finale da grand guignol macabro e violento) e una fellatio che sembra dire "ora faccio qualcosa che non vuol dire nulla ma il pubblico sicuramente saprà trovare simbologie strane e riferimenti che non esistono".
Ora recensire Trash fire è difficile ancora più per il primo esordio del regista, il sanguinolento EXCISION che ho amato molto come una sorta di fratello minore di NEON DEMON solo per alcuni elementi.
Qui la trama come nel precedente film, raggiunge culmini di follia. Le psicosi, le patologie, le sindromi, i rapporti di coppia, la monotonia soprattutto nei rapporti di coppia e la perdita della dignità sono i temi e i caratteri prevalenti.
Un film che non avanza mai, sempre sull'orlo dell'esplosione per farci catapultare sempre nei maltrattamenti psicologici e le frustrazioni di questa giovane coppia di casi sociali.
Il finale non risparmia nulla facendo un salto nel vuoto e mettendo tutta la cattiveria che Bates aveva cercato di risparmiare nei primi due atti. Un climax finale tra i più malati degli ultimi anni con alcuni rallenty e un uso del montaggio preciso e funzionale.
Questo regista è folle e malato. Bisogna tenerlo d'occhio e sperare che abbia sempre la libertà di fare ciò che vuole.
Trash Fire non vuole esagerare come nel precedente EXCISION ma fa un lavoro minimale e lento sui personaggi interessandosi a mostrare tutte quelle paure e quei non detti che nei rapporti di coppia a volte raggiungono livelli patologici assoluti.
La scena della crisi epilettica durante l'amplesso è epica.




martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


martedì 11 aprile 2017

Love Witch

Titolo: Love Witch
Regia: Anna Biller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La seducente strega Elaine ammalia gli uomini, li attira con il suo corpo perfetto e riesce così a fargli bere un magico intruglio. Dopo aver bevuto la pozione, si innamorano di lei e perdono la propria virilità, diventando persone molto più deboli e fragili. Ma questo è proprio quello che Elaine non vuole.

Love Witch è una di quelle opere difficili da classificare. Un film strutturato in modo atipico, con una dimensione onirica che abbraccia la realtà come una pozione magica in cui lo spettatore finisce stregato. Ecco l'impressione è stata proprio questa trovandomi di fronte ad un film che parla di una strega in un modo davvero disarmante in cui prima dell'incidente scatenante, il film ha qualcosa di ipnotico e seduttivo.
Samantha Robinson poi è semplicemente perfetta senza stare a fare grandi cose.
Ha un viso, un'espressività e delle forme che la fanno diventare immediatamente la femme fatale, l'oggetto del desiderio che tutti vogliono e a cui nessuno può sottrarsi.
Anna Biller, regista e artista fuori dal normale, si diverte, mette tutto dentro al film, facendolo diventare una specie di manuale su com'è la vera vita da strega e tutti i problemi legati alle infatuazioni.
In più il film a qualcosa di nostalgico come se riportasse continuamente in un'epoca diversa in cui predomina la natura e la Vecchia Religione come nella scena bellissima in cui si celebra il rito del matrimonio secondo l'antico culto pagano.
Love Witch non è solo un omaggio al cinema sexploitation e grindhouse degli anni 60/70, ma si trova nel cinema del Technicolor, nel 35mm, in una delizia formale immensa e senza eguali che questa artista molto alternativa riesce a rappresentare con una spontaneità incredibile.
Un'opera che a distanza di anni riporta la regista con rara autorevolezza e convinzione a bombardarci di intrugli, saponette, pozioni e allucinogeni seriamente potenti.
Un film letteralmente ricoperto di simbologie che in una spirale narcisistica e spietata
dimostra una padronanza incredibile della sua creatura in ogni dettaglio, minuziosamente studiato, dove nulla è lasciato al caso.

The Love Witch è tanto altro ancora a parte una durata che allunga un po troppo alcune situazioni, intriso di delicatezza e violenza in un binomio capace di evocare sensazioni ed emozioni sopite da anni di effetti speciali in digitale. Il cinema di Anna Biller è cinema artigianale e noi non possiamo che apprezzare e accogliere questa rappresentazione alternativa e originale della strega attraverso canoni, stili e codici congeniali quanto intrisi di un certo sapere e di una innata capacità di saper unire così tanti ingredienti diversi.

sabato 8 aprile 2017

Demon

Titolo: Demon
Regia: Marcin Wrona
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Uno sposo viene posseduto da uno spirito durante la celebrazione del suo matrimonio in questa intensa rivisitazione della leggenda ebraica del "dybbuk".

Wrona ci lascia questo film come testamento prima della sua morte. Marcin si è suicidato nel bagno della sua camera d'albergo mentre il film riceveva pochi consensi al festival dove ra in programma.
Demon è un indie anomalo, un dramma atipico che riesce a sposare diverse contaminazioni e a far centro con un film davvero denso di un atmosfera inaspettata.
Dimenticatevi azione, mostri in digitale e "Demoni" nel vero senso della parola. In questo film si parla di folklore ebraico, di matrimonio, di una festa piena di canti e balli in cui sta per succedere di tutto e un protagonista che merita la palma d'oro per quanto riesce ad entrare nella parte di un personaggio complesso e stratificato.
E'un film di segreti, con aggiunti riferimenti della durevole eredità della Shoah, di corpi nascosti in cui una giovane coppia vuole iniziare una nuova vita senza rendersi conto che su quel terreno sono successe cose bruttissime.
Il talento del regista è proprio nel mettere assieme così tanti elementi e farli funzionare tutti con pochissima azione e pochi colpi di scena, lavorando su un impianto narrativo e un uso degli attori e delle comparse funzionalissimo. Riesce in alcuni momenti a far più paura di molti altri film farlocchi sfruttando al meglio una colonna sonora che include alcune partiture di Krzysztof Penderecki, il più famoso compositore moderno polacco.
Demon è liberamente ispirato all’opera Adherence di Piotr Rowicki (da cui deriva il nome del protagonista) muovendosi rapidamente al di fuori dei confini della produzione teatrale d’origine.

Il film spesso è stato criticato di rimanere bloccato nel limbo tra un film horror d’atmosfera, un dramma sui rapporti umani e una commedia in costume del centro/est Europa. E'così infatti e chi non ama la narrazione lenta rimarrà probabilmente deluso, ma invece Wrona ha trovato un mood fantastico in cui far convergere tutte le sue paure portando a casa un finale che chiude in bellezza una inedita storia di brividi polacca.

Cat Sick Blues

Titolo: Cat Sick Blues
Regia: Dave Jackson
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Quando l’amato gatto di Ted muore, il trauma rompe qualcosa nella mente dell’uomo, spingendolo a riportare in vita il suo amico felino: tutto quello che serve sono nove vite umane.

Cat Sick Blues fa parte di quei film strani, bizzarri e senza senso come ad esempio GREASY STRANGLER e FOUND. Quei film che guardi, che ti domandi il perchè mentre vai avanti nel non-sense, ma che per qualche strana ragione ti incuriosiscono con quel loro essere bizzarri e grotteschi a volte in maniera eccessiva ma sempre funzionale alla causa weird.
Bisogna volersi male e sapersi prendere dei sonori schiaffoni quando si entra in questi sotto filoni di genere che sembrano sfuggire alla cinematografia indie underground folle e imprevedibile quanto a volte senza senso e fine a se stessa.
Gatti+Psicopatici+Travestimenti+Falli giganteschi con creste di gallo lubrificate+tante altre cose strane=un mix folle e malato, violento e perverso su come a volte le bestie che possediamo siano più intelligenti di noi. In tutto il film, tra l'altro senza avere una continuità fluida ma risultando spesso macchinosa, scopriamo che tutti i protagonisti sono soli e davvero bizzarri come la protagonista che per lavoro faceva video al proprio gatto e li postava su youtube, poi un bel giorno un ragazzo con evidenti problemi mentali le uccide il gatto per sbaglio, lo getta dalla finestra, la stupra, si porta via la videocamera che documenta il tutto e la lascia in giro in modo che la violenza sessuale finisca in rete e rovini la vita della giovane.

Jackson è giovane, è stato finanziato su Kickstarter con 14,5 mila dollari e alla sua opera prima firma uno splatter sadico imbevuto di una critica sociale non sempre pungente ma con qualche elemento interessante, dall'odiosa invasione di foto di gattini, alla fragilità individuale nella sovraesposizione socialmediatica, ai rischi che comporta confondere ciò che è reale da ciò che non lo è e infine alla solitudine in cui ci releghiamo consapevolmente passando il nostro tempo davanti a un qualsiasi schermo  

Devil's Candy

Titolo: Devil's Candy
Regia: Sean Byrne
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quella in cui si trasferisce Jesse con la moglie e la figlia Zooey è la casa dei sogni. Poco importa se il prezzo è stato abbassato per l’aura misteriosa che la circonda; meglio ancora, anzi, visto che Jesse, come artista, non se la passa molto bene. Strane forme iniziano però a dominare i suoi quadri, forme che evocano il mondo del satanismo. E poi c’è Ray, lo squilibrato figlio degli ex proprietari, che inizia a importunare Zooey chiedendole di aiutarlo a tornare a casa: una conferma che quella di Jesse non è la casa dei sogni, ma degli incubi.

Divertente. Questo è l'assunto con cui mi sono gustato l'ultimo horror del regista di LOVED ONES (un revenge movie violentissimo). Spostato in America il regista riesce a sfruttare un impianto molto abusato nell'horror ovvero quello della casa infestata più la possessione demoniaca e alcuni attimi di inaspettata ironia. La storia non sembra aver nulla di nuovo dal momento che il tema alla fine e poi sempre quello ma già dall'incipit, dall'incidente scatenante, si intuisce qualcosa soprattutto nella messa in scena di Byrne, un nostalgico che si ispira ad alcuni grandi maestri dell'horror senza però copiarli furbescamente ma rimanendo nella sua idea di cinema.
Ultimamente la musica metal, colonna sonora fantastica di questo film, sta facendo incetta di film con opere spesso bizzarre come DEATHGASM e METALHEAD piazzandosi come una specie di mood che si affaccia quasi sempre al diabolico.
Byrne si vede che cura con precisione ogni dettaglio della messa in scena e studia attentamente le inquadrature riuscendo a regalare un'atmosfera importante che il film raramente perde.
Un horror atipico come vanno di moda negli ultimi anni prendendosi tante libertà e rischi ma cogliendo e riuscendo a misurare action, splatter e facendo un accurato uso del montaggio soprattutto in alcune scene fondamentali.
Nel film il sacrificio è sia metaforico (la famiglia rispetto alla carriera) sia letterale (i bambini sacrificati a Satana). Attingendo ai classici film sul tema (Rosemary’s Baby e Il presagio), volevo dare al film un’eleganza posata. Ma oltre che classico volevo anche essere audace, dando ai personaggi una loro ampiezza, in modo che il mondo stesso fosse straordinariamente interessante. I fratelli Coen e Tarantino sono stati riferimenti fondamentali in tal senso, perché rappresentano l’unione di maestria registica e sensibilità.

Sean Byrne - Regista 

giovedì 23 marzo 2017

Rosemary's Baby

Titolo: Rosemary's Baby
Regia: Roman Polanski
Anno: 1968
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Una giovane e novella sposa di provincia, Rosemary Woodhouse, va a vivere insieme a suo marito Guy a New York. I loro vicini sembrano inizialmente molto gentili ma gradualmente sembrano diventare sempre più oppressivi, in particolare in seguito all'avanzare della gravidanza di lei e in seguito anche a strani e inquietanti avvenimenti concomitanti.

A Roman Polanski potranno muovere tante accuse ma su un punto dovranno essere tutti d'accordo: è stato un precursore e questo film come pochi altri ne sono dei validi esempi.
Il genere sulla possessione e sulla gravidanza in generale che fino ad allora rimanevano temi scottanti a cui avvicinarsi con il lanternino con il regista polacco sono stati semplicemente sdoganati contando che non c'era nessun motivo per cui fino ad allora fossero rimasti tabu.
Rosemary's Baby è una metafora su tante debolezze e fragilità umane della protagonista e di chi le sta intorno. E'forse uno dei primi film in cui il dio denaro sostituisce l'amore di un padre che vende il figlio per ottenere la fama. Soddisfare insomma quel successo che in quegli anni in America non poteva essere sottovalutato perchè dava speranze all'americano medio e il sogno americano era una critica feroce che da lì a poco ha interessato diversi registi della New-Hollywood.
Forse è anche uno dei primi esempi colti di horror psicologico dove il disagio interiore diventa metafora della paura di qualcosa che si porta in grembo e da cui si è dipendenti.
L'opera inoltre è una delle più belle descrizioni di sempre sulle sette usando la simbologia a dispetto di inutili scene d'azione o rituali banalotti che sembrano prendere in giro la seriosità della funzione.
Polanski è anche il primo regista a far venire fuori il male da qualcosa di piccolo e immacolato come il bambino stesso. Infine l'occultismo insito nella società altolocata di New York come la classe colta stufa della mondanità che punta a qualcosa di meno consumistico che riesca ad appagare la sete di conoscenza e da qui il rituale diventa l'apice che darà forma e sostanza alla

suspense, alla paura, all'angoscia, a tutto ciò che un film di genere può fare per varcare diversi limiti, sono le ultime credenziali in un'opera colta, smisurata e ambiziosa.

Alien 4

Titolo: Alien 4
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1997
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quarto episodio della storia di Sigourney-Ripley. Nella base spaziale di Auriga si sperimenta la clonazione. Alcuni tentativi riescono, altri no. Ripley ce la fa, viene resuscitata e riprende la sua missione di difesa del genere umano dagli alieni. Con dramma altissimo, perché lei, si sa, umana non è. Gli sceneggiatori si sono sforzati di proporre qualcosa di nuovo. Vedremo un quinto salto mortale?

Jeunet non ha bisogno di presentazioni così come non ha bisogno di presentazioni una delle saghe più famose della fantascienza che a dispetto di altre non è stata brutalizzata con i vari e indecenti sequel.
Jeunet sa il fatto suo e la sua messa in scena è sempre riconoscibile così come la scenografia che in questo caso ricorda per alcuni aspetti LA CITTA'DEI BAMBINI PERDUTI soprattutto nelle scene all'interno dei laboratori. Il risultato non è eccellente come i primi due capitoli (ALIENS di Cameron rimane per ora il mio preferito), ma essendo decisamente più action e tamarro degli altri capitoli, una sorta di b-movie sul genere, rimane un prodotto validissimo con diverse scene originali e un ritmo forsennato che non lascia momenti morti nella narrazione.
Spiega e critica gli orrori sugli esperimenti umani (eccellente la sequenza in cui Ripley incendia i cloni incompleti sottolineando la mostruosità di queste pratiche scientifiche), critica la scienza come sostituto di dio per creare esperimenti di laboratorio che si ribellano all'uomo, mostra come nonostante la tecnologia le macchine non siano in grado di intrappolare l'alieno e infine tanti altri elementi.
Il cast è ottimo, alcune scene come Ripley che si lascia avvolgere dalla Grande Madre Aliena (aka la Regina) è una signora scena così come tutta la parte action dall'inseguimento sott'acqua fino alla morte di Christie.
E'un film che nella sua apparente ripetitività a differenza di altri film riesce a cogliere diversi spunti e segnali per riuscire ad essere incisivo e con un'atmosfera che riesce ad aderire bene ai risvolti della trama e a rendere ancora più carichi di significato i colpi di scena.
La storia scritta da Joss Whedon (AVENGERS, QUELLA CASA NEL BOSCO, BUFFY, etc) si rivela ancora una volta una garanzia di alto livello per un estimatore della narrativa fantastica, distopica e post-contemporanea.
Il finale dopo il sacrificio del Capo Espiatorio diventa davvero crudo e viscerale...un'altra cosa è il linguaggio e la caratterizzazione dei personaggi che rendono come dicevo il film scoppiettante quanto volgare, pur non essendo mai superficiale ma anzi volendo forse dire che in fondo usare un linguaggio volgare non fa che dimostrare che a distanza di 200 anni il genere umano non è cambiato.



martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 PINOCCHIO di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.