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domenica 10 settembre 2017

Knuckle

Titolo: Knuckle
Regia: Ian Palmer
Anno: 2011
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Un epico viaggio, di ben dodici anni, nel mondo brutale e misterioso dei viaggiatori irlandesi di combattimento a mani nude (Irish Traveler bare-knuckle fighting). Questo film racconta la storia di faide violente tra clan rivali.

Davvero suggestivo, originale, atipico e notevole questo documentario dello stesso Palmer, lottatore protagonista e regista della vicenda. Narra in poche parole una sorta di faida che continua ad andare avanti da dodici anni e che vede in mezzo tre clan e una sola guerra di fatto incentrata per la reputazione e l'onore della Famiglia.
Lo stile di Palmer è asciutto e sintetico. Ci sono tanti dialoghi e momenti di faide con veri e propri litigi per arrivare anche e soprattutto a mostrare gli scontri ed è a questo proposito interessante notare in questi casi come la velocità con cui si concluda un incontro a mani nude lascia basiti se si pensa a quanto invece il cinema e la tv ci mostrano combattimenti lunghissimi ma qui la realtà è ben altra, quella reale e senza trucchi e fronzoli.
Qui c'è sangue, sporco, onore, rispetto, regole, lividi, facce ingrugnite, fight club, tutto vissuto in prima persona dal regista e dalla tropue che stava con lui a seguirlo e riprendere nel corso dei dodici anni i fatti e le vicende più importanti.
Un documentario davvero pieno di ritmo e di risorse che non abbassa mai la testa ma pur ripetendosi in alcuni momenti con le presunte e velate minacce di Tizio nei confronti di Caio, riesce comunque sempre ad essere concitato e con una galleria di persone reali votate al combattimento che sembrano usciti da una westland primitiva e selvaggia.

Un documentario davvero fuori dagli schemi che passa in streaming e su Netflix come una scheggia impazzita per raccontare una storia che più vera non si può facendo capire come questo Palmer quando non si curava i taglie e le ferite, passava il resto del tempo a lavorare per dare al mondo prova di quanto stessero facendo in Irlanda. Ci ha messo dodici anni ma il risultato toglie il fiato.

domenica 3 settembre 2017

Michael Moore in TrumpLand

Titolo: Michael Moore in TrumpLand
Regia: Michael Moore
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario è la ripresa dal vivo di uno degli show tenuti da Michael Moore in Ohio nelle ultime settimane, durante i quali ha cercato di "incontrare a metà strada" l'elettorato di Donald Trump in uno degli stati più conservatori del Midwest americano. La performance è stata ripresa nel Murphy Theatre di Wilmington, Ohio, nella contea di Clinton, dove ci sono 25mila votanti registrati e solamente 500 di questi sono democratici. Da qui il titolo del film: più che alludere al candidato repubblicano, "TrumpLand" indica esattamente i luoghi visitati da Moore, la terra di Trump.

"Lo so, oggi Donald Trump è la molotov umana che siete pronti a lanciare contro il sistema. Volete trasformare l'8 novembre nel più grande "Fuck Off day" della storia: e forse vi sentirete benissimo il 9. Un po' meno la settimana dopo. Ed entro un mese farete come gli inglesi dopo Brexit: raccoglierete firme per chiedere di tornare indietro. Quando sarà troppo tardi".
Più che un documentario, TrumpLand è un monologo, un docu-show, dall'inzio alla fine in cui il regista da sempre schierato vomita senza sosta un monologo teatrale di '72 contro i sostenitori di Trump e i democratici riluttanti appoggiando senza riserve la candidata democratica.
Ci sono tanti argomenti e tante aree di scontro, alcune interessanti attuali e che condivido con altre che ho trovato forse un po troppo frettolose e con quell'ironia di fondo che non riesce ad essere così intellettualmente stimolante e pungente anche per uno dal talento di Moore che da sempre si è imposto come documentarista scoperchiando temi e vicende socialmente ed economicamente rilevanti.
Il monologo è stato registrato ovviamente prima delle elezioni presidenziali e i fatti successivi li conosciamo tutti, quindi vuol dire che nemmeno Moore c'è l'ha fatta o forse invece è riuscito a far cambiare idea a qualche migliaio di persone che di certo non sono bastate a togliere la vittoria all'attuale presidente degli Stati Uniti d'America.
Moore come sempre non ha provocato con le parole ma con la scelta della location, lo stato e la forma con cui ha dato vita a questo docu-show. Infatti quel martedì mattina prima delle elezioni, a sorpresa il regista ha invitato il suo pubblico all'Ifc Center di New York, il celebre cinema d'essai sulla Sesta Avenue a pochi passi dalla New York University, offrendo biglietti gratis per i primi arrivati. Una proposta che ha subito scatenato il popolo di Moore: che già alle 4 del pomeriggio ha dato il via a un lungo serpentone che 5 ore dopo, ad apertura del botteghino, affollava la vicina West 4 Street e girava su per Cornelia mentre davanti al cinema la folla si accalcava davanti a un Trump di cartapesta pronto a leggere il futuro con frasi lapidarie come "I don't care of Obamacare", me ne frego della riforma sanitaria di Obama.
Girato due settimane fa in due serate a Wilmington, Ohio - uno di quegli ex stati operai del Midwest dove oggi Trump è fortissimo, Moore riesce con una formula di botta e risposta a dare vita e valore ad una cronologia di temi e attuali conseguenze che il nuovo presidente approverebbe senza la minima esitazione e così dalla riforma Obama, alle guerre di conquista, ad aumentare i poteri alle lobby delle industrie delle armi, al me ne frego del G20 e degli accordi ambientali, vediamo una dopo l'altra alcune scelte e profezie che forse nessuno pensava potessero attualizzarsi.




Marvel: 75 Years, From Pulp to Pop!

Titolo: Marvel: 75 Years, From Pulp to Pop!
Regia: Zak Knutson
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Vivi un viaggio emozionante attraverso i 75 anni di storia della Marvel, dalle sue umili origini come Timely Comics nel 1939 alla nascita di The Marvel Age nel 1960 per arrivare ai blockbuster del cinema di oggi. Condotto da Emily VanCamp per ABC Television Network…

Il documentario di '40 sceneggiato da Laura Shields non è proprio emozionante ma inseriesce alcune news e approfondimenti sull'universo Marvel partendo dalla nascita agli ultimi anni quando ormai è stata inglobata dalla Disney ed è diventata una costola importante di una grande multinazionale. Knutson invece è quel simpaticone che segue in tutto e per tutto il suo maestro e mentore ovvero Kevin Smith in documentari divertenti come KEVIN SMITH: TOO FAT FOR 40 oppure KEVIN SMITH: SOLD OUT - A THREEVENING WITH KEVIN SMITH o ancora KEVIN SMITH: BURN IN HELL.
Ad essere intervistati poi abbiamo attori, registi e artisti come Stan Lee, Todd McFarlane, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson, Joss Whedon, Chris Evans, Chris Pratt e molti altri ancora in cui soprattutto gli attori sembrano disarmati e parlano di questa macchina produttiva come di una sorta di pantheon che gli ha consacrati come divinità per una grossa parte di fan e che speriamo vengano anche dimenticati facilmente quando si esaurirà questo fenomeno per molti aspetti esasperato all'ennesima potenza con un merchandising che ha letteralmente devastato la nostra società.

Tutto questo per dire che il 2014 segna il 75° anniversario della casa delle Idee, l’epicentro delle celebrazioni in cui la ABC trasmetterà questo speciale che ripercorrerà la storia della Marvel dalla sua genesi fino ai giorni nostri, con interviste esclusive ai protagonisti della sua storia.  

sabato 2 settembre 2017

Océans, le mystère plastique

Titolo: Océans, le mystère plastique
Regia: Vincent Perazio
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 3/5

Solo l'1% della plastica che fluttua negli oceani raggiunge le coste o rimane intrappolata nei ghiacci artici. Del restante 99%, stimato intorno a centinaia di migliaia di tonnellate, si sa ancora troppo poco. Una sorta di buco nero che lascia intravedere un dramma ecologico.
Non essendo biodegradabile, la plastica non scompare, semplicemente si rompe in microparticelle tossiche, in gran parte invisibili all'occhio umano. Tale processo di trasformazione sta dando vita a un nuovo ecosistema: la plastisfera.
Si affaccia così, sempre più urgente, la necessità di indagare il fenomeno e le sue conseguenze: dove si trovano queste particelle? Ingerite dagli organismi o depositate sul fondo marino? E qual è il loro impatto sulla catena alimentare?

Abbiamo attaccato il tumore persino ai pesci.
Questa è solo una delle tante informazioni, dei dati raccolti grazie a lavori di ricerca che proseguono negli oceani e sotto gli oceani da ormai decine di anni da parte di equipe di scienziati, medici, biologi e tutti gli altri professionisti del settore.
Ognuno sceglie la materia e il compito su cui svolgere e raccogliere i suoi dati.
Quella della plastica, una realtà che ormai è diventata insostenibile soprattutto nei mari e negli oceani con un silenzio inquietante da parte dei media, diventa materia apocalittica in questo documentario girato dal giovane regista francese appassionato di temi ambientali.
La domanda con cui Perazio apre il documentario è scioccante.
Dai dati che emergono sarebbe la plastica a cambiare ecosistema marino.
Le correnti hanno sconvolto tutto e ora parte degli oceani, così come le alghe e i plancton, i rifiuti di plastica, sono ovunque, dall'Artico all'Antartide attraverso i mari tropicali.
Dalle stime fatte finora sembra che diversi studi concordino sul fatto che quasi 50 miliardi di pezzi di plastica inquinano gli oceani. Dalle molte teorie, alcune come quelle che segnalavo all'inizio, la maggior parte, sembra sostenere che venga ingerito dagli organismi marini, di fatto trasformando la plastica in qualcosa di invisibile.

I prossimi anni, forse sarannoa ncora più inquietanti o chissà magari daranno risultati su qualche possibilità di speranza anche se la maggior parte degli intervistati sembra scettico e cinico.

martedì 27 giugno 2017

Machines

Titolo: Machines
Regia: Rahul Jain
Anno: 2017
Paese: India
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 5/5

Attraverso i corridoi e gli spazi di un'enorme e disorientante struttura, il regista Rahul Jain ci conduce in una discesa verso un luogo di stenti e di lavoro fisico disumanizzante. Si tratta di una delle maggiori fabbriche tessili dello stato indiano di Gujarat, la cui area di Sachin fin dagli anni Sessanta è stata oggetto di un'industrializzazione senza precedenti e non regolamentata.

Machines è un'esperienza unica e dolorosa. Il film più impressionante dell'ultima edizione del Festival di Cinemambiente. Un'opera solida e matura. Un urlo disperato verso quello che è l'ennesimo esempio di super industrializzazione, di lavoro fuori da ogni schema e comprensione. Orari che vanno oltre la logica umana e la disumanizzazione della forza lavoro e di qualsivoglia tipo di diritto.
Machines è l'opera prima di Rahul Jain, cresciuto in India e laureato al California Institute of The Arts in Film and Video. Sempre al CalArts studia estetica e politica. Machines, primo lungometraggio, è presentato all'IDFA e al Sundance Film Festival, dove riceve il premio speciale della Giuria per la miglior fotografia.
All'interno del documentario e delle aziende la camera procede scovando operai che dormono tra una pausa e l'altra, fumi che rendono nebulosa la vista di ogni minimo dettaglio, macchinari che sembrabno logorati dal tempo e di una pericolosità incredibile. Uomini, donne,bambini, disabili, tutti lavorano in queste immense fabbriche della morte dove scopriamo il lavoro incessante che sta dietro i vestiti che spesso indossiamo. Conosciamo l'esperienza di un lavoratore che per fare tre lavori a stento riesce a dar da mangiare alla famiglia spostandosi da una zona all'altra del paese e che per lui ha solo qualche rupia per comprarsi del tabacco da masticare per sopravvivere a dei turni infiniti. Facciamo anche la conoscenza dei suddetti padroni e della loro burocrazia e la loro spiegazione di come loro stessi diventano padroni e carnefici e del perchè non esiste nessun sindacato dal momento che forse nessuno lo vorrebbe.
Machines mostra la complessità della dura e spietata macchina capitalista, una storia di disuguaglianza che purtroppo anche la globalizzazione ha ampliato portandola in alcuni casi, come questo ma gli esempi sarebbero tanti e doverosi, di sfruttamento, di oppressione e di incapacità di un paese e di un sistema di potersi ribellare in cui ancora ad oggi tutto sembra sempre più immutabile e senza speranza con un divario purtroppo ancora più incolmabile tra poveri e ricchi.
Ad un tratto parla un bambino. Il suo obbiettivo è imparare in fretta a saper usare più macchinari possibili. Se da piccolo impara senza fare errori allora da grande diventerà un responsabile o un operaio specializzato. Questo è il sogno indiano della maggior parte dei bambini senza rendersi conto o domandarsi se è giusto o meno un modello economico e di sviluppo di questo tipo.

In tutto questo ovviamente le famiglie non esistono o sono una diretta conseguenza delle scelte dei figli che devono mantenere il nucleo.

giovedì 15 giugno 2017

Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



martedì 11 aprile 2017

Fourth Phase

Titolo: Fourth Phase
Regia: Jon Klaczkiewicz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Acrobazie spettacolari, salti nel vuoto, volteggi sulle vette innevate delle montagne del Giappone e dell’Alaska. È il viaggio di Travis Rice, il leggendario snowboarder che ha percorso 26mila chilometri alla ricerca della quarta fase dell’acqua. “The Fourth Phase”, il documentario che sarà presentato in anteprima mondiale su Red Bull Tv il 2 ottobre, racconta la storia dell’iconico rider verso i favolosi paesaggi del nord Pacifico scoprendo molto più che una terra immacolata e sconosciuta.

The Fourth Phase è un'esperienza diretta, un documentario che nasce da un incontro tra Travis Rice e il professore di bioingegneria Gerald Pollack, secondo il quale non esistono solo tre fasi dell'acqua (stato solido, liquido e gassoso). Esiste una quarta fase di transizione tra l’acqua e il ghiaccio in cui l’H2O si trasforma in structured water (liquid crystal), tipica ad esempio nello scioglimento dei ghiacciai. Rice così decide di percorrere 26 km per seguire il ciclo idrologico dell’acqua nel Nord Pacifico, dove neve e ghiaccio formano paesaggi da sogno. In realtà la sfida tra Rice e Pollack è solo la miccia per far scattare la scintilla magica delle acrobazie con cui il noto rider ci mostra tutte le sue performance spettacolari giù dalle montagne.
Iniziato nel 2013 e girato interamente in 4K o Ultra HD, The Fourth Phase crea un nuovo mix artistico di azione, storia e cinematografia per dare vita a qualcosa di incredibile su cui negli ultimi anni soprattutto la Red Bull Media House, leader indiscussa, sta premendo parecchio facendo uscire molti titoli davvero interessanti e spettacolari. Il risultato è un film che si rivolge a chiunque sia affascinato dall’avventura, dal mondo della natura, in altre parole dalla vita.
Il film è stato realizzato dagli stessi creatori di ART OF FLIGHT.
«La premessa su cui si basa questo eccezionale viaggio è che, per conoscere e comprendere davvero qualcosa, devi diventarne parte», ha detto Travis Rice.



giovedì 23 marzo 2017

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


lunedì 6 marzo 2017

Robinù

Titolo: Robinù
Regia: Michele Santoro
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un mondo di soldati bambini che imparano a sparare a 15 anni, a 20 sono killer professionisti e talvolta non arrivano ai 30. Michele Santoro li incontra e li fa parlare. Ma non si trovano, come si potrebbe pensare, in qualche area del continente africano. Vivono e combattono una guerra, che è arrivata a contare fino a 80 morti, nelle vie e nei vicoli di Napoli.

Ormai il cinema d'inchiesta non viene solo più fatto da registi ma anche da ex politici e giornalisti.
La critica più grossa che si può muovere a Santoro è lo scarso lavoro sugli intenti e sugli obbiettivi che il documentario si pone. Sembra una videocamera che in alcuni momenti di nascosto filma dialoghi e monologhi a caso nei quartieri spagnoli di Napoli, in cui gli stessi intervistati spesso e volentieri risultano spiazzati, alcuni presi alla sprovvista mentre altri semplicemente non capiscono se sia una cosa seria o interviste che magari non verranno nemmeno trasmesse.
Il (macro)cosmo napoletano della paranza dei bambini quel fenomeno che ha fatto si che la camorra, soprattutto in zone centrali di Napoli, continui le sue faide armando minorenni e distruggendo famiglie e quartieri interi ha dalla sua alcune scoperte e volti che si imprimono nella psiche dello spettatore con una forza e una violenza tremenda.
Vengono intervistate tante famiglie, tante persone, tante storie narrate con l’occhio investigativo da inchiesta e con il giusto tempo filmico affinché vengano esplicate per bene le condizioni dei ragazzi, la cui unica sfortuna è quella di vivere in quei territori. Viene raccontato tutto, dal mondo che li attornia fin dalla nascita, a come vengono attratti dal sistema e fino alla loro incarcerazione, per i più fortunati che sono in carcere e che hanno la possibilità di replica.
Le riprese attraversano le case, i quartieri ma soprattutto entrare dentro Poggioreale per scoprire la storia di Michele, un ragazzo che va per la sua strada, non appartiene a nessuna fazione, vuole una propria paranza, riceve lettere d’amore dalle ragazze in visibilio per lui, incosciente, sarcastico, sopportando il carcere con disinvoltura sapendo che la sua unica strada è quella.
L'unica vera domanda e riposta che il documentario ottiene è anche quella che fa più male, lascia perplessi e lascia la domanda aperta in questo caso alle istituzioni, su cosa vogliano fare.
Tutti i ragazzi ribadiscono la stessa cosa e il dato è davvero inquietante. Il primo a dirlo manco a farlo apposta è proprio Michele.Ma che futuro può avere un ragazzo incarcerato a 17 anni, che se va bene esce a 40 anni, quando l’unica cosa che ha conosciuto è la malavita, come si spaccia, l’estorsione e la prostituzione? Quale futuro gli si propone se in carcere non vengono avviati alcuni programmi di recupero, scolastico o di rieducazione? "Dentro il carcere non avviene nulla e quando usciremo saremo ancora più cattivi "
Questa frase e questa immagine dolorante dovrebbe far riflettere e cercare in qualche modo di porre un rimedio o almeno sperare che in futuro qualcuno riprenda in mano la situazione cercando di investire proprio all'interno delle carceri. Robinù così viene chiamato Michele dal padre, rubava ai ricchi per dare ai poveri, insegnando tra l'altro che proprio in quelle zone nessuno dei baby aspiranti boss mostra di aver avuto bisogno dei personaggi della fiction per desiderare di entrare nel mondo della criminalità più o meno organizzata come dice GOMORRA e i libri di Saviano.
Robinù è una tragedia in corso quotidiana, un'emergenza che non si vuole vedere, un documentario sporco, disorientante, segno di un’esperienza non collaudata e pure girato con una certa fretta.



mercoledì 15 febbraio 2017

Into the Inferno

Titolo: Into the Inferno
Regia: Werner Herzog
Anno: 2016
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Werner Herzog per i vulcani, cinematograficamente parlando, risale al documentario "La Soufriére" del lontano 1977, e non è mai diminuita. Into the inferno è una summa delle sue varie riprese attraverso il mondo - dall'Australia all'Indonesia, dalla Corea del Nord all'Islanda - alla ricerca dei vulcani più impressionanti del mondo, raccontati non solo nella loro valenza scientifica, ma soprattutto nella loro dimensione magica, e nella loro straordinaria capacità di informare la visione del mondo delle comunità circostanti.

Si tratta della cosiddetta catastrofe di Toba, l’esplosione di un supervulcano indonesiano avvenuta tra 70 e 80mila anni fa. Fu un evento davvero catastrofico, probabilmente il più potente degli ultimi 500mila anni, di cui è testimonianza diretta un enorme cratere di oltre 100 chilometri di diametro, visibile dallo Spazio, e i sedimenti di polvere e pomice con la stessa datazione rinvenuti in India e persino in Africa orientale. Le conseguenze dell’eruzione non sono state accertate con sicurezza: secondo alcuni, l’evento fu così forte da spazzare via quasi del tutto la specie umana, lasciando in vita solo poche centinaia di persone.
Comunque siano andate le cose, la nostra specie è ancora qui, ancora viva, il che la dice lunga sulla resilienza dell’essere umano e sulla nostra estrema adattabilità. Per quanto riguarda il futuro, è ipotizzabile pensare che un evento del genere, prima o poi, si ripeta. Naturalmente, la probabilità è molto bassa. Ed è difficile stimare quando succederà – potrebbero passare altri 100mila anni – e quali sono le zone vulcaniche che più probabilmente ne saranno coinvolte”. Oppenheimer
Clive Oppenheimer che però non c'entra nulla con il regista di ACT OF KILLING, è il narratore di questa nuova avventura del famoso e poliedrico artista tedesco.
Sono anni ormai che ringrazio Werner per darmi la possibilità di scoprire le più desolate e inimmaginabili aree geografiche nascoste al mondo e ai cittadini mortali per scoprire così qualcosa di nuovo e magico.
Ecco è proprio la magia quella che l'autore riesce sempre a far scaturire dai suoi lavori mettendo al centro la natura e le immagini e lasciando che siano loro a parlare senza interrompere questo straordinario disegno che piano piano si sta cancellando dalla nostra memoria per lasciare spazio a frame e pixel che mostrano una società e una natura sempre più "liquida".
In questo modo possiamo osservare assieme al regista come spettatori e scoprire così assieme a lui, una guida sacra in territori inesplorati, un Virgilio che riponde proprio al nome del famoso vulcanologo citato prima e che non a caso ci accompagna nel viaggio nell'inferno come il titolo.
I vulcani poi da sempre sono stati qualcosa che ha appassionato il documentarista e allo stesso modo la loro natura e la loro furia sono da sempre tra gli spettacoli più maestosi e imponenti che la natura ci abbia dato modo di osservare e temere. Il documentario si apre in chiave interpretativa ad un messaggio globale sempre attuale e importante. Negli ultimi anni le catastrofi e i disastri ambientali stanno diventando argomenti a cui non si presta quasi più attenzione. Da questo punto di vista i vulcani sono dei termometri perfetti misurando lo stato di salute del pianeta. L'opera diventa allora un percorso di spiritualità antropologicamente molto interessante come le leggende narrate dagli indigeni su cosa rappresenti nel loro immaginario il vulcano.
Se la lava "esprime la rabbia dei diavoli" diventando il sangue del pianeta allora la valenza simbolica attribuita a questi fenomeni può diventare un sistema simbolico organizzatore di senso,una cosmologia perfetta e allo stesso tempo un segnale con caratteri divini.
Immagini nitide, scioccanti, alcune di repertorio, di certo nessuna "modificata" con la cg, dimostrano la passione inesauribile di un ultrasettantenne che apparentemenete non sembra aver paura di niente.
Dai più strani, giganteschi e leggendari del mondo, veniamo catapultati in Indonesia, nella Corea del Nord, passando per le montagne di Islanda ed Etiopia. Ovviamente come tutti i lavori del regista non manca una parte che introduce e spiega l’aspetto scientifico della questione come dicevo raccontando l’antichissimo legame tra vulcani, mitologia e spiritualità.

"E sono tornato a occuparmi di vulcani, stavolta per sempre. Ma non solo in senso stretto: mi interessa come la vulcanologia si interfaccia con archeologia, matematica, fisica, biologia, storia”. Oppenheimer

venerdì 10 febbraio 2017

Porno & Libertà

Titolo: Porno & Libertà
Regia: Carmine Amoroso
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

E'un oggetto indeterminato Porno e libertà, il documentario di Carmine Amoroso che getta uno sguardo sommario sull'Italia degli anni Settanta e sulla genesi del porno nostrano, dai giornali allo schermo, dalla censura all'elezione di Ilona Staller, la prima porno diva a diventare membro del Parlamento. Lo è perché affronta la liberazione sessuale e la caduta di ogni velo sul sesso senza interrogarsi troppo sul desiderio, sulla complessità del desiderio e su quanto abbia giovato al desiderio la 'contestazione' avviata col '68. Lo è ancora perché anacronistico, isolato, separato. Concentrato su un'epoca e un gesto di rottura, morale, politica e sociale, che sperimentò la pornografia e la circolazione di prodotti pornografici, Porno e libertà non riesce a stabilire un dialogo col presente.

Suona come qualcosa di datato, antico, che ha fatto il suo tempo il documentario di Amoroso.
Però non è così. Infatti pur essendo ovviamente un excursus negli anni in cui sviluppa e concentra maggiormente le tematiche, il documentario a parte essere confuso nella strada da prendere, parte più di una volta su una tangente per poi finire in tutt'altri luoghi. Allo stesso tempo nonostante i limiti si scoprono un sacco di cose. Anzichè leggere libri di storia sul tema della nascita del porno in Italia (che comunque gioverebbero), per chi preferisce la settima arte in 90' si rimane piacevolmente sorpresi. Come ad esempio scoprire che in Italia è stato girato il primo film porno. Sarà vero? In caso aumenterebbe la mole di primati del nostro paese.
Il problema del documentario è legato allo sdoganamento. Per troppi minuti e con troppi ospiti si parla del problema dei tabooe e della censura.

Tutti ma soprattutto Amoroso, vuole per forza sdoganare il porno in Italia in modo spesso gratuito o fine a se stesso. Ho sempre pensato che chi voglia vedersi i porno è libero di farlo. Certo a metà degli anni'60 non era così facile, mancava la rete, però le occasioni c'erano e di fatto si faceva l'amore molto di più di oggi o meglio il senso pudico aveva delle ragioni che oggi sembrano ormai dover essere sovvertite per strani totem consumistici e per soddisfare infine i piaceri trasformando l'eros in una consumazione di corpi.

David Bowie-The last five years

Titolo: David Bowie-The last five years
Regia: Francis Whately
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Tramite le interviste ad alcuni dei più vicini collaboratori del musicista, “David Bowie: The Last Five Years” si pone l’obiettivo di tracciare un ritratto inedito che racconti il suo lato più intimo e umano, oltre ad un tipo di coerenza presente in tutta la sua carriera ma forse non così facilmente individuabile, viste la tante trasformazioni e i tanti personaggi scelti da Bowie nei suoi album.

Un documentario su David Bowie merita di essere visto per chi ha amato il poliedrico artista.
Un documentario però dovrebbe anche essere coerente con il titolo e concentrare l'arco della narrazione solo sugli ultimi anni della vita dell'artista e soprattutto il diario, di chi era con lui soprattutto, dell'ultimo infinito e importante tour dell'artista.
Una personalità multisfaccettata che non ha bisogno di presentazioni ma una cosa mi ha lasciato basito ed è la profonda umiltà e il suo coraggio.
Bowie ha sempre fatto quello che gli pare ottendendo lo stesso successo.
Questo deve (dovrebbe) essere d'insegnamento per le nuove generazioni. Non so se fosse uno dei suoi obbiettivi, di fatto non lo pronuncia mai, ma è quanto emerge da tanti suoi discorsi.
Il documentario dunque approfondisce la realizzazione degli ultimi due dischi “Blackstar” e “The Next Day” e del musical “Lazarus”. Nel racconto e nelle interviste inedite dei suoi collaboratori, scopriamo un'intimità e un'umanità che il Duca ha sempre in un certo qual modo nascosto o meglio non spiattellato così ai media, facendo custodia di un importante elemento ovvero di come sia importante la privacy e la serietà nel proprio lavoro.
E poi ovviamente la musica, i video dei primissimi anni e le sue performance fanno e dicono tutto il resto.


venerdì 13 gennaio 2017

Before the Flood

Titolo: Before the Flood
Regia: Fisher Stevens
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L'attore premio oscar Leonardo DiCaprio, attivista ecologista e messaggero di pace delle Nazioni Unite, intervista persone che provengono da nazioni sviluppate o in via di sviluppo per fare il punto su ciò che può rendere le istituzioni ecocompatibili. Il documentario, prodotto anche da Martin Scorsese, vuole dimostrare come la società può impedire la scomparsa delle specie in via di estinzione, la distruzione degli ecosistemi e l'eliminazione delle comunità indigene.

I documentari che trattano l'argomento dell'impatto ambientale, del riscaldamento globale, dell'inquinamento e in generale dei cambiamenti climatici sono davvero tanti e la maggior parte piuttosto esaustivi.
Ora probabilmente Before the Flood sarà il più visto di quest'anno, vista la presenza della star.
Leo gira in diversi continenti confrontandosi con personalità politiche, quasi tutte americane e quasi tutti ex-presidenti, per cercare di sensibilizzare loro e più precisamente l'opinione pubblica.
Il risultato? Nessuno, solamente avvicinare gente di solito disinteressata a queste problematiche.
Before the Flood è interessante, mostra più di quello che deve senza però approfondire di fatto nulla a differenza di altri documentari, ad esempio quelli in programma al festival di Cinemambiente, dove focalizzando un problema si provano a trovare soluzioni oltre che dare un quadro esaustivo.
In questo caso i temi e i problemi sono noti, il documentario soprattutto verso il finale sembra concentrarsi su Leo e la sua storia come attivista (che lascia il tempo che trova...) passando di pali in frasca da un'intervista a quando era più giovane fino all'impegno all'interno delle Nazioni Unite.
E poi forse la domanda più grande è questa: gli accordi di Parigi secondo voi verranno rispettati?
Credo proprio di no come d'altronde hanno sempre dimostrato la maggior parte dei governi.
Quindi se siete persone interessate all’argomento, questo documentario non vi svelerà, come dicevo, niente che non sappiate già. L’unica differenza tra questo e decine di altri documentari simili è la presenza come protagonista di Leonardo Di Caprio, che non si limita quindi al solo ruolo di produttore.

Alla fine ciò che differenzia questo documentario è forse la sua vena pessimistica, il voler porre più l’accento sul lato sociale, economico e politico piuttosto che su quello etico e scientifico e la presenza di ospiti di eccezione come l'ex-presidente degli stati uniti Barack Obama e papa Francesco. Per il resto come già detto questo documentario non riesce a colpire con efficacia. E' anche vero che se grazie alla star il pubblico e l'interesse aumenta allora forse questo motivo giustifica le scelte d'intenti.

martedì 13 dicembre 2016

Solengo

Titolo: Solengo
Regia: Alessio Rigo De Righi, Matteo Zoppis
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una località di campagna un gruppo di anziani evoca la vita di Mario de Marcella, un eremita che viveva nei boschi circostanti. Le vivaci discussioni che seguono sono spesso contrastanti. L’eremita, noto come “il solengo” il cinghiale solitario, ha deciso di vivere fuori dal branco.

Il solengo è da tutti paragonato al maschio del cinghiale che vive lontano dal gruppo in solitario.
Ed è proprio così. Mario è un uomo difficile, diffidente e scontroso che preferisce le bestie alle persone e non ama interagire con gli altri. Gli secca pure di salutare le persone e infatti non lo fa, attirando ire e sguardi diffidenti. E'interessante scoprire che esistono persone che decidono di vivere nella società e allo stesso tempo fuori dalla società. La coppia di registi italo-americana continua una ricerca grazie al documentario (tra l'altro vincitore come miglior documentario del TFF 32) in spazi e luoghi desolati come in questo caso la Tuscia, una zona un tempo popolata dagli Etruschi.
E proprio questa incantevole e ostica location, una terra senza tempo, arcaica e primitiva che sembra piano piano scomparire come coloro che la abitano, contadini e cacciatori sempre in gruppo e sempre a testimoniare la loro diffidenza con i forestieri pensando invece al Solengo come un tipo diverso e forse solo un po strambo.
Tutti dicono di aver visto e sentito storie come nella profetica battuta detta durante tutto il mockumentary da quasi tutte le comparse“così dicono, eh, io non lo so”
Figlio di fattucchiera che annunciava apocalissi, forse assassina forse no, la madre di Mario aveva ucciso il padre in un raptus perché questi era sempre ubriaco. Il bambino sembra forse nato in carcere dove la madre scontava la pena o comunque cresciuto in quell’ambiente nei suoi primi anni di vita, scorbutico e anche violento, asociale, ora folle ora incompreso, più a suo agio con la natura che con i suoi simili, sembra addirittura essere stato un figlio illegittimo.
La complessità dell'infanzia, dei traumi e dei ricordi, la gravidanza non voluta, la vita solitaria, l'amore per la natura e tanto altro ancora sono gli strumenti per cercare di comprendere la natura selvaggia e misteriosa di Mario de Marcella.



martedì 8 novembre 2016

Paris, Dabar

Titolo: Paris, Dabar
Regia: Paolo Angelini
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nel 2000 un gruppo di amici organizzò una maratona alcolica coinvolgendo i quattro bar del quartiere Pratello, a Bologna. Per quattro ore i 44 partecipanti percorsero una via crucis di bar in bar seguendo un regolamento austero: chi beve di più vince, ma il premio, segreto, per alcuni potrebbe essere una punizione.

Il film di Angelini è un'opera amatoriale girata con gli attori del posto, interpreti stessi della storia o meglio della sfida alcolica che si apprestano a fare. Quasi un documentario, un road movie bar to bar che insegue tra dialoghi e passaggi sconclusionati le gesta e gli intenti che muovono chi per un motivo chi per un altro questo manipolo di alcolisti. Il film ha un limite in una messa in scena troppo amatoriale e soprattutto nella povertà di immagini che difatti diventa verso la metà del docu-film abbastanza monotono e noioso.
Il lavoro di Angelini segue in particolare la storia e le vicissitudini di 10 protagonisti, chi alcolizzato, chi violento nei confronti della fidanzata, chi depresso, cercando di inquadrare diverse sfaccettature di un malessere che degenererà con una velocità impressionante.
Non c'è molto altro da dire sul film. Quattro bar. Ogni tappa, un bicchiere. Ogni bicchiere, un tot di punti. Vincerà chi, in quattro ore, riuscirà a totalizzare più punti o, molto più realisticamente, a rimanere in piedi.

Il progetto, interamente realizzato in digitale nel 2000 trova un produttore che lo riversa su pellicola e ne organizza la distribuzione nel 2003 con tutti i problemi di merchandising che un film del genere può purtroppo comportare, e vince il premio venga pellicola miglior alla Triennale di Milano. 

domenica 23 ottobre 2016

Audrie and Daisy

Titolo: Audrie and Daisy
Regia: Cohen Bonni
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il documentario documenta le storie di Audrie Pott e Daisy Coleman, due ragazze che sono state violentate nel 2012, all'età di quindici anni, da parte di compagni delle scuole superiori. Il film analizza non solo i dettagli di entrambi i casi, ma si concentra anche sulle conseguenze brutali per entrambe le ragazze che successivamente sono divenute vittime di bullismo e di umiliazioni sia dagli altri studenti che dai membri della comunità.

La cultura del silenzio. Audrie and Daisy è un documentario interessante, incisivo, attuale e psicologicamente con diversi motivi per cui andrebbe valutato se usarlo come strumento per informare e cercare di coinvolgere gli adolescenti.
Sono storie dure, e purtroppo su cui non si cerca quasi mai di parlare preferendo rimuovere o credere di esserselo meritato. Le interviste sono dolorose e angoscianti soprattutto quando il fratello della vittima scopre che è stato proprio il suo miglior amico ad abusare della sorella assieme ad altri amici. In tutto questo i dialoghi sono incisivi, le storie drammatiche e dolorose, le quali insegnano a riprendere il mano il coraggio e di non mollare come capita spesso ricorrendo al suicidio.
Il documentario indaga e prende sotto esame anche un problema ancora più attuale che si spera trovi presto una soluzione come quello legato ad un sistema legale che fatica a perseguire questa tipologia di casi spesso per mancanza di prove evidenti o perchè non si riesce ad agganciare le vittime. Allo stesso tempo e con minor tenacia vengono attaccati anche i social media soprattutto per quanto concerne il cyber-bullismo e il rifiuto da parte di una comunità di credere che possano accadere fatti del genere dietro l'angolo di casa.



venerdì 23 settembre 2016

Need for Meat

Titolo: Need for Meat
Regia: Marijin Frank
anno: 2015
Paese: Olanda
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 4/5

Marijin, diventata madre da poco, cerca di capire da dove provengano l’attrazione e la repulsione che prova per la carne e come sia possibile dimenticare che la fetta di carne che finisce nel suo piatto sia stata un essere vivente.

Da circa dieci anni pensavo a questo documentario. Mia madre era vegetariana, ma io ho iniziato a mangiare carne da piccola ‘costringendo’ la mia famiglia a cambiare. Ho provato più volte a tornare vegetariana senza mai riuscirci. Quando è nata mia figlia Sally ho deciso che era venuto il momento per una riflessione più approfondita e ho scelto di raccontare la mia esperienza individuale perché ritenevo più facile poterla rendere universale”
Ci sono alcune scene molti forti in questo interessante documentario della regista e protagonista olandese. Come ad esempio quando impara al mattatoio a uccidere le mucche con un colpo solo per evitare di farle soffrire. Una tecnica che vista dagli occhi del suo mentore è qualcosa che và oltre la semplice catena di montaggio.
Una scena impressionante che non può suscitare un certo disgusto e un'inquietante consapevolezza su come ormai la società pur di rispondere al fabbisogno carnivoro dei consumatori, tratti con sempre più distacco un momento così cruciale come la morte di un animale.
Sono tante le questioni che la neo mamma affronta mettendosi in prima persona per cercare di capire da dove arrivi un'assuefazione così grossa che ha dell'incredibile quando si sottopone ad un test celebrale e scopre che il desiderio della carne è spesso superiore a quello per il sesso.
Ed è come per molti documentari del festival, che continua ad essere sempre più interessante in tutte le sue diversificate forme e temi che tratta, che si indaga prendendo studiosi, terapisti, neurologi, chef, per finire con le ricette vegane della figlia che sembra una delle uniche non alienate sul concetto su cui si dipanano gli intenti del documentario.
Poteva chiamarsi diario di una dipendenza.

Ed è vero perchè per molti di noi è proprio così, dunque nulla di cui stupirsi, però il lungo lavoro della regista offre una pista per prendere atto e cercare di capire il perchè, quello sì di alcune scelte(a meno che allora significhi disinteressarsi completamente all'argomento) così forse non rimmaremo basiti nel 2050, quando finiremo a mangiare insetti per nutrire la nostra gola.

sabato 10 settembre 2016

Racing Extinction

Titolo: Racing Extinction
Regia: Louie Psihoyos
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una squadra di attivisti cerca di dare al mondo immagini inedite e molto evocative: sono opere d'arte che stanno cambiando il modo in cui si guarda agli animali in via di estinzione e alle estinzioni di massa. Il regista, insieme ai suoi collaboratori, si è inflitrato all'interno dei mercati neri o lavorando con alcuni artisti per creare belle immagini con singolari soggetti animali.

''Andiamo verso l'estinzione di massa, serve che la gente lo sappia."
I documentaristi sono una razza strana per fortuna non ha rischio estinzione anzi ora come ora sempre più coraggiosi e bisognosi di trovare quello che cercano.
Psihoyos lo seguo da tempo da quando aveva denunciato quello scempio in Giappone con THE COVE e un'altra mazzata al cuore con lo struggente SINGING PLANET.
Il suo ultimo lavoro non deve essere facile soprattutto trovando il modo per infiltrarsi nel più pericoloso mercato nero di animali rari del mondo come hanno fatto in molti tra cui Liz Marschall nel suo GHOST IN OUR MACHINE.
Psihoyos e soci si attrezzano con microcamere nascoste entrando nei segretissimi mercati di pesce clandestini, di Hong Kong, di Pechino, di Tokio, intervistando persone abituate a scuoiare decine di balene al giorno. Gente di cui aver molta ma molta paura.
Poi ci troviamo catapultati in tutt'altre tematiche ambientali, immagini stupende ricreate ad hoc per mostrare alcune specie in estinzione e così via in un caotico reportage di temi, immagini e scene efferate. Meno incisivo del primo e forse l'unica pecca è quella di voler trattare molti argomenti lasciandone alcuni un po lacunosi nella descrizione.
''Se non risolviamo il problema del clima, non riusciremo mai a sbarazzarsi dei problemi umani.

E' tutto legato perché siamo tutti collegati, non solo le persone, ma tutte le specie. Quindi una volta che iniziamo a pensare che non siamo al di sopra della natura, ma ne siamo parte, inizieremo a capire che i nostri problemi possono essere risolti, che non sono una questione isolata. E'tutto collegato''.  

Roman Polanski:A film memoir

Titolo: Roman Polanski:A film memoir
Regia: Laurent Bouzereau
Anno: 2012
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Era da tanto che aspettavo questa intervista.
Polanski oltre ad essere uno dei registi più importanti e interessanti della sua generazione è prima di tutto un uomo e un personaggio che ne ha passate davvero tante nella sua vita. Nel bene ma soprattutto nel male. Dunque un'intervista documentario era un'occasione troppo interessante per qualsiasi cinefilo interessato finalmente a saperne di più dal momento che il regista non aveva quasi mai rilasciato interviste e che decide di raccontarsi di fronte all'amico e produttore Andrew Brausenberg.
Il nazismo, la madre ad Auschwitz, la donna uccisa davanti agli occhi di Roman bambino - immobile di fronte al sangue che zampillava come da una fontanella, la deportazione del padre a Mathausen, la famiglia Manson e Sharon Tate e per finire la corruzione di una minorenne (consenziente) nel '77 che diede origine a una vera e propria persecuzione giuridica per la quale dopo la fuga dagli Stati Uniti in Europa si è arrivati all'arresto del regista nel 2009 in Svizzera.
Tra sorrisi, lacrime, emozioni e timidezza, Roman mostra un insolito coraggio e soprattutto rende chiaro un concetto che è quello di rialzarsi e non arrendersi mai.
Il cinema allora come per molti registi diventa un'ancora di salvezza attraverso cui raccontare la proria storia e le proprie vicissitudini, imparando e allo stesso tempo sbagliando, ma con l'obbiettivo di raccontare soprattutto nel caso in questione, di stupire e rimanere in alcuni casi anche scioccati.

Una vita che per fortuna o forse per stessa ammissione del regista non è mai stata banale e monocorde ma anzi struggente e piena di colpi di scena così come la descrizione del male che sottace ferino nell'individuo non è solo un leit motiv cinematografico, ma una infelice condizione personale.