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domenica 4 giugno 2017

In nome di mia figlia

Titolo: In nome di mia figlia
Regia: Vincent Garenq
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il 10 luglio 1982 André Bamberski riceve una telefonata in cui la ex moglie gli comunica la morte della figlia quattordicenne Kalinka.. La ragazza stava trascorrendo le vacanze in Germania con la madre e il patrigno, il dottor Dieter Krombach. In breve tempo, grazie anche a un referto autoptico che lascia più di un dubbio, Bamberski si convince che il medico abbia delle gravi responsabilità nel decesso. Da quel momento ha inizio una battaglia che lo vedrà utilizzare tutti i mezzi, legali e non, per dimostrare la sua tesi.

Il film di Garenq apre degli scorci inquietanti sui fatti di cronaca, sulle sparizioni, sul senso di giustizia e infine sul senso di colpa. E'drammatico leggere e osservare la trafila giudiziaria, gli scandali e infine il bisogno di comprendere la realtà qualunque essa sia da parte di un padre quando chiede solo giustizia sulla morte della figlia scomparsa in circostanze tragiche e misteriose.
Bamberski interpretato dall'ottimo Auteuil scava a fondo nel suo personaggio mettendone in evidenza difficoltà, dubbi e attimi di comprensibile pazzia, diventa il testimonial perfetto per dare toni e realismo ad un fatto così complesso. Se Andrè non molla, l'ex moglie gioca un ruolo importantissimo in quanto madre che non può neanche lontanamente pensare che il suo nuovo compagno si sia macchiato di un crimine così grave.
Un caso straziante che sembra infinito nella sua complessità burocratica fatta di fughe e salvataggi all'ultimo e mostra la responsabilità di diversi paesi a dare asilo politico ad alcuni carnefici che meritano di essere processati.
Un film di inseguimenti dove l'azione semplicemente non serve perchè Garenq è abile a mostrare le falle del sistema e della giustizia limitandosi semplicemente a descrivere la realtà e schiaffarla in faccia ai suoi personaggi.




Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


martedì 16 maggio 2017

Je ne suis pas un salaud

Titolo: Je ne suis pas un salaud
Regia: Emmanuel Finkiel
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Eddie vive in periferia. Una sera è aggredito con brutalità da alcuni balordi. Quando la polizia gli mostra gli indiziati lui denuncia Ahmed sapendo che non c'entra niente con l'aggressione. Il giovane di origini magrebine viene arrestato, mentre Eddie riprende il suo difficile rapporto con la moglie e il figlio. Presa coscienza della gravità del suo gesto, Eddie si fa in quattro per ristabilire la verità dei fatti. Pronto a perdere tutto...

Il film di Finkile riflette e si interroga su una situazione attuale e di rilievo nella Francia post-contemporanea. Di fatto costituisce un segmento prezioso e importante per dare voce ad alcune situazioni che possono esplodere generando paure e portando a galla xenofobie mica tanto represse.
Il senso di sicurezza, di protezione, in Francia soprattutto, è un argomento molto sentito.
Un problema attuale che porta diversi autori ad interrogarsi come è capitato recentemente per il bel COUP DE CHAUD, NOCTURAMA e PARIS COUNTDOWN, etc.
Je ne suis pas un salaud indaga sull'identità individuale di un paese che ultimamente sta avendo diverse crisi e al di là del fare o meno parte dell'Europa con la Brexit, parlando e non può non farlo, di integrazione senza retorica portando in cattedra l'altro culturale dello scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Proprio ora il cinema ha un compito importante ovvero quello di far riflettere su se stesso, di interrogarsi sulla gravità di alcune decisioni come per Eddie e tutto quello che può generare una menzogna per proteggere una falsa idea di sè.
L'analisi di Finkiel entra nel tessuto personale e sociale del protagonista muovendosi come un radar intento a captare tutto ciò che proviene dall'esterno (la società) e il vissuto interno dovendo fare i conti con un nucleo familiare dove diventa insopportabile il senso di colpa.
Il film di Finkle si stacca subito da una certa benevolenza di soluzioni quanto invece mostra una realtà dura e schietta che senza mezze misure si divincola presto da facili retoriche per arrivare al cuore del problema e portare ad alcune riflessioni drammatiche quanto inquietanti e reali su dove l'essere umano possa spingersi e di dove la norma di molti e non quella di uno solo rischia di danneggiare in modo irreparabile alcuni drammi.



Moka

Titolo: Moka
Regia: Frederic Mermoud
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Diane Kramer ha un'unica ossessione: trovare il conducente della Mercedes color moka che ha investito suo figlio e devastato la sua vita. Con una valigia, pochi soldi e una pistola, si trasferisce a Evian, dove scopre vivere il conducente dell'auto. Ma a volte, la strada della vendetta è molto più tortuosa di quello che sembra... Diane si troverà a fronteggiare un'altra donna, affascinante e misteriosa.

Per mio figlio è un revenge-movie atipico e con una struttura che fa lentamente emergere il disegno insolito che sta dietro questa farsa e questa recita con cui la protagonista crea e distrugge una falsa identità. Mermoud disegna lentamente senza troppi dialoghi soprattutto all'inizio, un dramma che si dipana tra la Francia e la Svizzera in alcune meravigliose location tra Parigi e Losanna che adempiono alla loro funzione di cercare di mettere sempre tutto in ordine quando invece la nostra mente, o meglio quella di Diane, è un groviglio in cui non sembra riuscire a prendere una scelta iniziando un percorso che la porta ad attimi di non-sense, paure e angosce e maschere che la nostra eroina non ha mai avuto e conosciuto e la timidezza nonchè l'inesperienza in queste faccende diventa l'arma a doppio taglio del film tra momenti suoi di inarrestabile ascesa e attimi di puro caso che la devastano.
L'elaborazione del lutto che diventa ossessione per un tema che soprattutto negli ultimi anni sta riscuotendo un certo interesse muovendosi tra thriller, poliziesco, noir dramma e horror.
Mermoud sceglie una narrazione e un punto di vista rigoroso con uno sviluppo naturale che accresce la sua morbosità e cerca di inquadrare quanto può essere dolorosa la morte di un figlio senza conoscerne i carnefici e soprattutto arrivando ad un climax finale disturbante ma in fondo abbastanza scontato. La disperata ricerca della verità e della giustizia della protagonista rivela trappole, paure e un'impossibilità di fondo che la rende impotente e sterile arrivando a comprendere quanto la vendetta risulti impossibile a volte e soprattutto inutile per cercare di tornare ad avere una vita "normale"..

Quello che ad un certo punto lo spettatore si chiede e questo: Diane capirà che tutto quello che sta facendo non ha nessun senso ma rischia di catapultarla in un orrore ancor maggiore?

domenica 30 aprile 2017

Nocturama

Titolo: Nocturama
Regia: Bertrand Bonello
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

David, Yacine, Samir, Sabrina, Mika, Sarah, Omar si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d'assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d'Arco, il cuore di un banchiere. Le bombe esplodono, le pistole sparano, la pece brucia, Parigi collassa e loro ripiegano in un grande magazzino. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l'esaltazione in terrore (di morire).

In origine, quando Bertrand Bonello aveva cominciato a scriverlo, nel 2011, il titolo di Nocturama doveva essere "Paris est une fête", che è il titolo francese di "Festa mobile" di Hemingway.
Ma, spiega il regista, "dopo gli attentati del 13/11 a Parigi, quel libro era diventato il simbolo della reazione al terrore, ed era ovvio per me che l'avrei dovuto cambiare. Ero in un negozio di dischi, e mi è saltato agli occhi "Nocturama" di Nick Cave, e ho pensato che fosse perfetto, che portava con sé un che di fantasmatico che ben si legava al contenuto del mio film."
Nocturama è un film controverso e maledetto. Un film che racconta di un gruppo di ragazzi che compiono degli attentati in diversi punti della capitale francese e che poi si rifugiano, in attesa che la situazione si calmi, in un grande magazzino di lusso.
Nocturama passa in sordina alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città. E, nel raccontare la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori, Bonello trova la chiave per descrivere il nichilismo contemporaneo.
I francesi si sà spesso e volentieri sfruttano un tema potentissimo e attuale per farne un po ciò che vogliono mostrando cosa interessa a loro mostrare prendendosi tutte le responsabilità del caso come quello di non essere accettati a Cannes per l'impiego e l'uso del tema all'interno del film.
Diciamolo subito. Nocturama non ha quella forza e quella potenza che ci si aspettava dalla tematica e dalle parole del regista. Affronta in modo realistico e minimale tutto ciò che porta questo manipolo di giovani fino alla loro dolorosa scelta finale. Mostra decadenza contemporanea, la società liquida di Bauman, l'autodistruzione della società capitalistica borghese, prende in riferimento a Bret Easton Ellis il termine ("Glamorama") per sancire lo svuotamento della realtà.
Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza senza giudicare con una totale assenza di moralismi.
Verrebbe da fare un piccolo paragone con il film di Van Sant. In quel caso il micro cosmo analizzato era quello scolastico e le stragi nelle scuole. Qui per alcuni aspetti ciò che spaventa di più non sono i gesti dei ragazzi ma le intenzioni e gli sguardi duri di chi non sembra accettare più compromessi ma si auto determina una giustizia immeritata e una vendetta nei confronti del capitalismo. Se davvero Bonello ha un pregio è proprio quello di affrontare con paura e determinazione un rischio reale che sta sopraggiungendo in Occidente e non solo e che vede sempre più ragazzi soli e senza regole.



martedì 11 aprile 2017

Tu dors Nicole

Titolo: Tu dors Nicole
Regia: Stephane Lafleur
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Nicole e la sua migliore amica Véronique stanno per trascorrere una bella vacanza senza genitori nella casa di famiglia. La loro estate, però, prende una piega insolita quando il fratello maggiore di Nicole, Rémi, si presenta a casa con il suo gruppo musicale.

Tu dors Nicole è uno di quei classici indie francesi che puntano sulla sottrazione. Cioè in tutto il film non succede praticamente nulla dal punto di vista pratico, di cosa fa Nicole, ma invece racconta moltissimo su tutto ciò che le sta intorno. Quest'anno è uscito un film che mi ha ricordato questa opera francese in b/n, il PATERSON a colori di Jarmush. Anche in quell'opera non succede granchè ma scopriamo davvero tanto di questo personaggio semplice.
Sia lì che qui ci troviamo di fronte a poche parole, storie minimali, cercando di mettere in risalto le musiche e i suoni. Nicole e Paterson conducono una vita spensierata a bassa intensità svolgendo anche lei un lavoro semplice e monotono.
Nicole ha 22 anni, la vita da adulta fa schifo e l'accento, per quasi tutto il film, viene posto sulle sfide che la giovane o il giovane di turno devono affrontare. Purtroppo a parte tutte queste belle parole, qualche scena simpatica tra le due amiche e con la band musicale del fratello, il resto pur avendo una bella forma ha davvero poca sostanza.


sabato 8 aprile 2017

Avril et le Monde truqué

Titolo: Avril et le Monde truqué
Regia: Christian Desmares
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel 1941 di una realtà alternativa in cui la seconda rivoluzione industriale, quella dell’elettricità, non è mai avvenuta a causa della sparizione dei migliori scienziati del mondo nel 1870, infuria la guerra per l’energia. April, una ragazza che vive in una Parigi grigia e pericolosa, si mette alla ricerca dei genitori scienziati scomparsi da tempo, con la ferma intenzione di proseguire le loro ricerche interrotte sul sentiero della vita

Tratto dall’opera del maestro della graphic novel francese Jacques Tardi e vincitore del Crystal Award come miglior lungometraggio al festival di Annecy 2015, Avril et le Monde truqué è l'esordio per due registi emergenti che cercano di ridare enfasi e innovatività ad un sotto genere in disuso: lo steampunk (tornato alla ribalta con il remake di MAD MAX). Questo viaggio dell'eroina accompagnato da un gatto parlante e da un furfante trova i suoi punti di forza non tanto nella sceneggiatura scontata e i personaggi classici e poco caratterizzati ma da una messa in scena accompagnato da un ritmo avvincente soprattutto come metafora sui contenuti politici emergenti, sul ritorno al carbone (come da poco ha voluto il presidente americano Trump), alcuni dialoghi pungenti soprattutto quando i nostri protagonisti incontrano gli scienzati ma anche nell'umorismo che spesso e volentieri rischia di essere frainteso.
Se c’è un autore in grado di rielaborare in maniera originale gli stilemi e i cliché della paraletteratura e tradurli in maniera originale questo è Jacques Tardi l’autore delle avventure di Adèle Blanc-Sec, eroina di storie a metà tra il genere l’horror e l’avventuroso. Avril è una commedia frizzante piena di ritmo e di momenti originali, un’avventura rocambolesca, spiritosa, non priva di contenuti e spunti sulla natura umana, sui confini etici della ricerca, sui paradossi della tecnologia. L'ennesimo tassello significativo del variopinto cinema d’animazione transalpino.


lunedì 6 marzo 2017

Frantz

Titolo: Frantz
Regia: Francois Ozon
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Germania 1919. Una giovane donna si raccoglie ogni giorno sulla tomba del fidanzato caduto al fronte. La sua routine è rotta dall'incontro con Adrien, soldato francese sopravvissuto all'orrore delle trincee. La presenza silenziosa e commossa del ragazzo colpisce Anna che lo accoglie e solleva di nuovo il suo sguardo sul mondo. Adrien si rivela vecchio amico di Frantz, conosciuto a Parigi e frequentato tra musei e Café. Entrato in seno alla famiglia dell'uomo, diventa proiezione e conforto per i suoi genitori che assecondano la simpatia di Anna per Adrien. Ma il mondo fuori non ha guarito le ferite e si oppone a quel sentimento insorgente. Adrien, schiacciato dal rancore collettivo e da un rimorso che cova nel profondo, si confessa con Anna e rientra in Francia. Spetta a lei decidere cosa fare di quella rivelazione.

Che bell'affresco romantico, triste e allo stesso tempo raffinato l'ultimo film di Ozon.
Un viaggio alla riscoperta di sensazioni e tragedie ispirato da una pièce del dopoguerra di Maurice Rostand. Nel suo ultimo film l'autore francese si confronta con la menzogna in una storia d'epoca stilisticamente perfetta e recitata da un ottimo cast che riesce a fare la differenza.
Il noto regista francese sembra prediligere proprio questo tema della menzogna sviscerandolo all'interno del film e allo stesso tempo mostrando la durezza ma soprattutto l'enorme fragilità della coppia di protagonisti e della famiglia che ospita Anna.
Frantz sembra un quadro, un omaggio a tanti pittori d'epoca e agli anni trascorsi subito dopo la prima mondiale (ricorda il centenario) in una Germania testarda e molto orgogliosa che ancora doveva fare i conti con quanto sarebbe successo più avanti e che la dice lunga in un dialogo tra professori all'interno di un locale davanti ad una birra. In pochi minuti il dialogo coglie tutti gli aspetti e le problematiche di un paese e il suo duro rapporto con i forestieri.
La trama riesce a rapire subito lo spettatore sconvolgendo la psiche con una rapidità incredibile portando a riflessioni, pensieri, in fondo a tutto quello che il buon cinema con pochi elementi ma con astuzia riesce a portare a compimento per creare pathos e atmosfera.
Dal punto di vista tecnico il b/n fotografa e sonda tutti quei micro elementi che lo spettatore capta durante la visione in modo elegante e delicato e il racconto vuole essere un'esamina su quanto difficile sia trasformare la condivisione della perdita in un sentimento positivo, senza contare i dialoghi e le battute tra Adrien e Anna in alcuni momenti riescono ad essere davvero commoventi.



Paris Countdown

Titolo: Paris Countdown
Regia: Edgar Marie
Anno: 2013
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Milan e Victor un tempo si conoscevano bene. Proprietari di alcune discoteche di Parigi, per molti anni hanno tagliato tutti i contatti fino a quando sono costretti a cambiare idea. Serki, l'uomo che avevano mandato in carcere in Messico per un affare poco lecito andato a male, è tornato in libertà e ha intenzione di vendicarsi. Milan e Victor non hanno altra alternativa che unire le proprie forze e cercare una soluzione durante una movimentata notte in giro per un mondo cambiato rispetto a come lo ricordavano loro. Con pericoli ad ogni angolo di strada e Serki alle costole, i due vecchi amici affrontano i motivi che hanno portato alla loro separazione e le bugie che avvelenano le loro esistenze, facendo scelte irreversibili che rimettono in discussione trent'anni delle loro vite.

Marie alla sua opera prima dirige un noir cupo e tutto ambientato nelle affascinanti notti parigine.
Un thriller, un polar, spinto e che cerca fin da subito di creare atmosfera attorno all'intreccio peraltro interessante, affidando l'indagine e la natura degli eventi nelle mani dei due poliziotti ormai logori dai sensi di colpa. Soprattutto la paura è quella che evidenzia il regista, quella di veder tornare un uomo sadico e pazzo interpretato da un ottimo Carlo Brandt furioso come pochi in una vendetta che travolge chiunque gli si ponga davanti e che poteva essere bilanciata con la psicologia dei due protagonisti un'ottima formula dove inserire e costruire la vicenda.
Proprio gli intenti della trama lasciavano aperte le domande su dove potesse andare a parare il regista contando che in Francia film di questo tipo funzionano e vengono scritti e girato molto bene in un continuum che poche volte trova intoppi o film minori come questo.
Marie purtroppo non riesce a trasmettere quell'atmosfera che sembrava inquadrare la dimensione complessa e multi sfaccettata dei suoi protagonisti per ruotare attorno a troppi dialoghi e girare su se stesso senza riuscire a trovare spunti che riescano a dare maggior interesse e ritmo al film. Pur essendoci alcuni ottimi momenti, proprio questi da soli non bastano a riscattare un film che aveva tante carte per riuscire ad avere un successo perlomeno di critica.


domenica 26 febbraio 2017

Nona porta

Titolo: Nona porta
Regia: Roman Polanski
Anno: 1999
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Dean Corso svolge, con grande entusiasmo, un lavoro che esige pochi scrupoli, oltre ad una buona cultura e nervi d'acciaio. Cercatore di libri rari per collezionisti, viene ingaggiato del famoso bibliofilo Boris Balkan. La sua missione sarà scovare gli ultimi due esemplari del leggendario manuale d'invocazione satanica "Le nove porte del Regno delle Ombre", confrontarli con l'esemplare, ritenuto unico, di cui è in possesso Balkan, e giudicarne l'autenticità. Corso si dedica a tale ricerca facendo appello alle sue illimitate risorse: tutti i mezzi sono buoni perchè non è permesso fallire.

L'esoterismo, nel bene e nel male, è stato una costante nella vita, registica e non, di Roman Polanski. Dal brutale omicidio della moglie Sharon Tate ad opera degli adepti di Manson fino alla realizzazione di due capolavori, il regista polacco ha avuto a che fare con il diavolo e i suoi derivati in più occasioni.
Ma diciamo la verità. Un investigatore di libri in un contesto horror magico con richiami satanisti e un'atmosfera esoterica è quanto di meglio uno spettatore possa chiedere. In mano poi a uno dei più grandi registi della storia del cinema la risposta è ovvia.
Un cult, non un capolavoro.
The nine gate è un film complesso che cerca di prendersi leggermente meno sul serio rispetto ad altre opere del regista ma che poi controllando meglio, come nei simboli nascosti nel libro, regala più di quanto sembra.
I motivi futili e scenici per cui alcuni critici e una fetta di pubblico lo hanno cestinato è per il semplice fatto che ad un certo punto vediamo volare il demone che protegge Corso e altri momenti, chiamiamoli action, poco sfruttati nel cinema del regista polacco, ma che qui invece hanno una loro funzionalità e peculiarità di fondo.
La Nona porta parla di edizioni uniche e antiche, passate nei secoli di mano in mano, determinando tragedie immani, porte per aprire cancelli per l'inferno, l'inutilità di alcune sette, ricatti e vendette e infine un climax abbastanza avvincente se non fosse, e qui l'unica critica al film, un finale troppo sintetico come se bisognasse chiudere set e produzione da un giorno all'altro.
Deep è funzionale come in tutti i suoi film, è una maschera e nulla più, lottando a tutti i costi per essere scelto da Polanski che poi manco a farlo apposta si è trovato malissimo a lavorare con la star.
Langella e la Olin invece danno prova con personaggi potenti, ambigui e pieni di odio e potere, di dare quella inquietante impressione di come la sete di conoscenza generi mostri scambiandosi battute e infine scontrandosi proprio nel tempio dove si sta svolgendo la cerimonia di evocazione finale.
Il regno degli inferi e l'ossessione che ad un certo punto assale Corso (rapito anche lui dall'occultismo e dalla paranoia perchè il libro che custodisce venga rubato) crea diversi percorsi in cui il protagonista non sa più di chi fidarsi in questa estenuante corsa contro tutti.

Interessante anche se caratterizzato meno il personaggio della Ragazza, interpretato dalla Seigner, che potrebbe essere Lilith così come altri personaggi appartenenti a simbologie e interpretazioni delle più variegate che accompagnano l'uomo verso il suo destino, trovando prima l'estasi totale in una scena di sesso memorabile. Un'ultima nota va per le musiche sinistre di Wojciech Kilar.

giovedì 23 febbraio 2017

Moonwalkers

Titolo: Moonwalkers
Regia: Antoine Bardou-Jacquet
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

1969: il governo americano ha bisogno delle riprese di un falso allunaggio per battere sul tempo i russi e manda a Londra un agente della CIA traumatizzato dal Vietnam perché convinca Kubrick a girarlo. Ma si mette in mezzo lo spiantato manager di un gruppo rock, e finiscono per ingaggiare un auteur sperimentale.

Un film furbetto e divertente. Una dissacrante commedia che cerca a suo modo di creare una sorta di parodia e ironizzare sui complotti in questo caso su uno di quelli di cui si è più parlato e della rivisitazione folle, drogata, esilarante, yippie e pulp dello storico allunaggio dell'Apollo 11.
Sono davvero tante le teorie sull’allunaggio da parte del governo americano, c’è chi sostiene che negli anni ’60 non sia assolutamente avvenuto nulla e che sia stata tutta una montatura a livello socio politico nel momento più caldo della Guerra Fredda e c’è invece chi sostiene che il governo americano sia veramente riuscito a compiere quel famoso piccolo passo per l’uomo, ma grande passo per l’umanità.
Qui c'è il Nathan di MISFTIS che dovrà interpretare niente poco di meno che sir"Stanley Kubrick", Ron Perlman che da solo salva tutto il film dal momento che il resto del cast è abbastanza sopra le righe e i risultati non sempre sono soddisfacenti. Si ride ma non poi così tanto.
Perchè al di là del complotto, c'è una band che suona concerti, una lotta tra gang inglesi e americane, travestimenti e inseguimenti, sparatorie, risse, discoteche, il tutto condito da uno stile dinamico e frizzante, la parodia sulla nota “teoria del complotto” con citazioni kubrickiane e tanta ironia dal gusto british/vintage.
Alla fine al regista non interessa concentrarsi sulla verità oppure no. Cerca semplicemente di far ridere e dare vita ad una pellicola con un ritmo potentissimo, sgargiante di colori ma che alla fine sembra un trip andato male e conoscendo Jacquet posso dire che il suo precedente FUNERAL PARTY era tutt'altra cosa.




E' solo la fine del mondo

Titolo: E' solo la fine del mondo
Regia: Xavier Dolan
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Da dodici anni Luis, drammaturgo affermato, è lontano da casa. Si è chiuso la porta alle spalle e non è si più voltato indietro. Ma adesso Louis sta morendo e a casa ci vuole tornare. Imbarcato sul primo aereo, rientra in seno alla famiglia che lo attende tra premurosità e isteria. Sulla soglia lo accoglie l'abbraccio di Suzanne, la sorella minore che non ha mai visto crescere, Antoine, il fratello maggiore che si sente minacciato dal ritorno del fratello che aveva monopolizzato l'attenzione dei genitori durante tutta la sua infanzia, Catherine, la cognata insicura e mai conosciuta che esprime le sue verità balbettando, la madre, affatto preparata al ritorno di un figlio mai compreso. Adesso che Louis è tornato lei vorrebbe tanto che le cose funzionassero, che i suoi figli trovassero le parole per dirsi ma nessuno dice e tutti sentenziano. Nessuno sa più niente dell'altro, la morte si appressa e la voce per annunciarla si spegne su un indice che chiede il silenzio.

Xavier Dolan arriva al suo sesto film. Il ventisettenne cineasta di Montréal, odiato e amato al contempo da critica e pubblico, adatta quello che è ritenuto il capolavoro di Jean-Luc Lagarce, l'autore teatrale oggi più rappresentato in Francia, di cui non fu mai portato in scena nulla prima della morte avvenuta prematuramente nel 1995.
Vincitore del Grand Prix al Festival di Cannes 2016, "Juste la fin du monde" è il film più complesso del regista che necessiterebbe di più visioni (noi pubblico e lui regista) per poterne cogliere e custodire le tante sfumature, come già accadeva per MOMMY. Qui è meno isterico, nessuno ascolta nessuno e tutti si parlano sopra sbraitando in un'unica location e con una crew di attori tutta francese a conferma che ormai il quebecchese ci ha salutato.

Film greve a tutto volume, unisce tematiche e paradossi puntando ancora una volta su un tema significativo nella vita del regista che è la vergogna e anche la separazione già sondata nel toccante TOM A LA FERME. Un fiume di parole, di non detti e di reticenze che in un perfetta armonia creano un dramma da camera per un Pinter ancora non affermato e di successo come qualcuno ha avuto l'azzardo di un simile paragone.

domenica 19 febbraio 2017

Città perduta

Titolo: Città perduta
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1995
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La banda dei Ciclopi (criminali ciechi) rapisce bambini in un porto fatiscente e li consegna ai Krank che pagano con occhi artificiali. I Krank prelevano dal cervello dei bambini i sogni che loro non sanno più fare. Il gigante One si è visto portare via il fratellino adottivo Denrée e Miette, una bambina di nove anni, lo aiuterà a ritrovarlo. Film allucinato e raffinato proposto come opera d'apertura a Cannes nel 1995 e giunto nelle nostre sale solo nella stagione 1998/99. Il suo difetto sta forse nell'estrema ricercatezza collegata a un impianto fiabesco. Si tratta di una miscela che allontana due pubblici in un colpo solo: quello dei bambini e quello degli adulti.

La città perduta è il tentativo più complesso, la prova più ardua del fuoriclasse francese.
Jeunet è incredibile e il suo talento straordinario è tale da poterlo tranquillamente inserire tra i più importanti registi francesi post-contemporanei. Il suo cinema è unico, una fiaba, un teatro dell'assurdo che lo ha consacrato sia da parte della critica che del pubblico unanime.
Questa specie di fantasy con venature horror e grottesche è la summa della cinematografia e degli sforzi a volte troppo "cervellotici" del regista. Dal punto di vista scenografico, della scelta del cast, le location, la messa in scena senza parlare delle musiche che giocano sempre un ruolo chiave nei suoi film, tutto è bilanciato alla perfezione con quell'attenzione minimale al dettaglio.
Jeunet allarga la poetica e la fa incontrare con un film così strano e indecifrabile da inserirlo tra le opere che verranno odiate a morte dalle produzioni che non capiranno mai a quale target venderlo.
Ai bambini non piacerà perchè troppo scientificamente complesso e intellettuale, agli adulti potrebbe in parte annoiare, mentre ai cinefili si aprirà un nuovo orizzonte e una nuova chiave di lettura e prospettiva cinematografica onirica e incredibile del regista.
La pluralità delle tematiche inserite nel film è stupefacente anche se non sempre vista la mole di maestranze accorpate, si riesce sempre a mettere a fuoco l'intento e la psicologia di alcuni personaggi e di alcune scelte narrative.
Per il resto è Arte a 360°, forse troppo complessa e disarmonica ma alla fine si rimane basiti di fronte ad un'opera che oltre richiamare tantissimo cinema del passato, cerca anche di essere un degno precursore e amante del genere distopico e del genere post-apocalittico e sci-fi.


mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




sabato 28 gennaio 2017

Realitè

Titolo: Realitè
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una bambina in una casa di campagna vede il padre squartare un cinghiale dalle cui interiora fuoriesce un videocassetta VHS. Intanto il conduttore di un programma culinario televisivo viene assalito da un eczema immaginario che lo spinge a grattarsi nel corso delle riprese. Uno dei cameramen del set, con velleità registiche, si reca da un produttore per proporgli il soggetto di un film. Otterrà un ok a patto che riesca a produrre un gemito di dolore mai sentito prima.

Lode a Mr Oizo. Al di là della sua musica, il dj ormai introdotto a pieno nella settima arte arriva al suo terzo lungo senza contare i cortometraggi precedenti.
Un comico, un piccolo e stralunato profeta della demenzialità, un autore bizzarro, non sempre geniale, solo a fasi alterne. Dupieux è tutto questo e molto altro, un artista eclettico che riesce a infarcire di riferimenti e buone intuizioni i suoi divertentissimi film e la sua originale galleria di personaggi folli e volgari.
Realitè manco a dirlo apposta e il film in cui il regista si prende più sul serio. Un viaggio onirico, una commistione tra realtà e fiction, in uno stato di coscienza in cui al regista non sembra interessare se le cose alla fine abbiano un senso oppure no, l'importante è ascoltarle o meglio metterle in scena.
Tre storie destinate a intrecciarsi e fondersi assieme per arrivare ad un finale ancora più suggestivo dove la fantasia e l'inquietudine del dj/regista non sembrano trovare il connubio perfetto regalando una parabola distorta della società. Una bomba a orologeria dove il frutto della semina non garantisce un raccolto efficace; alla fine rimaniamo inermi di fronte ad un viaggio immaginifico fatto di sovrapposizioni in cui protagonista è la matrioska mediatica degli eventi che deflagrano sui protagonisti in particolare l'aspirante regista Alain Chabat, perso nella ricerca del gemito perfetto per il suo horror di fantascienza.



martedì 17 gennaio 2017

Economie du Cople

Titolo: Economie du Cople
Regia: Joachim Lafosse
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 5/5

Per Marie e Boris è l'ora dei conti. In tutti i sensi. Dopo quindici anni di matrimonio e due bambine, decidono di mettere fine alla loro relazione, consumata da incomprensioni e recriminazioni. Marie non sopporta i comportamenti infantili del marito, Boris non perdona alla moglie di averlo lasciato. In attesa del divorzio e costretti alla coabitazione, Boris è disoccupato e non può permettersi un altro alloggio, lei detta le regole, lui le contraddice. L'irritazione è palpabile, la sfiducia pure. Arroccati sulle rispettive posizioni sembrano aver dimenticato il loro amore, il cui frutto è al centro della loro attenzione. Genitori di due gemelle che stemperano con intervalli ludici le tensioni, Marie e Boris condividono una proprietà su cui non riescono proprio a mettersi d'accordo. A chi appartiene la casa? A Marie che l'ha comprata o a Boris che l'ha rinnovata raddoppiandone il valore? La disputa è incessante, il dissidio incolmabile. Ma è fuori da quella 'loro' casa che Marie e Boris troveranno la risposta. Una possibile.

"Dopo l'amore aka After Love" (traduzione pessima) è l'ultimo film di Lafosse, regista belga già conosciuto al pubblico per diversi film tra cui spicca PROPRIETA'PRIVATA con la Huppert.
Economie du Cople è un film semplicemente perfetto. Poche location, ambientato per il 99% dei suoi 97’ dentro l’abitazione, una bellissima casa ristrutturata proprio da Boris, e un manipolo di attori e una storia attuale e scomoda, moderna e dannatamente contemporanea. Il dramma di un amore finito ma anche un dramma legato al concetto di dignità, i difficili rapporti sociali diversi e le differenze di ceto sociale che distruggono e imprimono quel senso di inadeguatezza minando quel residuo di speranza e sensibilità.
Un film manifesto su come ci si interroga, su come si cercano i propri spazi in qualcosa che da un momento all'altro non è più tuo. Un film che parla allo stesso tempo di speranza e di consumazione di corpi come a dire che quando finisce un amore, a volte rimane solo il sesso come lenitivo per le scottature date e ricevute.
Il settimo film del regista però non si limita a questo e fa un salto in più.
Sonda la vita da separati di Marie e Boris senza dimenticare il difficile compromesso con le due figlie e la divisione dei beni. L'istinto e l'indole di Boris poi lo portano più volte a commettere pazzie e plateali sceneggiate in presenza degli amici di entrambi (la scena della cena è straordinaria per intensità quanto dolorosissima per ciò che smuove). I dialoghi, le interpretazioni, gli stati d'animo entrano subito nell'animo dello spettatore che cerca continuamente di capire da quale parte stare empatizzando prima con una e poi con l'altro.
Ancora una volta il vero ostacolo è rappresentato dal denaro e dalle sofferenze finanziarie, la gestione delle cose materiali, la casa, le figlie, il frigo separato. Fragilità che in un attimo portano a discussioni, pianti, difficoltà, incomprensioni. L'opera ragiona e analizza proprio questo. Il risultato è spiazzante portando temi e riflessioni, ponendo dubbi facendo riflettere e infine l'elemento più doloroso ma importante da analizzare, soprattutto nei confronti di Boris; quanto può risultare difficile, se non impossibile, vivere in una casa prigione con una famiglia che non fa altro che controllarti e scuotere la testa.




martedì 27 dicembre 2016

Les Cowboys

Titolo: Les Cowboys
Regia: Thomas Bidegain
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un padre si unisce al figlio per la ricerca della figlia, scomparsa dopo aver iniziato a uscire con un giovane uomo musulmano fondamentalista. La coppia inizia un viaggio per trovare la ragazza a tutti i costi, da Lyon al Pakistan dove chiedono l'aiuto di un cacciatore di teste americano.

Les Cowboys è un noir cupo e tragico reso ancor più complesso dal numero impressionante di ellissi temporali, un magnifico ritratto di un padre che si ostina in una ricerca estremamente scoraggiante, il sempre camaleontico qui senza controllo Francois Damiens. Immergendosi in universi culturali a lui totalmente estranei e legando un’indagine non convenzionale sul terrorismo (che tra le righe a parecchi richiami alla tragedia dell'11 settembre condotta non da professionisti, bensì dai membri di una normale famiglia francese) Bigedain cerca di fornire gli intenti e la drammaticità del dolore della perdita uniti al ritratto psicologico di un padre e un fratello disperati dinanzi a un’inspiegabile e sfuggente assenza.
Prigioniero della sua ossessione, Alain si mette in viaggio senza sosta, dà fondo alle sue risorse finanziarie e rinuncia a qualsiasi vita sociale, seguendo per anni piste diverse che lo porteranno in luoghi difficili e numerosi paesi (Danimarca, Yemen, Belgio), affiancato da suo figlio Kid che successivamente ne raccoglierà il testimone e giungerà da solo in Pakistan dove gli eventi precipiteranno in un climax efficace quanto senza speranza.
Les Cowboys è un film che vuole forse dire troppe cose, passando da un estremo all'altro in modo non sempre continuativo ma facendo rimanere alcuni personaggi e dialoghi senza una caratterizzazione o una risposta che ne dia una continuità riuscendo però allo stesso tempo a non essere pedante e didascalico. Un film frammentato ma girato molto bene che sicuramente aprirà al suo regista la possibilità di cercare di dare ancora più forza al genere. Tra l'altro Bigedain è l’apprezzato sceneggiatore di parecchi film di Audiard. Pur non avendo ancora la capacità e le conoscenze tecniche del suo maestro, sicuramente il regista è da tenere d'occhio dal momento che conquisterà senza dubbio numerosi distributori internazionali



giovedì 22 dicembre 2016

Mercenaire

Titolo: Mercenaire
Regia: Sacha Wolff
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Festa Mobile
Giudizio: 5/5

Soane è un imponente ragazzo proveniente dalla colonia francese dell’isola di Wallis, dove vive una vita povera e segnata dal controverso rapporto col padre, che non esita a infliggergli punizioni corporali e a condizionarne in ogni modo la vita. Su di lui, e in particolare sulla sua imponente stazza fisica, cade l’occhio del procuratore Abraham, che, fiutando un buon affare, lo convince a trasferirsi in Francia per diventare un giocatore di rugby. Soane si ritrova così catapultato in un mondo completamente diverso dal suo, dove scoprirà il prezzo da pagare e i compromessi da accettare per farsi strada nella vita e nello sport professionistico.

Mercenaire per essere un'opera prima è destinata a fare il botto. C'è poco da fare, quando si parla di racconti di formazione la Francia è sempre ra le prime fila a mostrare e dare uno sguardo su una realtà de facto originale e praticamente mai vista al cinema come gli abitanti dell'isola di Wallis che altro non sono che una sorta di Maori francesi.
Soane è un ragazzo giovane con un destino segnato. Di umili origini abituato a servire e soddisfare tutte le richieste della famiglia pensando al fratello più piccolo e cercando di portare qualche soldo in casa dal momento che il padre non sembra occuparsi di nulla se non di bere dal mattino alla sera e picchiare i figli.
In questo vibrante racconto di formazione c'è davvero di tutto, l'obbiettivo salvezza del protagonista e degli altri) è di grande impatto emotivo, alcune scene sono semplicemente indimenticabili (il mantra nello spogliatoio) è sembra una parabola del figlio al prodigo on un padre stronzo in cui Soane è mosso da così nobili intenti che commuove per come porta avanti i suoi valori e la sua vita riscoprendo se stesso in una terra straniera.
Tanti sono i temi trattati in quest'opera dove comunque lo sport diventa un'arena interessante dove tessere la trama e dove creare e riflettere sullo squallore di alcuni risvolti dello sport professionistico e semiprofessionistico che portano soprattutto gli atleti sconosciuti ad essere trattati come bestie da macello, corpi senza un'anima da mandare in prima linea pagati con delle cifre ridicole e imponendo duri regimi alimentari oltre porcherie innominabili da mandare giù.

Sacha Wolff mostra una storia di soprusi e sopraffazione, di debiti che dovranno essere pagati col sangue e col sudore, di invidia, invitando a credere nelle nostre capacità anche nei momenti più bui. Un capolavoro. Un film che prima di tutto parla e insegna cos'è la dignità.

martedì 13 dicembre 2016

Patto dei Lupi

Titolo: Patto dei Lupi
Regia: Cristophe Gans
Anno: 2001
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

1764. Nella regione francese del Gévaudan un numero abnorme di donne e bambini sarebbe stato sbranato da un'orripilante bestia sovrannaturale…

Gans è un regista eccentrico con al suo attivo pochi e complicati film. Amante dell'action e del fantasy nonchè dell'horror cerca di mischiare tutti gli elementi che più lo ispirano all'interno dei suoi film. Dal suo esordio nel film a episodi di NECROMOMICON fino al CRYNG FREEMAN il suo film peggiore per arrivare a questo e infine altre tre pellicole di cui una è un remake, l'altro è inedito e l'horror si ispirava ad un videogioco, non è chiaro quale sia la sua opera migliore (credo comunque SILENT HILL). Qui il tentativo è quello di provare a fare un blockbuster d'oltreoceano come presto inizierà a fare Luc Besson.
Credo sia stato uno dei primi horror non americani ad aver goduto di un budget così alto, 200 milioni di franchi (all'epoca erano una cifra impressionante). Ricordo che quando era uscito parlava da solo, con questa locandina suggestiva, l'idea di una creatura che mangia e uccide chiunque, il suo padrone anch'esso avvolto nel mistero, una coppia di eroi che sembrano usciti da un film di arti marziali orientali e tanta altra roba interessante e di spessore in un periodo, il 700, sempre visivamente interessante per tutti i suoi eccessi dai bordelli alle scene all'interno del bosco.
Un film complesso che ha cercato alcune strade semplici puntando su una trama che troppo velocemente mostra i suoi difetti e gli erroracci finendo per essere un film d'intrattenimento girato bene con tante cose brutte al suo interno tra le quali citerei i due protagonisti che prendendosi troppo sul serio e con tutta questa mistery sui possibili complotti finiscono anche loro per essere intolleranti, senza regalarci quella importantissima dose di auto ironia che avrebbero dovuto avere.



domenica 27 novembre 2016

Daguerrotype

Titolo: Daguerrotype
Regia: Kiyoshi Kurosawa
Anno: 2016
Paese: Francia
Festival: TFF 34°
Sezione: Onde
Giudizio: 3/5

Dopo la scomparsa dell’amata moglie, il celebre fotografo Stéphane ha cercato di colmare il vuoto realizzando dagherrotipi a grandezza naturale che sembrano quasi avere il dono di trattenere parte del soggetto. Quando l’acerbo Jean ne diventa l’assistente, si trova coinvolto nelle ossessioni di Stéphane e si innamora, ricambiato, di sua figlia Marie, la principale modella delle fotografie. Per vivere il loro amore, però, i due ragazzi dovranno evadere da quel mondo di immagini dalla sorprendente forza vitale.

Il celebre regista indipendente giapponese sbarca in Francia uscendo per la prima volta dalla sua terra con un'opera difficile, sontuosa ed elegante. Un viaggio interiore, un racconto gotico che prende e strizza l'occhio da Poe a Bava, da Corman a Epstein ricordando per alcuni aspetti anche il recente CRIMSON PEAK e ripercorrendo i temi classici del cineasta inserendoli con un cast europeo e una elegantissima location.
I fantasmi del passato che ritornano (o forse non vanno mai via) lasciano ancora una volta un'impronta e un significato reale e concreto a differenza di come spesso e volentieri vengono utilizzati nel resto del cinema nipponico dal famoso j-horror al kaidan sfruttato a pieno dal prolifico Miike Takashi nel suo ultimo film. Ritornando a delineare un percorso già noto ai fan del regista Kurosawa aggiunge un nuovo spessore alle sue storie di fantasmi. Storie che, come da lui dichiarato, partono da una riflessione sull’esperienza del mitoru, lo stare vicini ai propri cari, al loro capezzale, tenendoli per mano nel momento del trapasso. E in questo film ci sono due personaggi maschili a non arrendersi di fronte alla morte, così come i fantasmi stessi che, reciprocamente, non si arrendono alla vita.
Il protagonista del film IL PROFETA continua un discorso che l'autore riprende e che sembra dirci che ciò che vediamo con gli occhi è solo una minima parte del mondo e infatti proprio questa frase si pone come lo strumento perfetto per comprendere il film nella sua interezza e nelle sue complesse chiavi di lettura.
Quindi il dagherrotipo, l'atmosfera del film e la sua messa in scena, le location senza tempo e leggermente inquietanti come questa affascinante villa dal gusto retrò, dimenticata dal tempo, residuo architettonico di un mondo perduto, sono tutti simboli e strumenti che mischiati insieme creano un'ambientazione magica, quasi una fiaba triste e reale di persone confinate in luoghi dimenticati dal tempo in una zona della periferia parigina dove non sembra esserci nulla.
Le Secret de la chambre noire è un giallo, un thriller intenso e molto lento in cui tutto viene amalgamato per creare e dare spessore al colpo di scena finale che arriva in maniera devastante.