Visualizzazione post con etichetta Fantasy. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Fantasy. Mostra tutti i post

domenica 4 giugno 2017

Yado

Titolo: Yado
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gedren è una potente e perfida regina, che grado a grado sottomette o stermina i sovrani rivali. Sonja, una atletica principessa unica superstite di una famiglia regale, vuole vendicarsi dell'eccidio dei suoi e parte in cerca dell'avversaria, dopo che questa ha rubato nella città di Habloc un prezioso talismano. Si tratta di una enorme e scintillante pietra verde, il possesso della quale garantisce quello dell'universo, perché solo tale pietra, finché starà sepolta nelle viscere della terra, ne assicura l'equilibrio. Premesso che unicamente mani femminili possono toccare e conservare il prezioso talismano, Sonja intraprende il suo viaggio. Aiutata da un baldo, gigantesco cavaliere - Yado - oltre che da Tarn, il principe bambino della città di Halboc, assistito daL buffo, ma fedelissimo scudiero Falcon. Le avventure sono numerose e molteplici i rischi, ma alla fine i quattro arriveranno alla meta, cioè al castello della perversa regina. Nel duello conclusivo tra le due donne, Gedren sarà annientata, cadendo nel fuoco sottostante la sua orgogliosa dimora, il principino ripartirà per ricostruire il suo regno, il talismano rimarrà fortunatamente nel buio ad evitare guai per tutti, mentre Yado e Sonja, dopo aver ancora una volta incrociato i loro spadoni tanto per restare in allenamento, sospenderanno il duello, per suggellare con il bacio la vittoria dell'amore.

A WOMAN AND A WARRIOR THAT BECAME A LEGEND
Fleischer dopo il successo di CONAN IL DISTRUTTORE venne di nuovo scelto per questa sorta di spin-off su Red Sonja che di fatto doveva aprire le danze al personaggio di Conan.
In realtà per non offuscare Sonja, Arnold Schwarzenegger interpretò Kalidor, il potente signore, uguale in tutto e per tutto a Conan con l'unica differenza è che il mitico guerriero dalla spada cimmerica era un ladro e Kalidor no.
Il film di Fleischer ha sicuramnte molto fascino pur non regalando quell'epicità che la saga di Conan aveva espresso molto bene diventando la saga più celebre sull'era Hyboriana.
Sicuramente il ritmo e l'ironia (anche se la violenza non manca e la scena d'apertura dove Gedren uccide tutte le adepte del culto era abbastanza impressionante per l'anno di uscita) fanno da padroni, le scene di combattimento sono ipervitaminiche e i mostri fanno la loro figura di certo in quantità maggiori che non nei film precedenti. Con queste perle del filone epico-fantasy si chiude una stagione che ha saputo dare il meglio in queste opere portando ad uno stato di grazia tutte le maestranze che lavoravano all'interno del film.
Opere nel vero senso della parola che non perdono ancora quel fascino che le contraddistingueva.
A differenza però di Milius, la critica che è sempre stata mossa a Fleischer già nel precedente CONAN IL DISTRUTTORE è quella di dare tropo spazio riproponendo un'avventura fantastica e una storia di vendetta piuttosto prevedibile e poco coinvolgente.

Da notare come per quanto concerne la parte tecnica hanno lavorato nel film diversi italiani. La colonna sonora di Ennio Morricone riesce a dare epicità alle scene e il lavoro di scenografia di Danilo Donati è semplicemente meraviglioso.

Conan il Distruttore

Titolo: Conan il Distruttore
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una giovane fanciulla deve recuperare un corno magico custodito da un mago: la regina cattiva le affianca un muscoloso cavaliere per scortarla durante il viaggio, ma in realtà ha già programmato il sacrificio della ragazza. I buoni, però, riusciranno a mandare a monte i suoi crudeli progetti.

Con questo secondo capitolo si concludono le gesta epiche del Cimmero più famoso al mondo. Certo minore rispetto al primo capitolo, il sequel diretto da Fleischer si concentra maggiormente sulle avventure inserendo una galleria di personaggi indimenticabili e alcuni momenti che sono diventati indimenticabili. Partendo dalla liberazione di Zula, il mago Akiro, l'uccello alato che porta via la principessa, la creatura cornuta, il castello del mago e il santuario del corno, nonchè la scena degli specchi raggiungono punti molto alti per come riescono ad essere scenari perfetti d'avventura e azione e al contempo far emergere tutto l'occultismo, i sortilegi e la stregoneria.
Dal punto di vista della scenografia e dei particolari inseriti nel film tutto assume un'aria più kitsch ma al contempo trovando anche scelte e dinamiche divertenti e meno truci del primo capitolo.
Tutta l'azione infine viene espressamente resa meno epica con una certa nota di leggerezza che lo rende più disimpegnato ma allo stesso tempo un film con un target che forse non si è riuscito più a raggiungere sposando così tanti elementi e sapendogli dare forza, anima e sostanza.






domenica 28 maggio 2017

Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

Guardiani della galassia 2

Titolo: Guardiani della galassia 2
Regia: James Gunn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Assoldati dai Sovereign ma poi braccati da questi per aver rubato delle preziose batterie, i guardiani della galassia si dividono in due gruppi: Rocket e Groot se la vedono con i Ravagers di Yondu, mentre Star-Lord conosce finalmente il padre, Ego, scoprendo molti segreti inaspettati sulla propria natura semi-umana.

I guardiani della galassia capitanati dal regista Gunn di cui nessuno prima del film conosceva l'esistenza (ma i fan del cinema di genere ovviamente sì) continua la sua saga che dopo questo episodio lancia almeno altri due capitoli.
Ora nel primo film, il ritmo, i colori, la regia schizzoide e la filmografia del regista ponevano le basi per qualcosa di nuovo, una branchia imperfetta che si staccava dall'universo Marvel dal canto suo molto omologato. Il risultato è stato un film anarchico molto ben costruito, furbo, modaiolo e con un linguaggio volgare e funzionale alle scorribande che imperversano tra i criminali e i ladri di tutti i pianeti.
Eppure qualcosa non torna in questo secondo capitolo. Un secondo atto noiosissimo dove la parte di Ego, che mi aspettavo la più complessa e grottesca, diventa una sorta di proboscide dove allungare e prendere tempo in dialoghi leziosi e noiosissimi e una difficoltà a creare il perfetto intreccio tra le due storie. In più l'azione per quanto non smetta di mancare è molto più statica del primo film.
Tutto è assolutamente prevedibile e Star-Lord esagera nel dare ancora più ironia al suo personaggio e allo stesso tempo farlo apparire come il leader indiscusso della squadra.
Mettiamoci poi Grot che piccolo e inutile non solo non serve ma diventa l'accessorio per un marketing perfetto dopo i Minions e tutti i giocattoli che vengono studiati ad hoc assieme ai produttori dei film e tutto il resto delle maestranze allora la piega è ancora più becera.
Alla fine i due che risultano più simpatici e come personaggi manco a farlo apposta vengono caratterizzati meglio sono proprio Yondu e Nebula, il primo con una rivelazione finale che sembra la ciliegina sulla torta del non-sense.

Almeno di una cosa siamo tutti contenti: Star-Lord cambia cassetta e playlist.

domenica 30 aprile 2017

Conan il barbaro

Titolo: Conan il Barbaro
Regia: John Milius
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Nella mitica Era Hyboriana, tra la caduta di Atlantide e l’inizio della storia conosciuta, il giovane Conan del popolo dei Cimmeri, barbari fabbricatori di spade dalla superba fattura, vede tutta la sua tribù massacrata dagli uomini del malvagio stregone Thulsa Doom (James Earl Jones),bramoso di conoscere il fondamento della loro arte, il Segreto dell’Acciaio. Dopo anni passati come schiavo prima e gladiatore poi, Conan riconquista la libertà e giunge nella città di Shadizar, dove in compagnia dell’amante Valeria e dell’amico Subotai si crea una fama come ladro e mercenario. Viene dunque ingaggiato dal re della città per una missione della massima importanza: salvare la figlia del monarca, fuggita per unirsi agli adepti di Thulsa Doom del cui perverso fascino è caduta vittima. Di fronte all’occasione di vendicarsi dell’assassino della sua famiglia, il Cimmero accetta e parte con i suoi compagni alla volta del palazzo dello stregone.

Schwarzenegger, qui al suo esordio, verrà ricordato nella storia del cinema per CONAN, TERMINATOR, PREDATOR e ATTO DI FORZA
Gran parte del resto che ha fatto è merda contando che non è mai stato un attore ma un fisic du role da sfruttare al meglio nelle produzioni più indicate .
Conan il Barbaro non è solo un cult e un capolavoro, ma un viaggio epico nella formidabile mente di Robert E. Howard creatore di personaggi come SOLOMON KANE e di altri straordinari romanzi e racconti brevi pubblicati tra il1932 e il1936 su Weird Tales (da ricordare soprattutto di Howard ALI NOTTURNE, FIGLI DI ASSHUR) oltre che per la memorabile saga di Conan.
John Milius grazie al contributo nella sceneggiatura di Ridley Scott e alla colossale produzione che sta dietro l'immenso Dino de Laurentis e sorella, riesce a dare vita ad un kolossal che per gli anni aveva forse il più grande allestimento scenografico mai visto per il genere e alcuni effetti speciali precursori per l'anno in cui è uscito.
Dal serpente gigante, agli spiriti che vogliono impossessarsi del corpo di Conan, alla trasformazione di Thulsa Doom, alla strega licantropa con cui Conan copula all'inizio del film.
Tutto all'interno del film funziona perfettamente grazie anche all'incommensurabile colonna sonora di Basil Poledouris, che sottolinea mirabilmente tutte le fasi del film a cui susseguono le fantastiche inquadrature, veramente suggestive, e la generale atmosfera epica della pellicola, nella quale tra l'altro i dialoghi sono ridotti al minimo, per lasciare posto al linguaggio delle immagini.
La sceneggiatura ha un impianto perfetto e la trama infatti è solida e scorrevole alternando ironia a momenti più sanguinolenti.
Conan The Barbarian possiamo definirlo un giocattolone pieno di magia nera, una pellicola dopata di fantasy ed epicità, a cui segue il sequel CONAN IL DISTRUTTORE e di cui è stato fatto un remake qualche anno fa con Jason Momoa che non vale nemmeno l'unghia dell'originale.
Conan vuole essere a tutti gli effetti uno spaccato dei valori del periodo storico che lo ha visto nascere rimanendo un tuffo nell’America del passato che riesce a toccare la parte più machista.
Un classico che va visto almeno una volta, anche solo per fare un piacevole salto di due ore nel mondo fantastico dell’era Hyboriana inventata dallo scrittore.
L'unico difetto di Milius come di Eastwood è quello di essere conservatori e spesso nei loro film, più per il primo regista direi, questa visione d'intenti emerge in maniera nemmeno troppo velata.

Per Crom e per l'Acciaio!

martedì 25 aprile 2017

Excalibur

Titolo: Excalibur
Regia: John Boorman
Anno: 1981
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Merlino è al servizio di Uther Pendragon, ambizioso nobile che vuole diventare Re. Il destino del cavaliere è però segnato dall'infatuazione per la bella Igrayne, moglie del Duca di Cornwall, con il quale aveva appena siglato un patto di pace. Aiutato da Merlino e dalla magia a possedere la donna, alla nascita del figlio originato in quella notte Uther è costretto a lasciare il pargolo alle cure del Mago che lo chiede come pegno in cambio dei suoi passati servigi. Poco dopo lo stesso Uther cade in un'imboscata lasciando la magica spada Excalibur conficcata in una roccia. Anni dopo il bambino (ormai uomo), chiamato Artù e cresciuto da Sir Hector, partecipa come scudiero per il fratello acquisito ad una competizione nella quale il vincitore potrà tentare di estrarre la spada, ormai diventata un simbolo di pellegrinaggio per chiunque aspiri al regno: la leggenda infatti sostiene che solo chi riuscirà a sradicarla dal masso potrà diventare Re. Per un imprevisto Artù si ritrova proprio egli stesso a brandirla, ottenendo di fatto il diritto al trono. Ma il suo, nonostante i consigli di Merlino, non sarà un regno "facile": e l'arrivo di Lancillotto alla Tavola Rotonda e le mire di potere della sorellastra Morgana lo metteranno di fronte ad enormi difficoltà.

Excalibur di Boorman è un cult e un capolavoro a cinque stelle. Un film epico degno di entrare a far parte della tavola rotonda e diventare così leggenda come le gesta epiche e i passaggi cruciali della leggenda arthuriana, dalla spada nella roccia al menage a trois con Ginevra e Lancillotto, dalla ricerca del Sacro Graal fino alla rivalità tra Merlino e Morgana.
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi da piccolo e ne rimasi spaventato per la violenza e la crudeltà nei combattimenti. Erano tempi in cui il fantasy e la magia venivano quasi sempre rappresentati in modo allegro e a lieto fine senza l'atmosfera di morte assolutamente affascinante che abbraccia tutto l'arco della narrazione. Boorman come regista è stato tra i migliori di quel periodo, girando interamente in Irlanda quest'opera visionaria e accettando una sfida complessa.
Se pensiamo che il regista avrebbe dovuto girare in quegli stessi anni il Signore degli Anelli tiriamo un sospiro di sollievo. Excalibur si potrebbe definire in molti modi e il vero segreto, o la vera magia, è che al giorno d'oggi non ha perso nulla del suo fascino e della sua atmosfera mostrando un'epoca oscura di sangue e acciaio, aumentando il fascino visivo ad ogni capitolo e situazione che tocca grazie anche al perfetto contributo e il montaggio delle musiche dei Carmina Burana che aumentano il fascino e l'epicità delle gesta e dei combattimenti.
Il taglio fantasy e dark è forse ad oggi il miglior connubbio mai riuscito, rimanendo ad oggi la più potente rilettura cinematografica del ciclo arturiano, ricca di personaggi e situazioni iconoche della leggenda bretone. Excalibur e tutto e di più riuscendo a trovare un cast importante che riesce a valorizzare la caratterizzazione di ogni singolo personaggio.
Un fantasy adulto e non superficiale, sospeso tra dramma e ironia, portandoci per la prima volta, e forse l'ultima, in un'avventura senza fine dove ancora la magia e il paganesimo riuscivano ad essere gli unici strumenti simbolici organizzatori di senso.



giovedì 23 marzo 2017

Great Wall

Titolo: Great Wall
Regia: Zhang Yimou
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

William e Tovar sono due mercenari europei, in Cina con una missione: recuperare un po' della fantomatica "polvere nera", antenata della polvere da sparo, e portarla in Occidente. I due sopravvivono all'assalto di una creatura sconosciuta di colore verde, di cui conservano un arto reciso. Catturati dalle truppe d'élite dell'esercito cinese, finiscono per combattere al loro fianco contro i mostri verdi, denominati Taotie, che ogni 60 anni minacciano il mondo degli uomini. La Grande Muraglia è stata eretta proprio per cercare di fermarli, con ogni mezzo.

The Great Wall ha diverse analogie con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino del 2008. Anche in quel contesto le coreografie non si contavano e le scenografie da sole erano di rara e intensa bellezza. In quel caso però tutto aveva qualcosa di magico e di vero, di intenso e significativo, reale quasi tangibile.
Great Wall è uno dei peggiori blockbuster mai girati. Ormai alcuni grandi registi accettano marchette tali da non riconoscerli più per il disinteresse verso la settima arte.
Great Wall è il primo film cinese con un protagonista americano, girato in lingua inglese ma da un regista cinese, con un budget a dir poco stratosferico, che va oltre i 135 milioni di dollari.
Al di là dei pareri e della critica e dei media che hanno iniziato a parlare di questo film mesi e mesi fa, il problema più grosso è proprio la storia banalotta e piena si stereotipi che non è certamente scritta da un orientale con dei mostri, gli antagonisti del film, davvero senz'anima e privi di qualsiasi caratterizzazione che possa renderli una vera minaccia o qualcosa che anche solo per un attimo dovrebbe incutere paura come al tempo potevano esserlo i mongoli.

La scena più bella rimane quella d'azione in cui alcune donne acrobatiche si lanciano modi bunjee jumping per uccidere i mostri dalla muraglia sacrificandosi così per l'amore della patria come tutti i comunisti di allora ritenevano onore.

giovedì 23 febbraio 2017

A monster calls

Titolo: A monster calls
Regia: Juan Antonio Bayona
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Conor è un ragazzino che vive una vita difficile: sua madre sta morendo di cancro terminale, a scuola è vittima di bullismo e ha una pessima relazione con la nonna e il padre e l'unica cosa che gli dà felicità è il disegno.
Una notte Conor viene visitato dal mostro, un'enorme creatura simile a un albero umanoide, che è venuto per raccontargli tre storie per avere in cambio una da Conor, legata alla sua "verità", e inizia un legame che aiuterà il bambino a riparare la sua vita infelice.

A monster calls è una fiaba strappalacrime molto bella che racconta una tragedia e il cammino di formazione di un bambino semplicemente meraviglioso. Conor sa che sta per perdere la madre.
L'autore narra gli ultimi passaggi confrontandosi con un destino doloroso che richiederà al piccolo protagonista forza e coraggio in una famiglia a pezzi con un padre che torna dal nulla e una nonna rigida che non accetta il lutto della figlia.
In questo quadro si disegna il contorno e l'elemento fantastico che giocherà nel film un elemento squisitamente formativo e al contempo destruttura i classici clichè del monster-movie.
Il terzo film del regista spagnolo che ha esordito con due film ben fatti e nulla più, ORPHANAGE e IMPOSSIBLE, trova prima di tutto una coproduzione che gli butta sul piatto tonnellate di soldi in modo da potersi permettere tutto e di più per quanto concerne il budget.
Eppure Bayona e Ness sembrano più colpiti dai dialoghi, dalla psicologia dei personaggi, dalla determinazione del bambino che non vuole lasciar andar via la madre mostrando continuamente una caratterizzazione dei personaggi funzionale ad ampliare le sorti del dramma e farlo esplodere in tutte le sue diverse forme. Connor si rifugia nel disegno, sino al giorno in cui la fantasia si trasforma in realtà e così il mostro dei suoi sogni esce dalla carta e prende vita proprio come capita con la magia e le fiabe. La creatura propone a Conor uno strano patto, prima gli racconterà tre storie poi, al termine, sarà lui a dovergli narrare la propria. Proprio come dicevo i dialoghi giocano un ruolo importante cercando un giusto equilibrio tra momenti toccanti e altri in cui gli stereotipi e i buoni sentimenti esagerano. Il cast chiama in cattedra alcune delle star del momento e altre che non hanno bisogno di presentazioni.
E'una favola cupa, dark, in cui bisogna preparare i fazzoletti perchè il tasso di lacrime e sentimenti e tale da far collassare, facendo un assolo dopo l'altro con le corde dei sentimenti dello spettatore e su questo gli spagnoli li conosciamo molto bene.
Un'opera che rimanda al PAESE DELLE CREATURE SELVAGGE a SWAMP THING ma viene citato negli intenti Dickens, inoltre è l'adattamento cinematografico del romanzo Sette minuti dopo la mezzanotte (A Monster Calls) del 2011, vincitore nel 2012 come miglior libro per bambini, scritto da Patrick Ness, anche sceneggiatore del film.
Lo stile animato per i sogni poi è fantastico, non eccessivamente esagerato ma sembra tutto un gioco di pastelli e acquerelli.
La storia pur avendo qualche minuto di troppo e allungando alcune scene e i dialoghi, ha una caratteristica molto potente, pur avendo un mostro magnifico in c.g, lo lascia sempre in secondo piano mettendo al centro i sentimenti e le emozioni del suo giovane adulto.



domenica 19 febbraio 2017

Città perduta

Titolo: Città perduta
Regia: Jean-Pierre Jeunet
Anno: 1995
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

La banda dei Ciclopi (criminali ciechi) rapisce bambini in un porto fatiscente e li consegna ai Krank che pagano con occhi artificiali. I Krank prelevano dal cervello dei bambini i sogni che loro non sanno più fare. Il gigante One si è visto portare via il fratellino adottivo Denrée e Miette, una bambina di nove anni, lo aiuterà a ritrovarlo. Film allucinato e raffinato proposto come opera d'apertura a Cannes nel 1995 e giunto nelle nostre sale solo nella stagione 1998/99. Il suo difetto sta forse nell'estrema ricercatezza collegata a un impianto fiabesco. Si tratta di una miscela che allontana due pubblici in un colpo solo: quello dei bambini e quello degli adulti.

La città perduta è il tentativo più complesso, la prova più ardua del fuoriclasse francese.
Jeunet è incredibile e il suo talento straordinario è tale da poterlo tranquillamente inserire tra i più importanti registi francesi post-contemporanei. Il suo cinema è unico, una fiaba, un teatro dell'assurdo che lo ha consacrato sia da parte della critica che del pubblico unanime.
Questa specie di fantasy con venature horror e grottesche è la summa della cinematografia e degli sforzi a volte troppo "cervellotici" del regista. Dal punto di vista scenografico, della scelta del cast, le location, la messa in scena senza parlare delle musiche che giocano sempre un ruolo chiave nei suoi film, tutto è bilanciato alla perfezione con quell'attenzione minimale al dettaglio.
Jeunet allarga la poetica e la fa incontrare con un film così strano e indecifrabile da inserirlo tra le opere che verranno odiate a morte dalle produzioni che non capiranno mai a quale target venderlo.
Ai bambini non piacerà perchè troppo scientificamente complesso e intellettuale, agli adulti potrebbe in parte annoiare, mentre ai cinefili si aprirà un nuovo orizzonte e una nuova chiave di lettura e prospettiva cinematografica onirica e incredibile del regista.
La pluralità delle tematiche inserite nel film è stupefacente anche se non sempre vista la mole di maestranze accorpate, si riesce sempre a mettere a fuoco l'intento e la psicologia di alcuni personaggi e di alcune scelte narrative.
Per il resto è Arte a 360°, forse troppo complessa e disarmonica ma alla fine si rimane basiti di fronte ad un'opera che oltre richiamare tantissimo cinema del passato, cerca anche di essere un degno precursore e amante del genere distopico e del genere post-apocalittico e sci-fi.


martedì 14 febbraio 2017

Miss Peregrine e la casa dei ragazzi speciali

Titolo: Miss Peregrine e la casa dei ragazzi speciali
Regia: Tim Burton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob ha sedici anni, una madre distratta e un padre pragmatico. Timido e impacciato è cresciuto col nonno, Abraham Portman, sfuggito alle persecuzioni naziste e riparato in un orfanotrofio diretto da Miss Peregrine. Di quell'infanzia, spesa in un'isola a largo del Galles, Abraham racconta meraviglie incantando Jacob e cogliendone la natura peculiare. Perché Jacob, proprio come suo nonno, è un ragazzino speciale che scoprirà la sua vocazione in circostanze drammatiche. Alla morte del nonno, ucciso dal suo peggiore incubo, Jacob decide di lasciare la Florida per il Galles, alla ricerca di qualcosa che possa spiegare le sue ultime volontà. Spiaggiato sull'isola, scopre molto presto che Miss Peregrine non era un'invenzione di una mente senile ma una giovane donna che accudisce ragazzi con doni speciali. Doni che mostri avidi e voraci vorrebbero possedere. Protetti da un loop temporale, Jacob e compagni risponderanno alla minaccia.

L'ultimo Burton, o meglio gli ultimi Burton, non mi hanno fatto impazzire. Sono opere mediocri. FRANKENWEENIE, il remake dello stesso film di Burton, è la cosa migliore che abbia fatto con un'animazione in b/n, facendomi ricordare quella piccola perla di nome VINCENT.
Qui però il maestro delle dark novel torna con la materia su cui è riuscito meglio a dimostrare il suo talento accontentando ragazzi e adulti. A differenza però di Alice e Willy Wonka, entrambi così famosi da poter vivere di rendita anche senza l'intervento del regista, Miss Peregrine da un lato fatica un po a prendere ritmo mentre dall'altro non si capisce bene se vuole essere un film di formazione o un thriller inquietante. Il risultato è un film che non sembra riuscire a mantenere una coerenza per tutto l'arco della durata. Certo a livello tecnico nulla si può dire o togliere al film compreso il cast dove Eva Green purtroppo ricicla uno dei suoi soliti personaggi.
Che cosa sorprende di più di quest'ultimo fantasy per ragazzi. Il male.
Samuel Jackson interpreta un cattivo che per la prima volta fa davvero paura cibandosi, lui come la sua setta, di occhi appartenenti a bambini speciali. Alcune scene le ho trovate squisitamente horror e drammatiche, gli effetti speciali continuano a fare e dare tutto ciò che la trama non può e non vuole dimostrare e la struttura classica con un finale che non lascia nessuno scampo fa tutto il resto.





sabato 28 gennaio 2017

Settimo figlio

Titolo: Settimo figlio
Regia: Sergej Bodrov
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sta per scatenarsi una guerra tra le forze del sovrannaturale e gli uomini. Secoli prima, il Maestro Gregory aveva imprigionato la feroce strega Madre Malkin che, riuscita a fuggire, adesso è in cerca di vendetta. L'unica speranza per gli uomini è il giovane apprendista Tom Ward, settimo figlio di un settimo figlio, il solo in grado di sconfiggere la potente maga e la sua magia nera.

Il settimo figlio è un'altra operazione fantasy di puro marketing dopo i successi e la rinascita del genere. Affidando i ruoli del mentore e dell'antagonista a celebri volti noti, il regista russo Bodrov, che ancora non mi è chiaro cosa cerchi nella settima arte dopo un convincente MONGOL e per il resto solo film da dimenticare, viene ingaggiato come mestierante per questa terribile trasposizione. L'idea alla base è scontata quando funzionale al genere, il protagonista ha la solita faccia da fesso oltre ad essere il tipico belloccio che verrà presto dimenticato dalle major.
Lo sviluppo della trama oltre che ampiamente abusata non sembra aggiungere nulla di nuovo, i mostri sono creati con una pessima c.g e la Moore a metà tra strega e drago sembra la prima a non essere convinta, mentre Bridges gigioneggia facendo la parodia di se stesso.
In quest'epoca di fiabe, di scenari fittizi e quant'altro, il Settimo Figlio fa parte della lista nera dei film sul genere che sembrano avere il solo scopo di fare numero e di sottolineare il fatto di come le trame seppur già viste non debbano essere stimolate o trattate con quel qualcosa in più che riesca a unire fantasy con mito, mitologia e folklore. Uno dei più belli e convincenti di questi ultimi anni rimane sempre e comunque LA LEGGENDA DI BEOWULF.
Il settimo figlio è un giocattolone d'intrattenimento che riesce perfino ad annoiare.


giovedì 22 dicembre 2016

Chi ha paura delle streghe

Titolo: Chi ha paura delle streghe
Regia: Nicolas Roeg
Anno: 1990
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Un orfano vive una terribile avventura, simile alle fiabe della nonna: un gruppo di streghe, in apparenza signore perbene, lo vogliono trasformare in topo.

Tratto da un romanzo di Roald Dahl "Le streghe", lo sconosciuto film di Roeg entra a pieno nel sottogenere sul filone delle streghe trovando alcuni spunti e delle idee davvero interessanti che seppur scritte in maniera a volte non così seria, diventa quella fiaba nera per adolescenti tipica del cinema anni'90 che ancora portava avanti quella spinta sull'avventura e la mistery tipica di quegli anni.
Un horror fiabesco che trova almeno due punti di forza come il primo atto, suggestivo e importante nel darci elementi che verranno sviluppati in seguito (ma con una buona tensione e atmosfera) e il finale con le streghe che mostrano il loro vero e inquietante aspetto.
E'un film anomalo perchè sposa una messa in scena che a tratti sembra una comune commedia per poi rivelare il suo lato grottesco con l'arrivo della Strega Suprema interpretata da Anjelica Huston.

Per alcuni aspetti mi ha ricordato il cult della Troma RABID GRANNIES per come in fondo dopo la trasformazione emerga sempre la parte più inquietante ovvero quella del sacrificio dei bambini che se nel film di Roeg è "assente" ricerca un target specifico e che riesca a mettere d'accordo tutti, il film della Troma invece è di una violenza e ironia abissale. In più il tema della fiducia tra estraneo e bambino con la scena madre dell'albero è interessante per far capire come in alcuni momenti possa sentirsi un orfano. Sono tanti i riferimenti presi da questo film e usati quasi come registro per recenti film sulle streghe o che trattino di paure e incubi che minano l'infanzia e l'adolescenza.

martedì 13 dicembre 2016

Animali fantastici e dove trovarli

Titolo: Animali fantastici e dove trovarli
Regia: David Yates
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il giovane magizoologo Newt Scamander arriva a New York dall'Inghilterra con una valigia piena delle creature fantastiche che ha raccolto e salvato in molti anni di viaggi e ricerche. Senza volere, scambia però il prezioso carico con quello di Jacob Kowalski, pasticcere e No-Mag (è il nome americano dei Babbani), il quale libera inavvertitamente le creature, violando lo Statuto di Segretezza e mettendo Newt nei guai. È il 1926 e il Paese è in grande subbuglio: l'oscuro Gellert Grindewalt è introvabile, qualcosa di misterioso semina caos e distruzione per le strade della città e i fondamentalisti della caccia alle streghe sono sempre più infervorati. Il mondo magico e quello dei No-Mag sono pericolosamente vicini ad entrare in guerra.

Il mestierante Yates che ha diretto gli ultimi capitoli potteriani continua la sua filmografia dando vita ad una nuova opera della famosissima e ricchissima scrittrice inglese Rowling.
In questa nuova avventura destinata ad aprire i battenti per altri capitoli per alcuni aspetti la trama è più interessante e complessa della solita struttura e dello sviluppo dei film precedenti e della saga che è diventata più che celebre (un vero cult per molti adolescenti). Qui la magia è più complessa, gli elementi come in una matassa si sprigionano piano piano a partire dalle diverse dimensioni di queste creature fantastiche e del loro bisogno di poter avere un luogo dove vivere e riprodursi in pace e armonia (come la bellissima sequenza dentro la scatola in cui il protagonista ci porta in un luogo parallelo semplicemente meraviglioso).
Un film che proprio da questo elemento cerca di portare avanti anche alcuni intenti politici come la lotta contro l'estinzione degli animali e l'amore per la diversità delle specie.
Il male come i nemici e le istituzioni dietro cui si nascondono non ci dicono nulla di nuovo mantenendo un equilibrio, in questo caso tra realtà e fantasia, abbastanza funzionale.
Probabilmente i fan della saga impazziranno cercando di trovare tutti gli elementi che si uniscono al puzzle del maghetto. In più si da ancora più spazio ai "babbani" e la loro difficoltà a comprendere ed entrare nel mondo della magia.

Non per ultimo il ruolo di Ezra Miller che seppur un clichè da una significativa interpretazione sull'emarginato e sul potere nascosto e a volte pericoloso, dentro ognuno di noi.

Patto dei Lupi

Titolo: Patto dei Lupi
Regia: Cristophe Gans
Anno: 2001
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

1764. Nella regione francese del Gévaudan un numero abnorme di donne e bambini sarebbe stato sbranato da un'orripilante bestia sovrannaturale…

Gans è un regista eccentrico con al suo attivo pochi e complicati film. Amante dell'action e del fantasy nonchè dell'horror cerca di mischiare tutti gli elementi che più lo ispirano all'interno dei suoi film. Dal suo esordio nel film a episodi di NECROMOMICON fino al CRYNG FREEMAN il suo film peggiore per arrivare a questo e infine altre tre pellicole di cui una è un remake, l'altro è inedito e l'horror si ispirava ad un videogioco, non è chiaro quale sia la sua opera migliore (credo comunque SILENT HILL). Qui il tentativo è quello di provare a fare un blockbuster d'oltreoceano come presto inizierà a fare Luc Besson.
Credo sia stato uno dei primi horror non americani ad aver goduto di un budget così alto, 200 milioni di franchi (all'epoca erano una cifra impressionante). Ricordo che quando era uscito parlava da solo, con questa locandina suggestiva, l'idea di una creatura che mangia e uccide chiunque, il suo padrone anch'esso avvolto nel mistero, una coppia di eroi che sembrano usciti da un film di arti marziali orientali e tanta altra roba interessante e di spessore in un periodo, il 700, sempre visivamente interessante per tutti i suoi eccessi dai bordelli alle scene all'interno del bosco.
Un film complesso che ha cercato alcune strade semplici puntando su una trama che troppo velocemente mostra i suoi difetti e gli erroracci finendo per essere un film d'intrattenimento girato bene con tante cose brutte al suo interno tra le quali citerei i due protagonisti che prendendosi troppo sul serio e con tutta questa mistery sui possibili complotti finiscono anche loro per essere intolleranti, senza regalarci quella importantissima dose di auto ironia che avrebbero dovuto avere.



domenica 23 ottobre 2016

Swiss Army Man

Titolo: Swiss Army Man
Regia: Daniel
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Hank un uomo senza speranza tenta di suicidarsi ma scorge qualcosa in riva al mare. Perso ormai da tempo nella natura selvaggia di un'isola, Hank vede un cadavere le cui origini sono misteriose. Ma a lui poco importa: con quel cadavere si imbarcherà in un epico viaggio avventuroso per tornare a casa. Hank decide anche di convincere il corpo morto di come la vita sia degna di essere vissuta. Riuscirà nella surreale impresa?

Ogni tanto ti appresti a guardare qualcosa di completamente slegato dai canoni classici, diciamolo pure, un film superiore. Qualcosa di indimenticabile che lascerà il segno, qualcosa che sa di nuovo, quell'ondata di freschezza che non si avverte spesso nel cinema e che possiamo definire l'essenza di un principio anarchico di mettere in scena cosa si vuole nel modo più intimo possibile.
L'uomo multiuso è qualcosa che avrà tanti e continui elementi anomali e di totale non-sense. Uno dei film indipendenti più bizzarri degli ultimi anni.
Una commedia fantasy indipendente e alternativa, un film hipster furbetto e strappalacrime e allo stesso tempo un'opera che si stacca dalla commercialità per diventare quel film che non ti aspetti. Possiamo parlare di cinema libero, a volte scomodo, a volte dannatamente sboccato e in alcuni attimi esageratamente divertente. Surreale, di certo rischioso se si pensa a come la coppia di registi con un'idea così fuori dal normale siano riusciti ad ottenere investimenti sapendo di poter fare una cazzata micidiale. Eppure l'esordio è davvero al di là delle previsioni. Un film romantico, drammatico, grottesco, divertente, scoppiettante, elettrizzante, queer, mai banale. Si potrebbe andare avanti per ore trovando aggettivi che ne consacrino la perfetta esecuzione affidata a due attori che sanno dare una profonda performance.

Swiss Army Man è CAST AWAY che incontra GONDRY e che strizza l'occhio a JONZE. Senza dimenticare che se da un lato era da tempo che non si sentiva parlare del tabù delle flatulenze (e della masturbazione) che diventa metafora del bisogno di essere fedeli a se stessi, dall'altra è un film che parla di solitudine umana, di incomunicabilità e ipocrisia, simboleggiata per Manny, che in quanto cadavere non ha inibizioni sessuali né di altro genere, dal fatto che nascondiamo al prossimo le nostre funzioni corporali.  

Ultimo unicorno

Titolo: Ultimo unicorno
Regia: Arhur Rankin
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Quando il malvagio re Haggard manifesta l'intenzione di eliminare tutti gli unicorni dai suoi domini, l'ultima rappresentante della specie si allea col bizzarro mago Schmendrick e intraprende con lui un lungo e pericoloso viaggio, nella speranza di trovare - esiliato nei più remoti angoli del mondo - qualcuno dei suoi simili...

L'ultimo unicorno è un film d'animazione di rara bellezza.
Una favola che al suo interno tratta numerosi temi e riesce a imbastirci su una notevole galleria di sequenze e personaggi, riuscendo a soddisfare giovani e adulti in un mix di magia dove nessuno rimarrà immune ai sentimenti provocati dai momenti finali del film, che in realtà sono inaspettatamente toccanti e memorabili .
Un fantasy dai colori bellissimi, un acquerello in movimento e una carica poetica e autoriflessiva interessante e funzionale. Un'altra opera diretta dal duo che già collaborò per LO HOBBIT e prodotto dallo studio d'animazione Rankin/Bass per la compagnia televisiva britannica ITC Entertainment. Il film tra l'altro è ispirato all'omonimo romanzo di Peter S. Beagle, il quale è anche l'autore della sceneggiatura.
Un film magico, per alcuni aspetti inusuale ed esoterico, che mischia tantissima atmosfera senza banalizzarla ma creando alcuni momenti drammatici e di intensità molto forti.



giovedì 21 luglio 2016

Warcraft

Titolo: Warcraft
Regia: Duncan Jones
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il regno di Azeroth vive in pace da anni, sotto il governo benevolo dell'umano Re Llane e di sua moglie - sorella del più fido guerriero del re, Lothar - e sotto la protezione del concilio del Kirin Tor e di Medivh, Guardiano del regno e suo mago più potente. Ora, però, Azeroth è pericolosamente minacciato dall'invasione, attraverso un oscuro portale, degli orchi di Draenor, brutali creature nate per combattere e comandate dal crudele sciamano Gul'dan. Tra loro, solo Durotan, amato e rispettato leader del Clan dei Lupi Bianchi, è disposto a mettersi contro il tiranno per porre fine al suo delirio di distruzione. Ad ogni costo. Anche se per farlo dovrà cercare l'alleanza degli uomini.

Warcraft pone un significativo esempio di dove stanno arrivando i film tratti dai videogiochi d'azione dopo alcuni tentativi maldestri e operazioni fallimentari.
Sfruttando le recenti tecniche di c.g, Jones, regista su cui non intendo soffermarmi visti i suoi due bellissimi film precedenti, si trova dal nulla a dover affrontare questa nuova sfida in un kolossal con milioni di fan che arrivano direttamente dalle pianure infinite di una delle saghe di videogiochi più appassionanti e famose della storia (nonchè più ricche).
Si sà che le grandi produzioni hollywoodiane non lasciano molto spazio ai registi, eppure in questo caso il film pur avendo svariati limiti tra cui proprio alcune location ammazzate dalla color correction e una storia davvero che non regala nessun colpo di scena, si conquista una pregevole messa in scena cercando, pur avendo a che fare con un'operazione commerciale d'intrattenimento, di portare a casa e sottolineare alcuni temi sulla diversità e l'uguaglianza che altri non avrebbero forse nemmeno accennato. Qui il merito di Duncan e di saper caratterizzare bene i personaggi, basti pensare a MOON, e Warcraft almeno su questo mette in scena alcuni ruoli interessanti.


mercoledì 8 giugno 2016

Alice attraverso lo specchio

Titolo: Alice attraverso lo specchio
Regia: James Bobin
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Dopo molto tempo passato a bordo della nave Wonderland, il capitano Alice Kingsleigh torna sulla terra ferma londinese, rigida e ottusa.

Diciamo che negli ultimi anni i fantasy hanno cercato di accaparrarsi pubblico e cercare di sfruttare al massimo la c.g. In parte questa operazione è riuscita. In altri casi, come Alice & company, i progetti sono sempre stati controllati dalla Disney senza però riuscire a trovare una formula che convincesse e potesse dare enfasi e sostanza ad un soggetto così incredibilmente interessante (parlando sempre per il doppio pubblico).
Il marketing e i budget esagerati hanno purtroppo la tendenza a diventare una parata di CGI pacchiana piena di bizzarrie inutili, dimostrandosi, questo rispetto al suo già brutto predecessore, come un tentativo frettoloso ancora più frenetico e irritante.
Alla fine è tutta un'odissea spazio-temporale estenuante, passando da un piano temporale all'altro in un caleidoscopio confuso di immagini e colori.
La didascalica insistenza sul tema del paradosso temporale conduce a un climax prevedibile e poco sorprendente che può sicuramente fare la gioia degli occhi- grazie anche a un 3D raro a vedersi, in molti momenti - ma non altro e infatti non stupisce che forse il momento migliore è quello dove compare Tempo, personaggio ambiguo, forse il meglio rappresentato da Sacha Baron Cohen.

Alla fine tutta la storia di quest'ultima Alice nasce da una bugia della strega bianca per nascondere una marachella combinata in gioventù quando si era mangiata uun biscotto attribuendo la colpa alla regina rossa.  

venerdì 29 gennaio 2016

Viy

Titolo: Viy
Regia: Oleg Stepchenko
Anno: 2014
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Londra, 1713, il cartografo inglese parte in viaggio per realizzare la mappa delle terre della Transilvania. Dopo aver passato i monti Carpazi, trova un piccolo villaggio isolato dal resto del mondo, i cui abitanti si nascondono dai demoni e dalle creature che controllano la zona. Non capiscono che il male ha trovato da lungo tempo casa nelle loro anime e che sta solo aspettando un'occasione per uscire nel mondo esterno. Solo un uomo può svelare questi misteri e fermare le spietate creature: l'impavido cartografo Jonathan Green.

Capita di rado di imbattersi in un kolossal russo-ceco-sino-tedesco-inglese con un budget di 26 milioni. Alla sua opera prima il regista emergente sforna una pantomima che cerca di strizzare l'occhio a più generi cinematografici, inserendo c.g e mescolando favola e horror, confezionando così un remake di un film del 1976, non che un adattamento dell’opera omonima di Nikola Gogol.
Una dark novel che punta tutto sull'enorme sforzo in fase tecnica, con un magnifico lavoro di fotografia e delle location davvero sorprendenti, con un cast funzionale e autoctono, fatta eccezione per la parte british con Fleming e pochi altri.
Dai dialoghi e dalla estenuante messa in scena è un film che arranca spesso puntando troppo sulla sottile vela di ironia russa che aleggia in tutto il film e che spesso sembra prendersi dei tempi troppo lunghi per dilatare la narrazione, dal momento che la storia è semplice e senza grosse rivelazioni.
Viy è un film che punta su alcuni momenti di puro intrattenimento davvero eccellenti, come la scena nella locanda della trasformazione, senza però riuscire ad avere un ritmo e una formula narrativa efficace e sempre coerente.

La parte in cui viene criticata la reigione come sistema simbolico organizzatore di senso a favore del positivismo moderno e scientifico è interessante ma non intelligente come ci si poteva aspettare.

mercoledì 30 dicembre 2015

Love & Peace

Titolo: Love & Peace
Regia: Sion Sono
Anno: 2015
Paese: Giappone
Festival: TFF 33°
Giudizio: 3/5

Un uomo che in passato aveva sognato di diventare un cantante punk rock, sta lavorando come impiegato per una compagnia di strumenti musicali. È segretamente innamorato di una sua collega. Un giorno trova una piccola tartaruga sul tetto, e la chiama Pikadon...

Nel senso buono e metaforico del termine, Siono, che ha girato qualcosa come 5 film solo nel 2015,trova in questo ultimo delirante racconto di formazione, la possibilità di contaminare al massimo due dei temi che più lo appassionano come le mutazioni repentine della realtà sociale del Giappone e la vessazione della società sull'individuo, trovandone una buona alchimia.
Love & Peace, il titolo è già profetico, è un film che procede per accumulo infarcendolo di elementi, simboli, trasformazioni, tutto in perfetta sintonia e riuscendo ad equilibrare Kaijū Eiga, fantasy, i christmas movie yankee e l’animazione stop motion tutto con fantasia e una trasversalità di generi cinematografici incredibile, ludica e originale.
Il tutto poi sapendo sottolineare la tragedia di Fukushima e Hiroshima, il peso della società, la cronaca del dopobomba, l'alienazione dei giapponesi, le multinazionali e più di tutto l'affermazione dell'ego in una società turbo capitalista che ha dimenticato la propria storia e parte dei valori.
Love & Peace è prima di tutto esagerato e sfrontato, infatti non per altro ma come per la prolificità dei film, spesso il regista viene paragonato al maestro Miike Takashi per quell'esplosione pop, quella anarchia di fondo che lo vede come un autore libero di poter creare l'opera che preferisce e con i toni e l'ironia che più lo ispirano.
Una ricompensa che non viene data proprio a tutti e che se come in questo film viene esplosa a 360° rischia di poter diventare anche un flop incredibile.
Eppure come tutti gli outsider che si rispettino, Sono sa quello che vuole e dunque dietro una maschera che contamina cultura e altro, riesce a levigare il suo cinema dandogli una sorta di riflessione che continua a mettersi in gioco e far riflettere sui temi più disparati.

Il problema di queste pellicole, in particolar modo della tradizione nipponica è quello che proprio avendo così tante libertà e un umorismo molto diverso dal nostro, rischia di esagerare proprio lì nell'esasperazione, sconfinando prepotentemente e lasciando più volte basiti e di stucco per la mole incredibile di potenza buttata via.