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sabato 8 luglio 2017

Trespass Against Us

Titolo: Trespass Against Us
Regia: Adam Smith
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Chad, il padre Colby e alcuni amici conducono da anni un’esistenza ai margini della società, sopravvivendo grazie a furti occasionali e alla destrezza di Chad, eccellente pilota. Chad, stanco di questa vita, vorrebbe trasferirsi altrove con moglie e figli, ma Colby è contrario e Chad non riesce ad affrontarlo e a dirgli di no.

Di certo Smith pur essendo alla sua "vera" opera prima non manca certo d'esperienza.
La serie SKINS muoveva già alcuni tasselli almeno per quanto concerne alcune scene d'azione e sapeva giocare bene con gli interpreti dando loro spazio e tempo per improvvisare e prendersi il loro tempo. Più o meno è quello che è successo anche qui con due attoroni come Fassbender e Gleeson (quest'ultimo riciclato su un personaggio già visto troppe volte).
Trespass Against Us aveva buone carte per poter diventare un film coraggioso e ribelle.
Un film politicamente scorretto che rifila un dito medio alle forze dell'ordine dopo un inseguimento in macchina (tra l'altro tra le cose più belle del film) tra scorribande che seppur belle da vedere sembrano dei riempitivi per dare consistenza e ritmo al film.
Purtroppo alcune manciate di scene, qualche idea interessante e le buone interpretazioni non bastano a decretare il successo, almeno per quanto concerne la sceneggiatura, di un film piuttosto piatto che esaurisce fin da subito obbiettivi e viaggio di redenzione.
Ci sono poi alcuni momenti abbastanza ridicoli come il post rapina di Chad dove il protagonista strozza come se niente fosse un pit bull, alternati invece ad una location, un insieme di roulotte, abbastanza interessante anche se già vista in diversi film così come questa sorta di comunità con il capro espiatorio interpretato dal poliedrico Sean Harris e l'idea della periferia alternativa inglese senza regole e leggi se non quelle del proprio codice criminale.
Alla fine la parte più interessante è proprio quella riuscita meno ovvero lo strano e contorto rapporto padre/figlio. Un film che poteva dare molto di più ma che preferisce la strada semplice accontentandosi senza insistere laddove poteva.


lunedì 1 maggio 2017

Taboo

Titolo: Taboo
Regia: Steven Knight
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Taboo racconta la storia di James Delaney, avventuriero inglese della prima metà dell’800 che, dopo essere stato a lungo lontano da casa e essere stato dato per morto da famiglia e amici, fa un gran ritorno sulle scene londinesi in occasione della morte del padre. Il suo non è un ritorno da poco: la sua comparsa manda infatti in fumo i piani di un bel po’ di gente potente, in particolare dei capoccia della Compagnia delle Indie, che aveva intenzione di mettere le mani su una striscia di terreno che la famiglia Delaney possiede negli Stati Uniti. Non è questione di speculazione: siamo nel 1814, Gran Bretagna e Stati Uniti sono in guerra e quel terreno sarebbe particolarmente importante per i commerci della compagnia. Da qui parte uno scontro a tutto campo tra il rampollo dei Delaney e i biechi affaristi, perché il nostro eroe non vuole vendere alla Compagnia il terreno. Uno scontro che è innanzitutto commerciale, ma ha anche dei risvolti patriottici, visto che c’è di mezzo una guerra. Durante la sua assenza da casa, Delaney ha girato il mondo, dal Sudamerica all’Africa, imparando riti e tradizioni antichissime e portando con sé un alone di stregoneria che nei primi episodi viene giusto buttato lì, ma mai espresso in maniera chiara.

Le serie tv di questi tempi sono tante. Troppe direi.
Conviene non guardarne nessuna o sceglierle maledettamente bene dal momento che sta uscendo praticamente di tutto, in tutte le salse e toccando tutti i generi cinematografici.
Sicuramente le brevi serie auto conclusive sono tra le mie preferite per diversi motivi tra cui in primis la lunghezza e poi la necessità di non dover tenere a mente la trama di tutte le stagioni.
Taboo da questo punto di vista potrebbe risultare la serie perfetta se non fosse che uno dei problemi più grossi è una sceneggiatura scritta di fretta con tantissimi buoni spunti ma di fatto con un senso di incompiutezza finale molto forte ammesso che non esca una seconda stagione.
Taboo è breve, interessante, inglese, concepita dal protagonista insieme con il padre Chips Hardy e prodotta da Ridley Scott. Altri elementi sono l'ambientazione (una Londra cupa, decadente, marcia e sull'orlo di un epidemia che ne sancisca la morte nera quasi una purulenza continua stampata sulla faccia di quasi tutti i personaggi). Gli attori e poi Hardy che con una sola espressione tiene sulle spalle tutta la serie. Gli elementi esoterici e magici (i poteri da stregone) e la storia che apre e chiude sipari senza spesso analizzarne bene le fondamenta riesce comunque a essere a suo modo sanguinaria nonchè complottista e parlando di un argomento poco conosciuto nella cinematografia recente ovvero la storia sanguinaria della Compagnia delle Indie.
In più narrativamente parlando la serie attinge da Cuore di Tenebra e da il Conte di Montecristo.
Knight sembra muoversi quasi come Pizzolato senza mai di fatto dirigere un episodio pur essendo il regista ma lasciando il compito a Dane Kristoffer Nyholm e Anders Engström.
Hardy in questa serie è una sorta di deus ex machina è purtroppo nel bene e nel male ha dovuto fare i conti con diverse vicende produttive tra cui ad esempio un buco nelle finanze gigantesco.
Non si sa con precisione quanto sia costata l'intera operazione, ma il tabloid britannico The Sun ha riferito che l'attore avrebbe sborsato 10,4 milioni di sterline (circa 12,7 milioni di euro), recuperandone appena 8, con un buco nel proprio bilancio corrispondente a circa 2 milioni (2,4 milioni di euro, più o meno).
Un critico ha scritto una frase perfetta per definire la serie: "Facciamo una prova, togliamo a Taboo tutti i tatuaggi, tutti i grugniti, tutte le cicatrici, tutti i flashback e le sequenze oniriche. Togliamo cioè il coniglio dal cilindro e guardiamoci dentro, cerchiamo il peso degli oggetti oltre il trucco del prestigiatore: cosa resta?"
Delaney è un personaggio molto interessante purtroppo esageratamente stilizzato in modo da renderne ogni gesta qualcosa di iniziatico e profetico, quando invece proprio il plot narrativo con la serie di domande e misteri che lascia aperti cerca un assist finale in un climax che peraltro non è neppure un colpo di scena ma l'unica strada possibile.
Taboo vuole essere, già dal nome, così misterioso, segreto, magico e strano, così dannatamente meticoloso nella ricostruzione e nel dettaglio su ogni singolo personaggio da farci dimenticare presto la storia peraltro in un'antologia di episodi brevi.
Rimane visivamente molto affascinante e l'unica delusione è solo nella scrittura dove si poteva disegnare un intreccio più complesso e meno ramificato.


martedì 25 aprile 2017

Excalibur

Titolo: Excalibur
Regia: John Boorman
Anno: 1981
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Merlino è al servizio di Uther Pendragon, ambizioso nobile che vuole diventare Re. Il destino del cavaliere è però segnato dall'infatuazione per la bella Igrayne, moglie del Duca di Cornwall, con il quale aveva appena siglato un patto di pace. Aiutato da Merlino e dalla magia a possedere la donna, alla nascita del figlio originato in quella notte Uther è costretto a lasciare il pargolo alle cure del Mago che lo chiede come pegno in cambio dei suoi passati servigi. Poco dopo lo stesso Uther cade in un'imboscata lasciando la magica spada Excalibur conficcata in una roccia. Anni dopo il bambino (ormai uomo), chiamato Artù e cresciuto da Sir Hector, partecipa come scudiero per il fratello acquisito ad una competizione nella quale il vincitore potrà tentare di estrarre la spada, ormai diventata un simbolo di pellegrinaggio per chiunque aspiri al regno: la leggenda infatti sostiene che solo chi riuscirà a sradicarla dal masso potrà diventare Re. Per un imprevisto Artù si ritrova proprio egli stesso a brandirla, ottenendo di fatto il diritto al trono. Ma il suo, nonostante i consigli di Merlino, non sarà un regno "facile": e l'arrivo di Lancillotto alla Tavola Rotonda e le mire di potere della sorellastra Morgana lo metteranno di fronte ad enormi difficoltà.

Excalibur di Boorman è un cult e un capolavoro a cinque stelle. Un film epico degno di entrare a far parte della tavola rotonda e diventare così leggenda come le gesta epiche e i passaggi cruciali della leggenda arthuriana, dalla spada nella roccia al menage a trois con Ginevra e Lancillotto, dalla ricerca del Sacro Graal fino alla rivalità tra Merlino e Morgana.
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi da piccolo e ne rimasi spaventato per la violenza e la crudeltà nei combattimenti. Erano tempi in cui il fantasy e la magia venivano quasi sempre rappresentati in modo allegro e a lieto fine senza l'atmosfera di morte assolutamente affascinante che abbraccia tutto l'arco della narrazione. Boorman come regista è stato tra i migliori di quel periodo, girando interamente in Irlanda quest'opera visionaria e accettando una sfida complessa.
Se pensiamo che il regista avrebbe dovuto girare in quegli stessi anni il Signore degli Anelli tiriamo un sospiro di sollievo. Excalibur si potrebbe definire in molti modi e il vero segreto, o la vera magia, è che al giorno d'oggi non ha perso nulla del suo fascino e della sua atmosfera mostrando un'epoca oscura di sangue e acciaio, aumentando il fascino visivo ad ogni capitolo e situazione che tocca grazie anche al perfetto contributo e il montaggio delle musiche dei Carmina Burana che aumentano il fascino e l'epicità delle gesta e dei combattimenti.
Il taglio fantasy e dark è forse ad oggi il miglior connubbio mai riuscito, rimanendo ad oggi la più potente rilettura cinematografica del ciclo arturiano, ricca di personaggi e situazioni iconoche della leggenda bretone. Excalibur e tutto e di più riuscendo a trovare un cast importante che riesce a valorizzare la caratterizzazione di ogni singolo personaggio.
Un fantasy adulto e non superficiale, sospeso tra dramma e ironia, portandoci per la prima volta, e forse l'ultima, in un'avventura senza fine dove ancora la magia e il paganesimo riuscivano ad essere gli unici strumenti simbolici organizzatori di senso.



giovedì 23 marzo 2017

Trainspotting 2

Titolo: Trainspotting 2
Regia: Danny Boyle
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

A vent'anni esatti dalla sua rocambolesca fuga dalla Scozia con sedicimila sterline nella borsa, Mark Renton si ripresenta a Edinburgo e al cospetto dei vecchi amici, Simon "Sick Boy" e Daniel "Spud". Anche "Franco" Begbie, intanto, è evaso di prigione e non vede l'ora di ammazzarlo a mani nude. Renton li ha traditi, si è rifatto una vita, fuori dalla droga e dentro un progetto borghese, ma quella vita si è già sgretolata, mentre l'amicizia dei compagni di siringa dimostra, nonostante tutto, di aver tenuto bene. Molto è cambiato e molto è rimasto lo stes

T2 è il tipico esempio di sequel che nessuno vuole e aspetta ma che alla fine andranno a vedere quasi tutti. Il perchè è semplice: il primo è diventato un cult per un'intera generazione, forse due, e alcune formule vincenti almento commercialmente, vanno ripetute per portare liquidità a chi ne ha già molta. C'è da dire che Boyle non se la stava passando male così come McGregor che ha provato assieme al collega Carlyle a mettersi alla prova come registi. Sugli altri c'è poco da dire se non che la fama l'hanno raggiunta solo con il film del '96.

Il film è abbastanza lungo descrivendo tanti piccoli microcosmi e cercando di dare un pò di dignità ai dialoghi. Per il resto l'elemento migliore è che nessuno è cambiato e Renton (McGregor ha di recente ammesso in un'intervista che il film di Boyle è stato il ruolo più interessante della sua carriera) che dovrebbe essere il filo conduttore per tutte le storie (una sorta di leader carismatico) è forse il peggiore di tutti riportando la compagnia a non potersi di nuovo fidare di lui e a far vedere come un viaggio di nozze iniziato nel '96 è diventata una squallida pensioncina nel 2017.

martedì 7 marzo 2017

iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




lunedì 6 marzo 2017

Detour

Titolo: Detour
Regia: Christopher Smith
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Harper è un bravo studente di legge convinto che il patrigno Vincent sia responsabile dell'incidente d'auto che ha mandato sua madre in coma. Una sera incontra Johnny Ray in un bar di Los Angeles. L'uomo, in cambio di 20 mila dollari, potrebbe 'occuparsi' di Vincent. Harper accetta la scomoda offerta e trascorrono insieme una notte che il ragazzo fa fatica a ricordare.

Christoper Smith è un bravo regista che ha fatto diversi film interessanti come BLACK DEATH, TRIANGLE, SEVERANCE e in misura minore CREEP.
Dunque le aspettative sono abbastanza alte quando si parla di questo regista e della sua notevole messa in scena. Inoltre ha il merito di spaziare sui generi cercando sempre soluzioni ottimali e originali. Detour è una specie di remake anche se non dichiarato ufficialmente. Non so cosa sia successo ma questo thriller on the road è abbastanza scialbo, la messa in scena è tutt'altro che curata e manca proprio l'ispirazione solita dell'autore. Inoltre dal secondo atto in avanti il film è di una noia mortale oltre ad avere il fastidiosissimo Tye Sheridan come protagonista. I personaggi non sono convincenti come la trama e spesso regia e attori non sanno dove andare sbandati da una parte all'altra.
Sembra un film fatto di fretta in cui pur avendo uno svolgimento tutt'altro che lineare alterna una versione dinamica dei fatti ma senza nessun guizzo di regia o qualche elemento particolare che al di là del soggetto lo renda interessante. Bisognerebbe forse ricordare a Smith che fare troppo ricorso ai piani temporali non è un elemento di cui andare così fieri quando non si hanno idee come in questo caso.



domenica 19 febbraio 2017

Last Showing

Titolo: Last Showing
Regia: Phil Hawkins
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia è incentrata sulla giovane coppia Martin e Allie che si dirige verso il cinema locale per vedere l'ultimo show horror notturno, inconsapevoli del fatto che diventeranno i protagonisti della storia dell'orrore. Englund interpreta l'ex proiezionista Stuart che è stato retrocesso dal progresso della tecnologia e che decide di vendicarsi su una generazione che non richiede più le sue abilità. Il film verrà realizzato con un budget di 2 milioni di dollari. Le riprese dureranno quattro settimane e si terranno nel nord ovest dell'Inghilterra.

Last Showing è un thriller vecchia maniera girato in unica affascinante location, un cinema, e con tre attori principali e poche comparse. Da un lato un proiezionista vecchia scuola che ama dirigere dalla cabina di proiezione e dall'altra parte una giovane coppia che vogliono guardarsi uno slasher e passare una piacevole serata prima di passare al dessert.
Niente di nuovo dunque. Hawkins però cerca fin da subito di dosare bene la tensione e non esagerare con morti e uccisioni telefonate che porterebbero subito ad un finale e un climax abbastanza scontato ma vira verso una storia più complessa e grottesca dove il nostro Robert Englund può divertirsi approfondendo un personaggio tutt'altro che prevedibile.
Una pellicola dove ci sono pochi ma buoni colpi di scena, il finale è piacevole e lascia una strada aperta, lavorando insistentemente sull'immedesimazione verso questo protagonista che si trova in una situazione quasi kafkiana e che mano a mano diventa sempre più realistico con dei tratti inquietanti giocati davvero bene.

Un indie british che con i suoi due milioni di dollari e alcune scelte poco scontate di sceneggiatura riesce ad essere mediocre senza nessun guizzo, una messa in scena che alterna alcuni colori molto accesi e un attore sempre in parte che cerca di salvare l'intera baracca dal resto del cast che punta su un protagonista purtroppo davvero inespressivo.

mercoledì 15 febbraio 2017

Into the Inferno

Titolo: Into the Inferno
Regia: Werner Herzog
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Werner Herzog per i vulcani, cinematograficamente parlando, risale al documentario "La Soufriére" del lontano 1977, e non è mai diminuita. Into the inferno è una summa delle sue varie riprese attraverso il mondo - dall'Australia all'Indonesia, dalla Corea del Nord all'Islanda - alla ricerca dei vulcani più impressionanti del mondo, raccontati non solo nella loro valenza scientifica, ma soprattutto nella loro dimensione magica, e nella loro straordinaria capacità di informare la visione del mondo delle comunità circostanti.

Si tratta della cosiddetta catastrofe di Toba, l’esplosione di un supervulcano indonesiano avvenuta tra 70 e 80mila anni fa. Fu un evento davvero catastrofico, probabilmente il più potente degli ultimi 500mila anni, di cui è testimonianza diretta un enorme cratere di oltre 100 chilometri di diametro, visibile dallo Spazio, e i sedimenti di polvere e pomice con la stessa datazione rinvenuti in India e persino in Africa orientale. Le conseguenze dell’eruzione non sono state accertate con sicurezza: secondo alcuni, l’evento fu così forte da spazzare via quasi del tutto la specie umana, lasciando in vita solo poche centinaia di persone.
Comunque siano andate le cose, la nostra specie è ancora qui, ancora viva, il che la dice lunga sulla resilienza dell’essere umano e sulla nostra estrema adattabilità. Per quanto riguarda il futuro, è ipotizzabile pensare che un evento del genere, prima o poi, si ripeta. Naturalmente, la probabilità è molto bassa. Ed è difficile stimare quando succederà – potrebbero passare altri 100mila anni – e quali sono le zone vulcaniche che più probabilmente ne saranno coinvolte”. Oppenheimer
Clive Oppenheimer che però non c'entra nulla con il regista di ACT OF KILLING, è il narratore di questa nuova avventura del famoso e poliedrico artista tedesco.
Sono anni ormai che ringrazio Werner per darmi la possibilità di scoprire le più desolate e inimmaginabili aree geografiche nascoste al mondo e ai cittadini mortali per scoprire così qualcosa di nuovo e magico.
Ecco è proprio la magia quella che l'autore riesce sempre a far scaturire dai suoi lavori mettendo al centro la natura e le immagini e lasciando che siano loro a parlare senza interrompere questo straordinario disegno che piano piano si sta cancellando dalla nostra memoria per lasciare spazio a frame e pixel che mostrano una società e una natura sempre più "liquida".
In questo modo possiamo osservare assieme al regista come spettatori e scoprire così assieme a lui, una guida sacra in territori inesplorati, un Virgilio che riponde proprio al nome del famoso vulcanologo citato prima e che non a caso ci accompagna nel viaggio nell'inferno come il titolo.
I vulcani poi da sempre sono stati qualcosa che ha appassionato il documentarista e allo stesso modo la loro natura e la loro furia sono da sempre tra gli spettacoli più maestosi e imponenti che la natura ci abbia dato modo di osservare e temere. Il documentario si apre in chiave interpretativa ad un messaggio globale sempre attuale e importante. Negli ultimi anni le catastrofi e i disastri ambientali stanno diventando argomenti a cui non si presta quasi più attenzione. Da questo punto di vista i vulcani sono dei termometri perfetti misurando lo stato di salute del pianeta. L'opera diventa allora un percorso di spiritualità antropologicamente molto interessante come le leggende narrate dagli indigeni su cosa rappresenti nel loro immaginario il vulcano.
Se la lava "esprime la rabbia dei diavoli" diventando il sangue del pianeta allora la valenza simbolica attribuita a questi fenomeni può diventare un sistema simbolico organizzatore di senso,una cosmologia perfetta e allo stesso tempo un segnale con caratteri divini.
Immagini nitide, scioccanti, alcune di repertorio, di certo nessuna "modificata" con la cg, dimostrano la passione inesauribile di un ultrasettantenne che apparentemenete non sembra aver paura di niente.
Dai più strani, giganteschi e leggendari del mondo, veniamo catapultati in Indonesia, nella Corea del Nord, passando per le montagne di Islanda ed Etiopia. Ovviamente come tutti i lavori del regista non manca una parte che introduce e spiega l’aspetto scientifico della questione come dicevo raccontando l’antichissimo legame tra vulcani, mitologia e spiritualità.

"E sono tornato a occuparmi di vulcani, stavolta per sempre. Ma non solo in senso stretto: mi interessa come la vulcanologia si interfaccia con archeologia, matematica, fisica, biologia, storia”. Oppenheimer

martedì 14 febbraio 2017

I'm not a serial killer

Titolo: I'm not a serial killer
Regia: Billy O'Brien
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

John Clever Wayne ha 15 anni, è imbalsamatore nell'impresa funebre di famiglia con la madre e la zia, è stato diagnosticato sociopatico e con la possibilità di diventare un serial killer. I suoi impulsi sono sotto controllo finché nella cittadina in cui vive iniziano ad accadere dei raccapriccianti omicidi, del cui autore John viene presto a conoscenza, facendosi coinvolgere in un gioco pericoloso.

Di solito non apro mai le recensioni tessendo lodi di un attore. Per Christopher Lloyd tocca fare un eccezione. Un attore magnifico, un caratterista che non ha bisogno di presentazioni, purtroppo preso poco in considerazione e non impiegato mai a dovere anche se con due personaggi è riuscito ad entrare nella storia del cinema.
I'm not a serial killer mi ha fatto venire in mente FOUNDER ma ricorda per certi aspetti la formazione di MARTIN di Romero. Uno di quei film costretti ad entrare dentro le corde dell'anima facendo un male incredibile senza capire bene il perchè dal momento che l'azione è dosata col contagocce. Di nuovo il cinema sul sociale travestito da lupo ma con l'animo di un agnellino destinato ad essere vittima sacrificale e capro espiatorio perfetto.
Indie anomalo, un film d'autore nudo e crudo costretto a mostrare le ferite strazianti della post adolescenza, young adult, e delle regole di una cittadina colpevole di etichettare ciò che sembra diverso per dimenticare i veri orrori travestiti da normalità.
Tratto dal primo di tre romanzi scritti dal britannico Dan Wells, il film ha il "difetto" di non avere mai quel ritmo a cui siamo abituati per pellicole di questo tipo, ma di sondare invece la logica del pregiudizio in uno strano dosaggio di tensione senza contare la difficoltà ad empatizzare completamente con un protagonista silenzioso con la semplice caratteristica di essere curioso e affascinato dai cadaveri.
Il secondo lungo del regista fa centro pur sparando due colpi risicati in canna ( gli amanti dell'azione rimarranno a bocca asciutta) ma sparandoli bene come quando John scopre per la prima volta di cosa è capace il vecchio "mentore"e il finale davvero incredibile, pesante e nerissimo.
O'Brien si prende la responsabilità di osare alcune scelte che a mio avviso sono funzionali ma che rischiano di boicottarlo nel limbo dei fanatici di una mancanza di evoluzione, infatti nel film nessun personaggio "evolve", rimanendo piatto ma allo stesso tempo documentando la sua inesorabile quotidianità e la lotta per cercare di emergere dalla sopraffazione del proprio malessere.

Il film non propina i soliti quattro cliché del caso a base di amori “impossibili” e futuri distopici ma prende subito una strada scomoda, poco abusata e resa infallibile dal manipolo di attori e da una location fredda e glaciale che sembra nascondere velocemente cadaveri e segreti.

Goob

Titolo: Goob
Regia: Guy Myhill
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel pieno di un'ondata di calore che stringe alla gola la campagna assolata di Fenland, il sedicenne Goob Taylor incontra la seducente Eva. Fino ad allora Goob ha passato le sue estati ad aiutare la mamma. Ma adesso la donna ha altri pensieri per la testa, dopo che ha incontrato, a sua volta, uno straniero affascinante come Gene Womack. Goob tutto a un tratto si sente un pensiero ingombrante e comincia a sognare per sé una vita diversa.

Goob coglie perfettamente la sensazione di quando da adolescenti si facevano un sacco di cazzate come nel film scorrazzare in motorino, tuffarsi nel fiume, ridere e scherzare col fratello e gli amici, ma sapendo che dietro l’angolo, ogni volta, c'era lo sguardo severo di qualche adulto che per qualche assurdo motivo ti guardava truce come se stessi sacrificando qualche animale.
Ecco quel qualcuno nel film si chiama Gene.
The Goob è il tipico indie british, quasi sconosciuto, che pur non essendo un capolavoro riesce a indirizzare un preciso discorso verso quella realtà e messa in scena, proletaria e anarchica che spesso contraddistingue un'opera prima.
La zona rurale come mondo a sé, regolato da leggi oscure, tendenzialmente ostili all’uomo, in questo caso il tiranno, il leader autoritario che basa tutto sulla forza e la mascolinità fallo centrica.
E'un film di formazione che sembra scappare dalla società di Loach e urlare la sua cattiveria nel verace country side britannico, Norfolk, contea dell’est dell’Inghilterra tutta pianura e campi a perdita d’occhio, poco vista finora al cinema, dove l'istruzione sembra non portare a nulla e tutti vivono secondo la tradizione e le regole della comunità.
I bifolchi inglesi capitanati dalla ghigna perfida e conosciutissima di Sean Harris alternano clandestinità, gare automobilistiche truccate e pericolose, incesti e bisogno di confermare la proria supremazia. Il tutto con lo sguardo perso e distante di The Fucking Goob, protagonista quasi muto che riassume tutta la sua intensità con sguardi magnetici di stupore e paura verso ciò che gli sta attorno. Un adolescente che deve superare le dure prove del branco per poter sopravvivere senza diventare una vittima.
Myhill al suo esordio si concentra su dei particolari incisivi e scomodi che attraversano il viaggio dell'eroe senza scene melense, cercando di mettere da parte tutte le scorciatoie mostrando il silenzio della miseria e della libertà.
The Goob infine è un grido disperato che ritrae una gioventù di provincia repressa e senza prospettive, un film che affonda la sua anlisi sociologica creando una mole di tematiche sociali, non riuscendo a rispondere a tutti i quesiti ma regalando uno spaccato duro, reale e incisivo.


venerdì 10 febbraio 2017

David Bowie-The last five years

Titolo: David Bowie-The last five years
Regia: Francis Whately
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Tramite le interviste ad alcuni dei più vicini collaboratori del musicista, “David Bowie: The Last Five Years” si pone l’obiettivo di tracciare un ritratto inedito che racconti il suo lato più intimo e umano, oltre ad un tipo di coerenza presente in tutta la sua carriera ma forse non così facilmente individuabile, viste la tante trasformazioni e i tanti personaggi scelti da Bowie nei suoi album.

Un documentario su David Bowie merita di essere visto per chi ha amato il poliedrico artista.
Un documentario però dovrebbe anche essere coerente con il titolo e concentrare l'arco della narrazione solo sugli ultimi anni della vita dell'artista e soprattutto il diario, di chi era con lui soprattutto, dell'ultimo infinito e importante tour dell'artista.
Una personalità multisfaccettata che non ha bisogno di presentazioni ma una cosa mi ha lasciato basito ed è la profonda umiltà e il suo coraggio.
Bowie ha sempre fatto quello che gli pare ottendendo lo stesso successo.
Questo deve (dovrebbe) essere d'insegnamento per le nuove generazioni. Non so se fosse uno dei suoi obbiettivi, di fatto non lo pronuncia mai, ma è quanto emerge da tanti suoi discorsi.
Il documentario dunque approfondisce la realizzazione degli ultimi due dischi “Blackstar” e “The Next Day” e del musical “Lazarus”. Nel racconto e nelle interviste inedite dei suoi collaboratori, scopriamo un'intimità e un'umanità che il Duca ha sempre in un certo qual modo nascosto o meglio non spiattellato così ai media, facendo custodia di un importante elemento ovvero di come sia importante la privacy e la serietà nel proprio lavoro.
E poi ovviamente la musica, i video dei primissimi anni e le sue performance fanno e dicono tutto il resto.


sabato 28 gennaio 2017

Riflessi sulla pelle

Titolo: Riflessi sulla pelle
Regia: Philip Ridley
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Anni quaranta: il piccolo Seth vive nella pianura canadese, circondato da adulti squallidi, ai limiti della follia. Replica la loro crudeltà con gli animali e con una donna inglese che crede una vampira.

Di solito il pubblico dovrebbe empatizzare con i protagonisti soprattutto se sono bambini.
Quando però nella scena iniziale vediamo una rana uccisa soltanto per piacere personale e per soddisfare le logiche perverse del gruppo allora sappiamo subito con chi abbiamo a che fare.
L'opera prima dello scrittore Philip Ridley è di quelle pronte a dividere pubblico e critica.
Da un lato l'intento è abbastanza complesso quasi quanto tutta la nutrita serie di temi e riflessioni all'interno del film partendo da una lunga serie di eventi tragici che culmineranno nel finale con un climax che sottolinea il carico di angoscia del film.
Un viaggio di formazione nell'incubo.
Di nuovo un ragazzino costretto a vedere con i suoi occhi i mali del tempo e la degenerazione che gli si presenta a partire dalla famiglia con il suicidio del padre. L'incontro poi con la solitaria e inquietante vicina (che paga a caro prezzo la sua vita solitaria) e per finire un giovane Mortensen che interpreta un fratello maggiore con degli ideali a dir poco discutibili.
Con una scansione per certi versi strutturata su tre atti, il primo rappresenta il sacrificio, la vittima sacrificale la crudeltà verso gli animali; il secondo sembra negare l’evidenza dei fatti per coltivare un incubo personale e l'ostilità per l'Altro e infine nel terzo atto la lotta fra Male e Amore, in cui quest'ultimo per fortuna cerca di redimere e salvare quel poco che resta.
Un film duro e spietato che non sembra cercare facili scorciatoie.
Adulti perversi, angherie, perdita dell'innocenza, il male onnipresente, morboso e scomodo.

Riflessi sulla pelle parla di tutto questo. A volte in modo un po confuso e non sempre funzionale ma è uno di quei film che colpiscono allo stomaco offrendoci l'ennesimo spaccato di vita complesso e doloroso.

venerdì 13 gennaio 2017

Autopsy of Jane Doe

Titolo: Autopsy of Jane Doe
Regia: Andre Ovredal
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia si svolge in una piccola città, in un mortuario a conduzione familiare, dove un padre e il figlio ricevono la misteriosa vittima di un omicidio - una bella e giovane di nome Jane Doe. Nel tentativo di capire come è morta e chi è, scoprono indizi sempre più bizzarri, che detengono la chiave di terrificanti segreti.

Cosa può succedere quando metti assieme un interessante regista norvegese (TROLL HUNTER non ha bisogno di presentazioni), alle prese con il suo primo film britannico e con un attore scozzese e uno americano. Il risultato è un horror classico, un film di genere con così tante contaminazioni da renderlo un gioiellino da gustare nelle tenebre e nel silenzio più assoluto. Un'opera che grazie ad una sceneggiatura che ingrana marce minuto per minuto, porta l'atmosfera e la suspance a livelli molti alti dove l'unica pecca è l'esagerazione di fondo che chiama in causa troppi elementi esoterici alla rinfusa.
Tutto il film è concentrato su due attori e il corpo di questa misteriosa Jane in un'unica location, l'obitorio (sfida che il regista vince con una semplicità impressionante).
Ovredal ha voluto omaggiare i classici e il film a parte riuscirci fino alla fine, trova solo nel climax finale alcuni colpi di scena che seppur debolucci risulteranno gli unici possibili.
L'ennesima conferma e riprova di come negli ultimi anni gli horror low-budget stanno avendo un enorme successo e questo, come spiega il regista, spesso e volentieri è dovuto alle pressioni che avresti con le major, quindi seppur con più difficoltà e allungando molto le tempistiche i risultati arrivano e tu non devi rendere conto a nessuno.
Il secondo film di Ovredal parte dall'autopsia, dalla ricerca di chi è Jane e cosa le è stato fatto, andando avanti e scoprendo con un angoscia incredibile il corpo consumato e violato.

L'interno del corpo poi si presta a diverse chiavi di lettura e rivela una mappa della cattiveria umana e infine l'aspetto magico che cambia completamente il registro del film, come quando la scienza incontra l'esoterismo, è sì funzionale ma poteva essere centellinato in modo meno plateale.

Collide

Titolo: Collide
Regia: Eran Creevy
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un escursionista americano in viaggio in Europa, comincia a lavorare come corriere per un cartello di droga. Quando però una truffa ad una gang rivale viene scoperta, si ritrova protagonista di un inseguimento ad altissima velocità sull'autostrada tedesca. Inoltre deve occuparsi anche della sua fidanzata, che rischia di essere presa in ostaggio. Due i nemici più agguerriti: uno strano gangster, e un boss della droga.

Dinamite pura. Adrenalina in continua progressione. Collide è la riprova dell'ottimo stato del cinema inglese di qualsiasi genere si tratti.
Azione, inseguimenti, sparatorie, storia d'amore, dialoghi che tutti conosciamo a memoria ma impreziositi dalle performance di un manipolo di attori che non devono nemmeno essere presentati al pubblico visto il loro successo.
Hoult ritorna ad una interpretazione che ricorda per certi aspetti KILL YOUR FRIENDS.
Ecco la storia, il plot in generale, è l'elemento più scarso e abusato ma ci troviamo di fronte ad un prodotto assolutamente funzionale per lo scopo che mette proprio da parte l'idea per concentrarsi sulla messa in scena.
Felicity Jones è sempre bellissima anche bionda, la scena nella neve è davvero romantica e a parte il finale telefonato, ci sono davvero tanti bei momenti e il film non annoia nemmeno per un secondo.

Cosa saresti disposto a fare pur di curare la tua ragazza da un male che ovviamente la sanità non paga? Basteranno gli inseguimenti? Oppure come sempre bisogna arrivare alle estreme conseguenze tirando in ballo mafia tedesca, con a capo Hopkins, e affidandoti al piano folle di un pappone come Kingsley. Il risultato è una corsa folle di 100' minuti, europea a tutti gli effetti, tecnicamente senza nessuna sbavatura e a tratti irresistibilmente divertente e con una soundtrack potentissima.

giovedì 22 dicembre 2016

White Lightnin

Titolo: White Lightnin
Regia: Dominic Murhpy
Anno: 2009
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Nel cuore delle montagne Appalachian in West Virgnia, dove ogni uomo possiede una pistola e una distilleria di liquori, si tollera la leggenda vivente Jesco White. Da giovane Jesco andava avanti e indietro dal riformatorio al manicomio. Per tenerlo fuori dai guai, suo padre D-Ray gli ha insegnato l'arte della danza di montagna, una versione frenetica del tip tap con la musica country suonato col banjo. Dopo la morte di suo padre, il pazzo Jesco prende le scarpe da tip tap di suo padre e porta il suo show per la strada.

La storia di The Dancing Outlaw, il ballerino fuorilegge è una ballata travolgente e disperata.
Un viaggio nella violenza pura, di una mente deviata, instabile e complessa e di un percorso di redenzione anomalo e senza nessuna concessione.
Una vita di eccessi di droga, alcool, di autodistruzione, di un biologico benessere nella ricerca dello sballo e delle sostanze. C'è tanta musica, ritmo, un montaggio veloce e perfettamente scandito.
Una prima parte fra gli hillbillies che popolano le zone più arretrate e degradate degli Appalachi dove si vive tutti assieme e dove l'ambiente ricorda a tutti gli effetti le carovane dei bifolchi.
Una comunità dove il giovane Jesco intuisce subito, come d'altronde suo padre, quale sarà il suo destino.
Macabro, grottesco, è riuscito in diversi momenti a ricordarmi un altro film folle, BAD BOY BUBBY, il quale puntava più sul disturbo psichiatrico e il suo impatto sulla società rispetto all'esordio di Murphy dove Jesco è un pazzo almeno fino a quando non incontra l'amore e soprattutto quando tutto rischia di degenerare ancor più dopo la misteriosa morte del padre.
Lo squallore (umano ed estetico) che regna nella pellicola disturba, lascia nauseati e straniati. Funzionale a questo punto la scelta registica di puntare su un b/n che sbiadisce i colori più chiari e crea un’atmosfera ora raffinata ora sordida ora laida e sozza.

Un film che seppur non dichiaratamente un horror e un biopic rientra prendendo registi e stilemi del genere diventando un'opera sconosciuta e assurda, un debutto trascendentale che seppure un flop al botteghino, spero faccia resuscitare dalle ceneri Dominic Murphy per il quale nutro profonda stima.

Chi ha paura delle streghe

Titolo: Chi ha paura delle streghe
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un orfano vive una terribile avventura, simile alle fiabe della nonna: un gruppo di streghe, in apparenza signore perbene, lo vogliono trasformare in topo.

Tratto da un romanzo di Roald Dahl "Le streghe", lo sconosciuto film di Roeg entra a pieno nel sottogenere sul filone delle streghe trovando alcuni spunti e delle idee davvero interessanti che seppur scritte in maniera a volte non così seria, diventa quella fiaba nera per adolescenti tipica del cinema anni'90 che ancora portava avanti quella spinta sull'avventura e la mistery tipica di quegli anni.
Un horror fiabesco che trova almeno due punti di forza come il primo atto, suggestivo e importante nel darci elementi che verranno sviluppati in seguito (ma con una buona tensione e atmosfera) e il finale con le streghe che mostrano il loro vero e inquietante aspetto.
E'un film anomalo perchè sposa una messa in scena che a tratti sembra una comune commedia per poi rivelare il suo lato grottesco con l'arrivo della Strega Suprema interpretata da Anjelica Huston.

Per alcuni aspetti mi ha ricordato il cult della Troma RABID GRANNIES per come in fondo dopo la trasformazione emerga sempre la parte più inquietante ovvero quella del sacrificio dei bambini che se nel film di Roeg è "assente" ricerca un target specifico e che riesca a mettere d'accordo tutti, il film della Troma invece è di una violenza e ironia abissale. In più il tema della fiducia tra estraneo e bambino con la scena madre dell'albero è interessante per far capire come in alcuni momenti possa sentirsi un orfano. Sono tanti i riferimenti presi da questo film e usati quasi come registro per recenti film sulle streghe o che trattino di paure e incubi che minano l'infanzia e l'adolescenza.

martedì 13 dicembre 2016

Road Games

Titolo: Road Games
Regia: Abner Pastoll
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Le assolate giornate estive diventano buie e inquietanti per una coppia che ha fatto l'autostop. Jack e Véronique quando vengono inspiegabilmente coinvolti in una situazione pericolosa con una misteriosa coppia di sposi e un collezionista che uccide su una strada locale nella Francia campestre.

Road Games è un insolito thriller per certi versi citazionista con alcune buoni momenti e un'idea sicuramente non male. Peccato però che il film nel terzo atto diventi presto un pasticciato insieme di elementi già visti, un finale scontato e alcuni macro errori nello script che ne sanciscono una limitatezza su cui il regista, peraltro in gamba, dovrà riflettere per il suo prossimo film.
Dal titolo e dalla locandina sembra il tipico film da cui non bisogna aspettarsi nulla e sperare che non faccia troppo schifo.
E'un thriller anonimo, indie, molto europeo come location e cast mentre invece cerca di essere il più americano possibile nella forma e nella narrazione. Veronique e Jack come protagonisti non sono male anche se il merito delle caratterizzazioni se lo prendono la coppia di tizi improbabili e il killer.
Diciamo che lo spunto è forse uno degli elementi che mi ha divertito di più ovvero Jack che vuole arrivare dalla Francia fino in Inghilterra con l'autostop e finisce guarda caso nella strada principale dove il killer uccide le sue vittime.
Ci sono come dicevo tante piccole e belle cose nel film dalle location come la villa della famiglia Grizard che si rivela un ambiente elegante e visivamente imponente alla parte centrale in cui la coppia ospita i giovani senza capire come mai siano così gentili, per arrivare infine a Jack che finisce a casa del killer senza rendersene conto e quest'ultimo scopriamo essere un tipico francese che non sembra rendersi conto di quello che fa.
Un thriller sconosciuto dalla forte impronta europea e nel complesso un film che deve quasi tutto alla premessa e all'atmosfera che riesce con molta difficoltà a cercare di mantenere.


domenica 27 novembre 2016

Free Fire

Titolo: Free Fire
Regia: Ben Weathley
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 4/5

Nove uomini e una donna s’incontrano in un magazzino in disuso per concludere un losco affare.

Weathley ritorna di nuovo in pole position. Uno dei registi migliori di questa ultima generazione dopo diversi film intensi e particolari (KILL LIST, DOWN TERRACE, FIELD IN ENGLAND, SIGHTEERS) e un'unica deviazione devastata dalle aspettative e dai critici sciacalli (HIGH-RISE al TFF 33°sempre nella sezione Festa Mobile) che l'outsider inglese ritorna in prima linea ai festival.
Con Free Fire si ritorna ai temi e agli strumenti tipici e prediletti del regista. Humor nero, dialoghi taglienti, molta violenza, scene grottesche, dinamismo senza controllo, ritmo ai massimi livelli, azione concitata, scene surreali e paradossali e infine delle caratterizzazioni forti visto che la sua ultima opera e prima di tutto un film di attori e di recitazione (fatta eccezione per due o tre del branco) per dei personaggi eccessivi e caricati, affascinanti e stilosi quanto grezzi, romantici, manipolatori, alcolizzati, narcisisti e tossici incalliti.
L'ultima opera del regista si potrebbe definire un thriller/action/commedia ad altissima tensione senza quasi storia ma colma di azione e alcuni ma intelligenti colpi di scena e sotto-storie che danno ancora più tensione e complessità al film.
Free Fire sembra prendersi meno sul serio ma non poi così tanto, contando che il dramma insito nel film e nelle conseguenze inattese nonchè gli effetti perversi di questa carneficina hanno un taglio profondamente drammatico che seppur giocato con un'ironia macabra e travolgente (le risate sono assicurate) rimane impregnato proprio dalla sofferenza dei suoi personaggi e il loro tentativo disperato di mettersi in salvo e capire cosa è andato storto.
Siamo negli anni '70. Tutti sono vestiti in modo alternativo con giacche così spesse da diventare quasi giubbotti anti proiettili, un cast assolutamente eterogeneo dove compaiono attori americani, inglesi, italiani, etc (un'altra scelta che da il suo valore aggiunto soprattutto in lingua originale per capire al meglio alcuni dialoghi e le battute e le incomprensioni proprio sugli accenti).
E poi senza dover ricorrere agli spoiler, l'incidente scatenante, la scintilla che nasce proprio dalla manovalanza e dalle conseguenze ai danni di una donna fanno tutto il resto...un casino che nel giro di qualche battuta assume proporzioni gigantesche in una faida che trova nei suoi innumerevoli pregi quello di avere un'unica location, un magazzino abbandonato che ricorda per alcuni aspetti l'esordio di Tarantino.

Free Fire infine conferma il talento di un autore a 360° che scrive, monta, dirige, costruisce, spaziando da un genere all'altro con un divertimento, una passione e una disinvoltura ammirevole.

giovedì 24 novembre 2016

War on Everyone

Titolo: War on Everyone
Regia: John Michael McDonagh
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 3/5

New Mexico, due poliziotti corrotti decidono di ricattare e incastrare qualsiasi criminale incroci il loro cammino. Ma le cose prendono una brutta piega quando cercano di intimidire un criminale più pericoloso di loro due.

E'un film senza plagi e citazionismi esagerati l'ultimo film del buon McDonagh questo forse è vero, però tutta una serie di nutrite e spassose combinazioni non possono tenerlo troppo lontano da un frullato che potrebbe mischiare WRONG COPS (sempre di Tff si parla ma di qualche annetto fa) e un poliziesco, un buddy cop famoso influenzato dalle serie tv poliziesche degli anni ’80 come STARKSY AND HUTCH attraversando in lungo e in largo la location di BREAKING BAD.
L'action commedy in questione che chiama in causa svariati sottogeneri, parte da una struttura molto classica per finire in un fiume di sangue in fondo molto prevedibile e scontato (e ovviamente il riferimento va come sempre ai giubbotti antiproiettili) ma che portando agli eccessi del buono e cattivo gusto il politicamente scorretto, riesce ad essere divertente e adrenalinico, grottesco e demenziale e in più molto violento contando che la coppia di poliziotti ama fare tutto ciò che non andrebbe fatto dalle offese alle intimidazioni per finire alle estorsioni e alla violenza gratuita. Grazie ad un montaggio frenetico e una buona scelta del cast, il regista riesce a portare a casa un film che si discosta da alcuni drammi del passato come la sua seconda opera CALVARY per ritornare sul terreno fertile della commedia e migliorarne solo in parte la struttura, simile per certi versi, che accompagnava il suo esordio UN POLIZIOTTO DA HAPPY HOUR.
War on Everyone è la sintesi perfetta dei primi due film del regista, una satira poliziesca condita con un desiderio di vendetta.

Una scena che vale tutto il film è l'arrivo dei due poliziotti in Islanda per cercare un informatore, guardatela e non riuscirete a smettere di ridere. Allo stesso tempo il film forse perchè come un fiume in piena cerca di toccare troppe cose, finisce con il non essere sempre all’altezza lasciando irrisolti argomenti fondamentali e toccandone altri con una fretta e una superficialità preoccupante come il ragazzino ospitato da Skarsgard Jr che racconta al poliziotto degli abusi subiti.

venerdì 18 novembre 2016

Under the Shadow

Titolo: Under the Shadow
Regia: Babak Anvari
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Teheran 1988. Shideh vive in mezzo al caos della guerra Iran-Iraq. Accusata di sovversione e registrata nella lista nera dal collegio medico, si ritrova in uno stato di malessere e confusione. Mentre il marito è in guerra un missile colpisce il loro condominio e da quel momento una forza soprannaturale cercherà di possedere Dorsa, la loro giovane figlia.

Under the Shadow è una piacevole sorpresa che arriva dall'Iran passando per la Gran Bretagna.
E'un altro di quegli horror intelligenti, che sposa leggende, folklore popolare e miti narrando del Djin e del loro potere, l'esoterismo che prende piede in una città afflitta dalla guerra dove tutti scappano e solo coloro che non credono, accettano di rimanere per sopravvivere.
L'esordio di Anvari però non si limita solo ad essere una fiaba moderna con una nuova demonologia (anche perchè i Djin non sono proprio nuovi nel cinema), ma è stratificato e ben più complesso parlando di legami familiari che sfociano in allucinazioni e paranoie, difficoltà madre/figlia, una società misogina che si rispecchia nel lavoro come nella vita pubblica (quando lei esce di casa terrorizzata con Dorsa senza velo e viene fermata dai poliziotti che vorrebbero frustarla) e infine il male come manifestazione della guerra (in questo caso il missile che diventa il tramite).
Dicevo c'è tanto è il film si delinea all'inizio come un dramma solo familiare (bisogna aspettare quasi un'ora per vedere il primo Djin ad esempio) e in tutto questo arco di tempo il regista caratterizza benissimo i suoi personaggi, destruttura l'ambiente e crea la suspance proprio facendo avvicinare Shideh e Dorsa all'orrore vero. Un film per alcuni aspetti claustrofobico che mi ha ricordato CITADEL e BABADOOK.

Il film si apre con una scritta che ci ricorda i numeri della guerra Iran-Iraq combattuta tra il 1980 e il 1988. Proprio l'orrore della guerra e la scelta da parte del demone di entrare dalle crepe che si formano dopo i bombardamenti diventano gli spiragli che non riescono ad essere coperti e cancellati soprattutto con lo scotch, ma che metaforicamente sono ferite destinate a rimanere per sempre.