Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Drammatico. Mostra tutti i post

sabato 23 settembre 2017

American Fable

Titolo: American Fable
Regia: Anne Hamilton
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Negli anni Ottanta, nel bel mezzo della crisi agricola del Midwest, l'undicenne Kitty vive in un mondo oscuro e talvolta magico. Quando scopre che l'amato padre nasconde un uomo ricco nel silo di famiglia al fine di salvare la loro fattoria in difficoltà, Kitty stringe in segreto amicizia con il prigioniero. Si ritroverà costretta a dover scegliere tra l'impulso a salvargli la vita e il bisogno di proteggere la sua famiglia dalle conseguenze del caso.

American Fable per qualche strano motivo pensavo fosse un film a episodi di quelli che si vedono ultimamente come XX, HOLIDAYS, TALES OF HALLOWEEN, etc. Invece non è così.
Il film della Hamilton è uno squisito film di formazione con un unico piano narrativo che entra ed esce continuamente dai suoi confini "magici". Pur trattando una vicenda reale e tutto ciò che succede è realistico, il film e la narrazione assumono tratti e scenografie mutevoli e conturbanti a partire dai campi di granoturco in cui passeggiano allegramente e soli i bambini a giocare e scoprire nuove avventure. Proprio la scoperta, il viaggio e altri meccanismi ben oliati sono gli strumenti che la regista adotta in un film molto misurato con alcune scene decisamente inaspettate e un buon climax.
Kitty è la protagonista che tira fuori il coraggio, combatte una maledizione che si impossessa del nucleo familiare, supera le sue paure e combatte una dura lotta contro le stesse persone che ama.
Un film che gioca molto bene la carta dell'atmosfera con una colonna sonora che si inserisce in modo pienamente funzionale nell'intero arco narrativo dando pathos a diversi momenti decisivi e a tratti inquietanti. Un film per molti aspetti già visto, con una struttura che ricorda tanto un film italiano venuto bene e un cast misurato che assolve il ruolo.
Che cosa fareste dunque per tenere la casa che amate e continuare così a vivere le proprie avventure? Quello che possono fare gli adulti a volte è straziante e pericoloso ma il senso di giustizia che traina i più piccoli può essere a tratti commovente.
American Fable ha qualcosa di antico, di classico, di magico e di simbolico che toccherà ad ognuno scoprire.




Closet Monster

Titolo: Closet Monster
Regia: Stephen Dunn
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Il film Closet Monster racconta la storia di Oscar Madly, un adolescente creativo e motivato che esita a diventare adulto. Destabilizzato dai suoi strani genitori, insicuro della sua sessualità, ossessionato delle immagini di un pestaggio di gay a cui ha assistito da piccolo, Oscar sogna di scappare dalla città che lo sta soffocando. Un criceto parlante, la sua immaginazione e la prospettiva di un amore, lo aiuteranno a confrontarsi con i suoi demoni surreali e a scoprire se stesso.

Closet Monster è quel tipico indie che non ti aspetti. Leggero, delicato, ma con un paio di scene che colpiscono per la loro originalità e intenti come ad esempio nel primo atto, l'addio tra la mamma e il bambino dove questo le sputa addosso e la reazione sempre del figlio verso il padre quando questo fruga nel suo guardaroba e il protagonista lo lascia a terra.
Senza contare poi l'incidente scatenante che provoca uno shock terribile in Oscar e della brutale immagine del pestaggio/stupro non si capisce esattamente cosa venga fatto alla vittima e dove la regia è attenta a non mostrare cosa succede.
Un divorzio. Una situazione difficile. Una coppia di genitori perfetta che sembrava amarsi per sempre e poi la dura verità. Una madre che lascia tutti in cerca di qualcos'altro.
Ed è qui che inizia il percorso verso la crescita che la storia decide di mettere da parte per arrivare con un guizzo temporale all'adolescenza. I timori e il viaggio alla ricerca di se stessi sono solo alcuni dei temi che Dunn alla sua opera prima mette in mostra per cercare di dare un quadro intimo e minimale sulla difficoltà e le fragilità che abbracciano un giovane in questa fase di scoperta.
La sessualità poi emerge forte facendo diventare il film verso la metà uno strano queer con una sua connotazione precisa, riuscendo a portare a casa delle sequenze molto interessanti e senza mai esagerare ma essendo provocatorio e intimista al punto giusto.


It comes at night

Titolo: It comes at night
Regia: Trey Edward Shults
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sicuro all'interno di una casa desolata mentre una minaccia innaturale terrorizza il mondo, un uomo ha stabilito un esile ordine domestico con la moglie e il figlio, ma la sua volontà verrà presto messa alla prova quando una giovane famiglia disperata arriva in cerca di rifugio.

L'horror drama, uno dei mille nomi usati per ampliare il raggio del genere horror sta facendo da anni piccoli passi da gigante regalando perle rare della cinematografia. La maggior parte di questi film sono tutti indipendenti e non godono di grossi budget. Il perchè è evidente.
It comes at night è un dramma forte che chiama in cattedra l'horror per un clima post apocalittico in cui si immerge la vicenda e dove una epidemia non meglio nota sembra aver spazzato via tutto come la peste. Lo spettatore non vedrà praticamente nulla mentre invece viene catapultato verso quella che di fatto è una disintegrazione del nucleo e dei rapporti e dello psicodramma famigliare.
Il genere sta finalmente ritrovando la sua capacità sotterranea e viscerale di raccontare le inquietudini del nostro presente, liberandosi spesso degli effetti e momenti più semplicistici che attraggono il grande pubblico per proporgli invece riflessioni molto più profonde.
Anche qui di nuovo quasi tutto viene girato all'interno della casa. Il cast è ottimo anche per creare quella domanda in più allo spettatore su come si sia arrivati a quel punto e anche il nonno già dall'inizio assume un'importanza specifica come un mentore che ormai ha lasciato il nipote giovane a dover dimostrare di essere uomo.
Sempre spontaneo e funzionale Joel Edgerton riesce bene a tenere il timone del pater familias lanciando occhiate di continuo e lavorando particolarmente sull'ansia e la paura che arriva soprattutto dall'esterno. Di nuovo un horror crepuscolare che funziona grazie ad un'atmosfera che riesce a fare molto lasciando sempre quella porta rossa bloccata che sembra possa aprirsi da un momento all'altro e lasciare che il male si impossessi della famiglia.

Un finale davvero tragico chiude il film come a dimostrare ancora una volta che non sempre può esserci un lieto fine e sarebbe stupido provarci quando la situazione e così apocalittica da far presagire per forza il contrario. Shults va avanti e il film è tutto una corda tesissima in cui alla prima vibrazione parte la deflagrazione.

Figli della notte

Titolo: Figli della notte
Regia: Andrea De Sica
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Con poca voglia ma parecchia obbedienza alla madre, Giulio entra in un collegio prestigioso per rampolli benestanti. Dalle sembianze asburgiche, la struttura è una nota palestra per la futura classe dirigente, rigida e spietata. Il ragazzo è immediatamente attratto da Edo, dalla personalità a lui opposta, anticonformista e incline alla ribellione. In complicità si oppongono al bullismo imperante e in totale segretezza, iniziano a trascorrere nottate in un locale di prostitute. Gli effetti attesi non tarderanno a presentarsi.

Al suo esordio De Sica firma un film avvincente con una storia davvero originale che tra l'altro prova a far luce su una realtà davvero inquietante per alcuni aspetti. Quella dei rampolli benestanti che dovrebbero diventare la classe dirigente del futuro.
Partiamo subito con la scena d'apertura che sembra strizzare l'occhio a Sorrentino per quanto anche a livello tecnico, il regista sappia esattamente cosa vuole giocando molto bene negli interni con una scenografia e una luce più che perfetta e anche in esterno con una fotografia molto più fredda ad esaltare l'inverno rigido e il clima arido che non fa sconti per nessuno.
Sembra un vero e proprio carcere il collegio dove Giulio e gli altri ragazzi vengono inviati e come tale viste le dure regole imposte dovrà assolutamente fare i conti con dei giovani che non sono più quelli ubbidienti e pazienti di una volta ma sono una generazione in cui i genitori cercano di sbarazzarsene in fretta. Uno di loro Edoardo in particolare risponde al suo educatore dicendo come siano bravi e svelti i genitori a fare le valigie. Ruolo interessante ma con qualche leggera riserva è quello degli educatori tra cui svetta Mathias, i quali a volte sembrano uscire fuori dagli schemi con una linea educativa leggermente coercitiva come si lascia scappare uno di loro ad un certo punto "Le vostre famiglie sanno che tutto ciò che succede qui dentro lo risolviamo qui dentro. "
Alla fine il film è recitato bene, a livello tecnico è ottimo, tutto sembra raggiungere livelli molto alti per il nostro cinema e forse i soli e unici problemi sulla credibilità di alcuni fatti e un climax finale abbastanza scontato sono i mordenti principali.
Il film riesce ad essere uno spaccato sul sociale e un dramma significativo su una realtà che finalmente qualcuno si è deciso a raccontare.


Pilgrimage

Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio SAVAGE, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di BLACK DEATH pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.

Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di SILENCE in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

Baby Driver

Titolo: Baby Driver
Regia: Edgar Wright
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Baby, così viene chiamato, è un giovane che alla guida di un'auto è in grado di compiere le più spericolate evoluzioni. Questa sua abilità viene sfruttata da Doc, un criminale dall'aspetto borghese, con il quale ha un conto aperto che deve saldare. Baby deve anche occuparsi dell'anziano invalido che lo ha fatto crescere e si sta innamorando della cameriera di un fast food. Ciò che ora vorrebbe poter fare è staccarsi dal ciclo continuo di rapine che Doc orchestra

Baby Driver è un parente schizzato di tanti film abbastanza belli visti di recente. E'un ibrido che chiama in causa Refn e altri registi della nuova Hollywood per creare un thriller teso, ironico e abbastanza avvincente. A tenerlo su nonostante una sceneggiatura non proprio brillante è il peso degli attori che giocano bene i loro ruoli e delle musiche che giocano una parte decisamente importante soprattutto quando scopriamo il perchè Baby ha sempre le cuffie alle orecchie.
Ma diciamolo subito. Il merito più grosso è di Wright che dopo la trilogia che ha fatto divertire tutti i patiti del cinema di genere, pur abbandonando per un attimo il suo attore feticcio Simon Pegg, trova le coordinate giuste e il mood funzionale per far decollare il film verso qualcosa che riesce soprattutto dopo la seconda parte, a risultare meno banale del solito con dei colpi di scena e un climax tutto sommato credibile e mai macchinoso.
Da vedere rigorosamente con il volume a palla.


Shot Caller-La Fratellanza

Titolo: Shot Caller-La Fratellanza
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob Harlon, uomo d'affari e padre di famiglia, finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo dopo aver provocato la morte del suo miglior amico Tom in un incidente automobilistico. Per sopravvivere tra le sbarre si unirà alla fratellanza ariana…

Shot Caller- Las Fratellanza è un ibrido già visto e rivisto. Un prison movie senza nessun guizzo narrativo ma lavorando solamente con il montaggio scandito in tre archi narrativi diversi della vicenda (quindi il "traguardo" della regia e di non aver usato il tipico montaggio su due piani temporali ma di averne aggiunto uno...)
Sono tanti gli elementi che non funzionano nel film. Dal protagonista assolutamente non in parte a tutta una serie di artifici e accessori che sinceramente trovo pacchiani e noiosi così come inquadrare l'interno del carcere sempre allo stesso modo.
E'la saga del già visto con un immaginario razziale banale e grossolano e in cui i personaggi, sia neri che bianchi neonazisti sono tutti grezzi e bidimensionali come la regia noiosa e scontata di Waugh che sembra essere il primo a non crederci e infine Lannister che riesce a non togliersi quel fastidioso sorrisetto nemmeno nelle scene più violente e drammatiche.
E poi la parte finale con il figlio che a distanza decide di perdonarlo proprio non si può sentire.



domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

If...

Titolo: If...
Regia: Lindsay Anderson
Anno: 1968
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un college inglese, dopo la pausa estiva, riapre le porte agli studenti. Tra il consueto svolgimento delle lezioni, le celebrazioni in chiesa e l'attività sportiva, il tempo libero è regolato dalle direttive di quattro "anziani" - detti le "fruste" - ai quali il consiglio degli studenti ha demandato il compito di educare i nuovi iscritti. Le reclute - dette la "feccia" - devono imparare un linguaggio gergale per far parte del gruppo; devono manifestare obbedienza e rispetto verso i "superiori" ed ogni trasgressione o manchevolezza è punita con umilianti sanzioni. Insofferenti della vita del college, Mick Travis ed altre due "fruste" evadono, ogni tanto, nella vicina cittadina in cerca di emozioni, e quando il corpo insegnante decide di intervenire per restaurare la disciplina e l'ordine interno, il loro rifiuto sfocia in aperta ribellione. Scoperto un deposito di armi in un magazzino che per punizione devono ripulire, il giorno della consegna dei diplomi, Mick e i suoi amici cominciano a sparare all'impazzata. Nel caos più completo ha inizio una vera e propria guerra.

Il genere fantapolitico, se poi così si può chiamare, anche se oggi sarebbe in disuso, ha avuto sicuramente la sua stagione d'oro e il suo bisogno di usare la settima arte per raccontare alcuni importanti questioni o temi scottanti che sorattutto in questo periodo politico e sociale stava cambiando. Il college come specchio della società borghese riflette molto bene il ruolo che possono avere le istituzioni, l'obbedienza e il potere nonchè il gioco forza sugli studenti, cavie o se vogliamo ancora "detenuti" che non possono fare altro che ubbidire a delle norme imposte dall'alto.
Il regista nato in India, non ha girato molti film ma è riuscito ad esempio a far diventare questo If...una sorta di cult britannico, un film che riesce ad essere politicamente scorreto, di contestazione, rivoluzionario e manifesto per alcuni cambiamenti che si stavano andando a creare.
Tutta l'azione viene poi scandita in otto parti (Il rientro, Il College, Tempo di scuola, Rito e avventura, Disciplina, Resistenza, Verso la guerra, I Crociati), descrivendo inoltre a parte "i superiori" (anche in toni paradossali e grotteschi) la sofferta ricerca di una identità, tra feccia e superiori, di una generazione lacerata all'interno da spinte irrazionali ma unita contro la chiusura mentale degli adulti e i meccanismi repressivi del potere.
Il film alla fine non è altro che un attacco frontale contro una delle istituzioni tradizionali dell'establishment britannico, il college, culla di una futura classe conformista, ossequiosa nei confronti dell'autorità, amante delle tradizioni e rispettosa di ogni tipo di convenzione.

Più che una semplice opera di denuncia (in cui si parla anche di omosessualità in maniera audace, almeno per l'epoca), rimane una pellicola inquietante e ben girata, perfettamente al passo con quei tempi e difficile da dimenticare. Valorizzato anche dalla notevole prova di Malcom McDowell, il film ha ottenuto una significativa Palma d'oro al Festival di Cannes.

Bodybuilder

Titolo: Bodybuilder
Regia: Roschdy Zem
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Il ventenne Antoine è nei guai con una banda di teppisti a cui deve dei soldi. Per toglierlo dalle spine, la madre e il fratello maggiore lo mandano a stare con Vincent, il padre che non vede da anni. Antoine è così sorpreso dallo scoprire che Vincent gestisce una palestra e che sogna di riconquistare il suo titolo di campione di bodybuilding. Tra indifferenza e incredulità, padre e figlio cominceranno lentamente ad avvicinarsi e, lavorando con Vincent, Antoine avrà la possibilità di capire e di rispettare la vita che il genitore ha scelto.

Bodybuilder prima di tutto parla di un difficile rapporto padre figlio. Il film di Zem è interessante almeno per due aspetti. Intanto è una storia sulle differenze, sulle diversità negli stili di vita e il bisogno o la necessità di riparare un rapporto affettivo e familiare fragile e ormai difficilmente recuperabile fino in fondo. Dall'altro l'elemento di interesse e la sub cultura della palestra in particolare dei bodybuilder che poi sono la radice cubica dei palestrati normali. Dieta, spese eccessive, sacrifici, pastiglie di ogni forma e ingurgitate costantemente, la dimostrazione e la lotta solo con se stessi chiudendosi in un egoismo che prevede solo l'accettazione dei propri simili.
Un film che ogni tanto inciampa in qualche momento un po morto, ma che riesce senza puntare su un climax finale potente, ma sincero e divertente e mette in evidenza un talento alla regia importante che speriamo di rivedere presto.
Il confronto tra padre e figlio sarà serrato per quasi tutta la durata contando che il secondo non solo non sembra smettere di finire nei guai, ma tenta di provarci con una allieva di suo padre e per raccimulare qualche soldo comincia pure a rubare in palestra. Il rapporto drammatico e doloroso sarà utile ad entrambi per cercare di far riflettere ognuno dei due sugli obbiettivi, da una parte dell'inutilità dei compromessi utilizzati fino a quel momento per campare, e dall'altro a non poggiarsi unicamente sulle illusorie speranze di vincita di un concorso tutto impostato sulla costruzione posticcia e su un edonismo sfrontato e molto fine a se stesso in cui per farla breve il punto di riferimento per Vincent non è altro che l'ex presidente della California.

Un giovane adulto e un adulto giovane che tra litigi, qualche schiaffo e ribadire sempre propri intenti nonchè tracciarne qualcuno insieme, il film di Zem ha il pregio di non cercare sensazionalismi dove non ci sono senza mai esagerando e uscendo dai toni, ma cercando un equilibrio che di fatto viene mantenuto e garantito per tutto il film.

Dog Eat Dog

Titolo: Dog Eat Dog
Regia: Paul Schrader
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando tre ex detenuti disperati accettano di rapire un bambino pagati da un boss della mala, sanno di non poter rifiutare, e la ricompensa è troppo ricca per farli rinunciare. Ma il rapimento non va proprio a buon fine e i tre sono obbligati ad uccidere un intruso, che si scopre essere proprio il padre del bimbo. Inseguiti dalla mafia, i tre si ritrovano in fuga per la città di Los Angeles. E nessuno di loro vuole tornare in prigione. Costi quel che costi.

Forse perchè dentro di me conservavo qualche speranza e in fondo lo aspettavo da tanto che sono rimasto abbastanza basito di fronte all'ultimo inutile film di Schrader.
Il problema di fatto e il limite più importante che ho trovato nel film è senza ombra di dubbio la fretta. La fretta nella direzione degli attori, nella costruzione della storia, nel ritmo in generale, nei dialoghi che valgono un nulla di fatto e in una regia che sembra rassegnata o meglio distante dai fatti che si svolgono e che la telecamera inquadra.
I rimandi e le fonti che hanno spinto il regista a fare questo pasticciatissimo film rimangono misteriose forse persino a lui. Ed è un peccato perchè Schrader è in gamba, Dafoe all'inizio è come sempre un attore molto eclettico in grado già lui da solo di reggere sulle spalle tutto il film. Sembra TRAINSPOTTING che incontra solo per un attimo la mente deviata di Tyler Durden con il risultato che niente avrà nulla di affascinantate e suggestivo come i suddetti citati.
Qui si fatica ad andare avanti ingranando con la storia e infatti dopo il primo atto assistiamo ad una serie di gag tragicomiche che non fanno assolutamente ridere e sono peraltro anche molto violente. Nicolas Cage e il suo socio recitano da Cani, il primo sempre per i debiti che deve saldare mentre il secondo troppo imbolsito e in un ruolo che non riesce ad emergere come ci si aspetttava.

Del libro e dello spirito anarchico e folle di Bunker non c'è traccia.

February

Titolo: February
Regia: Oz Perkins
Anno: 2015
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un austero college privato di matrice cattolica, due studentesse restano sole perché i rispettivi genitori non si sono presentati a prenderle per un periodo di sospensione delle lezioni. Una terza ragazza fragile e sbandata si è incamminata verso il college al freddo e al gelo e viene raccolta in macchina da una coppia di cinquantenni. Intanto, al college iniziano a manifestarsi strani comportamenti..

Ci metti un po all'inizio a capire chi sono le protagoniste e quali sono i diversi nomi dal momento che sembrano essere inizialmente tre poi quattro nella storia o nelle varie storie tutte comunque collegate. Un film praticamente tutto votato al silenzio, una camera e una regia pulita e molto autoriale che cita e ricorda tanto nostro cinema del passato e un'amore sconfinato per i classici.
Perkins ci mette un po a partire lasciando dilatati i tempi, ma non troppo, per scoprire chi lo popola, mostrarci questo college isolato, spettrale e labirintico, e alcuni personaggi a partire da Bill questa sorta di prete che si prende cura del destino della protagonista visto che le ricorda la figlia standole sempre col fiato sul collo ed entrando nella sua stanza quasi di soppiatto, il direttore Gordon personaggio molto enigmatico e criptico e infine un altro tipo in una rimesssa inginocchiato davanti ad un forno enorme che si mette a pregare Satana.
Pur non scoprendo le carte e lavorando molto sulla suspance, Perkins lavora tutto di sguardi, di primi piani, segue queste ragazze anche abbastanza simili nell'aspetto, almeno le due bionde, per questi corridoi vuoti e bui con una fotografia di ghiaccio che aumenta ancora di più questa sorta di limbo temporale in cui sembrano trovarsi tutti.

I personaggi rappresentano una copertura di quello che invece è una sorta di disegno malvagio e satanico di chi abita vicino a questa struttura e forse controllano una delle tre protagoniste rivelando in realtà chi si nasconde dietro questi personaggi (donne che hanno parrucche senza sopracciglia e tutto il resto). Con un sotto filone satanico con rimandi alla possessione, il film di Perkins, figlio del celebre attore, è sicuramente tra gli horror più importanti della stagione. 

Defenders

Titolo: Defenders
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


venerdì 8 settembre 2017

Lure

Titolo: Lure
Regia: Agnieszka Smoczynska
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Polonia anni ’80. Spinte dalla curiosità di scoprire le meraviglie della vita sulla terra, Srebrna e Zwota, due sirene carnivore, si mischiano agli esseri umani trovando lavoro in un nightclub. Assunte nel locale per la loro bellezza e per le loro incantevoli doti canore, le due creature si ciberanno degli esseri umani, vittime del loro fascino. L’amore però si insinuerà nel cuore di una delle sirene creando problemi fra le due.

Finalmente anche le sirene tornano in voga nel migliore dei modi. La tradizione e il folklore che avevano dato vita al celebre racconto di Andersen qui sembrano di nuovo approciarsi all'idea di partenza, attingendo da questo nuovo aspetto del folklore scandinavo, per raccontare tutt'altro, riuscendo a dare atmosfera a questa fiaba dark davvero bizzarra che unisce teatralità e umorismo in un modo talvolta sarcastico e a volte enigmatico e quasi da b-movie.
Cinema d'autore a tutto tondo come poche sanno fare in questi ultimi anni sono diverse le registe ad aver contribuito a rendere multiforme il cinema di genere come EVOLUTION della Hadzihalilovic e RAW di Ducournau.
Due film straordinari che ora con questo LURE, scritto da Robert Bolesto, e che sembra strano che arrivi dalla Polonia, invece danno l'idea di quanto sia importante scoprire questi paesi e le interessanti opere indipendenti di alcuni registi e sempre per rimanere in Polonia bisogna ricordare l'ottimo DEMON del mancato Wrona.
The Lure è sporco, mostra due bellezze inusuali, un corpo e una coda che non hanno niente della Sirenetta e sguardi famelici per due sorelle che cercano di capire come funzionano gli esseri umani e diventando freak di turno e concubine ideali per la loro grande madre nel nightclub.
Un film girato in modo assurdo, con continui cambi di regia, una fotografia coloratissima e un sacco di intuizioni originali contando che il film spesso ricorre ad una sorta di musical atipico e grottesco con tante stranezze cinematografiche e come è stato definito da qualche critico trattasi di cinema predatorio contando che ha un timbro molto poco commerciale ed è adatto ad un pubblico di nicchia. Splendida inoltre l'enigmatica colonna sonora e i brani che sanno dare risalto e spessore.
Un film bellissimo che dimostra cosa si vuol fare a tutti i costi senza pensare all'aspetto commerciale ma disegnando una storia nuova con queste due sorelle della mitogia e del folklore che mancavano nel cinema in modo intenso come questo che sicuramente diventa il più importante film di genere sul tema delle sirene finora contando anche l'interessante opera ma minore sempre sullo stesso tema ovvero il SIREN di Bishop americano del 2016.
Un film magnifico Lure dove però dal secondo atto la trama si perde leggermente lasciando spazio a guizzi di regia e ad una galleria di scene molto belle ma in alcuni momenti slegato narrativamente, riuscendo comunque a regalare un sacco di elementi nuovi e preziosi su queste creature a differenza del film di Bishop caratterizzandole molto di più e uscendosene con alcune particolarità che riportano e descrivono alcune caratteristiche di questi esseri mitologici e magici e della loro adattabilità alle regole e ai codici della nostra società.



Let me make you a martyr

Titolo: Let me make you a martyr
Regia: Corey Asraf, John SwabJ
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Drew Glass fa il suo ritorno in città, imbattendosi presto con il padre adottivo boss del crimine locale, la sorella adottiva (e amante) dipendente dal crack, un addetto ai parcheggi delle roulotte tossicodipendente, un prete cieco con un segreto, una ragazzina scomparsa e un killer solitario da ingaggiare. Ogni passo che Drew muove lo riporta inevitabilmente al suo complicato passato.

Cinico, sporco, maledettamente drammatico e destinato ad essere crudele ed efferato, almeno questa era l'idea che mi ero fatto quando sono venuto a conoscenza di questo strano indie sconosciuto da noi. Il noir, il southern drama, della giovane coppia di registi indaga in questa piccola cittadina americana popolata da bifolchi, una sottocultura di individui che vivono secondo delle regole e dei codici particolari.
Spacciatori, tossici, killer professionisti, signori della droga. Praticamente mezzo cast della serie tv SONS OF ANARCHY, per chi ha avuto la forza di vederla tutta, assieme a Marilyn Manson in veste cinica e crudele che d'altro canto aveva recitato anche lui nella serie citata ritagliandosi un personaggio minore in tutta la parte legata al carcere.
Non c'è redenzione e non c'è salvezza per questo film e per i suoi protagonisti. Già il titolo originale è profetico ma la disperazione e l'intento salvifico del protagonista e della sua scelta per amore nei confronti della sorellastra lo porterà in un vortice di violenza e sopraffazione davvero spietato.
Ora tanti elementi squisitamente di genere, marcati e sporchi, sono sicuramente tasselli interessanti ma purtroppono sanciscono il primo limite in termini di sceneggiatura del duo di registi.
Pur avendo degli intenti da western moderno indefinito, noir e southern drama in chiave leggermente pulp, il risultato in termini di ritmo è abbastanza noioso come se i registi cercassero di trovare la propria voce raccontando una storia coerente ma che invece mostra una galleria disarticolata di personaggi anche molto interessanti sui cui la caratterizzazione non riesce a fare il suo lavoro. Mi ha ricordato per altri spetti prlando di droga il recente HEAVEN KNOWS WHAT di Safdie con cui aveva nell'atmosfera legata alla perdizione della sua protagonista diverse analogie.

I due autori invece di giocarsi la carta della violenza cool e del country pulp ingabbiano il loro film dentro un’impalcatura iperdrammatica, mettendo in bocca ai loro personaggi parole pesantissime e retoriche sulla salvezza e il riscatto e condannandoli ad una spirale di pessime e disperate scelte che finiscono per risultare quasi ridicole. A differenza di questo e comunque volendo esagerare con la drammaticità per rimanere in questa westlands mi viene in mente un film uscito qualche annetto fa AIN'T THEM BODIES SAINTS riuscendo ha fare molto meglio.

Message from the King

Titolo: Message from the King
Regia: Fabrice du Welz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jacob Kin arriva in città dal Sud Africa, alla ricerca della sorella minore. Ha solo poche centinaia di dollari in tasca e un biglietto di ritorno che scade dopo una settimana. In sole 24 ore, scopre che la ragazza è stata brutalmente assassinata. Il film parla di quello che avviene nei successivi sei giorni.

Du Welz è uno dei miei registi post-contemporanei preferiti. Ha girato una trilogia indimenticabile con CALVAIRE, VINYAN e ALLELUIA. Semplicemente sono tre film complessi e importantissimi, tre sguardi che richiamano l'horror per le loro atmosfere e le loro storie molto inquietanti e originali.
Poi sappiamo che il talento belga ha avuto diversi problemi con le produzioni, diventando un regista cult amato e beniamino dei festival, mentre dall'altra parte stava diventando sempre più difficile produrre le sue opere che seppur vero a livello di cinema di genere sono opere colte e complesse facendo incetta di premi, dall'altra a livello commerciale non hanno saputo vendere come e spesso il cinema ha bisogno essendo di fatto e prima di tutto un mercato.
COLT 45 è un poliziesco teso e spietato con una fotografia magnifica, uno script già meno originale e onirico oltre che ipnotico rispetto a i suoi precedenti film, ma con un finale devastante e un buon manipolo di attori. In questo caso la trama è ancora più asciutta con pochi ma potenti colpi di scena tra cui l'incidente scatenante e una giustizia privata abbastanza funzionale nel cercare percorsi nuovi soprattutto nella psicologia del protagonista, le sue strategie e il doppio gioco dei suoi stessi nemici. Una storia abbastanza scontata che gode di alcune buone prove attoriali con un nutrito cast che vede alcuni volti noti e lo stile sporco di camera e fotografia che il regista adotta al meglio nei bassifondi di Los Angeles lasciando da parte tutte quelle impressionanti location e atmosfere di VINYAN.
Qui come per COLT 45 la città non è un'isola selvaggia anche se in questo le bande di criminali e gli spietati affaristi che si nascondono nelle loro lussuose ville nascondo orrori a volte così indicibili che a confronto la natura per quanto selvaggia si rivela sempre in fondo meno contorta dell'animo umano. La sua prima regia yankee dunque non è stata così becera come si poteva pensare anche se si vede che il talento e la politica dell'autore nelle sue ultime ipere esce poco. Ma pur di vedere ancora il talento belga preferisco che continui a fare cinema in America magari dando coraggio e fiducia ad uno dei suoi progetti personali.

"Ho avuto però la possibilità di girare quanto mi ero prefissato nel modo in cui l’ho pensato e ho avuto un certo controllo sulla produzione. La post-produzione invece è stata più difficile, tutto un altro gioco, a causa delle molte voci che interferiscono, dai sindacati alla DGA (Directors Guild of America). Hai a disposizione 10 giorni per realizzare la tua directors’cut, dopodiché subentrano i produttori, che guardano il materiale e decidono. Inoltre devi occuparti del montaggio, comprensivo del suono e della colonna sonora, quindi non c’è modo di fare le cose con calma passo per passo … A un certo punto comunque, i produttori prendono il sopravvento e tutto diventa molto complicato. Questa cosa però va accettata, perchè funziona così da quelle parti. "

Life-Non oltreppasare il limite

Titolo: Life-Non oltrepassare il limite
Regia: Daniel Espinosa
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una squadra di astronauti, a bordo di una stazione spaziale internazionale, entra in possesso di un campione organico proveniente da Marte. Lo scienziato del gruppo espone la microscopica cellula ad una serie di stimoli, nel laboratorio della stazione orbitante, e "la cosa" reagisce. Si festeggia anche sulla Terra e i bambini delle scuole le trovano un nome: Calvin. Ma Calvin non è innocuo: cresce, interagisce e, disturbato, uccide. La priorità cambia rapidamente a bordo e una s'impone su tutte: tenerlo lontano dal nostro pianeta.

Life purtroppo rappresenta il limite della scrittura per gli americani sulla sci-fi.
Un ibrido senza un'anima personale e una sua idea di cinema che come per il film vale allo stesso modo per il cinema e le opere di Espinosa, regista giovane e brillante a livello tecnico quanto invece disastroso a livello di struttura e plot narrativo.
Life che poi non è recitato nemmeno così bene con un cast zoppicante, non ha molti elementi che lo salvano se non alcune buone scene, un'atmosfera claustrofobica e qualche momento interessante con l'alieno di turno che massacra l'equipaggio.
Il problema è la scontatezza del soggetto, un'idea che prende da ALIEN scopiazzandolo e prendendone solo gli aspetti commerciali senza dare vita e forza all'elemento drammatico e alla fantascienza.
Un film modaiolo, un b-movie in salsa moderna stilizzato e che cerca per tutta la sua durata di essere originale non riuscendoci mai nemmeno in una scena ma facendo di tutto per sembrare film da dimenticare dopo pochi minuti.


domenica 3 settembre 2017

Mia vita da zucchina

Titolo: Mia vita da zucchina
Regia: Claude Barras
Anno: 2016
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Zucchino non è un ortaggio ma un bambino (il cui vero nome era Icaro) che pensa di essersi ritrovato solo al mondo quando muore sua madre. Non sa che incontrerà dei nuovi amici nell'istituto per bambini abbandonati in cui viene accolto da Simon, Ahmed, Jujube, Alice e Béatrice. Hanno tutti delle storie di sofferenza alle spalle e possono essere sia scostanti che teneri. C'è poi Camille che in lui suscita un'attenzione diversa. Se si hanno dieci anni, degli amici e si scopre l'amore forse la vita può presentarsi in modo diverso rispetto alle attese.

A volte il cinema d'animazione ci insegna che i generi al suo interno sono sempre infiniti e veriegati e che possono abbracciare tutti i target d'età senza lesinare sulle storie drammatiche o i tortuosi viaggi di formazione.
In questo caso l'opera dello svizzero Barras è un dramma malinconico che sembra omaggiare per certi versi una certa filosofia Burtoniana e dall'altra restituire dei duri colpi come macigni su temi sociali, il viaggio di formazione e l'adolescenza come vaso di Pandora per tutti i guai e le scoperte che si verificano in quella fascia d'età.
Il film inizia con un bambino che per sbaglio uccide sua madre.
La recensione potrebbe finire qui ma il film è così scaltro e Barras ha così tanto talento da vendere che riesce a dipanare una storia con delle abili e funzionali location a partire dalla casa ma soprattutto l'istituto con una visione d'intenti davvero sorprendente per come riesce a giocare sui sentimenti e farti commuovere in diverse scene senza esagerare con il melodramma ma lasciandolo teso come una fune.
Sciamma al suo top nella scrittura, si intrufola in un viaggio dell'orrore trovando con spirito d'osservazione e una dovuta sensibilità nel genere il mix giusto tra commozione e speranza che ci ricorda quanto sia intensa la sofferenza di un bambino con un nucleo familiare devastato e devastante e la rete sociale e l'amicizia tra chi condivide la stessa sofferenza all'interno dell'istituto.

La mia vita da zucchina conferma l'artigianato in tutta la sua forma. Tutto viene ridimensionato in questa opera, tutto viene creato ad hoc e l'arte con cui viene sviluppata questa storia e la voglia di crederci fa sì che ci troviamo di nuovo di fronte ad un lavoro che si allontana dal marasma generale delle grandi major che producono "cartoni animati" in serie, con il solo scopo di incassare, svilendo il potere del sogno e dell'impossibile nascosto dietro piccoli capolavori come questo.

Let's be evil

Titolo: Let's be evil
Regia: Martin Owen
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Disperatamente alla ricerca di soldi, Jenny accetta un lavoro come supervisore presso un centro di apprendimento per studenti dotati. Quando però con altri due nuovi dipendenti ha accesso a un bunker sotterraneo di massima sicurezza in cui dei bambini robot vengono equipaggiati con occhiali per la realtà aumentata, Jenny si ritrova al centro di un inquietante esperimento tecnologico che la vede come giocatore inconsapevole di un gioco virtuale terrificante.

Let's be evil mi aveva colpito per l'atmosfera sci-fi, lo pensavo come una specie di episodio di BLACK MIRROR allungato magari con la possibilità, ma non il dovere, di doverne ampliare temi e struttura narrativa.
Questo è una locandina onesta erano i motivi oltre ad un amore spassionato per la fantascienza unita a temi post-contemporanei e alcune tecniche o strumenti digitali all'avanguardia.
Purtroppo pur sapendo che il film di Owen viaggiava su livelli low budget e con un cast di attori sconosciuti, immerso in un contesto claustrofobico di un bunker sotterraneo, avevo le mie buone riserve che ho cercato di mettere da parte sin dall'inizio del film. Ma poi mi hanno travolto...
Pur non avendo una cifra di soldi e una location ricompattata in c.g e in post produzione e after effects come se piovessero da una scena all'altra, è proprio la sceneggiatura ad essere mediocre e creare verosimilmente dei buchi nella storia che poi fino a prova contraria non vengono chiariti come la sequenza del prologo che ogni tanto si ripresenta o una caratterizzazione davvero scarsa dei tre protagonisti per altro antipatici e che lo spettatore immagina muoiano velocemente quando devono recarsi a dormire e spegnere "le luci".
Dal secondo atto la narrazione è macchinosa e noiosa trovando tanti elementi di disturbo che attaccano l'intelligenza artificale e gli apparecchi ma contaminano anche la nostra capacità di sopportazione e di prendere sul serio anche gli elementi più complessi.



City of Tiny Lights

Titolo: City of Tiny Lights
Regia: Pete Travis
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La pellicola è ambientata nella multiculturale e contemporanea Londra, dove niente è quello che sembra. Tommy Akhtar è un fan del cricket, un figlio devoto e un investigatore privato fannullone. Il suo ufficio si trova sopra una ditta taxi di taxi, gli piacciono l'alcol e le sigarette, ed è fortemente cinico. Tommy, una mattina, trova una prostituta di alta classe, Melody, in cerca di aiuto. Vuole che trovi la sua amica Natasha, che è stata vista l'ultima volta mentre incontrava un nuovo cliente al bar Mayfair. Non ha molta fortuna nella ricerca di Natascia, ma trova il cadavere di un uomo d'affari pakistano Usman Rana, e prima di rendersene conto, viene coinvolto nel pericoloso e sinistro mondo del fanatismo religioso e degli intrighi politici.

L'ultimo film di Travis dopo alcuni esordi non proprio gratificanti e un paio di film azzeccati, trova qui di nuovo nell'indi e nella produzione low-budget, i canoni e i criteri per sviluppare il suo ultimo poliziesco quasi tutto in esterni per i quartieri di Londra.
Un'opera artigianale, un noir con un'atmosfera cupa e contemporanea dove il nostro improvvisato investigatore deve in due ore di film risolvere un caso di quelli scomodi e con intenti politici alle spalle e una corruzione che come sempre abbraccia parte delle proprie amicizie.
Il risultato è una regia tecnicamente mediocre che cerca di inquadrare al meglio le mille sfumature in cui il film s'addentra quando più si avvicina al climax. Una fotografia che cerca di fare il possibile senza colpi di genio ma con quei rallenty forzati e cambi di luce repentini anche se lavora con due colori freddi molto accesi per quasi tutto l'arco della narrazione. Un finale abbastanza scontato e un manipolo di attori che cercano di fare il possibile con Riz Ahmed in un ruolo da protagonista, non facile, ma che cerca di convincere il più possibile.
Interessi, capitali, amicizie, tutto piano piano emerge nel film, con i flussi di ricordi e i tasselli che si incastrano con una facilità disarmante accompagnati da una colonna sonora a tratti interessante.
Basato sul romanzo omonimo del co-sceneggiatore Patrick Neate, il film è un ritratto unico di una Londra contemporanea narrata come una brulicante metropoli multiculturale dove nulla è come sembra. Nel finale pur avendo alti e bassi soprattutto legati al ritmo e alcuni dialoghi della sceneggiatura, avrebbe forse giovato qualche colpo di scena in più e un secondo atto più sintentico.