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martedì 11 aprile 2017

Love Witch

Titolo: Love Witch
Regia: Anna Biller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La seducente strega Elaine ammalia gli uomini, li attira con il suo corpo perfetto e riesce così a fargli bere un magico intruglio. Dopo aver bevuto la pozione, si innamorano di lei e perdono la propria virilità, diventando persone molto più deboli e fragili. Ma questo è proprio quello che Elaine non vuole.

Love Witch è una di quelle opere difficili da classificare. Un film strutturato in modo atipico, con una dimensione onirica che abbraccia la realtà come una pozione magica in cui lo spettatore finisce stregato. Ecco l'impressione è stata proprio questa trovandomi di fronte ad un film che parla di una strega in un modo davvero disarmante in cui prima dell'incidente scatenante, il film ha qualcosa di ipnotico e seduttivo.
Samantha Robinson poi è semplicemente perfetta senza stare a fare grandi cose.
Ha un viso, un'espressività e delle forme che la fanno diventare immediatamente la femme fatale, l'oggetto del desiderio che tutti vogliono e a cui nessuno può sottrarsi.
Anna Biller, regista e artista fuori dal normale, si diverte, mette tutto dentro al film, facendolo diventare una specie di manuale su com'è la vera vita da strega e tutti i problemi legati alle infatuazioni.
In più il film a qualcosa di nostalgico come se riportasse continuamente in un'epoca diversa in cui predomina la natura e la Vecchia Religione come nella scena bellissima in cui si celebra il rito del matrimonio secondo l'antico culto pagano.
Love Witch non è solo un omaggio al cinema sexploitation e grindhouse degli anni 60/70, ma si trova nel cinema del Technicolor, nel 35mm, in una delizia formale immensa e senza eguali che questa artista molto alternativa riesce a rappresentare con una spontaneità incredibile.
Un'opera che a distanza di anni riporta la regista con rara autorevolezza e convinzione a bombardarci di intrugli, saponette, pozioni e allucinogeni seriamente potenti.
Un film letteralmente ricoperto di simbologie che in una spirale narcisistica e spietata
dimostra una padronanza incredibile della sua creatura in ogni dettaglio, minuziosamente studiato, dove nulla è lasciato al caso.

The Love Witch è tanto altro ancora a parte una durata che allunga un po troppo alcune situazioni, intriso di delicatezza e violenza in un binomio capace di evocare sensazioni ed emozioni sopite da anni di effetti speciali in digitale. Il cinema di Anna Biller è cinema artigianale e noi non possiamo che apprezzare e accogliere questa rappresentazione alternativa e originale della strega attraverso canoni, stili e codici congeniali quanto intrisi di un certo sapere e di una innata capacità di saper unire così tanti ingredienti diversi.

martedì 7 marzo 2017

Heavy Metal

Titolo: Heavy Metal
Regia: Gerald Potterton
Anno: 1981
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Uno strano tipo d'astronauta torna a casa portando con sè il Loc-Nar, un piccolo meteorite verde. Appena varcato l'uscio di casa l'uomo viene polverizzato dal malefico meteorite davanti agli occhi dell'inerme figlioletta. Il Loc-Nar inizia così a raccontare le sue tremende vicissitudini alla bambina, affinché possano valere come lezione di vita sulle smanie di potere del genere umano.

Quando penso ad alcune pellicole storiche per quanto concerne l'animazione non posso non includere questo master di Potterton, il quale assieme a tante altre opere significative hanno saputo dare enfasi e spirito al genere. Heavy Metal poi senza nemmeno farlo apposta è un precursore nel suo viaggio spazio tempo a cercare storie e creare trame diverse anche se legate da un filo invisibile.
Tutto gode di una libertà, una magia e un'armonia che si respirava in alcuni periodi e che spesso con la c.g l'animazione moderna rischia di perdere.
Quando il film venne citato in un celebre episodio di SOUTHPARK mi resi conto che dovevo assolutamente vedere questa fondamentale perla che riesce a contaminare più generi dalla sci-fi uniti al fantasy e infine l'horror in modo molto equilibrato e suggestivo.
Il film è ispirato ad un celebre fumetto franco-canadese uscito nel 1974 di nome Metal Hurlant che tra l'altro potrebbe avere qualche analogia con il libro di Evangelisti Metallo Urlante, una raccolta di storie con tanti punti in comune.

A questo film tra l'altro collaborarono disegnatori come Moebius, Dan O'Bannon e Richard Corben mentre sulla soundtrack ci sono gruppi come i Black Sabbath, i Blue Oyster Cult e i Nazareth. Il film tra l'altro venne prodotto da un Ivan Reitman alle prime armi. Al di là della trama e di alcune storie che potranno sembrare ormai datate, il film mantiene un fascino e un'atmosfera davvero unica e potente in grado di restituire quella fama e rendere giustizia al lavoro che Potterton e soci meritano soprattutto inserendo alcuni sprazzi erotici che per il tempo non erano affatto scontati.

lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



mercoledì 15 febbraio 2017

Gradiva

Titolo: Gradiva
Regia: Alain Robbe-Grillet
Anno: 2006
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Uno studioso di Delacroix di nome John Locke si reca a Marrakesh per tentare di risalire alle ragioni della sua svolta pittorica, testimoniata dai "Carnets du Maroc", di cui però soltanto quattro sono giunti fino a noi. Nell'appartamento che divide con la sua schiava penetrano personaggi di ogni tipo, capaci di farlo entrare in una pericolosa spirale di sesso e allucinazioni.

Che strano film questo giallo, questo viaggio nella mistery franco-marocchina con ventate di cinema di altri tempi e un'amore infinito per le Mille e una Notte e il cinema erotico. In Gradiva il fascino e l'amore per l'Oriente sono una costante con cui il regista non può fare a meno di confrontarsi.
Un indagine lenta, onirica, inquietante e allo stesso tempo romantica come un viaggio alla scoperta del piacere e di ciò che può apparire e risultare scontato solo all'apparenza.
Un'opera che sembra un dipinto, forse troppo intellettualmente ricercata, in momenti dove non sempre si riesce a sposare alla perfezione con la fotografia del film, quadri e opere per una galleria di immagini potente e suggestiva abbracciando il bondage e le pratiche di sesso estremo.
Alcune location sono di una struggente bellezza guidandoci attraverso giardini incantati e castelli che sembrano nascondere all'interno tanti gironi infernali in un'esperienza che abbraccia la realtà, la fantasia, il sogno e la veglia confondendo lo spettatore e rimescolando in crescendo fino ad arrivare al climax e all'estasi finale, all'eccitazione dei sensi. Carnalità e trascendenza, violenza e tenerezza si alternano nella coscienza di John Locke in un film d'altri tempi con una piccola critica concernente gli intenti che in alcuni momenti decollano per traiettorie surreali e metafisiche.
L'amore per un'ideale di donna, che ricopre tante sembianze e sembra essere a tutti gli effetti una dea diventa un viaggio interiore ed esteriore anomalo quanto ambiguo come appunto diversi personaggi che il nostro John Locke incontrerà nella sua ricerca.




venerdì 10 febbraio 2017

Ragazza del vagone letto

Titolo: Ragazza del vagone letto
Regia: Ferdinando Baldi
Anno: 1979
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Tre teppisti si scatenano su un treno. L'unico che saprà opporsi alla loro aggressione sarà un detenuto politico.

Exploitation d'annata? Per certi versi sì. Il film di Baldi conosciuto all'estero con nomi tipo "Terror Express" (che comunque è ancora più suggestivo) ci porta ad ampliare con più azione e meno caratterizzazione dei personaggi un altro esperimento di film di genere particolarmente violento e provocatorio . Le ghigne dei personaggi qui sono tutte perfette, la location si sposa a pannello (il treno è sempre suggestivo) e non mancano le perversioni e le devianze sociali che qui però hanno il pregio di non essere tutte addossate sugli antagonisti ma dal momento in cui i tre teppisti prendono il sopravvento scopriamo una galleria di elementi davvero degni di nota.
Dal politico perverso e vigliacco che fa rifornimento di riviste porno prima di salire sul treno, al padre apparentemente premuroso che ha desideri erotici nei confronti della figlia adolescente, una prostituta che batte in accordo con il capotreno, una signora borghese che non disdegna una sveltina con uno degli stupratori, una ragazzina che si innamora del suo carnefice e persino il terrorista politico che alla fine è l'unico a ribellarsi sul serio.
Tutti hanno un loro perchè, tutti se vuoi anticipano come andranno le cose nel nostro paese e soprattutto il film come l'anno in cui è uscito, meritano un discorso a parte sul politicamente scorretto. Mentre alcune scene sono davvero troppo lunghe come la scena di sesso tra uno dei tre teppisti e la ragazzina che come diceva un critico per l'anno di uscita serviva come biglietto da visita per i feticisti delle nostre nazionali starlettes del tempo che fu, dall'altra alcuni passaggi, come nel finale, sono velocissimi soprattutto quando muoiono alcuni personaggi principali.
Luigi Montefiori, noto ai più come protagonista del malatissimo ANTROPOPHAGUS, firma la sceneggiatura, divertendosi ma allo stesso tempo senza andare veramente a fondo nella natura del disagio ma lasciando lo spettatore irritato per il semplice fatto che personaggi così esistono mossi spesso senza una logica ma semplicemente per soddifare i propri bisogni fisici. Punto.




martedì 27 dicembre 2016

King Cobra

Titolo: King Cobra
Regia: Justin Kelly
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio: 2/5

Ispirato a una storia vera cupa e intrigante, il film narra le vicende di un ragazzo che diventa una star del porno gay grazie a un losco figuro fondatore di una casa di produzione a luci rosse chiamata Cobra Video. Gli eventi lo porteranno ad accostarsi a un produttore rivale e altrettanto influente, che farà di tutto pur di accaparrarselo.

Kelly: "come si fa un film che tratti il porno-gay senza essere grossolano ed approssimativo?"chiese il discepolo al maestro Gus Van Sant
Van Sant: "bisogna andare al di là dell'estetica senza eccitarsi e autocompiacersi"
E fu così che al suo secondo film, Kelly dimostrò di non aver capito nulla.
E'difficile trovare le parole per descrivere un film fortemenete voluto da Franco, qui in veste anche di produttore, che sembra essere stato girato troppo velocemente dove l'attore non fa altro che ammettere la sua omosessualità in una parodia di un "gay" secondo James Franco che si bea di sguazzare nei luoghi comuni penando solo a ficcare e mostrare le sue pose da produttore/gangster (senza però avere quel fascino che mostrava in SPRING BREAKERS). Il risultato è una performance eccessiva, urlata, volgare, grottesca nelle scene di sesso che vorrebbero ambire al softcore con il risultato di apparire trash e banali.
King Cobra si basa sul libro del 2012 di Andrew E. Stoner Cobra Killer: Gay Porn, Murder, and the Manhunt to Bring the Killers to Justice, dal titolo molto esplicativo. Un film che riesce a rendere noiosa una storia con dentro il porno, un omicidio e James Franco, cosa praticamente impossibile, diventando nel giro di venti minuti qualcosa di indefinito tra crime, drama e merda.
Tutto è superficiale, tutto. E la cosa che stupisce di più è che Kelly si impegna davvero tanto per affossare il film: rallenty, colonna sonora oscena e una visione del mondo gay allucinante in un tripudio di muscoli che guizzano, bilancieri, canotte e boxer lucidi, il tutto con quell'inconfondibile sapore eighties e la performance di Slater che riesce in alcuni momenti a salvare il film in corner con un personaggio complesso e ben caratterizzato. Infatti è proprio nella convivenza tra due universi opposti che sembrava potesse evolversi la narrazione del film. Da una parte abbiamo l'omosessualità oppressa e opprimente di Stephen (Slater), che nasconde le proprie pulsioni sessuali dietro un'apparenza borghese. Dall'altra l'esibizionismo eccessivo e pacchiano della coppia di Franco e compagno che in quanto produttori meno famosi combattono a suon di ricatti la famosa industria cinematografica.
Per dirla tutta è un film che personalmente ho archiviato e quasi dimenticato poche ore dopo averlo visto.


mercoledì 3 febbraio 2016

Love

Titolo: Love
Regia: Gaspar Noè
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Murphy ha sposato Omi con un matrimonio riparatore, poichè Omi è rimasta incinta della loro figlioletta durante un rapporto non protetto. Quel rapporto occasionale è stato la causa della drammatica rottura fra Murphy e il suo grande amore, Electra. La mattina del primo dell'anno la madre di Electra telefona a Murphy e lo informa di non avere più notizie della figlia, ed essere preoccupata perchè la ragazza soffre di tendenze suicide. Nell'arco di 24 ore Murphy ripercorrerà con la memoria le tappe della sua folle passione per la sua ex anima gemella, cercandone il perdono.

Gaspar Noè è un regista che reputo molto interessante. Ogni suo film viene sempre anticipato come qualcosa di scandaloso, esplicito e perturbante.
A mio avviso Noè è anche un regista che comincia ad avere un'età e il suo ultimo film sembra l'opera meno matura che si sia mai degnato di fare arrivando lui stesso a parlare di "sessualità sentimentale". Mi sfugge il perchè del 3d ma avendolo visto in 2d non voglio nemmeno pensarci.
La sua politica, i suoi temi ricorrenti, il suo modo di provocare il pubblico e la critica, sono tutti elementi che in questo menage a trois non sembrano sortire lo stesso effetto dei film precedenti Ormai il pubblico non si lascia addescare sentendo solo la parola fellatio, porno arthouse,masturbazioni, eiaculazioni verso il pubblico (spiegato forse l'uso del 3d), penetrazioni filmate dall'interno di una vagina, triangoli, fellatio, cunnilingu, etc, altrimenti si sposterebbe su un porno e farebbe molto prima.
Lo scandalo trattando il sesso (e solo in parte l'amore) uno se lo poteva pure aspettare, anche se in questo caso è più l'elemento esplicito che non disturbante, ma almeno con una trama dietro, cercando almeno ai minimi termini di contestualizzare la materia in modo che meritasse una messa in scena di un certo tipo e non un capriccio su come senza il preservativo si rischia di commettere una cazzata prendendosi poi le proprie responsabilità.
Quindi una provocazione per poi dare una dose di morale su come i giovani-adulti pensino sempre che il cazzo non vuole pensieri.
Love arriva tardi, forse troppo, cercando qualcosa di nuovo da dire ma senza riuscirci e sapendo bene che molti altri registi, esagerando di meno, sono stati molto più provocatori, lasciando di sicuro il segno. Rimane un esercizio di estetica formidabile, che ancora una volta nel suo clima malato e onirico, in un’alterazione delle immagini e poi della coscienza che rimane forse l'unico vero marchio del regista.


mercoledì 19 novembre 2014

Discesa all'inferno

Titolo: Discesa all'inferno
Regia: Francis Girod
Anno: 1986
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Una donna bella, sensualissima, misteriosa. Il suo uomo, scrittore quarantenne, deluso dalla vita, quasi alcolizzato. Un rapporto a pezzi che solo il sesso tiene ancora in piedi. Il tutto miscelato nel caldo umido dei Tropici che in un crescendo di tensione genera adulteri e delitti

Più che un giallo l'ultimo film di Girode sembra una sorta di thriller erotico, con svariate analogie in comune nella struttura dell'indagine, giocando come punto forte sull'interprete e la location ai tropici nonchè la nudità della Marceau.
Un film praticamente tutto basato sulle inquietudini che muovono i due protagonisti, senza di fatto arrivare mai ad un climax che possa definirsi convincente.
L'incidente scatenante di fatto mostra già le pecche a cui Girod non riuscirà a sfuggire, e alla lunga più che un noir, vengono ripetute e mostrate le nudità e il corpo stupendo della Marceau, unico vero elemento interessante e motore del film.
Il finale cerca di salvare parte della pellicola che come molti film francesi di quegli anni dimostravano un enorme difficoltà ad uscire da alcuni schemi quasi auto-imposti. Ed è proprio nel finale, in una sorta di legame e riappacificamento mentre lui sta per morire e lei che fino all'ultimo, dimostra un legame quasi evitante-ambivalente, rimettendo in modo quella formula ossessivo-compulsiva del loro strano atipico rapporto che doveva essere il motivo di maggior interesse della vicenda.


martedì 25 marzo 2014

Nymphomaniac-Volume II

Titolo: Nymphomaniac-Volume II
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Seconda parte del film di Lars von Trier in cui si parla dell'età adulta della protagonista. Nella storia un uomo di nome Seligman, interpretato da Stellan Skarsgard, raccoglie una donna picchiata e contusa in un vicolo, Joe, Charlotte Gainsbourg. Mentre l'accudisce a casa, Joe gli racconta in otto capitoli la sua vita, dalla nascita ai cinquant'anni, autodiagnosticandosi come ninfomane.

"La sessualità è la forza più potente dell'animo umano"
Come si gestisce l'esigenza di avere 10 amplessi al giorno con 10 uomini diversi?
Come ci si racconta e cosa si ascolta in sedute per dipendenti di sesso in cui la ninfomane non trova e non vuole aiuto, e soprattutto, non si riconosce perchè dice di essere una vera "ninfomane" mentre le altre sono, per lei, un'altra cosa.
Il piano temporale inizia citando il dialogo di Joe del Volume I, in cui lei si maturba per la prima volta all'età di 4 anni.
Sul piano simbolico Trier suggerisce alcuni punti di vista per detrutturare alcuni monoteismi forti, ad esempio con l'Orgasmo Spontaneo e la Trasfigurazione di Cristo, smuove il terreno sacro di uno dei sacri passaggi della cultura ecclesiastica occidentale.
Lo stesso momento in cui l'umanità di Cristo viene illuminata dalla divina luce eterna.
YEAH
E allora vai di Valeria Messalina e la puttana di Babilonia, permettiti di dire che il nostro passato è orgiastico, che Claudio era un Ninfomane e che in fondo viviamo e continuiamo a vivere repressi concludendo con il continente oscuro della sessualità femminile di Freud.
Poi c'è il lato squisitamente ironico e, in alcuni passaggi, quasi comico, quando ad esempio Joe esce dal ristorante con Jerome e le cadono i cucchiai dalla figa.
Il problema è di dover aspettare per la versione uncut, del secondo volume, di quasi cinque ore e mezza, a dispetto di quella di due ore, in cui verranno privilegiate scene esplicite di sesso.
Il film di Trier è il Dio Pan del mondo dell’arte, della musica, della religione e della letteratura. L'aspetto erotico è certo dominante ma come sempre più nei dialoghi che non nelle scene.
Se, come afferma il filosofo contemporaneo Slavoj Žižek nel suo documentario psicoanalitico sul cinema “The Pervert’s Guide to Cinema”, il cinema è l’arte più perversa perché non offre ciò che si desidera ma piuttosto comunica allo spettatore ‘come’ desiderare, Nymphomaniac allora è un fottuto Vaso di Pandora. Apritelo...

Nymphomaniac-Volume I

Titolo: Nymphomaniac-Volume I
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 5/5

L'anziano Seligman, uscito per fare la spesa in una giornata nevosa, trova a terra il corpo insanguinato di una donna, Joe. La porta nel suo appartamento e la soccorre. Qui Joe gli rivela di essere una ninfomane. Se vuole può raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione che prende le mosse dai libri di anatomia del padre medico per poi passare alle competizioni con una coetanea a chi ha più rapporti nel corso di un viaggio in treno. Ma è solo l'inizio.

Nymphomaniac è un film liberatorio, l'escatologia sulla sessualità.
Nymphomaniac è il film prima di tutto per i benpensanti e per i giudaico-cristiani.
Nymphomaniac è un'analisi sull'amore, sul sesso, sul senso di colpa e infine sulla vendetta.
Trier è da stimare per il suo coraggio, questo và detto.E' uno dei massimi provocatori del cinema contemporaneo, uno che si interroga, affascinato dalle questioni esistenziali e dai dilemmi morali, tali da inscenarli in un processo di analisi e auto-analisi di quasi quattro ore.
Tutto quello che è stato pubblicizzato in fondo non è.
Il racconto è un diario di vita morale e immorale in cui si costruisce e si distrugge, si ascolta e ci si racconta,"Cosa preferisci? Seguire il filo del mio racconto per come lo faccio o smettere perchè non ti sembra plausibile?"
L'elemento spaventoso non è affatto la durata del film, che anzi si profila lucido e spietato nella sua critica e nella sua rigida scansione in capitoli, ma la quantità incredibile di temi e citazioni con cui il film è costellato in modo sorprendente.
Partendo da un lavoro sul sonoro sopraffino, in un buio pre e post-film di quasi un minuto, Trier parte gocciolando e lasciandoci in un limbo temporale e geografico, ben inquadrato da un buco nero che si profila insieme alla canzone dei Rammstein che dà l'inizio alle danze.
"La storia che racconterò è morale"è inizia così il viaggio a ritroso in un flash-back assurdamente costruito bene, senza mai apparire lezioso, ma anzi un approfondito punto di vista, assolutamente intellettuale e colto.
Partendo dalla metafora del pescatore tra Ninfo e Ninfomania, essendo una Ninfa,come ammette Joe, era imperativo dovermi sbarazzare della mia verginità, nel più breve tempo possibile.
"Quando Jerome mi entrò dentro per ben 3 volte" scandito addirittura dai numeri "poi mi ha girata e per ben 5 volte nel culo"= 3+5 addirittura l'addizione che collega a Fibonacci.
"Quando hai provato di tutto, una drammatica provocazione può fare abboccare il più passivo dei pesci..."fondamentalmente il cammino di formazione di Joe è coadiuvato da una B. che le fa da mentore, portandola a gare in treno angoscianti nel loro desiderio di addescare a tutti i costi. "Allora il sesso orale, diventa la tua arma finale."

Il cinema come molte opere, possono servire per molteplici scopi.
Uno di questi ad esempio è quello di fare una critica sulla libertà d'espressione.
Ad esempio al '35 la battuta esce fuori dalla bocca del suo ebreo ateo, "Siamo sempre stati antisionisti, che non è la stessa cosa dell'essere antisemita, come vogliono far credere certe forze politiche" e con questo il regista riporta la questione sul passaggio "Persona non Grata".
Alcuni dialoghi, come quello sulla pedofilia, rischiano di essere fraintesi e potranno lasciare a bocca aperta per il significato nascosto in quelle due frasi sconcertanti.
Sicuramente una certa parte di benpensanti e di istituzioni religiose, condanneranno il film a spada tratta, senza leggerne il valore e i simboli, magari limitandosi al titolo del film o alla locandina, oppure alle frettolose conclusioni come ha fatto ad esempio Liberation, dandogli una stellina su cinque.
Il club della "Piccola Congrega" dove si prega "Mea Vulva, Mea Maxima Vulva" per combattere l'amore e la società istituita sull'amore e solo una delle tante varianti metaforiche di un processo che ha portato alla conoscenza dell'eros e di come non frenare le pulsioni.
"Ogni 100 crimini commessi in nome dell'amore, uno solo è commesso in nome del sesso".
Un teorema quasi perfetto a cui do il massimo dei voti, per il coraggio e il bisogno di liberare e di liberarsi, svuotandosi e senza reprimere nessuno bisogno.
La famiglia non viene solo massacrata, peggio, e con questo non dico altro, se non che è tutto in mano alla Thurman, donna tradita e abbandonata, il suo lungo monologo è quasi commovente.
Sugli attori sarò breve. La Thurman riesce nel ruolo più difficile e più bello di tutta la sua carriera. Slater si supera come padre/medico morente che scatenerà la furia sessuale di lei.
Kier e Dafoe comparsano. Gainsbourg e La Beouf si divertono e la palma và al perfetto Skargard.
L'anziano scapolo Seligman è perfetto come ebreo colto, perchè inizialmente ascolta, soffre, forse si strugge, lei è sorpresa poichè lui non si ecciti durante il racconto. Sembra stuatuario nel suo sapere classico e secolarizzato, a dispetto di una post-contemporaneità che non sembra nemmeno sfiorarlo, ma che dovrà comunque confrontarsi con la repressione dell'istinto fisico, a dispetto di quello intellettuale e della ragione che non sembra appagarlo fino in fondo.
Anche i tempi sono scanditi in modo volutamente disordinato (la stessa Joe mentre racconta dice che farà dei salti per anticipare alcuni passaggi) trovando nella scansione temporale una matematica perfetta (la 1°volta in cui lei perde l'amore casca esattamente dopo '60)
Trier è tenace, ossessivo, non sceglie il porno ma sceglie la sessualità esplicita (il dato impressionante è che forse a parte un pompino e qualche frustata, la violenza anche quella scelta dai protagonisti per riscattarsi, non è mai gratuita e Trier questo lo sa bene, basta pensare alla logica che sta dietro i colpi con la frusta)
Dove e cosa inquadrare in quel preciso attimo, in cui un bambino esce dalle gambe sorridendo e ci viene detto che è un presagio satanico. "Il figlio sorridente" come nel Doctor Faust di Thomas Mann, descrive la nascita del figlio di Noah, Hiam, che rideva mentre veniva messa al mondo.
Non credo che capiti spesso che un regista apra una casa di produzione per realizzare porno 'di qualità' e convoca così studiose della sessualità per elaborare un "dogma" su ciò che potesse essere mostrato esplicitamente in un film, senza però che le donne si sentissero umiliate.
Un misogino non credo che avrebbe una tale peculiarità nel scegliere il modo più equilibrato per inscenare qualcosa di assolutamente anarchico, cinico, libero dagli schemi, visionario e filosofico dalla A alla Z, in cui lo stesso occhio della locandina girandolo diventa una vulva.
Una delle frasi più belle l'ha detta il critico Xan Brooks del Guardian:"Mi infastidisce, mi disgusta, e penso che potrei amarlo. È come una relazione violenta. Ho bisogno di vederlo di nuovo”
L'autoanalisi funziona.




lunedì 25 novembre 2013

Canyons

Titolo: Canyons
Regia: Paul Schrader
Anno: 2013
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Tara, giovane aspirante attrice, ha una turbolenta relazione con Christian, un giovane e ricco produttore di film. La vicenda si complica quando nella vita di Tara si riaffaccia il suo ex, Ryan, in un'escalation di sangue, violenza, paranoia e crudeli giochi mentali.

Si è parlato molto dell'ultimo film di Schrader e a quanto pare non è piaciuto a nessuno. I motivi potrebbero essere molti tra cui una storia già messa in scena da innumerevoli registi e una struttura abbastanza tipica per il genere.
Eppure Canyon ha dalla sua delle buone intuizioni che non ne fanno certo un ottimo film ma lo salvano garantendone una solida dignità.
Diciamo che Schrader sceglie dei protagonisti odiosi. Manichini pieni di soldi e gigolò di loro stessi in una Los Angeles quanto mai finta, squallida nei modi di pensare e venditrice di fumo.
Palleggia tra tutte le dicotomie dell'esasperazione estetica contemporanea. I personaggi come dicevo, sono oggetti elastici al servizio della squallida mercificazione di massa.
La Lohan oltre ad essere bella non risalta molto come attrice ma in questo film, a parte i problemi legati al suo caratteraccio, è funzionale per lo scopo ovvero adempie al suo ruolo che forse è spaventosamente simile alla sua normale routine.
James Dean ha detto che preferisce i film porno perchè molto più professonali rispetto alle produzioni cinematografiche. Và detto però che è stato un elemento interessante usare lui come protagonista in un ruolo che gli calza a pennello insieme ad altre star del porno che fanno solo delle comparsate. Sul personaggio di Ryan preferisco non dire nulla se non che è l'ennesimo belloccio che non sa recitare e anche qui è congeniale per essere sfruttato al meglio nel film.
Una radiografia della svendita, dei corpi come merce, degli interessi economici che valgono la perdita della dignità.
Uno stile asciutto con delle belle musiche e una fotografia quasi amatoriale.
Come gli spettacoli non possono che assomigliarsi tutti, nella loro ristrettezza morale, nel loro linguaggio ridotto ai minimi termini, anche i personaggi e il loro perdersi dietro futili scandali.
Schrader e un regista infine che vede la settima arte non tanto come espressione del mondo ma come panacea salvifica, anche per se stesso

giovedì 20 giugno 2013

About Cherry

Titolo: About Cherry
Regia: Stephen Elliot
Anno: 2012
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La diciottenne Angelina lavora in una lavanderia e si occupa della madre alcolizzata e vessata da un compagno brutale, in attesa di una vita migliore. L'occasione arriva con il guadagno per alcune foto in cui posa nuda, per una volta soltanto. Con quei soldi e la compagnia del suo migliore amico, Angelina si trasferisce a San Francisco dove ad un certo punto entra nell'industria del cinema porno, con il soprannome di Cherry. La sua innocenza, combinata con un invidiabile sicurezza, la fa apprezzare subito nell'ambiente, ma, fuori di esso, i pregiudizi

Non basta farsi aiutatare nella sceneggiatura da una pornodiva come Lorelei Lee per avere assicurato qualcosa di buono tra le mani. L'opera prima di Elliot ha delle buone intuizioni, un cast che c'è la mette tutta e una buona messa in scena.
Il difetto più grosso del film, a parte il doppiaggio nella versine italiana davvero deplorevole, è sicuramente il cammino di formazione di Angelina che appare troppo veloce e mal strutturato.
Solo in alcuni punti cogliamo la drammaticità di alcune scelte ma per il resto il film sembra quasi voler trasmettere un messaggio molto più disinibito sul prezzo da pagare quando si vende il proprio corpo.
L'aspetto poi su cui non starò a fare spoiler ma che risulta la più imbarazzante è quella sadomasochista che sembra quasi una parodia sul genere.
Peccato si poteva sfruttare meglio Franco e come è capitato per altri registi, la parte della drammatizzazione poteva essere meglio strutturata.

giovedì 14 giugno 2012

Blue Movie


Titolo: Blue Movie
Regia: Alberto Cavallone
Anno: 1978
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Una ragazza scampata ad uno stupro trova rifugio nello studio di un fotografo. Questo ha un rapporto intriso di sadismo con una sua modella-amante. La ragazza non riesce a superare l'incubo dello stupro.

Uno dei motivi per cui la pellicola di Cavallone non decolla probabilmente è  legato alla trama troppo complessa e sul messaggio che il regista voleva fare intendere.
Il significato del film a tratti è sconnesso, o meglio, è imperlato di scene erotiche a volte frizzanti, a volte estremamente lunghe e monotone, o a volte come nelle scene di fellatio molto realistiche, sembra quasi di vedere un film di Franco.
Un thriller con delle buone potenzialità e una fotografia molto accesa e colorata che però deraglia dai binari sconfinando più volte con il soft-porn.
Il montaggio, dello stesso regista insieme alla sceneggiatura, riesce alle volte a spezzare la reale prolissità della trama senza però convincere sul piano dei dialoghi, a volte troppo didascalici e metafisici.
Sembra che la vena erotica piaccia al regista milanese così tanto da farla diventare la componente principale di quasi tutti i suoi film. Se però, come in questo caso, il regista milanese voleva apportare una critica feroce sulla violenza sessuale dell’uomo sulla donna, allora il tentativo è smorzato dai continui rimandi alle esplicite scene di sesso.

lunedì 2 gennaio 2012

China Blue


Titolo: China Blue
Regia: Ken Russel
Anno: 1984
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Joanna Crane ha una doppia vita a schizofrenia libera: strapagata stilista di giorno, tutta casa e lavoro, al calar del sole si traveste da prostituta e va a battere i marciapiedi dell'infima Los Angeles..

Visionario,erotico, a tratti con tinte e gingilli molto moderni per l’anno in cui è stato girato il film.
Russel ha sicuramente girato di meglio ma questo girone infernale del fetish-sadomaso riesce a coinvolgere nonostante i difetti di sceneggiatura di Barry Sandler che non ha mai scritto niente di che.
Credo che i limiti maggiori dello script siano due:i dialoghi a volte troppo didascalici e il finale davvero confuso e banalotto(sembra quasi un omaggio a Hitchock facendo la parodia di PSYCHO,non a caso Perkins è il prete maniaco ). Infatti tutto si può dire di questo film tranne che dell’inizio che parte benissimo con le dovute provocazioni, un’anarchia di fondo anche se dalla seconda metà del secondo atto comincia piano piano a spegnersi chiudendosi in un’esagerazione gratuita che poteva essere meglio controllata in fase di scrittura.
Matrimonio/Sesso/Amore, tre storie che si intrecciano con due protagonisti di fondo, China Blue e Bobby.
Forse una delle scene in cui compare di più l’estro del regista è nella pubblicità sul sogno americano.
Alcune scene come quella della sodomizzazione del tipo legato con le manette per l’anno in cui è stato girato sicuramente valgono un encomio a parte.
E’stato definito come eccessivamente trasgressivo e in America alla sua uscita è stato bollato come l’Himalaya dell’oscenità.



lunedì 6 giugno 2011

Strange circus


Titolo: Strange circus
Regia: Sion Sono
Anno: 2005
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Taeko è una scrittrice di successo, costretta in una sedia a rotelle. Il suo ultimo lavoro narra la storia di Mitsuko, una bambina molestata dal padre e costretta a spiare il sesso tra i suoi genitori da un buco nella custodia del violoncello in cui suo padre la rinchiude...

Soprattutto guardando l’incipit di STRANGE CIRCUS mi ha ricordato molto VISITOR Q il celebre e geniale film di Miike Takashi. Solo che mentre nel film del celebre outsider giapponese all’interno della pellicola c’era un ribaltamento di tutti i taboo sessuali e una strizzatina d’occhio al celebre TEOREMA di Pasolini, nel film di Sion Sono in realtà sono solo elementi che fungono da pretesto per indirizzarsi e sbizzarrirsi sulla larga produzione Dnotomista che oramai annovera alcune perle di rara bellezza come THE GOOD, THE BAD AND THE WEIRD, TOKYO GORE POLICE, 2LDK, AACHI AND SSIPAK, KILLER PUSSY, GREAT YOKAI WAR, MACHINE GIRL, 20TH CENTURY BOYS solo alcuni e tra i meglio riusciti nella lunga filmografia quasi a voler fare da paiolo alla famosa Troma americana.
La differenza è che nel genere dnotomista non esiste un genere di partenza ma tutto è giocato sugli assurdi, sul weird più estremo, sullo splatter, sapendo essere crudo, terribile, sadico e spietato e trattando tutto ciò che risulta essere esagerato a 360°.
La similitudine tra i due film resta comunque sul fatto di puntare sulla crudezza dei rapporti in famiglia.

Strange Circus risulta comunque un buon film.
A tratti disordinato e con una sceneggiatura che non sempre riesce a rimanere salda e un finale piuttosto criptico, fa parte di quei film che rimarranno in testa per quel pugno di scene originali come in alcuni casi solo gli orientali sanno fare(giapponesi in testa!).
Dalla sua può comunque avvalersi di un ottimo reparto tecnico con una fotografia coloratissima e un cast di tutto rispetto tra cui spicca Masumi Miyazaki e le musiche composte dallo stesso regista.
La visionarietà mista al sesso e all’uso che Siono sfrutta proprio portando agli estremi alcune dinamiche sono tra i punti forti anche se poi come ho precedentemente annotato si perde un po dietro al thriller della storia.