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domenica 15 ottobre 2017

Wetlands

Titolo: Wetlands
Regia: David Wnendt
Anno: 2013
Paese: Germania
Giudizio: 4/5

In Wetlands Helen, 18 anni, soffre di emorroidi e ha una vita sessuale intensa. Un padre distratto e una madre ossessionata dall’igiene le hanno imposto di eliminare ogni sgradevole secrezione. Lei si ribella, rifiuta di nascondere il suo odore, e tra sperma, sangue, diarrea, mestruo e liquido vaginale, cerca di colmare un vuoto educativo ed emotivo, imparando sul proprio corpo ad accettare e gestire pulsioni e sentimenti.

“Fin da quando io ricordo ho avuto le emorroidi”
Così Helen fa il suo esordio sullo schermo. Con queste parole. Il resto è una sorta di coming of age sulla formazione sfinterica di una ragazza alla scoperta della sessualità, del proprio corpo e di tutta un'altra serie di ingredienti soprendenti, bizzarri, spiazzanti, politicamente scorretti, eccessivi e a tratti disgustosi.
Un film divertente e pruriginoso intrinsecamente che sa unire insieme dramma e ironia sviluppando alcuni temi che sembrano ancora dei tabù e su cui il regista e come spesso accade nel cinema tedesco non ci si fa troppi problemi a dire le cose come stanno e soprattutto a mostrarle senza remore. Si parla tanto di sessualità ma come qualcosa di normale senza bisogno di nasconderne i suoi infiniti aspetti, qui il desiderio e l'obbiettivo di Helen è un’opera di distruzione di ogni forma di tabù sociale. Il fatto più sconvolgente è che oltre ad ignorare il comune senso della decenza e del pudore, si crei da sè delle norme igieniche, come la fantastica idea di rendere la sua vagina una fogna, non lavandola, per fare in modo che paradossalmente resista maggiormente alle malattie. Così arriviamo a tante scene e scelte che giocano tra lo scandalo e il disgustoso, parlo ovviamente della scena del bagno e della caramella allo sperma...e di tutto questo fluire, secernere, evacuare che ad un tratto prima di finire ricoverata, sembra un rubinetto difettoso.
La commedia nera diventa dramma che diventa grottesco che diventa surreale e così via mischiando svariati aspetti e cercando sempre più di impressionare con scene di forte impatto immaginifico.
Mi ha scioccato anche il fatto che la sceneggiatura non sia originale e che esista un libro così perverso ad aver ispirato la sua creazione.
Un film davvero soprendente, furbo, forse troppo, giocando e insistendo ripetutamente sull'esagerazione, elemento che ad un certo punto finisce proprio per creare l'inverso e da quel momento il film prende un'altra direzione non meno interessante ma sicuramente meno eccessiva che sembra far riflettere Helen sul suo obbiettivo.


giovedì 3 agosto 2017

Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

lunedì 1 maggio 2017

Gang dell'arancia meccanica

Titolo: Gang dell'arancia meccanica
Regia: Osman F.Seden
Anno: 1974
Paese: Turchia
Giudizio: 2/5

Tre psicopatici criminali vanno in giro per Istanbul a uccidere e stuprare ragazze. Col fiato della polizia sul collo, i tre irrompono in una villa e la occupano, sottoponendo gli abitanti a ogni genere di cattiveria. Il padrone di casa è un ricco medico con moglie e figlio piccolo a carico e comincia così una serie inaudita di brutalità: l'uomo viene umiliato ripetutamente, la donna picchiata e palpeggiata. Il bambino piccolo inizialmente non capisce bene la situazione e prende tutto come un gioco, ma quando i criminali lo affogano in piscina la mamma impazzisce definitivamente. I tre finiranno in galera ma la pena che riceveranno sarà breve e, all'uscita dal carcere, anche per loro ci sarà una brutta sorpresa...

Purtroppo visionato in un'edizione tagliata nel finale di almeno una quindicina di minuti, il film maledetto di Seden rimane uno dei caposaldi del sotto genere horror rape & revenge. Un titolo importante quasi quanto I SPIT ON YOUR GRAVE ovvero quelle pellicole che hanno aperto le porta al tema anche se in questo caso i riferimenti paiono più spingersi verso Craven con L'ULTIMA CASA A SINISTRA del 72' e Kubrick per ARANCIA MECCANICA del 71'.
A differenza del film del '78 di Zarchi, il film di Sedem per fortuna gioca meno sulla tortura fisica e sullo stupro per concentrarsi maggiormente sul lavoro di violenza psicologica simile per certi versi al capolavoro che Haneke disegnerà nel 97' ovvero FUNNY GAMES.
Questa operetta qui sembra semplicemente l'opera più sciocca senza concentrarsi sulla natura e l'origine del male, ma mettendo in scena sevizie e soprusi del trio ai danni del nucleo familiare.
In particolare per l'epoca ha fatto discutere l'impiego del bambino nelle scene di violenza per arrivare all'annegamento. Anche se nelle scene della piscina è chiaro che sia un bambolotto, per l'anno di uscita una tale idea di violenza non era ancora così abusata come oggi. I picchi comunque arrivano nella scena madre e forse anche la più forte e lunga dell'intero film dove la mamma del bambino viene presa a schiaffi per dieci minuti di seguito, gettata a terra, fatta rialzare e colpita nuovamente
Il leader della band poi Savas Basar con quel sorriso serafico riesce a dare davvero una grande prova attoriale ricordando il Noe Hernandez di TENEMOS LA CARNE.
"Cirkin dunya" il titolo originale che in realtà dovrebbe suonare come "Mondo Cattivo" è un home invasion con un ritmo forsennato che non si ferma mai, senza smettere mai di gridare e di mostrare un certo compiacimento tipico dei film anni ’70.


martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


mercoledì 15 febbraio 2017

Greasy Strangler

Titolo: Greasy Strangler
Regia: Jim Hosking
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il film racconta la storia di Ronnie, un uomo che gestisce un tour di Disco Walking assieme al figlio Brayden. Quando una donna sexy e affascinante prende parte al tour, comincia una competizione tra il padre e il figlio per attirare le attenzioni della donna. Nel frattempo un maniaco viscido e disumano soprannominato ''The Greasy Strangler'' si aggira per le strade di notte a strangolare innocenti.

Esercizio di stile, hipsterata doc, viaggio di nozze weird, trashata mega galattica? Innanzitutto bisogna fare una premessa su coloro che hanno reso possibile questo film che altrimenti non avrebbe mai preso vita (sono sicuro che qualcuno sperava che non si facesse). Infatti dietro a questa produzione troviamo Tim League di Drafthouse Pictures, il regista di culto Ben Wheatley e l'attore Elijah Wood.
Greasy Strangler è un po di tutto e niente di tutto questo. Un film che da spiegare non si può, bisogna vederlo apprezzarlo o detestarlo senza esitazioni.
Un indie disgustoso e offensivo, maniacalmente divertente, anomalo e strano come il regista alla sua opera prima che confeziona qualcosa di non solo bizzarro ma una prova d'amore per John Waters e Lloyd Kaufman e tanta altra scuola.
Abbiamo padre e figlio che fanno schifo oltre ogni modo, forma e misura. Il loro bisogno di provocare e inondare lo spettatore con dei dialoghi che sembrano un'ammissione di negligenza e omosessualità repressa è sintomatico per un film che proprio non riesce ad essere preso sul serio.
Allo stesso tempo è così confezionato bene che ogni accessorio è studiato così ad hoc e impreziosito con dei colori sgargianti e dei contrasti che bilanciano tutto lo scenario che non è mai improvvisato come potrebbe sembrare.
Greasy Strangler oltre ad essere una commedia horror è un'esperienza da fare sobri, vomitando scemenze e depositando resti fecali di un abominio alimentare trattato senza nessun riguardo e con uno schifo cosmico che non vedevo da un pezzo. Il film comunque non è affatto stupido ma si traveste in questo modo per cercare nei suoi silenzi e nelle espressioni luciferine e autistiche dei suoi personaggi, un'alienazione dalla società post-contemporanea e un inno all'anarchia più pura e dura dove padre e figlio combattono per chi ha il cazzo più duro e si fa valere a letto.
Il finale forse è la parte peggiore in cui il regista vuole dare con una metafora un significato alla lotta di questo improbabile duo inserendo un paio di scene che non giovano come dovrebbero e che sembrano dare complessità e intenti politici a un prodotto che vale la pena che voli basso per non rovinare quella componente grassa e cangerogena di cui Ronnie è succube e dipendente.



venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




martedì 6 settembre 2016

Bad Biology

Titolo: Bad Biology
Regia: Frank Henenlotter
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jennifer e Batz sono due ragazzi con degli strani problemi sessuali. La ragazza è nata con sette clitoridi ed è sempre eccitata e subito dopo ogni rapporto sessuale partorisce dei bambini mutanti. Batz ha invece un pene enorme con una volontà sua, tossicodipendente e capace di provocare orgasmi allucinanti alle ragazze. Per fare due soldi e saziare la fame di droghe e steroidi del suo pene, il ragazzo accetterà di ospitare in casa sua un set fotografico guidato da Jennifer ed i due finiranno per conoscersi.

Una donna con sette clitoridi e un uomo con un pene che se ne và in giro a scopare modelle in giro. E'tutto vero, sono due idee del cazzo che già da sole muovono una certa curiosità nell'ambito weird e soprattutto splatter contando che stiamo parlando di Frank Henenlotter, l'autore di BASKET CASE. Il regista ritorna a girare un film dopo quasi sedici anni di inattività. Ecco forse è proprio questa se vogliamo la critica principale che si può fare al film.
Mentre la Troma e altri registi fedeli a Kauffman e all'exploitation osavano in un certo periodo storico, qui Henenloter se ne esce con questa pillola nel 2008 quindi se vogliamo dirla tutta con un certo ritardo rispetto a quanto ci si poteva aspettare contando che il cinema in quanto a malattia e oscenità sembra aver mostrato ormai tutto e difficilmente si rimane ancora inorriditi di fronte alle scene di violenza.
I b-movie a volte hanno la fortuna di potersi togliere il mantello della credibilità e della seriosità puntando su una clamorosa esagerazione di momenti trash, comici e allo stesso tempo violenti come difficilmente capita in altri contesti.
Poteva essere un film della Troma per certi versi, eppure nonostante tutto la trama non è poi così ridicola anche se di certo non porta l'effetto folle e bizzarro come in altre pellicole.
Eppure quel suo taglio low-budget unito alla commedia erotica politicamente scorretta, funziona molto più di altri suoi simili e non si vergogna di mettercela tutta e creare un humus offensivo e disgustoso di un cinismo crudo ed esagerato dove i bambini vengono partoriti dopo due ore e diventano mostriciattoli da buttare nel cestino.



lunedì 18 luglio 2016

Gun Woman

Titolo: Gun Woman
Regia: Kurando Mitsutake
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Due mercenari stanno attraversando il deserto quando per ingannare l'attesa uno racconta all'altro la storia di un individuo noto come Mastermind, che è riuscito a trasformare una prostituta tossicodipendente in una macchina per uccidere. In cerca di vendetta nei confronti del miliardario sadico che ha ucciso la sua amorevole moglie, Mastermind, un medico giapponese, ha "modificato" la prostituta con l'intento di farla entrare nella struttura sotterranea in cui il miliardario soddisfa i suoi desideri sessuali.

L'exploitation, il genere dnotomista, il trash e lo splatter sono tutti gli ingredienti previsti per questa pellicola molto pulp e con alcuni momenti esilaranti ma anche di spessore.
Ritorna Asami, l’attrice porno nonchè protagonista di numerosi film trash nipponici degli ultimi anni.
Gun woman è pieno d'azione e di sangue. Seguiamo questa piccola fiammiferaia schiava della droga in un Giappone allucinato popolato da individui sempre più ambiziosi ed egoisti in cui la vita umana vale meno di zero e ciò che conta è soddisfare i propri istinti.
Senza inutili pedanterie e dei dialoghi d'effetto, sembra prendere i recenti LUCY e EVERLY e buttarli in un tritacarne, come se fossero passati sotto il vigile occhio di Miike Takashi.
La chirurgia portata agli eccessi con parti meccaniche di una pistola da montare introdotte nel corpo sembrano citare il cinema di Tsukamoto anche se con alcune varianti differenti.
Forse solo il finale con alcuni colpi di scena un po tirati per le lunghe e senza troppa logica, in realtà servono a ben poco contando che gli intenti del film sono ben altri.

Gun Woman è un revenge-movie dove una donna gira nuda vendicandosi e usando il corpo come magazzino in cui nasconde una pistola da assemblare e qualcuno che vigili su di lei per farle ad hoc una trasfusione.

mercoledì 15 gennaio 2014

Terminal Island-L'isola dei dannati

Titolo: Terminal Island-L'isola dei dannati
Regia: Stephanie Rothman
Anno: 1974
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In un prossimo futuro, il governo della California ha commutato la pena di morte - definitivamente abolita - con l'esilio perpetuo nell'isola di San Bruno. La colonia penale, conosciuta con il nome emblematico di "Terminal Island", non è sorvegliata dalla polizia poiché, da lì, un tentativo di fuga è impensabile, e i detenuti sono liberi di scegliere come organizzarsi, sia che decidano di orientarsi verso un modello di vita pacifico sia che preferiscano continuare a percorrere fino in fondo la strada della violenza. Nell'isola, inevitabilmente, regna la piú completa anarchia e il gruppo guidato dallo psicopatico Bobby Farr spadroneggia umiliando i rivali e schiavizzando le donne. L'arrivo sull'isola della giovane Carmen segna, però, l'inizio della rivolta da parte degli oppressi.

Bisogna ammettere che sono divertenti questi film del filone women in prison sottogenere dell'exploitation anni '70 in cui fondamentalmente i registi e gli sceneggiatori avevano la possibilità di creare previsioni sul futuro come in questo caso un'isola/carcere dove i prigionieri sono liberi di uccidersi e di organizzarsi come vogliono.
Dal punto di vista del soggetto è decisamente originale contando che molti anni dopo uscì un fumetto giapponese chiamato BATTLE ROYALE che per alcuni aspetti sembra riprenderne l'idea modificando però la storia e il contesto e in più cercando di allargare la denuncia sul mondo civile che espelle i problemi dandogli più una connotazione sociologica e in particolare nel film emerge tutta un'importanza legata al potere e al controllo dell'incertezza.
I personaggi sono tutti bene o male caratterizzati in modo comunque funzionale per la storia e gli obbiettivi del film e a fare da sfondo durante lo svolgimento del film ci pensano delle solide musiche beat.
La donna qui è fondamentale per la rinascita e per cambiare la dittatura che si era imposta sull'isola, una afro-americana diventa la scelta perfetta analizzando quindi diverse sotto-storie, ma anche non risparmiando una certa idea maschilista di relegarla a serva o a cortigiana.
Un film che certo và visto rapportato all'anno di uscita e quindi con tutti i limiti sugli effetti speciali e anche sembra sul budget e purtroppo le scene che soffrono di più di questo fattore sono proprio i combattimenti e le scene di lotta e contando che in un film come questo non sono certo poche si fa fatica a digerirle.

lunedì 25 novembre 2013

Machete Kills

Titolo: Machete Kills
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Distrutto dalla morte della poliziotta sua compagna avvenuta sotto i suoi occhi Machete viene ingaggiato dal presidente degli Stati Uniti per andare a bloccare un folle che ha puntato un razzo sulla Casa Bianca, in cambio gli vengono offerti la cancellazione di tutti i suoi reati e la cittadinanza americana. Machete accetta ma dopo aver scovato il delirante boss messicano affetto da schizofrenia che ha puntato il missile e dopo averlo scortato per tutto lo stato attraverso il muro che fa da confine con gli Stati Uniti, scoprirà di dover andare ancora più in alto per fermare la minaccia, dal villain che l'arsenale l'ha fornito.

Certo bisogna aspettarsi una tamarrata allucinante quando si parla di spoof exploitation che calcano i Grindhouse anni '70. Rodriguez è uno dei registi più prolifici, folli, senza regole, che sfruttano senza essere sfruttati lo star system e alla fine fanno quello che vogliono.
Certo non tutta la filmografia è costellata di capolavori ma intanto c'è ne sono parecchi e ancora ne aspettiamo. Machete Kills spacca per due motivi: intanto l'unico che ha avuto le palle di fare un vero film dai teaser di Grindhouse è stato proprio Rodriguez e firmando un sequel, dopo il successo del primo, conferma la sua propensione per non abbandonare i progetti (speriamo dunque in BARBARELLA anche se sembra ormai abbandonato definitivamente per dare spazio al terzo capitolo di Machete nello spazio).
Il risultato e il dato sorprendente del film innanzitutto è il ritmo devastante con cui viene concepita l'intera pellicola, ovvero non avere quasi mai pause in cui lo spettatore cerca di capire quello che vede. Per secondo ci sono così tante riuscite e nutrite comparsate da far impallidire OCEAN'S puttanata ELEVEN e tutto il resto. Terzo come sempre l'amore per i b-movie, per lo stile sporco ed efficace, per lo sguardo inespressivo di Trejo, per la passione con cui in un solo film sembra concentrare tutto l'exploitation possibile. Ancora di più rispetto al primo, le immagini e audio trattati per sembrare pellicola di cattiva qualità alternate ad uno splendente e perfetto digitale, funzionano perfettamente con l'anima del film, effetti poco speciali messi in evidenza da un uso appositamente spregiudicato delle controfigure.
E poi ancora più del primo a fare da padrona e un'ironia che pervade tutto il film, altalenando splatter e squartamenti ed esplosioni a frasi fatte e scene tragicomiche.
Folle e dire poco per uno che alla fine riesce ad ottenere successo al botteghino con una fracassonata fatta con stile e che chiama in cattedra forse uno dei pochi capace di trattare la materia in questo modo e credendoci fino alla fine.

domenica 29 settembre 2013

Bangkok Loco

Titolo: Bangkok Loco
Regia: Pornchai Hongrattanaporn
Anno: 2004
Paese: Thailandia
Giudizio: 3/5

Bay è un formidabile batterista, depositario della sacra arte del "Tamburo di Dio", tramandatagli dal proprio maestro prima che venisse sconfitto da Ringo Starr, a sua volta depositario della sacra arte del "Tamburo del Diavolo", in un duello di batteria all'ultima rullata. A pochi giorni dal proprio primo concerto ufficiale, Bay viene accusato di omicidio ed è ricercato dalla polizia. In più, in giro corre voce che ci sia un tale di origine olandese, a suo tempo istruito da Ringo Starr, pronto a sfidare Bay in un duello tra le due discipline di drumming

Bangkok Loco fa parte di un periodo molto fertile del cinema ? In cui si sperimentava parecchio e questo film ne è una prova evidente.
Bizzarro, demenziale, ma spesso composto di un umorismo efficace, per un certo senso potrebbe essere paragonato contando che è uscito due anni prima, del film TENACIOUS D E IL DESTINO DEL ROCK. Soprattutto nel passato dei due protagonisti, quando da bambini furono mandati in un tempio ad imparare l’arte della batteria divina al fine di combattere ogni 10 anni nella sfida tra il batterista di Dio e quello del Maligno.
Qui le intuizioni sono gli elementi a fare da padroni in una pellicola coloratissima dotata per certi versi di una follia arcobalenica e cromatica, e all’ironia che scivola dalla geniale/surreale spesso presente in film del genere.
Il film sembra non voler terinare mai il suo continuum di elementi a volte grotteschi e weird, prosegue con assoli di batteria che si trasformano in massacri da macelleria a colpi di mannaia, fughe in mezzo a ragazze in bikini che lavano le automobili e gemelle siamesi in divisa che raccolgono escrementi dalla strada.
Ovviamente va preso per quello che è. Bisogna dimenticare quando ci si avvicina a queste contaminazioni di generei, il nostro cinema europeo o quello americano, avvicinandosi per certi aspetti più ad un concetto bollywoodiano per dare un'idea.


venerdì 5 aprile 2013

Reality

Titolo: Reality
Regia: Matteo Garrone
Anno: 2012
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Luciano è un pescivendolo napoletano che per integrare i suoi scarsi guadagni si arrangia facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria. Grazie a una naturale simpatia, Luciano non perde occasione per esibirsi davanti ai clienti della pescheria e ai numerosi parenti. Un giorno, spinto dai familiari, partecipa a un provino per entrare nel "Grande Fratello". Da quel momento la sua percezione della realtà non sarà più la stessa.

Film di rara realisticità che sempre più di questi tempi è difficile da analizzare, l’ultima fatica di Garrone sembra essere il cinema neo-realista italiano per le vicende che tratta ma non è così a differenza del precedente GOMORRA.
Una favola dura e cupa mai così moderna permeata da quella sorta di malessere che sembra essere una sorta di tumore del nostro paese.
Messo in scena con una grazia e una regia sopraffina, Reality vince la sua battaglia su diversi piani.
Il primo è quello della metafora del successo e il GF diventa solo un veicolo sul quale avanzare la critica di come sia sempre più importante apparire a dispetto non di ciò che si è, ma di cosa il mercato richiede per essere al “passo con i tempi”.
Reality mostra una comunità, mostra disperazione, mostra il lento e doloroso declino paranoico di un pescivendolo che non sa più a chi e cosa credere, trascurando il peso importante della moglie e quindi del matrimonio e della famiglia (la scena che sembra una parabola di S.Francesco che regala tutti i suoi averi ai poveri è sconcertante).
Il concetto di identità sempre più multi sfaccettato e deriso dalla massa se non omologato ad un sistema che richiede rigide regole, diventa l’aspetto su cui Garrone consapevole di dove voglia arrivare, calca la mano dando quadri che sembrano scenari di un popolo e una cultura che ormai tramontate, stanno lentamente morendo, soffocate da un sistema che non si è più saputo dominare dal basso.
Un viaggio nell’incubo di chi soggetto più che mai ad un involuzione dovuta dall’importanza mass-mediatica sfocia nella tragedia come i classici della mitologia.
Il punto forte di questo importante cinema è la fatica che ad un certo punto mostra le azioni disperate di un protagonista mai così vivo e spontaneo nel dare enfasi ad un personaggio davvero reale in tutti i sensi (un ottimo Aniello Arena che ha costruito la sua professionalità attoriale in carcere).
Un cinema quindi il nostro che nonostante le numerose macchie e lacune riesce anche a diventare opera importante su cui riflettere, in cui le immagini danno ancor più prova dell’emergenza che ormai ci circonda.

sabato 4 agosto 2012

School of the Holy Beast

Titolo: School of the Holy Beast
Regia:  Norifumi Suzuki
Anno: 1974
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

La diciottenne Maya Takigawa, dopo essersi regalata un ultimo momento di piacere, entra nel convento di St. Kuroashi, non perché spinta da qualche tipo di vocazione spirituale ma semplicemente per venire a conoscenza delle circostanze in cui morì sua madre, aspirante direttrice dello stesso convento, e per sapere chi sia suo padre. All' interno del convento troverà un mondo con delle sue regole, che se trasgredite porteranno a delle inevitabili punizioni

E’ strano notare come Suzuki nel suo film abbia citato tanto il cinema italiano addirittura mostrando la scena iniziale come puro omaggio al nostro bel cinema dei tempi andati.
Il pinku Eiga non è certo tra i miei sotto-generi preferiti ma il film di Suzuki è un’eccezione rara che esce fuori dagli schemi portando alla luce una vicenda piuttosto anomala.
L’interno del monastero è scioccante mostrando flagellazioni così come tutte le terribili punizioni corporali a cui la nuova adepta viene sottoposta.
Ancora una volta il potere della religione su come mortificare il corpo mostra il suo lato peggiore (in particolare il corpo femminile portatore di peccato) e come sempre la morale assoluta che non accetta nessun compromesso costituisce uno dei tasselli cardini della denuncia.
A metà tra il Sexyploitation e il Nunsploitation, Suzuki crea un lavoro estetico niente male alzando il livello sulla qualità del montaggio, della fotografia e della recitazione.
I rapporti saffici, il sadismo e la blasfemia sono intriganti quanto il soggetto e la messa in scena che non deve rispettare nessun target e nessuna ideologia di mercato sperimentando al massimo e osando laddove sembrava quasi impossibile farlo.
Alcuni momenti sono davvero eclatanti per la denuncia che si potrebbe fare a priori su cosa consente ai fanatici religiosi di poter fare senza contare la dignità delle persone. Dall’interrogatorio  e le botte con mazzi di rose spinose, il prete che si porta a letto le sorelle, per arrivare fino alla scena super blasfema che se ne fotte della censura e il resto e in cui una suora torturata e immobilizzata viene obbligata ad urinare su un'immagine sacra sono alcuni tra i passaggi più estremi.
E’interessante notare come tutto questo non sia fantascienza ma il vanto integralista del Cristianesimo.

mercoledì 29 febbraio 2012

Blitzkrieg: Escape from Stalag 69


Titolo: Blitzkrieg: Escape from Stalag 69
Regia: Keith J. Crocker
Anno: 2008
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Stalag 69 è un campo di prigionia il cui capo è Helmut Schultz, un sadico comandante delle SS. Quando un gruppo di ragazze viene catturato e finisce tra le mani di Schult, inaspettatamente riusciranno a rivolgere le brutalità contro di lui e il suo battaglione di macellai.

Il Nazisploitation non ha mai avuto molta fortuna forse per il semplice fatto che non ha mai avuto nulla di interessante da dire. In questo caso la delusione è totale dal momento che Crocker sbaglia l’unico obbiettivo che il film poteva dare ovvero dosi massicce di sangue,sesso e violenza.
Delle ragazze rinchiuse in un campo di prigionia che riescono a vendicarsi contro i loro carnefici sono un pretesto per non risparmiarsi dall’azione e da momenti di puro delirio.
Invece il film sembra a tutti i costi cercare una sottile linea di denuncia e purtroppo colpa dei dialoghi quanto mai improbabili e uno stile che non è neanche comparabile con un qualsiasi b-movie ci si trova di fronte ad un immensa cagata che cerca di salvarsi solo grazie ad una fantastica locandina.

martedì 19 luglio 2011

Haunted World Of El Superbeasto


Titolo: Haunted World Of El Superbeasto
Regia: Rob Zombie
Anno: 2009
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

El Superbeasto è un wrestler ormai fuori dai giri che contano che fa il regista e attore di film exploitation. Egli se la spassa nel mitico mondo di Monsterland girando film porno e passando serate nei night club a fare il cascamorto e lo spaccone. In ogni caso El Superbeasto è anche una specie di agente segreto insieme a sua sorella Suzi-X, letale braccio destro e sexy donna d'azione. I due dovranno combattere contro Dr. Satan, un nerd decaduto che vive nel sottosuolo, il quale vuole ottenere il suo massimo potere, ma per questo deve sposare una donna con il marchio demoniaco. La donna in questione è Velvet Von Black, spogliarellista bella e dotata ma assai grezza, sulla quale ha delle mire anche lo stesso El Superbeasto...

Ero oramai rimasto alla deliranza e al massimo dell’exploitation guardando il più tenace dei film d’animazione contemporanei che rispondeva al nome di AACHI AND SSIPAK e non a caso era una pellicola coreana scritta e diretta da due giovani talenti.
Poi uno scopre che Zombie a parte la passione per il cinema, possiede anche quella per i fumetti e in questo caso la vera news è data proprio dal fatto che la novel è scritta dallo stesso regista e pensate un po’ disegnata tra i tanti da valorosi tecnici della Disney…
E non a caso infatti si vede come prende le distanze da precedenti lavori in campo dell’animazione, distaccandosi dalla solita struttura arricchendola e contaminandola di elementi esagerati in cui trabocca l’elemento trash quasi come se fosse la normale routine degli eventi quotidiani.
L’elemento con cui Rob sembra divertirsi al massimo è proprio quello della volgarità spinta a degli eccessi inverosimili quasi come a tratteggiare un’ipotetica società, non così distante, in cui proprio gli istinti primordiali trainano le azioni dei componenti.
Personaggi esagerati ed estremi uniti a nemici assolutamente unici e un mondo quello di Monsterland abitato da quasi tutte le creature e i mostri della settima arte(Shining,la Mosca,Carrie,Mike Myers,Dracula,La Moglie di Frankestein,Wolfman,Edward mani di forbici,Captain Spaulding quest’ultimo emblema della voglia del regista di auto-citare il suo stesso cinema).
Zombie poi ama anche le parodie e l’autoironia ritagliandosi pure un cameo animato e una fantastica scena in cui lo stesso El Superbeato investe malamente Mike Myers in mezzo ad una strada.
Lo stesso protagonista poi è il leggendario El Santo, lottatore messicano dalle umili origini, degno padrino dei b-movie su cui in questi anni alcuni registi si sono cimentati nel dare un quadro delle sue gesta.

La storia poi per quanto semplice e incasinata e piuttosto lineare. Una storia principale e due secondarie che portano al classico climax in cui tutto coincide e si arriva all’apologia del conflitto definitivo.
Personaggi privi di una morale, il sesso come unica arma di sfogo, violenza a palate e litri di sangue. Dialoghi al limite dell’amoralità, sconcerie, robot pervertiti, donne assatanate.

La ferocia con cui poi Zombie investe tutto il suo universo chiama i soliti nazi(con tanto di testa cimelio di Adolf), quasi anche in questo caso a citare l’immenso trailer fake Grindhouse Werewolf Women of SS dello stesso regista che speriamo prenda vita al più presto.
A chiudere poi la galleria dei personaggi c’è il classico antagonista assolutamente nerd e semi-innocuo (se non quando si trasforma in Satana e assomiglia non poco alla caricatura di Southpark e una Suzi X che assomiglia a BARBARELLA.

Unito poi da delle musiche fantastiche che prendono per il culo vecchi film (la parodia su Carrie è emblematica) si può dire che il lungo è sicuramente riuscito, nella sua breve durata ’70 riesce a non essere stucchevole, elemento su cui bisogna fare sempre molta attenzione e vanta una fantastica sequela di personaggi a dare le loro voci per i “mostri”in questione Bill Moseley, Geoffrey Lewis, Danny Trejo, Clint Howard, Sheri Moon Zombie, Rosario Dawson, Paul Giamatti, Tura Satana, Jeff Bennett, Cassandra Peterson, John Di Maggio, Tom Klein, Tom Papa, Harland Williams, Rob Paulsen, Debra Wilson, Tom Kenny, Dee Bradley Baker, Charles Adler, Kevin Michael Richardson

martedì 12 luglio 2011

Nude Nuns with big guns


Titolo: Nude Nuns with big guns
Regia: Joseph Guzman
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sorella Sara, vittima di abusi sessuali e mentalmente plagiata e sottomessa tramite droghe da un clero corrotto, si ritrova in punto di morte a ricevere un messaggio da Dio che la invita a vendicarsi. Armata di fede e pistoloni dovrà vedersela anche con i Los Muertos, un gruppo di motociclisti sicari ingaggiato per fermarla.

Oramai si è sconfinato già da tempo sull’exploitation e sul trash.
Gli esempi sono sacrosanti senza bisogno di annoverarli tutti anche se in questo caso alcuni richiami con il cinema di genere sono evidenti e più che mai profetici per capire il film, solo in parte riuscito, di Guzman.
Se Almodovar anni fa mostrava suore lesbiche che trattavano anche loro affari di droga e altro ancora, è toccato poi a Rodriguez e altri registi, meno conosciuti di lui ma non per forza di cose meno bravi, rimodernizzare i b-movie e puntare su alcuni contenuti che non perdono mai gli afecionados e la loro carica eversiva fatta di blasfemia a palate, donne sempre nude e dotate di una stupidità innata che la dice lunga su una visione d’insieme generale in chiave maschilistica fallocentrica(in questo caso altalenando le gnocche ai cessi veri e propri degni del velo da suora) scene lesbo, droga and rock’n roll, dialoghi accesi, armi a iosa e così via.
Guzman strizza l’occhio ai Grindhouse, al cinema pulp di Quentin(sempre più “copiato” dai nuovi cineasti che uno si è pure rotto i coglioni di sentirlo continuamente chiamato in causa), alle pellicole appunto di Rodriguez (Machete e Il Mariachi su tutte), cercando di riproporre alcune situazioni e cercando di mantenere una sua sfera di autorialità che però tarda ad arrivare e soprattutto non riesce, nonostante alcuni tentativi ben riusciti, a mantenersi costante diventando uno dei tanti film, che farà fare qualche risata, questo è certo, ma che ad un certo punto farà sbadigliare contando che oramai neanche Guzman autore anche della sceneggiatura non sa più cosa inventarsi per cercare di stupire il pubblico.
E’ così se anche un cazzo che si stacca dopo un colpo di pistola risulta pacchiano con il machi che piange il residuo della sua virilità allora fatevi veramente quattro calcoli…