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domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


venerdì 18 novembre 2016

Bunker

Titolo: Bunker
Regia: Nikias Chryssos
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Un giovane studente alla ricerca di quiete e solitudine si concentra su un lavoro importante ma finisce per imbattersi in una strana famiglia e per far da insegnante al piccolo Klaus, educato in casa dai genitori che vivono in una villa bunker isolata.

Ci sono alcune premesse e situazioni perlopiù bizzarre e degne di nota all'interno dell'opera prima del regista tedesco. Ad esempio come mai uno studente dovrebbe scegliere un bunker in mezzo alla neve in un posto desolato per trovare concentrazione. Tutto il film è pervaso da una connotazione grottesca, uno humor nero efficace in una famiglia disfunzionale.
Un film che procede lentamente, conosciamo dallo sguardo del protagonista le varie situazioni e le regole rigide che intercorrono in questa forzata convivenza. Non ci vuole molto a far scattare la scintilla e minare così la psiche e violentare il suo equilibrio psicologico.
Diventa un viaggio all'inferno dove a parte un luciferino Klaus che nella sua apparente fanciullezza e un lieve ritardo mentale gode nel provare piacere delle situazioni più depravate, per arrivare poi a lei, alla madre, assoluta protagonista, la quale tiene in scacco la famiglia obbedendo lei come gli altri a questa grossa ferita parlante sulla gamba di nome Heinrich.
E'un film fuori dall'ordinario, folle, malato, a tratti geniale e con alcune buone trovate che non cade mai nell'essere un horror vero e proprio ma confermando di essere un tesissimo film di genere riuscendo a rendere ogni scena oppressiva e claustrofobica. Purtroppo l'unico problema è legato ad uno script che dalla seconda metà in avanti sembra abbastanza chiaro dove voglia andare a parare senza guizzi narrativi o colpi di scena.


martedì 8 novembre 2016

Tore Tanzt

Titolo: Tore Tanzt
Regia: Katrin Gebbe
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Il giovane Tore cerca una nuova vita ad Amburgo e entra a far parte di un gruppo religioso chiamato The Jesus Freaks. Quando per caso incontra una famiglia e li aiuta a riparare la propria auto, ritiene che una meraviglia celeste lo abbia aiutato. Inizia una profonda amicizia con il padre della famiglia, Benno. Ben presto si trasferisce con loro al loro orto, non sapendo cosa lo aspetta.

La violenza che incontra il sacro. Tore facente parte di un gruppo di punk cristiani fanatici, senza famiglia e senza affetti, si ritroverà catapultato in una spirale di violenza dove di fatto un nucleo familiare disadattato come tanti lo tratterà come l'agnello sacrificale, il capro espiatorio per eccellenza. Non è un torture porn e non ha neanche quella esagerata dose di sangue e violenza come capita per gli horror odierni. Eppure Nothing Bad Can Happen riesce a fare, per alcuni aspetti, ancora più male degli altri perchè realistico e perchè indaga una realtà e scava dentro una psiche complessa e timorosa.
Se fosse una metafora potrebbe essere quella di Gesù Cristo che si sacrifica e si fa mettere in croce per salvare le sorti di un gruppo di persone a cui lui sembra essere molto legato. Ci sono alcuni momenti che riescono a mischiare ironia assurda (i punk cristiani che benedicono l'auto che poi riparte) alternati a stupri e mamme che schiacciano coi tacchi i coglioni del protagonista.
Vale sempre la regola di Matheson sul concetto di normalità. In questo caso Gebbe, alla sua opera prima, riesce a intuire l'assurdità di entrambe le parti, fanatici contro psicopatici, cercando di raccontarli assieme facendoli esplodere e implodere allo stesso tempo.


venerdì 23 settembre 2016

Lui è tornato

Titolo: Lui è tornato
Regia: David Wnendt
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

2014. In un preciso luogo della città (quale sia verrà esplicitato nel corso del film) Adolf Hitler ritorna in vita. La sua presenza viene casualmente registrata da un reporter di una televisione il quale, dopo aver subito il licenziamento, se ne accorge e decide di andarlo a cercare per utilizzarlo come attrazione che gli consenta di farsi riassumere. L'imitazione (così crede lui e credono anche alla tv) è perfetta e il Führer inizia a fare audience e ad attrarre consensi.

Il cinema europeo finalmente ha scoperto l'anfetamina. Dopo DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES , bellissimo e memorabile, arriva un'altra perla che mischia la satira con la fantascienza. Un concentrato di idee, non così cattive e mefistoteliche come il film olandese, ma assolutamente delizioso, irriverente, pungente, attuale e molto drammatico con tante idee originali e di gusto. Nell'epoca in cui l'Europa non è mai stata così tanto di destra (Le Pen in Francia, Haider e il muro in Austria, Salvini in Italia, etc) questo film come dicevo non solo è tremendamente al passo coi tempi ma addirittura conferma in parte come i leader carismatici rimangano sempre gli eroi.
Leader di una società che ha smesso di combattere e si è arresa prima del dovuto, soprattutto a causa del capitalismo che ha fatto sì che spegnessimo il cervello pensando a cose che non ci servono e non guardare nella direzione che desta più preoccupazioni.
In una crisi globale il pericolo che qualcosa possa riaccadere con altri nomi, ma con la stessa forma dovrebbe far aprire gli occhi.
In una società complessa come la nostra, il film coglie gli aspetti moderni ironizzandoci su ma allo stesso tempo criticandoli a dovere, come le interviste stile candid dei passanti, i selfie e i saluti nazisti e poi tutto ciò che rappresenta i mass-media è una dura e importante critica indirizzando l'opinione pubblica e influenzandola come gli pare.
La scena topica da questo punto di vista è quando Adolf scopre internet. E'immediata la sua reazione di sorpresa e di stupore. Così come è immediata la sua critica nei confronti del popolo tedesco, aizzandolo a tornare ad essere una potenza sbarazzandosi degli immigrati.
Forse l'unica pecca del film è che nella seconda parte rimane meno incisivo dell'inizio, dando troppo spazio ad alcuni attori secondari e ogni tanto puntando su alcune scene che poteva risparmiarsi come quando la nonna del protagonista, ebrea che ha vissuto l'Olocausto vede Hitler arrivare in casa.


giovedì 4 agosto 2016

Colonia

Titolo: Colonia
Regia: Florian Gallenberger
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Lena e Daniel sono una coppia di giovani tedeschi innamorati. Lei è una hostess della Lufthansa, lui un grafico e un fotografo, che si è messo a servizio delle speranze rivoluzionarie del Cile di Salvador Allende. Daniel ha appena deciso di tornare in Europa con lei, quando rimane bloccato dal colpo di stato del 1973. Segnalato come collaboratore dei comunisti, viene rapito dalla polizia segreta di Pinochet, torturato orrendamente, e segregato nella cosiddetta Colonia Dignidad, nel sud del paese: una missione guidata dal carismatico Pius, alias Paul Schafer, dalla quale nessuno è mai riuscito a fuggire. Abbandonata dai compagni di Daniel, che hanno preso la via della clandestinità, Lena decide di entrare sola e volontaria a far parte della setta, per ritrovare il suo fidanzato e cercare di portarlo in salvo.

Non è mai facile attraversare alcuni momenti bui della storia.
Il cinema ci prova spesso con risultati contraddittori a seconda di quanto vengano premiati gli intenti e la storicità del fenomeno storico.
In questo caso Colonia Dignidad con il suo leader a dir poco carismatico ma autoritario Schafer è un'altra di quelle storie malate e inquietanti che il cinema si è preso la briga di raccontare e mostrare attraverso le immagini.
Quando però si punta troppo sull'azione esasperando un dramma e spettacolarizzandolo, si rischia di finire su un terreno poco fertile e irto di spine. Per fortuna il film tedesco riesce nonostante alcuni momenti traballanti, quasi tutti nella seconda parte, ha scampare da questo problema ma purtroppo senza focalizzarsi mai troppo bene sul dramma, preferendo una improbabile storia d'amore assai stereotipata e con alcuni eccessi davvero poco convincenti.

Se poi all'espressività enigmatica di Bruhl poniamo accanto la tipica mono espressione della Watson, davvero poco credibile come scelta e come recitazione, allora alcuni sforzi sembrano vani.

lunedì 18 luglio 2016

Stereo

Titolo: Stereo
Regia: Maximilian Erlenwein
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 2/5

Erik ha un negozio di riparazioni di moto in una piccola e tranquilla cittadina. Tutto nella sua vita sembra filare liscio e il rapporto con la nuova fidanzata Julia lo rende felice. Anche la piccola figlia Linda si sente a sua agio fino al giorno in cui l'arrivo del misterioso Henry spezza ogni idillio.
Erik tenta di sbarazzarsi di Henry ma senza riuscirvi, quando la minaccia di un gangster che mette in pericolo la vita di Julia lo costringe a provare a fidarsi del nemico.

E'un peccato che Stereo nonostante alcune trovate interessanti sia un film così limitato e scontato.
Un vero e proprio delirio che sembra per certi versi accompagnare la filmografia tedesca spaccata da alcuni film straordinari e altri che lasciano increduli e perplessi.
Stereo non sembra avere mai una coerenza narrativa per più di venti minuti con una trama dettata da scelte incomprensibili e quasi autolesioniste piena di dialoghi stereotipati che traumatizzano lo spettatore per i primi dieci minuti, poi come sempre il rischio diventa quello di essere assuefatti per notarli. Un plot che scivola rapidamente in un crescendo di scelte che sfuggono e non trovano mai una coerenza, virando nell’assurdo e nel già visto che, unita alla sovrabbondanza di cliché di cui sopra, rende il film da dimenticare.
L'incidente scatenante dell'incubo che si rivela una vera ossessione poi andava combinato meglio altrimenti sembra un'altra copiatura da film ben più strutturati e famosi.
Poi tra l'altro le prime manifestazioni di Henry sopra i camper in campi deserti sembra l'apologia del non-sense.


domenica 24 aprile 2016

German Angst

Titolo: German Angst
Regia: AA,VV
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Tre storie tedesche di amore, sesso e morte a Berlino.

Era da parecchio che non sentivo parlare di Buttgereit. Un regista che ho avuto modo di conoscere numerosi anni fa, grazie a pellicole con un alto tasso di gore come NEKROMANTIK, DER TODESKING e il malatissimo SCHRAMM.
Kosakowski e Marschall invece quasi non gli conoscevo. L'ultimo ha diretto un paio di pellicole interessanti LE LACRIME DI KALI e MASKS.
A differenza di quasi tutto il pubblico che ha preferito il Guinea Pig di Buttgereit, mi schiero invece dalla parte del buon Marschall con la sua Mandragora e la ricerca della scopata perfetta.
Due parole sulle trame. Il primo episodio, racconta la storia di una giovane ragazza che vive sola con il suo porcellino d'India in uno sporco appartamento a Berlino, scopriamo che nella camera da letto si trova un uomo, legato e imbavagliato e quello che succederà saranno torture silenziose.
Il secondo episodio racconta di una giovane coppia sordomuta che viene attaccata da un gruppo di teppisti.
Nell'ultimo episodio, un uomo si imbatte in un sex club segreto gestito da un elite di feticisti che promette la miglior esperienza sessuale di sempre usando un farmaco fatto con le radici della leggendaria pianta della Mandragora.
Diciamo che il primo episodio è quello più ad effetto, silenzioso, un torture di quelli difficilmente dimenticabili, in più senza dover stare a spiegare nulla, lascia lo spettatore a farsi seghe mentali su chi o cosa potrebbe aver fatto la vittima.
Il secondo poteva davvero dare tanto, invece scade diventando quasi ironico e puntando ad una violenza in parte gratuita con medaglioni dai poteri strani capaci di entrare nel corpo di chi si ha di fronte. Il terzo è semplicemente il meglio riuscito perchè in fondo ha la storia più simpatica. E'violento ma non esagera mai e in alcuni punti è decisamente folle osando e puntando su una suspance e alcuni elementi davvero interessanti.
Purtroppo bisogna dire che di soldi il film non ne ha ottenuti molti, la produzione e i costi sono stati interamente realizzati con fondi privati e con il crowdfunding e il terzo episodio quello di Marschall, anche produttore, è stato di certo il più costoso.

Finalmente un horror a episodi europeo che seppur con alcuni limiti, ha dalla sua una pregevole fattura, alcuni registi che non sentivamo più da un pezzo e la speranza di vedere altri lavori simili.

domenica 10 gennaio 2016

Fuck you Prof!

Titolo: Fuck you Prof!
Regia: Bora Dagtekin
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Il rapinatore Zeki Müller ha scontato l'ultima pena in prigione e ora non vede l'ora di andare a riprendersi il bottino che aveva fatto nascondere per tempo. Peccato che la sua amichetta l'abbia sotterrato nei pressi di un cantiere poi rimosso e che ora i soldi si trovino murati sotto la palestra di un liceo. Costretto dai debiti e dagli eventi, Zeki riesce a spacciarsi per supplente per avere libero accesso ai sotterranei, e non gli importa che gli venga affidata la classe più intrattabile, infatti non gli importa un bel niente di niente, ma le cose si complicano quando gli studenti cominciano ad apprezzarlo e a farlo sentire utile, per non dire indispensabile.

Fuck you Prof! è una commedia scanzonata, piena di umorismo e abbastanza volgare. In grado di coinvolgere velocemente, destruttura tutti i clichè del perbenismo e delle norme scolastiche portando alla ribalta la tamarria e la spregiudicatezza.
In tempi dove nella settima arte, soprattutto sulla scuola, si cerca di essere il più autoriali possibili, il film di Dagtekin, sembra staccarsi da tutto esplodendo in un'anarchia fine a se stessa ma comunque coinvolgente.
Tutto il film nella sua struttura è di una banalità e prevedibilità incredibile.
Eppure sono le gag, alcuni dialoghi, l'azione continua e il ritmo incessante a creare quella scoppiettante ed energica commedia che ogni tanto si apprezza di buon gusto.
Pur essendo trash, sboccato e divertente, il film di Dagtekin riesce comunque a sondare alcuni mali e tendenze post-contemporanee dei giovani e degli insegnanti più che mai reali.
Il problema a parte la recita finale che se da un lato da una cornice e un finale telefonatissimo, dall'altro ha il contro altarino nella messa in scena di Romeo e Giulietta in una versione tossica e che si rischia di non prendere mai nulla sul serio.
Il film è così, quasi inqualificabile, nel senso che alterna momenti godutissimi e con gag amabili e divertenti, ad altri momenti morti, quasi patetici e incredibilmente falsi e ridondanti.
Buona l'alchimia tra i due protagonisti.



mercoledì 30 dicembre 2015

Victoria

Titolo: Victoria
Regia: Sebastian Schipper
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Victoria, una ventenne spagnola che vive da qualche tempo a Berlino, incontra fuori da un locale notturno Sonne e i suoi amici. Sono berlinesi 'veri', così si definiscono e possono mostrarle la città ignota agli stranieri. Victoria li segue divertita fino a quando qualcuno si fa vivo per esigere dal gruppo un credito

Le riprese della copia definitiva sono iniziate alle 4.30 del mattino e sono terminate alle 6.54 senza soluzione di continuità.
Sturla Brandth Grǿvlen è un operatore probabilmente importante quanto Schipper alla sua opera prima. Sfide come queste non sono tante e non passano inosservate soprattutto quando si ha il sentore che possano essere dei fiaschi e che non riescano a vincere la scommessa.
Victoria e il gruppo di berlinesi ci sono riusciti.
Ovvio alcuni momenti sono dilatati troppo, alcune forzature sembrano accendere troppo velocemente alcuni cambiamenti della pellicola che possono sembrare esagerati. Ci sono dei discutibilissimi vuoti e delle incronguenze incredibili forse dovute ad una drammaturgia carente che non ha puntato molto sulla sceneggiatura.
Nel complesso però ci sono tanti e squisiti elementi di questo film passato inosservato presso molti festival che faranno girare la testa agli amanti di cinema come un girotondo di generi capace di travolgere per l'estrema fluidità con cui è stato progettato.
Un cast in cui alcuni giovani volti sono noti solo per indie autoriali apparsi in sporadici festival come KING SURRENDER o WE ARE FINE.
Victoria perde forse parte della sua preziosità della sua incredibile ingenuità e freschezza proprio quanto si trasforma in un action tirando fuori troppo le palle e volendo diventare straordinariamente drammatico.
Nella sua notte di incontri Victoria travolge e lascia sempre in una strana atmosfera, proprio perchè nella sua ingenuità sembra sempre essere sul punto di diventare la vittima sacrificale di questo gruppo di ragazzi affamati di vita e di illusioni.
Schipper dimostra di saper giocare bene con la suspance, regalando un film che in un piano sequenza di più di due ore non perde mai di vista l'obbiettivo e crea una miscela di elementi e empatia verso tutta la "banda" davvero irresistibile.
Victoria proprio in questo blocco unico diventa un gioco forza di incredibile impatto e realisticità.



domenica 13 dicembre 2015

We are fine

Titolo: We are fine
Regia: Henri Steinmetz
Anno: 2015
Paese: Germania
Festival: TFF 33°
Giudizio: 2/5

In un tempo storico misterioso, la vita di Tubbie, Tim, Jojo, Birdie e Marie ha preso una piega imprevedibile, come se le vacanze estive non fossero mai terminate. Stretti in un gruppo molto coeso, i cinque ragazzi si aggirano apparentemente senza uno scopo, come cani randagi, in una città anonima che non si cura di loro; nel caldo soffocante di una estate interminabile, vivono momenti di inattesa beatitudine. Ma ben presto questo gioco a nascondino con la realtà, questa fuga dal mondo mostrerà le sue conseguenze e le prime crepe inizieranno a minare l’unità del clan.

«Il film non spiega perché esista un gruppo come quello di cui fanno parte i cinque protagonisti. Mi sembrava più interessante studiare e osservare cosa succede proprio a causa della sua esistenza.
Che effetti ha l’appartenenza a questa vera e propria costellazione, sia per il gruppo nella sua totalità sia per il singolo? A quali cambiamenti vanno incontro i suoi membri? Come si comportano l’uno con l’altro, fino a dove riescono a spingersi e in quale momento l’unione si sfalderà?» dice il regista presentando la sua opera prima.
We are fine è un film sull'alienazione giovanile.
Minimale, barocco, con pochissimi dialoghi e composto per lo più di sguardi.
Alcuni hanno provato ad azzardare un paragone con il film manifesto di Kubrick sulla violenza, anche se completamente diverso, soprattuto negli intenti, mentre invece per la questione legata al branco, la divisione e la scansione in capitoli, la musica classica e per finire un' estetica elegantissima e mai volgare, forse qualche paragone può esserci ma qui di violenza ce n'è veramente poca.
Le scene di violenza sono sporadiche e quasi sempre esterne al branco.
L'assalto alle ville borghesi, i rallenty nella piscina, l'aggressività che emerge quando viene messo alla prova il leader Tubbie e un diverbio con un cameriere in un ristorrante.
Romantico, come nella scena in cui Tubbie osserva da dietro uno specchio, durante una festa, l'avvicinamento e le pulsioni sessuali di Marie e Tim. Dovrebbe arrabbiarsi, ma non ci riesce. Alla fine con un accendino apre una finestra per mostrarsi a loro. Però non basta e piccole soluzioni estetiche e visive non bastano a portare a galla una sommaria lenta routine che sembra non prendere mai una direzione.
We are fine si apre con una scena nel bosco catartica e davvero poetica, continua in un appartamento scarno composto per lo più da foglie e da strani passaggi segreti che conducono nelle altre stanze, con scatole di cartone.
Purtroppo però il film cade vittima del suo stesso esasperato estetismo che finisce con il diventare noioso e senza un vero obbiettivo.
Mostrare l'appartenenza è importante e si può farlo usando svariati stili di linguaggio.
Steinmetz sa sicuramente girare molto bene, fotografia e stile tecnico sono impeccabili.

Purtroppo però non riesce a costruire un'analisi vera e propria, bloccandosi su troppi elementi futili e bloccato infine da implosioni di cui spesso non si colgono i sensi.

lunedì 16 novembre 2015

Station of the Cross

Titolo: Station of the Cross
Regia: Dietrich Brüggemann
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

Maria è una quattordicenne figlia di una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo. L'adolescente si trova quindi intrappolata tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura nel cuore per il signore. Serve a poco la presenza di una ragazza alla pari, anch'essa religiosa ma in maniera più ragionevole, Maria è convinta che i durissimi rimproveri della madre siano giusti e che il peccato sia ovunque, ad ogni angolo, in ogni parola, in ogni uomo. In armonia con tutto ciò ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.

Cosa succede in una famiglia quando domina l'ideologia.
Una domanda e una scelta di intenti così interessante e affascinante da poter creare un insieme di elementi e simboli maturi e realistici per tutto l'arco del film.
Scandito in quattordici diversi capitoli che hanno come titolo le diverse stazioni della via crucis, Kreuzweg adotta una linea minimale e statica, un quadro dopo l'altro di eventi e scelte, puntando su alcuni dialoghi di intenso spessore come ad esempio l'incipit iniziale con il gruppo di catechismo in vista del sacramento della Confermazione in un piano sequenza a camera fissa di diciassette minuti.
La tragicità della sopportazione, il fanatismo ideologico, il prete che crea dei modellini, dei soldatini di Dio è un tema che non poteva non essere affrontato, soprattutto in tempi come questi dove i monoteismi stanno vivendo momenti di crisi, modernità, rivoluzione culturale e purtroppo anche vendetta spietata.
Sono molti e complessi i temi che il regista affronta.
Il sacrificio più di tutti che può portare alla santificazione crea un filo conduttore tra tutte le stazioni diventando una componente fondamentale per intuire dove gli intenti vogliano arrivare.
Si rimane attoniti di fronte ai gesti di Maria, alla sua forza, alle spaventose reazioni del nucleo familiare, con alcuni dialoghi spirituali che creano una tensione sempre crescente.
Quando ogni piacere diventa una colpa, allora ogni sistema che non accetta altra verità che la propria… è la negazione stessa della vita, citando le parole di Anna Brüggemann, sorella del regista che ha contribuito alla stesura della sceneggiatura.

Kreuzweg non attacca la religione, porta alla riflessione il sistema iper razionale della fede cattolica, con un'ironia crudele e criticando la cultura reazionaria dell'apoteosi religiosa in questo caso cattolica.

giovedì 22 ottobre 2015

Stung

Titolo: Stung
Regia: Benni Diez
Anno: 2015
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Per due addetti al catering, Paul e Julia, l'elegante festa in giardino della signora Perch, nella sua remota villa di campagna, non è nulla di straordinario. Un contrattempo con un tossico fertilizzante per le piante apre le porte ai commensali più sgraditi: delle vespe giganti assassine.

Stung è una piacevolissima opera prima, un horror fluido, ritmato e citazionista.
Un omaggio, verrebbe da dire, se non altro per tutta la mole di citazioni cinematografiche e omaggi che fagocita dall'inizio alla fine del film.
Con un budget modesto, una co-produzione e tanto amore per gli effetti speciali, Diez, cerca di alimentare il film più che può, con una brevissima semina e poi subito una festa con la mattanza e tanto body-horror.
Ironico, per certi versi prevedibilissimo, con una storia d'amore vacillante e canonica, il film entrerà di sicuro nell'universo dei tanti film dimenticati, con una spiacevolissima distribuzione, pubblicizzato solo dai tanti blogger che scrivono di cinema.

Diciamo che rispetto alla mole di film di genere che escono tutti gli anni, le api assassine e giganti, sono un diversivo niente male, che alza sicuramente il livello rispetto ad altri prodotti confezionati e ridicoli e almeno se non ingegnosissimo, ha un buon ritmo e non mancano le scene turbolente.

martedì 29 settembre 2015

Der Samurai

Titolo: Der Samurai
Regia: Till Kleinert
Anno: 2014
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Un lupo si muove tra i boschi intorno a un isolato villaggio tedesco. Il giovane agente di polizia Jacob è sui suoi passi ma quello che scopre è inaspettato. Di fronte a sé si ritrova un uomo nerboruto che porta una katana, un'antica spada samurai. Quando il samurai lo esorta a seguirlo nella sua crociata contro il paese, Jakob realizza di essere davanti a un pazzo da fermare prima che porti a termine la sua indiscriminata distruzione. La notte che lo aspetta risveglierà in Jakob i suoi più nascosti demoni.

Der Samurai è un film malato, pasticciato e confuso, ipnotico e sfuggente, diabolico e misterioso, una fiaba nera che in poco tempo sprofonda lo spettatore nell'incubo, nel panico e nel delirio del protagonista Jacob.
Un body horror molto splatter e in salsa queer che mostra un personaggio davvero indimenticabile come il Der Samurai del titolo.
E'un film che non si riesce bene a capire se non vuole o non può spiegare, garantendo un enorme spettacolo visivo e con alcune idee davvero interessanti e originali, ma rimanendo in un limbo particolare da descrivere. Soprattutto nella prima parte del film, sicuramente più riuscita a differenza della seconda che sguaina tutti i suoi difetti esplodendo in modo anarchico e disequilibrato senza mai centrare esattamente il bersaglio.

Tuttavia rimane anomalo quanto affascinante. Inutili e pretenziose tutti i paragoni fatti al film come le citazioni che parlano di echi lynchiani e altro.

sabato 14 febbraio 2015

Hanna Arendt

Titolo: Hanna Arendt
Regia: Margarethe Von Trotta
Anno: 2012
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

 Il film ricostruisce un periodo fondamentale della vita di Hannah Arendt: quello tra il 1960 e il 1964. All'inizio della vicenda, la cinquantenne intellettuale ebrea - tedesca, emigrata negli Stati Uniti nel 1940, vive felicemente a New York con il marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher. Ha già pubblicato testi fondamentali di teoria filosofica e politica, insegna in una prestigiosa Università e vanta una cerchia di amici intellettuali. Nel 1961, quando il Servizio Segreto israeliano rapisce il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann, nascosto sotto falsa identità a Buenos Aires, la Arendt si sente obbligata a seguire il successivo storico processo che si tiene a Gerusalemme. Nonostante i dubbi di suo marito, la donna, sostenuta dall'amica scrittrice Mary McCarthy, chiede e ottiene di essere inviata in loco come reporter della prestigiosa rivista 'New Yorker'. Hannah nota che Eichman, uno dei gerarchi artefice dello sterminio degli ebrei nei lager, è un mediocre burocrate, che si dichiara semplice esecutore di ordini odiosi e, d'altro canto, si sorprende nell'ascoltare testimonianze di sopravvissuti che mettono in evidenza la condiscendenza dei leader delle comunità ebraiche in Europa, di fronte ai nazisti. 

"Ma sai che io non posso amare gli ebrei, come non amo il popolo, non amo la folla; io amo solo i miei amici, amo la gente che conosco"
Necessario. E’ questo l’aggettivo che più si confa alla femminista tedesca e al suo ultimo film.
Necessario perché sono in troppi a non conoscere la vicenda che ha portato la giornalista più coraggiosa dell’ultimo secolo a denunciare il suo paese e ha rivedere uno dei capitoli più tragici della storia.
Straordinariamente interpretata da Barbara Sukowa, il film narra con taglio televisivo, le sue amicizie, il rapporto con il marito, i suoi continui impegni e la sua necessità di affrontare i temi della storia contemporanea seguendo i fatti e non le sensazioni.
Dai suoi resoconti, e in seguito dal suo libro, "La banalità del male: Eichman a Gerusalemme" (un libro che andrebbe letto in tutte le scuole, dalle medie in avanti e quindi non solo come testo d’esame universitario), emerge la controversa teoria per cui proprio l'assenza di radici e di memoria e la mancata riflessione sulla responsabilità delle proprie azioni criminali farebbero sì che esseri spesso banali (non persone) si trasformino in autentici agenti del male.
Il coraggio e la neutralità insegnano, purtroppo, che al prezzo della giustizia e del coraggio si perdono gli amici, la cattedra all’università, la notorietà distrutta dai media, ma d’altro canto resta il marito, restano gli studenti (chiaro esempio di come le nuove generazioni non sono sempre controllabili e omologate).

Hanna Arendt cristallizza su di sé un coraggio emblematico che dovrebbe essere manifesto in tutti noi soprattutto in tempi in cui i mass media e l’era digitale sfalsa la realtà e a volte cerca  di ridipingere la storia a proprio piacimento. Allora la settima arte ci mette anche lei il suo importante contributo, soprattutto quando, ed era vergognoso aspettare il 2012, che si arrivasse a fare un film su questo importantissimo personaggio di rilievo storico e che ha segnato un’epoca e il bisogno di capire fino in fondo i problemi per esaminarli lucidamente senza totem o ideologie pre-confezionate ad hoc.

giovedì 4 dicembre 2014

King Surrender

Titolo: King Surrender
Regia: Philipp Leinemann
Anno: 2014
Paese: Germania
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Germania, una metropoli senza nome. La guerra senza quartiere tra la polizia e le gang locali, che controllano il traffico di droga, non conosce soste. Quando una pericolosa operazione va male e due agenti muoiono, a Kevin e Mendes, a capo della divisione delle forze speciali, non rimane che giurare vendetta per la morte dei colleghi. Una vendetta da ottenere con ogni mezzo, legale e non. Parte così una frenetica e spietata caccia al colpevole, che non rispetta niente e nessuno

“Se facciamo questa merda quale è la differenza tra noi e loro?” Risposta del poliziotto: “Che noi possiamo”. Ogni riferimento a fatti di cronaca italiani è puramente casuale.
Nerboruto, tosto, insolito, adrenalinico e soprattutto teutonico, questo robusto poliziesco che sicuramente non verrà mai distribuito in Italia.
Ed è un peccato perchè il thriller di Leinemann parte di fuoco e non accenna a spegnere tutti gli elementi che lo infarciscono.
Certo non tutto torna e il film ha alcuni piccoli buchi di sceneggiatura, ma d'altronde la matassa da sbrogliare è troppo complessa.
Grazie a un cast di durissimi maschiacci e giovani teppisti imberbi, il film di Leinemann scorre che è una meraviglia con un ritmo davvero senza sosta e colpi di scena uno dietro l'altro.
La critica del regista sull'abuso di potere è anche un progressivo stravolgimento, un ribaltamento dei ruoli e dei concetti di bene e male con toni da noir molto metropolitano, che non regala niente, ma arriva solido e senza compiacimenti al nocciolo duro della questione.
In più l'odio come contenitore di tutti i mali (basta pensare a come scatta la miccia di tutto il film) ancora una volta investe tutti, giovani e adulti, ragazzini e genitori, in alcune scene che non hanno nulla da invidiare ai grossi colossi del genere (basti pensare a Leone o Scorsese) e che proprio nei volti non noti trova uno degli elementi ancora più funzionali e che sanno dare ancora più importanza alla struttura corale del film.
L'unico vero difetto di Wir waren Koenige è che mette davvero troppa carne al fuoco, sacrificando purtroppo alcune pezzi molto importanti e ribadendo alcuni concetti e fatti noti.
Nelle prime scene c'è una delle scene più politicamente scorrette e interessanti del film ovvero lo spacciatore da cui si reca il reparto speciale, chiuderà un gattino nel forno solo perché gli dà fastidio che miagoli....

sabato 16 novembre 2013

Errors of the Human Body

Titolo: Errors of the Human Body
Regia: Eron Sheean
Anno: 2012
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Il genetista Geoff Burton si prodiga alacremente per trovare una cura per la rara malattia genetica che anni prima ha ucciso il figlio ancora in fasce. Nonostante le brillanti deduzioni, le sue ossessioni e i suoi metodi di lavoro poco convenzionali minano la carriera di Geoff quando scopre che un suo ex studente potrebbe aver trovato la soluzione che da tempo lui ricercava e che un altro ricercatore potrebbe rubare.

La bellezza del cinema contemporaneo è proprio quello, in un epoca sempre più di crisi, di scommettere e di poter cercare con tutta la difficoltà del caso di portare a termine un progetto sulla carta molto ambizioso.
I film sperimentali si sà che non hanno successo al botteghino, spesso perchè non hanno un pubblico che sopporti una scelta e dei mezzi rigorosi per concepirne il film. Definire l'opera prima di Sheean come un thriller psicologico sulla ricerca della redenzione di un uomo dal proprio inquietante passato, ambientato nel misterioso mondo dell'ingegneria genetica, a mio parere è davvero troppo riduttivo poichè non attraversa quella galleria composta da location asettiche, uno stile minimale, un cast perfetto, musiche che sfiorano l'orecchio, alcuni flash-back di una crudeltà rara e un montaggio straordinario e prediligendo tematiche come le digressioni bioetiche e cospirazioni annesse.
Certo come tutte le opere prime soffre di alcuni momenti davvero estenuanti ma che servono per creare quell'angoscia che Burton vive continuamente.
Sul cast bisogna sottolineare l'ottimo lavoro svolto. Alcuni personaggi sono davvero inquietanti ed Eklund dopo il bellissimo THE DIVIDE di cui Sheean è sceneggitore, è diventato un volto indimenticabile. Un film certo con alcuni errori soliti di un'opera prima, su tutti una narrazione molto lenta che ne smorza il ritmo ma che serve allo stesso modo a scandire la dilatazione spazio-tempo con cui Sheean concepisce la sua prima opera, ma che pone già degli ottimi intenti su quello che il regista saprà e vorrà fare. Ridà lustro al genere in Germania e aumenta il nutrito numero di pellicole di genere super-interessati che arrivano dall'Europa.
La parte dell'esperimento sul figlio e gli effetti che si vengono a creare valgono già da soli per quei pochi minuti la visione del film.

sabato 14 settembre 2013

Moby Dick

Titolo: Moby Dick
Regia: Mike Barker
Anno: 2010
Paese: Germania/Austria
Giudizio: 2/5

Ismaele vede i suoi sogni realizzarsi quando, lasciati gli insegnamenti, viene ingaggiato come membro dell’equipaggio del Pequod, un peschereccio a vela usato per dare la caccia a balene e capidoglio. Al timone della nave vi è il comandante Achab, coadiuvato dal primo ufficiale Starbuck . Quello che Ismaele ignora è che Achab da anni ha un solo obiettivo nella testa, catturare la gigantesca balena bianca ribattezzata con il nome di Moby Dick.
Realizzato da GRUPPE MÜNCHEN TELE. RTL e ORF, questa produzione europea ha dal suo un enorme vantaggio. Dal momento che il romanzo di Melville è stato ed ha avuto un'unica memorabile trasposizione nel '56 di John Huston, le produzioni si erano tenute alla larga da questo ambizioso e certo non facile progetto. L'idea invece di farne due film in un totale di quasi 190' ha fatto sì che Barker e lo stuolo di sceneggitori riuscissero a cogliere meglio le riflessioni e le caratterizzazioni dei personaggi, anche quelli secondari.
Ovvio che l'opera presenta svariati problemi dal ritmo spesso incerto, le digressioni troppo noiose e un ritmo che spesso fatica a decollare anche nelle scene marittime.
Se l'elemento scenico vacilla, il cast cerca comunque di tirare su il morale della ciurma grazie a Hurt, Hawke e Sutherland.
Una trasposizione al passo con i tempi ma non ancora decisiva sullo scontro tra l'uomo e la più grossa creatura degli oceani.



giovedì 1 novembre 2012

Hell



Titolo: Hell
Regia: Tim Fehlbaum
Anno: 2011
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

In un  futuro distante solo qualche anno, giusto quel pochino che presenti come plausibile un surriscaldamento del pianeta di una decina di gradi, tale da rendere la vita difficoltosa ma non ancora impossibile, seguiamo l’estenuante viaggio di due sorelle ed i loro compagni di  sventura durante il disperato tentativo di raggiungere le montagne dove, come in un miraggio, si crede sgorghi ancora acqua sorgiva.

Alla sua opera prima e con evidenti limiti di budget Fehlbaum sceglie la strada del film apocalittico in particolare una sterzata che unisce fantascienza e horror. L’idea in sé non è male, anzi parte bene e il soggetto sul surriscaldamento è interessante.
Anche le location, in parte gli attori e il montaggio dimostrano una certa capacità nel affrontare un duro e feroce viaggio verso una specie di terra promessa. Come dei topi tutti i personaggi nascondono qualcosa e cercando di nascondersi dalla luce. Creano gruppi e ritornano alla spietata legge del più forte in cui il concetto di normalità perde ogni speranza.
C’è una bambina tra loro, colei che più di tutti si tende a salvaguardare per poter scommettere in un futuro meno drammatico.
Il titolo che significa luminoso è fondamentale per assorgere a quelle regole del film che vengono sistematicamente create nel primo quarto d’ora.
Poi forse la paura, forse i pochi mezzi impiegati, Hell perde la sua forza e non riesce, pur avendone in parte i mezzi, a regalare quei colpi di scena che si sarebbero dovuti aspettare per lasciare posto invece ad una lenta e inesorabile monotonia di fondo.

martedì 16 ottobre 2012

Urban Explorer



Titolo: Urban Explorer
Regia: Andy Fetscher
Anno: 2011
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Denis e Lucia sono due giovani turisti americani in vacanza a Berlino. Vogliosi di qualche emozione proibita, i due entrano in contatto con Kris, un ragazzo del posto che dovrebbe condurli come “urban explorers” nei sotterranei della città. Oltre ai due americani, fanno parte della squadra anche la francese Marie e la coreana Juna. L’esplorazione non comincia nel migliore dei modi: tra neonazisti muniti di cane feroce e vicoli ciechi, i ragazzi finiranno per cacciarsi nei guai. Inoltre nei cunicoli su cui è costruita la città si aggira qualche cosa di molto pericoloso.

Ci sono solo due elementi interessanti nell’horror di Fetscher che tuttavia non bastano a soddisfare tutte le aspettative in questione. Il primo è la location, i sotterranei di Berlino. Qualcosa di davvero insolito nel vasto panorama horror e qualcosa su cui si doveva fare di più almeno in termini di sceneggiatura e di cercare di permettersi qualche inquadratura maggiore.
Il secondo è che l’apparente protagonista muore nel finale e questo elemento deraglia leggermente dalla classica struttura in cui poi almeno uno dei protagonisti si salva.
Il tedesco Armin che ospita i giovani trasformandosi poi in uno psicopatico inquietante, altro non fa che riciclare tutti i luoghi comuni già visti e il finale poi con l’inseguimento nella metropolitana non è credibile a differenza del resto del film che invece rispetta una sana e inquietante atmosfera.

My Son, My Son, What Have Ye Done



Titolo: My Son, My Son, What Have Ye Done
Regia: Werner Herzog
Anno: 2010
Paese: Usa/Germania
Giudizio: 4/5

Il detective Havenhurst viene chiamato sulla scena di un crimine. Una donna anziana è stata infilzata con una spada orientale in una casa vicina alla sua abitazione. I sospetti non possono che cadere sul figlio di lei, Brad, che, armato di fucile, afferma di avere con sé due ostaggi. Attraverso le ricostruzioni della fidanzata e di un regista teatrale emerge progressivamente la psicologia del giovane.

Geniale e solido, il film di Herzog prodotto da Lynch sembra strizzare l’occhio ad alcuni dei suoi vecchi film. Astratto e denso di significati, sembra una favola grottesca a tratti pervasa da una sorta di nonsense.
Quella che invece Herzog descrive è un fatto di cronaca ottimamente interpretato e portato sino alla massima esasperazione. Un quadro ricco e malinconico che dalla California si sposta in Perù (anche se per brevi flash-back) e poi si chiude nel teatro e nelle gallerie.
Una considerazione profonda sulla pazzia, sulle conseguenze che si sprigionano sui terzi, un cast omologato e variegato in cui tutti hanno un ruolo strettamente necessario e in cui il numero tre richiama la tripartizione con cui vengono interpretati alcuni motori profondi della storia.
L’ossessione religiosa poi trasmutata che accorpa alcuni personaggi della tragedia greca è un esperimento riuscito molto bene al regista che ancora una volta dimostra il suo talento, la sua creatività e la sua indiscussa attrazione per alcune tematiche e alcuni fatti di cronaca che meritano una profonda analisi.