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domenica 15 ottobre 2017

Babysitter

Titolo: Babysitter
Regia: Mcg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cole è un ragazzo timido ed emarginato, che sta attraversando una difficile fase della sua crescita, a causa della crisi matrimoniale dei genitori. Mentre il padre e la madre passano intere giornate in camere di hotel per ritrovare l’intimità perduta, Cole viene affidato all’avvenente e spigliata babysitter Bee. Fra i due si instaura un’immediata simpatia, basata sulla reciproca passione per la cultura pop. Cole comincia inoltre a nutrire anche un’attrazione fisica e sentimentale per la propria babysitter. Spronato dall’amica Melanie, Cole decide di spiare le azioni di Bee durante la notte, scoprendo la terribile verità: insieme agli amici, la babysitter mette in scena un macabro e sanguinario rito satanico.

Diciamolo pure. Mcg come regista è un mestierante chiamato a dirigere film abbastanza ridicoli di loro nonchè scialbi sequel. Babysitter è sicuramente il suo lavoro migliore prima di tutto perchè è furbo e sa cosa regalare ai fan del genere. I meriti quindi non sono di certo suoi ma di tutto il reparto che sta dietro, sceneggiatura in primis e produzione.
Babysitter è un horror sconclusionato e banale sotto certi aspetti che cavalca l'imperante moda degli anni '80. Una commedia di formazione in partenza che prende poi la piega della commedia nera a tinte splatter quando interviene la mattanza degli adepti in cui non si riesce più a contare le esagerazioni con cui vengono descritte e fagocitate le azioni. Il sangue predomina la scena comunque patinata e coloratissima creando una contaminazione tra sotto generi dell'horror come l'home invasion e gli slasher movie e tutto il tema sulle sette e i loro rituali.
Un film che vorrebbe ed è un viaggio di formazione sessuale e di autostima per il giovane adolescente con la babysitter troppo gnocca per essere vera.
Un piccolo viaggio dell'eroe di Cole dentro casa sua (modello MAMMA HO PERSO L'AEREO) ma con la differenza che all'interno c'è una setta satanica (o presunta tale dal momento che a parte Bee nessuno sembra così convinto) e da qui in poi il film prende la piega dell'horror a tutti gli effetti dimenticando quanto di buono prima era riuscito a mettere assieme.
La regia di Mcg impazza da ogni dove regalando movimenti di macchina fluidi e un montaggio frenetico che crea quel ritmo furibondo che non stanca mai. Anche i personaggi a loro modo, pur essendo macchiette, cercano di avere quella caratterizzazione che non gli rende così banali e cerca di giocare sui continui cambi di registro tra buoni e cattivi esterni o interni alla casa.
Alla fine è un film divertentissimo dove lo spettatore ha però u compito importante: spegnere completamente il cervello e sospendere l'incredulità come se non fosse mai realmente esistita.
Per alcuni aspetti ma con una trama che semplicemente è da invertire mi ha ricordato il film passato in sordina al TFF dell'anno scorso SAFE NEIGHBORHOOD


Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

Starship Troopers: Attacco su Marte

Titolo: Starship Troopers: Attacco su Marte
Regia: Shinji Aramaki
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Dopo gli eventi di Invasion, Johnny Rico è stato degradato a colonnello e trasferito in un satellite marziano per addestrare un nuovo gruppo di soldati. Tuttavia, questi trooper sono i peggiori che Rico abbia mai addestrato, non mostrando alcuno spirito bellico dato che Marte non è ancora stato coinvolto nella guerra contro gli insetti e anzi spinge per la pacificazione. A causa del loro atteggiamento rilassato, gli abitanti di Marte vengono quindi colti di sorpresa dall'attacco degli insetti. Intanto, in gran segreto, Sky Marshall Amy Snapp manda avanti i suoi piani per prendere il potere

L'animazione giapponese viaggia e non si ferma. Spesso poi videogiochi o fumetti riescono ad avere più libero accesso nei contesti irreali dove animatori appassionati possono dar luce al massimo degli effetti speciali spendendo meno che per un lungometraggio.
Come RESIDENT EVIL, JUSTICE LEAGUE, ONE PIECE, etc. i risultati non sono pochi nel corso dei questi ultimi anni, come a dire che le produzioni sono sempre in moto per cercare di captare tutte le nuove mode mediatiche che più fanno presa sui giovani e sugli adulti e scommettere su di esse.
STARSHIP TROOPERS è stato senza dubbio un classico. I motivi sono i più disparati. Per prima cosa Verhoeven. Come secondo elemento direi la fantasia, il genio e la creatività sempre di Verhoeven. Infine l'aver dato vita ad un piccolo cult di sci-fi, con abbondanti dosi horror e splatter, combattimenti a non finire, mostri cattivi e protagonisti idioti che non vedi l'ora di veder ammazzati.
Questo sequel d'animazione dopo INVASION manco a farlo apposta dimentica del tutto l'ironia grottesca del film del 1997 per buttarsi in cielo e dar vita ad un film che si prende molto sul serio con un'atmosfera apocalittica e mostri ancora più incazzati. Anche i protagonisti sono gli stessi doppiati addirittura dagli stessi personaggi dell'originale.

Il risultato è un film potente che deflagra nel finale con un attacco inaspettato da parte della popolazione che non sembra convinta del pericolo e un Rico devastato nel corpo e nell'anima dalla lotta con questi esseri. La sua diventa una vera e propria missione nel dare la caccia a questi insetti per tutta la vita e non è detto che non ne vedremo di altri sequel.

Vergini di Dunwich

Titolo: Vergini di Dunwich
Regia: Daniel Haller
Anno: 1970
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il nobile Wilbur Whateley con antenati dediti alla stregoneria è interessato a procurarsi una rara copia del Necronomicon, il libro maledetto dell’occulto, appena giunto all’Università di Miskatonic. Ma il prof. Armitage che lo sta studiando, non è dello stesso avviso. Allora Wilbur con le sue doti ipnotiche riesce a sedurre e attirare Nancy, la giovane allieva di Armitage, nella sua villa per coinvolgerla in oscuri riti magici che hanno l’indicibile scopo di evocare le antiche divinità che un tempo dominavano sulla terra…

Diciamolo pure. A parte il film di Gordon del 2001 di film importanti e indimenticabili su Lovecraft non ne sono stati fatti molti. E' un peccato anche se non è detto che l'orrore cosmico non diventi di nuovo materia a cui attingere come è successo di recente con due ottimi film in cui solo uno in particolare sembra citare il leader indiscusso di Providence.
E'parlo ovviamente di THE VOID mentre segnalerei anche BASKIN che pur non trattando dichiaratamente l'orrore cosmico lovecraftiano si avvicina per intenti.
A parte questi e altre pseudo-pellicole o pseudo-esperimenti che non starei a menzionare, tutto ciò che è stato fatto prima faceva parte di questa sorta di trilogia di cui questo film fa parte essendo il terzo ed ultimo tratto dall’opera di Lovecraft prodotto dall’American International Productions di Roger Corman che cercava una valida e remunerativa alternativa ai film tratti da E. A. Poe.
Tratto dal racconto L'orrore di Dunwich, il film nonostante lodevoli sforzi e una regia pulita che sfoggia virtosismi stucchevoli e una tensione appena modesta altro non aggiunge e anzi in alcuni momenti scimmiottando anche sulla recitazione e mi riferisco a Wilbur Whateley.
Tuttavia al di là della storia e della sceneggiatura funzionale e che riprende in modo attinente e pertinente il racconto, si inserisce anche con alcuni aneddoti e numerosi collegamenti con l'opera di Moore per l'appunto Providence. Al di là di alcune scelte azzardate e che rischiano di smorzare l'atmosfera e la tensione, parlo del figlio di Yog-Sothoth, il quale veniva nel racconto rinchiuso in un fienile, mentre nel film è tenuto prigioniero in soffitta dietro una porta oppure ogni elemento orrifico lovecraftiano con le sue gelide e malsane atmosfere è smorzato regalando effetti di luce su rosso e nero per mostrare il mostro, un montaggio alle volte troppo psichedelico e allucinato e per finire un finale a botta di incantesimi che non riesce ad essere convincente.

Il problema più grosso del regista sembra essere quello di avere grande difficoltà a rappresentare in immagini l’orrore cosmico del ‘Solitario di Providence’. Ne prendiamo atto pur riconoscendo una sceneggiatura valida e un reparto tecnico valido.

mercoledì 11 ottobre 2017

Leatherface

Titolo: Leatherface
Regia: Alexandre Bustillo, Julien Maury
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Texas, 1955: la famiglia Sawyer, dedita a omicidi e atti di cannibalismo, uccide la figlia del poliziotto Hal Hartman. Non avendo prove contro la matriarca Verna e i suoi complici, Hartman si vendica facendo internare il più giovane della famiglia, Jedediah detto Jed, da poco iniziato alle tradizioni ancestrali. Dieci anni dopo, quattro giovani mentalmente instabili - tre ragazzi e una ragazza - evadono dopo aver preso in ostaggio un'infermiera, e Hartman li insegue. Ma chi dei tre ragazzi, i cui nomi sono stati cambiati per proteggerli dalle famiglie violente a cui furono sottratti, è quello destinato a divenire il temibile Leatherface?

La coppia di registi francesi ultimamente sembrava aver perso qualche cartuccia per strada. Sinceramente ho amato anche i loro ultimi film in particolare AUX YEUX DES VIVANTS seppur aveva quel qualcosa in meno nella trama e nella consistenza. Tuttavia rimangono tra gli outsider dell'horror post contemporaneo senza eccezioni.
Leatherface ne è una prova tangibile. Non amo i prequel e i sequel soprattutto negli ultimi anni quando sembrano baluardi disperati per una totale assenza di idee quando invece circolano abbondantemente in giro e basta saperle trovare, le idee.
In questo caso pur avendo un budget smisurato per i loro canoni, una produzione dietro tra cui figura anche Hooper e un cast internazionale dove spicca Lili Taylor. Per quanto concerne invece la messa in scena e i leitmotiv dell'azione questa volta la coppia di registi strizza l'occhio apertamente al buon Zombie riuscendo in tutta l'opera a passare da uno scenario all'altro senza mai abbassare il ritmo e l'atmosfera. Una missione difficile in cui la sceneggiatura è attenta e monta una buona impalcatura soprattutto per quanto concerne la mistery di chi sarà il serial killer (a metà film diventa comunque abbastanza chiaro).
Viaggio di formazione, tradizioni ancestrali, rednek a profuzione, manicomio ed evasione, sceriffi e direttori istituzionali ancora più crudeli degli stessi bifolchi e più di una scelta non convenzionale fanno del prequel di NON APRITE QUELLA PORTA un tassello interessante e significativo pur facendo parte e aderendo alle regole di una saga.
Tra l'altro Leatherface è arrivto nelle sale poco dopo la morte dello stesso Hooper autore del primo cult e finora uno dei massimi esempi del cinema horror americano.

Una saga sfortunata che tra sequel e capitoli in 3d sembrava aver trovato la propria rovina ma che ora almeno è stata data in mano a gente seria che ama il cinema di genere e crea tanto materiale da raccontare e da sviluppare che diventa il mordente principale del film. Tra l'altro si tratta dell'ottavo film della saga.

sabato 23 settembre 2017

American Fable

Titolo: American Fable
Regia: Anne Hamilton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni Ottanta, nel bel mezzo della crisi agricola del Midwest, l'undicenne Kitty vive in un mondo oscuro e talvolta magico. Quando scopre che l'amato padre nasconde un uomo ricco nel silo di famiglia al fine di salvare la loro fattoria in difficoltà, Kitty stringe in segreto amicizia con il prigioniero. Si ritroverà costretta a dover scegliere tra l'impulso a salvargli la vita e il bisogno di proteggere la sua famiglia dalle conseguenze del caso.

American Fable per qualche strano motivo pensavo fosse un film a episodi di quelli che si vedono ultimamente come XX, HOLIDAYS, TALES OF HALLOWEEN, etc. Invece non è così.
Il film della Hamilton è uno squisito film di formazione con un unico piano narrativo che entra ed esce continuamente dai suoi confini "magici". Pur trattando una vicenda reale e tutto ciò che succede è realistico, il film e la narrazione assumono tratti e scenografie mutevoli e conturbanti a partire dai campi di granoturco in cui passeggiano allegramente e soli i bambini a giocare e scoprire nuove avventure. Proprio la scoperta, il viaggio e altri meccanismi ben oliati sono gli strumenti che la regista adotta in un film molto misurato con alcune scene decisamente inaspettate e un buon climax.
Kitty è la protagonista che tira fuori il coraggio, combatte una maledizione che si impossessa del nucleo familiare, supera le sue paure e combatte una dura lotta contro le stesse persone che ama.
Un film che gioca molto bene la carta dell'atmosfera con una colonna sonora che si inserisce in modo pienamente funzionale nell'intero arco narrativo dando pathos a diversi momenti decisivi e a tratti inquietanti. Un film per molti aspetti già visto, con una struttura che ricorda tanto un film italiano venuto bene e un cast misurato che assolve il ruolo.
Che cosa fareste dunque per tenere la casa che amate e continuare così a vivere le proprie avventure? Quello che possono fare gli adulti a volte è straziante e pericoloso ma il senso di giustizia che traina i più piccoli può essere a tratti commovente.
American Fable ha qualcosa di antico, di classico, di magico e di simbolico che toccherà ad ognuno scoprire.




It comes at night

Titolo: It comes at night
Regia: Trey Edward Shults
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sicuro all'interno di una casa desolata mentre una minaccia innaturale terrorizza il mondo, un uomo ha stabilito un esile ordine domestico con la moglie e il figlio, ma la sua volontà verrà presto messa alla prova quando una giovane famiglia disperata arriva in cerca di rifugio.

L'horror drama, uno dei mille nomi usati per ampliare il raggio del genere horror sta facendo da anni piccoli passi da gigante regalando perle rare della cinematografia. La maggior parte di questi film sono tutti indipendenti e non godono di grossi budget. Il perchè è evidente.
It comes at night è un dramma forte che chiama in cattedra l'horror per un clima post apocalittico in cui si immerge la vicenda e dove una epidemia non meglio nota sembra aver spazzato via tutto come la peste. Lo spettatore non vedrà praticamente nulla mentre invece viene catapultato verso quella che di fatto è una disintegrazione del nucleo e dei rapporti e dello psicodramma famigliare.
Il genere sta finalmente ritrovando la sua capacità sotterranea e viscerale di raccontare le inquietudini del nostro presente, liberandosi spesso degli effetti e momenti più semplicistici che attraggono il grande pubblico per proporgli invece riflessioni molto più profonde.
Anche qui di nuovo quasi tutto viene girato all'interno della casa. Il cast è ottimo anche per creare quella domanda in più allo spettatore su come si sia arrivati a quel punto e anche il nonno già dall'inizio assume un'importanza specifica come un mentore che ormai ha lasciato il nipote giovane a dover dimostrare di essere uomo.
Sempre spontaneo e funzionale Joel Edgerton riesce bene a tenere il timone del pater familias lanciando occhiate di continuo e lavorando particolarmente sull'ansia e la paura che arriva soprattutto dall'esterno. Di nuovo un horror crepuscolare che funziona grazie ad un'atmosfera che riesce a fare molto lasciando sempre quella porta rossa bloccata che sembra possa aprirsi da un momento all'altro e lasciare che il male si impossessi della famiglia.

Un finale davvero tragico chiude il film come a dimostrare ancora una volta che non sempre può esserci un lieto fine e sarebbe stupido provarci quando la situazione e così apocalittica da far presagire per forza il contrario. Shults va avanti e il film è tutto una corda tesissima in cui alla prima vibrazione parte la deflagrazione.

Figlio di Chucky

Titolo: Figlio di Chucky
Regia: Don Mancini
Anno: 2004
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel quinto film della serie horror, Chucky e Tiffany si ritrovano a dover allevare il loro figlio per poter creare una terribile famiglia di bambole assassine.

Credo di essere arrivato al sesto e da lì non sono sicuro di averne visti oltre o meglio che ne siano usciti altri. Diciamo pure che dei sei capitoli usciti non credo nemmeno di averli visti tutti e comunque non ricordo nulla della storia. L'idea originale e abbastanza suggestiva di Don Mancini,
regista, sceneggiatore e moltre altre cose, aveva sempre fatto slittare il regista americano solo come sceneggiatore senza averne mai visto le reali potenzialità che di fatto ha sempre avuto.
Il risultato è il capitolo migliore della saga oltre ad essere il secondo più costoso in termini di budget. In termini di sceneggiatura invece ci si diverte abbastanza e il risultato gioca su tantissimi elementi portati all'esagerazione, alla parodia, alle innumerevoli citazioni e di fatto al taglio grottesco dell'intera vicenda che essendo un horror non poteva essere da meno.

Glenda è il protagonista, il figlio che non sembra avere nessuna sessualità facendo impazzire i genitori che lo trattano a seconda delle loro preferenze. Il problema grosso, e qui bisogna capire le reali responsabilità tra produzione, regia e sceneggiatura è quella di capire cosa è andato storto facendo diventare a tutti gli effetti tutta la storia una pagliacciata ridicola che solo in alcune scene riesce a trovare una sua ragione d'esistere. In tutto questo ovviamente gioca il suo solito ruolo da sex bomb la Jennifer Tilly che cerca così di salvare, diventando lei per prima fuori dalle righe a tutti gli effetti, una delle cause principali della rovina del film.

domenica 10 settembre 2017

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

venerdì 8 settembre 2017

Lure

Titolo: Lure
Regia: Agnieszka Smoczynska
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Polonia anni ’80. Spinte dalla curiosità di scoprire le meraviglie della vita sulla terra, Srebrna e Zwota, due sirene carnivore, si mischiano agli esseri umani trovando lavoro in un nightclub. Assunte nel locale per la loro bellezza e per le loro incantevoli doti canore, le due creature si ciberanno degli esseri umani, vittime del loro fascino. L’amore però si insinuerà nel cuore di una delle sirene creando problemi fra le due.

Finalmente anche le sirene tornano in voga nel migliore dei modi. La tradizione e il folklore che avevano dato vita al celebre racconto di Andersen qui sembrano di nuovo approciarsi all'idea di partenza, attingendo da questo nuovo aspetto del folklore scandinavo, per raccontare tutt'altro, riuscendo a dare atmosfera a questa fiaba dark davvero bizzarra che unisce teatralità e umorismo in un modo talvolta sarcastico e a volte enigmatico e quasi da b-movie.
Cinema d'autore a tutto tondo come poche sanno fare in questi ultimi anni sono diverse le registe ad aver contribuito a rendere multiforme il cinema di genere come EVOLUTION della Hadzihalilovic e RAW di Ducournau.
Due film straordinari che ora con questo LURE, scritto da Robert Bolesto, e che sembra strano che arrivi dalla Polonia, invece danno l'idea di quanto sia importante scoprire questi paesi e le interessanti opere indipendenti di alcuni registi e sempre per rimanere in Polonia bisogna ricordare l'ottimo DEMON del mancato Wrona.
The Lure è sporco, mostra due bellezze inusuali, un corpo e una coda che non hanno niente della Sirenetta e sguardi famelici per due sorelle che cercano di capire come funzionano gli esseri umani e diventando freak di turno e concubine ideali per la loro grande madre nel nightclub.
Un film girato in modo assurdo, con continui cambi di regia, una fotografia coloratissima e un sacco di intuizioni originali contando che il film spesso ricorre ad una sorta di musical atipico e grottesco con tante stranezze cinematografiche e come è stato definito da qualche critico trattasi di cinema predatorio contando che ha un timbro molto poco commerciale ed è adatto ad un pubblico di nicchia. Splendida inoltre l'enigmatica colonna sonora e i brani che sanno dare risalto e spessore.
Un film bellissimo che dimostra cosa si vuol fare a tutti i costi senza pensare all'aspetto commerciale ma disegnando una storia nuova con queste due sorelle della mitogia e del folklore che mancavano nel cinema in modo intenso come questo che sicuramente diventa il più importante film di genere sul tema delle sirene finora contando anche l'interessante opera ma minore sempre sullo stesso tema ovvero il SIREN di Bishop americano del 2016.
Un film magnifico Lure dove però dal secondo atto la trama si perde leggermente lasciando spazio a guizzi di regia e ad una galleria di scene molto belle ma in alcuni momenti slegato narrativamente, riuscendo comunque a regalare un sacco di elementi nuovi e preziosi su queste creature a differenza del film di Bishop caratterizzandole molto di più e uscendosene con alcune particolarità che riportano e descrivono alcune caratteristiche di questi esseri mitologici e magici e della loro adattabilità alle regole e ai codici della nostra società.



Mummia

Titolo: Mummia
Regia: Alex Kurtzman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nick Morton è un mercenario che collabora con l'esercito, ruba all'archeologa Jenny Halsey le indicazioni per trovare un'antica tomba e, nel tentativo di salvarla dagli integralisti islamici, finisce per farla bombardare dai droni. Questo apre l'accesso a una enorme grotta in Mesopotamia, dove si trova il sarcofago della principessa egizia Ahmanet, che ha voluto portare il Dio della morte Set sul nostro mondo, ma fu fermata e mummificata prima di completare il rituale. Nick vi entra insieme a Jenny e all'amico Chris, quindi i tre liberano il sarcofago di Ahmanet e lo caricano su un aereo militare, che però i poteri della principessa fanno precipitare su una chiesa in Inghilterra. Jenny si salva dalla caduta, ma Nick dovrebbe sfracellarsi, invece si risveglia in obitorio misteriosamente senza un graffio e con forti allucinazioni che lo attraggono irresistibilmente verso il sarcofago. Basteranno i mezzi dell'organizzazione segreta per cui lavora il dottor Henry Jekyll a spezzare la maledizione della risvegliata e potente principessa Ahmanet?

La Mummia è l'ennesimo remake senza senso. L'obbiettivo è quello di riportare in auge alcuni classici dell'horror. Il risultato è spiazzante e bizzarro.
La regia di Kurtzman è piatta e non sembra prendere mai il timone della situazione lasciando tutta la messa in scena arida e senz'anima.
Gli effetti speciali sono davvero esagerati e la c.g fa tutto quello che non dovrebbe fare a riprova che lo script è davvero striminziato è sembra essere l'ennesimo soggetto copia incolla di tanti altri film re soprattutto remake. Mana qualsiasi guizzo o novità. Gli stessi attori sono ormai imbolsiti, stanchi e affannati, Cruise ormai si vede che per quanto esibisca ancora un fisico curatissimo e ridicolo quando salta da una parte all'altra.
La sospensione di incredulità poi qua scompare del tutto. La scena dell'aereo davvero è un erroraccio che non mi apsettavo e non giustifica assolutamnte la scelta nella scena successiva.
Purtroppo non si salva nulla di questo ennesimo remake, dalla fotografia patinata che anzichè aumentare la suspance, rovina e stona con un'atmosfera troppo lucida e sparata che poco si adatta.
A questo punto era meglio o divertiva di più il film di Sommers del LA MUMMIA con quell'altro poco di buono di Fraser come protagonista. Almeno il film del '99 non si prendeva tanto sul serio ma contribuiva al ritmo del film con un umorismo becero ogni tanto almeno divertente.


Life-Non oltreppasare il limite

Titolo: Life-Non oltrepassare il limite
Regia: Daniel Espinosa
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una squadra di astronauti, a bordo di una stazione spaziale internazionale, entra in possesso di un campione organico proveniente da Marte. Lo scienziato del gruppo espone la microscopica cellula ad una serie di stimoli, nel laboratorio della stazione orbitante, e "la cosa" reagisce. Si festeggia anche sulla Terra e i bambini delle scuole le trovano un nome: Calvin. Ma Calvin non è innocuo: cresce, interagisce e, disturbato, uccide. La priorità cambia rapidamente a bordo e una s'impone su tutte: tenerlo lontano dal nostro pianeta.

Life purtroppo rappresenta il limite della scrittura per gli americani sulla sci-fi.
Un ibrido senza un'anima personale e una sua idea di cinema che come per il film vale allo stesso modo per il cinema e le opere di Espinosa, regista giovane e brillante a livello tecnico quanto invece disastroso a livello di struttura e plot narrativo.
Life che poi non è recitato nemmeno così bene con un cast zoppicante, non ha molti elementi che lo salvano se non alcune buone scene, un'atmosfera claustrofobica e qualche momento interessante con l'alieno di turno che massacra l'equipaggio.
Il problema è la scontatezza del soggetto, un'idea che prende da ALIEN scopiazzandolo e prendendone solo gli aspetti commerciali senza dare vita e forza all'elemento drammatico e alla fantascienza.
Un film modaiolo, un b-movie in salsa moderna stilizzato e che cerca per tutta la sua durata di essere originale non riuscendoci mai nemmeno in una scena ma facendo di tutto per sembrare film da dimenticare dopo pochi minuti.


domenica 3 settembre 2017

Late Phases

Titolo: Late Phases
Regia: Adrian Garcia Bogliano
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ambrose McKinley, un cieco veterano di guerra, si trasferisce in una piccola comunità in cui i residenti muoiono in numero sempre più crescente, vittime, a quanto sembra, degli attacchi di alcuni cani. Dopo essere a sua volta scampato ad un attacco, durante la sua prima notte nella nuova casa, Ambrose scopre che i colpevoli non sono cani, ma creature molto più terrificanti.

Datemi Nick Damici è io ve ne sarò sempre riconoscente anche in questa versione cieca che sembra citare tra le righe BUBBA HO-TEP.
Il braccio destro del fedele Jim Mickle che speriamo di vedere al più presto (visto che è solo uno dei nuovi registi emergenti horror davvero in gamba) non capita di vederlo spesso soprattutto nei lungometraggi quando non è impegnato come sceneggiatore ad esempio nella serie HAP & LEONARD. In Late Phases fa la parte di un cieco che si trova dopo un incidente a dover passare il resto dei suoi giorni in un paesino con altre persone della terza età come lui e dove manco a farlo apposta arrivano una lunga serie di efferati omicidi compiuti da un licantropo.
Damici significa anche vecchia scuola il più delle volte come Bogliano ci tiene a mettere in scena. Dalle atmosfere anni '80, al make-up dei licantropi a metà tra LOBOS DE ARGA e i GREMLINS e alle mille citazioni tra le righe che richiamano Dante e Landis.
Un cast che include anche Tom Noonan e Larry Fessenden, una trasformazione in lupo girato in un unico piano sequenza girato con una certa maestria.
Tutto ma proprio tutto sembra ricordare i vecchi film di genere senza contare il climax finale scontato ma che sembra o meglio mi ha ricordato LUNA DI MIELE STREGATA con Gene Wilder.
Alla fine dopo alcuni minuti in cui il film si dilunga senza un perchè arriviamo allo scontro vero, quello che però anzichè far paura butta tutto sulla parodia volontaria o involontaria che sia.
Da qui potrebbe essere divertente per qualcuno e noioso e senza un perchè che ne giustifichi gli intenti per qualcun altro come me che alla fine si trova di fronte all'enesimo film nostalgico senza pretese e la voglia di poter narrare qualcosa di nuovo o che almeno abbia degli elementi originali.


Let's be evil

Titolo: Let's be evil
Regia: Martin Owen
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Disperatamente alla ricerca di soldi, Jenny accetta un lavoro come supervisore presso un centro di apprendimento per studenti dotati. Quando però con altri due nuovi dipendenti ha accesso a un bunker sotterraneo di massima sicurezza in cui dei bambini robot vengono equipaggiati con occhiali per la realtà aumentata, Jenny si ritrova al centro di un inquietante esperimento tecnologico che la vede come giocatore inconsapevole di un gioco virtuale terrificante.

Let's be evil mi aveva colpito per l'atmosfera sci-fi, lo pensavo come una specie di episodio di BLACK MIRROR allungato magari con la possibilità, ma non il dovere, di doverne ampliare temi e struttura narrativa.
Questo è una locandina onesta erano i motivi oltre ad un amore spassionato per la fantascienza unita a temi post-contemporanei e alcune tecniche o strumenti digitali all'avanguardia.
Purtroppo pur sapendo che il film di Owen viaggiava su livelli low budget e con un cast di attori sconosciuti, immerso in un contesto claustrofobico di un bunker sotterraneo, avevo le mie buone riserve che ho cercato di mettere da parte sin dall'inizio del film. Ma poi mi hanno travolto...
Pur non avendo una cifra di soldi e una location ricompattata in c.g e in post produzione e after effects come se piovessero da una scena all'altra, è proprio la sceneggiatura ad essere mediocre e creare verosimilmente dei buchi nella storia che poi fino a prova contraria non vengono chiariti come la sequenza del prologo che ogni tanto si ripresenta o una caratterizzazione davvero scarsa dei tre protagonisti per altro antipatici e che lo spettatore immagina muoiano velocemente quando devono recarsi a dormire e spegnere "le luci".
Dal secondo atto la narrazione è macchinosa e noiosa trovando tanti elementi di disturbo che attaccano l'intelligenza artificale e gli apparecchi ma contaminano anche la nostra capacità di sopportazione e di prendere sul serio anche gli elementi più complessi.



Holy ghost people

Titolo: Holy ghost people
Regia: Mitchell Altieri
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In questo thriller psicologico, la diciannovenne Charlotte chiede l'aiuto dell'alcolizzato ex-Marine Wayne per trovare la sorella, scomparsa nel profondo dei monti Appalachi. La loro ricerca li porta alla Chiesa del Comune Accordo e a un enigmatico predicatore che usa i serpenti, e la cui devota congregazione di reietti rischia consapevolmente di essere ferita a morte per cercare la salvezza nello Spirito Santo. Quello che Wayne e Charlotte scoprono durante il loro tempo in montagna - su se stessi e sulla natura della fede - li scuote nel profondo, mentre il mistero della sorella Charlotte e il suo destino comincia a dipanarsi...

Le sette, la religione, le comunità nutrite di bifolchi e tutto il resto che gravita attorno a questo irresistibile flusso di gente che cerca un simbolo a cui affidare la propria esistenza per me è materia di interesse; anche quando ho la certezza che mi troverò di fronte ad un pacco senza senso come mi aspettavo per questo film.
Un prodotto commerciale senza anima destinato a vendere qualcosa su straight to video e portarsi magari a casa qualche recensione positiva di qualche amante dell'horror o del suo sottogenere preferito trovando elementi originali quando invece Altieri si è impegnato a farcire il suo film di luoghi comuni banali e senza senso.
Sono tanti e troppi quindi non starò ad elencarli tutti ma posso solo dire che dal plot iniziale in realtà la storia avrebbe potuto prendere un altra piega o diventare già da subito qualcosa come 2001 MANIACS di Sullivan oppure lo stesso HAMILTONS in cui Altieri ha giocato le sue carte.
Tutto nella setta sembra proprio prendere la strada più legata a ciò che ci si potrebbe aspettare con le donne tutte chinate che prendono botte dalla mattina alla sera senza poter proferire nulla, un'equipe di uomini con delle ghigne da psicopatici, gente che si fa prendere a scudisciate per aver avuto pensieri impuri. Un prete che fa i sermoni abbracciando un serpente e il classico bifolco handicappato.
Oltre a tutti questi elementi c'è poi una messa in scena discontinua in cui tutto sembra slegato. Un film che potete tranquillamente risparmiarvi di vedere limitandovi al trailer.


sabato 2 settembre 2017

Beyond the Gates

Titolo: Beyond the Gates
Regia: Jackson Stewart
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Due fratelli da tempo lontani si riuniscono nel negozio di video del padre da poco scomparso per liquidarne la proprietà e venderne i beni. Mentre si muovono all'interno del locale, trovano un gioco da tavolo che contiene un misterioso legame con la scomparsa del padre e che ha letali conseguenze per chiunque vi giochi.

Negli ultimi anni sia nel fantasy che nell'horror c'è una sorta di nostalgia generale che tradotto significa ributtarsi nel passato per cercare di sfruttare così appieno la tecnologia.
Beyond the Gates come tanti suoi simili appartiene proprio a quel filone anni '80 così spaventosamente affascinante e dalla fotografia coloratissima che gioca tutto sulla dualità di colori, il blu e il viola, e che già dalla locandina sembra così maledettamente affascinante.
In realtà non è affatto così.
Macchina del fumo, vhs, una casa che ricorda EVIL DEAD e tanta gavetta per l’opera prima di Jackson Stewart. Classe 1988, non a caso è stato il collaboratore di Stuart Gordon e si vede per come cerca di assimilare dal maestro l'atmosfera e una certa idea di ritmo e montaggio. I riferimenti poi a detta del regista sono ancora più colti e vanno a prendere indietro dai nostri maestri del cinema gotico Bava e quelli successivi dove Fulci spadroneggia.
Un twist di elementi che trovano la materia che Stewart purtoppo non riesce a giocare bene, con diversi momenti morti tra i protagonisti, un cast che purtroppo mostra dei limiti importanti e un'alchimia e qualche twist che sono quasi solo merito della colonna sonora ma non di certo delle scelte narrrative. Con una sceneggiatura così povera e senza guizzi, le prove diventano tutte incredibilmente banali e telefonate, con un ordine proprio in questo videogioco e in questa serie di eventi e sfide che anzichè diventare la parte più sanguinolenta, diventano in alcuni momenti quasi tragicomica per come gli attori non riescano a dare una performance soddisfacente.

Un'opera che potrebbe presto diventare cult per i nostalgici che si accontentano della messa in scena, che qui non sembra fare una piega, a dispetto delle idee e di una storia appena accattivante.

Offspring

Titolo: Offspring
Regia: Andrew Van Den Houten
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In una contea rurale del Maine si aggira, da moltissimo tempo, una feroce banda di assassini composta prevalentemente da bambini molto piccoli, totalmente selvatici, che si spostano continuamente lungo la costa e fino al Canada, depredando case isolate e occasionali campeggiatori. I piccoli, capeggiati da una violenta e sadica coppia di maniaci trogloditi, sono i diretti discendenti di un clan di cannibali che si è lentamente isolato dalla società e, grazie alla particolare conformazione del territorio e alla scarsa comunicazione fra le varie forze di polizia, è sempre riuscito a eludere la cattura. Quando questi selvaggi assedieranno una casa isolata dove risiede una coppia con bambino piccolo, raggiunta poco tempo prima dalla sorella di lei con tanto di figlio al seguito e marito alcolizzato sulle sue tracce, gli eventi precipiteranno lungo un'inevitabile spirale di follia e violenza.

Il romanzo Offspring, firmato dall’aggressiva e talentuosissima penna dello scrittore statunitense Jack Ketchum, viene pubblicato nel 1991, a undici anni di distanza dall’esordio con Off Season, di cui Offspring è sequel letterario.
I cannibal movie, il sottofilone di genere horror, negli ultimi anni sembra essere ritornato in voga. E'uno scheletro ripreso che ora va in auge con titoli a volte sorprendenti e altri condannati ad essere film dimenticabili che ripropongono lo stesso schema narrativo e la stessa struttura senza guizzi d'originalità.
Offspring nella sua trama pressochè scontata, aveva qualche elemento di genere interessante che purtroppo viene messo in sordina dalla regia televisiva di Van Den Houten e una scelta di cast troppo amatoriale.
Tutto questo gioca un peso insostenibile nella scena degli attacchi all'interno della casa con una regia piatta e bidimensionale, mentre invece riesce a diventare quasi credibile e con scene suggestive nei rituali all'interno delle caverne.
L'idea di fatto è sempre quella per Ketchum e il regista che firmerà opere molto più interessanti in seguito il quale sembra dargli corda senza però intuirne gli intenti nel modo giusto.
La sfida tra le civiltà, l’uomo come animale selvaggio nello stato di natura, la civilizzazione tribale, il mettere alla gogna l’istituzione della famiglia, smembrandola dall’interno, e infine il potere del rito e della vittima sacrificale, sono tutti temi interessanti e antropoligicamente di ampie vedue che in questo film diventano di nuovo di una semplicità che non si può ignorare.

OFFSPRING è un horror violentissimo ma sfuggevole e scostante troppo carente nella consistenza così come nella caratterizzazione dei personaggi e della totale mancanza di empatia per i personaggi pur avendo dalla sua alcune scene sanguinolente molto forti.

Yoga Hosers

Titolo: Yoga Hosers
Regia: Kevin Smith
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Colleen M. e Colleen C. sono due quindicenni appassionate di yoga, che dopo la scuola lavorano come commesse in un negozio di Manitoba, l’Eh-2-Zed. Quando un antico male fuoriesce dal sottosuolo, rilasciando un esercito di piccoli mostri chiamati i Bratzis, le due ragazze uniranno le forze con il cacciatore Guy Lapointe per salvare il "Grande Nord".

Kevin Smith è un tipo strano. Un po mi piace e un po non capisco quali neuroni attraversino il suo fumoso cervello. Il suo cinema è variegato, una filmografia che spazia tra i generi senza trovare mai una struttura lineare ma passando sempre da un estremo all'altro, il che non è per forza un elemento negativo. I risultati variano dando vita a piccoli cult come RED STATE e DOGMA o CLERKS per passare ad operette che vaccillano tra il penoso e il quasi osceno con prodotti commerciali a volte intrisi di un umorismo che non riesce a mordere come nei suoi film più importanti.
Il film manco a farlo apposta chiude la trilogia True North nella sezione After Hours del Torino Film Festival 34, iniziata con TUSK e proseguita con l'inedito MOOSE JAWS.
Anche in questo caso c'è tutta la famiglia al completo, in particolare quella Deep, l’improbabile detective Guy Lapointe, con ex moglie e figlia.
Come per il precedente TUSK, che non mi ha entusiasmato, anche qui gli intenti e la sceneggiatura lasciano abbastanza perplessi senza trovare materia interessante e grottesca, se non in alcuni spunti come la scelta di puntare su dei nazisti originali che non vedevamo da tempo (pur essendo materia fagocitata dal cinema in modo spietato).
Ci sono tanti ingredienti, i guru contemporanei, l'atmosfera da fumetto che attraversa tutta l'opera, colori sparati a mille e un ritmo interessante con alcune trovate come i nanerottoli nazisti sanguinari abbastanza spassose e una certa ironia gogliardica che sempre farà parte del regista soprattutto nei dialoghi con Guy Laponte ma senza secondo me quella nota stimolante che un soggetto dovrebbe garantire e quel cinismo che muoveva verso terreni e intenti più raffinati e complessi.


Resident Evil -Vendetta

Titolo: Resident Evil -Vendetta
Regia: Takanori Tsujimoto
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Chris Redfield, agente dell’anti-bioterrorismo, chiede aiuto alla professoressa ed ex-collega Rebecca Chambers e all’agente governativo Leon S. Kennedy per trovare Glenn Arias, trafficante d’armi biorganiche che intende scatenare un nuovo letale virus su New York. Arias vuole vendicarsi del governo per aver attaccato la sua abitazione nel giorno delle sue nozze uccidendo sua moglie e tutti i suoi cari.

Pur non avendo mai gradito la saga infinita di film dalla coppia Anderson-Jovovich, ho sempre preferito e trovato più stilosi, liberi e d'atmosfera i film in computer grafica fin'ora usciti.
Dei tre questo "Vendetta" uscito quest'anno, ha sicuramente alcuni elementi interessanti pur non riuscendo come molti sostengono ad essere il migliore della saga.
Il titolo diretto da Takanori Tsujimoto non è certo un capolavoro, sia chiaro, ma resta lo stesso un lungometraggio d'azione e d'avventura piacevole da guardare per i fan della serie grazie alle ambientazioni vicine e a quella della saga videoludica, alla "grafica" e alla spettacolarità di molte sequenze, tutti elementi che a nostro parere lo rendono superiore a qualsiasi pellicola girata dal vivo. DEGENERATION e DAMNATION sono stati due prodotti qualitativamente incostanti, ma hanno soddisfatto la fascia di pubblico che segue la serie in ogni sua ramificazione, anche al di fuori del mercato dei videogiochi. Azione, sparatorie, inseguimenti, jumpscare. Tutto sembra confezionato al meglio in questo prodotto ludico con un ritmo forsennato e il ritorno di tanti personaggi principali e secondari della storia.

In questo ultimo capitolo l'horror vacilla e poi evapora per lasciare spazio ad una serie di elementi più simili alla saga cinematografica che ha definitivamente distrutto quanto di interessante i virus e la Umbrella corporation avevano partorito.

giovedì 3 agosto 2017

Zinzana

Titolo: Zinzana
Regia: Majid Al Ansari
Anno: 2015
Paese: Emirati Arabi
Giudizio: 4/5

Intrappolato in una cella senza luce, in una remota stazione della polizia, un uomo è tormentato dai ricordi della moglie e del figlio. Per poter uscire dalla prigione si trova costretto a fingersi pazzo.

Trovarsi estasiati di fronte all'ennesimo film sconosciuto proveniente dagli Emirati Arabi mi lascia come sempre sgomento per cosa mi sono perso, ma dall'altro la gioia di riuscire con il dovuto ritardo a guardare un film così maledettamente ispirato e di genere.
Zinzana conosciuto anche come Rattle the Cage, è il film che non ti aspetti. Un thriller teso e tutto d'atmosfera, girato in un'unica location (una prigione) e con due attori e una piccola galleria di personaggi secondari che entrano ed escono dalla stanza, ognuno con i propri segreti e misteri.
Il film è l'esordio di Majid Al Ansari, un regista molto in gamba che mette subito in chiaro cosa abbia in mente con un film pulito, tecnicamente di grande livello, teso, semplice, claustrofobico, folle e violento.
Anche se ci sono alcuni aspetti che non convincono e in cui la sospensione d'incredulità deve essere messa da parte con una certa difficoltà e mi riferisco all'intento che spinge l'antagonista a giocare a guardia e ladri con la vittima, così come la scena della coperta e altri stratagemmi che sembrano utilizzati per avere quel gioco forza di cui il regista ha bisogno per mandare avanti la storia.
Ali Suliman, il villain, sembra il sosia ebreo di Michael Fassbender e anche come mimica gli assomiglia molto. Guardando Zinzana ci si accorge come non siamo affatto distanti dal cinema europeo, orientale o americano. La pellicola pur non avendo una sceneggiatura memorabile e dei dialoghi che a volte risultano macchinosi, ha un ritmo incredibile e il cast così come la messa in scena ritorno a dire che fanno il resto.
Un film costato poco che ancora una volta rivela le mille facce della settima arte e i risultati ottimi che possono arrivare quando si hanno le idee chiare su ciò che si vuole fare.