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domenica 30 aprile 2017

Bridgend

Titolo: Bridgend
Regia: Jeppe Ronde
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Sara e suo padre si trasferiscono in una città colpita da un'ondata di suicidi di adolescenti. Quando la giovane si innamora di Jamie, anche lei diventa inspiegabilmente preda della depressione che minaccia di inghiottire tutti.

Bridgend è un film drammatico che tocca un tema attuale (il rituale nei suicidi) prendendo spunto da fatti di cronaca realmente successi. Suicidi in serie, sub cultura, una chat segretissima, una piccola cittadina inglese e il passato che torna sono solo alcuni degli ingredienti che l'esordiente danese Ronde analizza e mette in scena per descrivere un microcosmo difficilissimo e contorto.
Il branco, le sue leggi, la leadership, la giovane protagonista che ritorna nella città d'infanzia, il padre sbirro messo da parte dal gruppo di pari di Sara.
Bridgend è un film anomalo e minimale. Descrive seguendo minuziosamente i suoi protagonisti all'interno di una realtà drammatica da cui non sembra esserci salvezza.
I protagonisti sono membri di una piccola micro comunità nella società e non fanno altro che bere, picchiarsi, scopare e urlare a squarciagola nel bosco per ricordare i loro amici morti.
Una prova d'iniziazione che prevede il sacrificio finale. Il capro espiatorio, Jamie, è la vittima sacrificale, tutto ma proprio tutto sembra venir citato dal regista se non fosse che nel secondo atto perde quasi tutta la sua atmosfera e l'indagine si perde diventando una sorta di meta riflessione su alcune ansie giovanili senza riuscire a trovare originalità e spunti di interesse.
Un film che parte benissimo per poi lasciarsi andare. Un finale solenne quanto prevedibile, sopratutto dal momento che Ronde ama il lieto fine, e una scelta d'intenti che farà storcere il naso a molti ma che in fondo getta le reti per un ottimismo di fondo che andrebbe sostenuto in tempi come questi in cui la fragilità dell'io degli adolescenti in generale ha toccato dei picchi che nessuno pensava possibili.
Con Bridgend, il regista Jeppe Rønde ha investito la sua esperienza di documentarista in un dramma sulla vera storia di una cittadina nel sud del Galles. Ancora oggi, Bridgend viene tristemente associata ai tragici suicidi che hanno avuto luogo lì tra il 2007 e i giorni nostri. Per ragioni ancora inspiegabili, 79 giovani di età compresa tra i 13 e i 17 anni si sono tolti la vita. Rønde affronta l’argomento abilmente.
Dal punto di vista della regia c'è tanta telecamera a spalla, il montaggio e le musiche sono le parti più curate, il cast fa il suo dovere senza guizzi di nessun tipo e la prima e l'ultima scena rimangono le immagini più belle e affascinanti di tutto il film.



sabato 28 gennaio 2017

Shelley

Titolo: Shelley
Regia: Ali Abbasi
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Louise e Kasper sono una coppia sposata che è pronta ad avere un figlio, ma Louise scopre con dolore di non poterne avere.
Alla fine la donna, in preda alla disperazione, decide di suggellare un patto con la sua cameriera rumena, Elena, che accetta di portare in grembo il figlio di Louise come madre surrogata in cambio di una grande quantità di denaro . Ma la vita che cresce dentro Elena prende forma troppo velocemente, colpendo la vita di ognuno come una forza maligna pronta a distruggere ogni cosa.

ROSEMARY'S BABY a quasi cinquant'anni dalla sua uscita continua ad essere il punto di riferimento di tutta quella branchia di cinema che tratta il tema della gravidanza e della possessione.
Nell'epoca dei drammi sempre più intimi, Shelley riesce a trovare un prezioso spazio mischiando dramma e orrore legato alla paura della nascita e del travaglio accompagnato ad un lavoro autoriale che sfruttando l'archetipo dell'horror mostra e allarga i confini sui rapporti sociali complessi
Due protagoniste che si dimostrano all'altezza delle parti in particolare Ellen Dorrit Petersen, BLIND, un volto che ha la capacità di perturbare la scena diventando impossibile da dimenticare.
L'altro culturale come strumento per ottenere i propri fini, da un lato la ragazza madre di Bucarest che diventa la madre surrogata, dall'altro la famiglia da preservare, l'invidia, l'incubo di non poter dare alla luce il proprio bambino.
Shelley, un nome emblematico che vorrebbe citare apertamente l'autrice di Frankenstein, ci porta nuovamente in una Danimarca rurale, tra campagne e spazi spogli e solitari, un paese e un territorio su cui ultimamente ci sono stati importanti passi in avanti sul cinema di genere.
Diretto poi da un regista iraniano, il film dalla sua ha una messa in scena lenta e patinata, tanta telecamera a mano, una location, tre attori, un'atmosfera che cerca a dare sempre più ambiguità e mistero alla storia e ancora la natura come paesaggio e come scenario dove consumare il dramma.
L'elemento che funziona maggiormente nel film è proprio l'orrore che lo spettatore percepisce consumandosi lentamente, lasciando sempre una sorta di vaga impressione che da un momento all'altro debba succedere qualcosa di deflagrante. Qui lo spettatore viene colpito maggiormente rendendosi conto della realisticità e della sofferenza legata alle azioni della sua protagonista e dell'attualità per certi versi della tematica trattata.

L'invidia poi nelle sue forme più becere e a volte istintive, fa tutto il resto restituendo al film il dramma e allo stesso tempo uno scontro tra due donne e il loro istinto di sopravvivenza.

martedì 27 dicembre 2016

Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith

Titolo: Flaskepost fra P – A Conspiracy of Faith
Regia: Hans Petter Moland
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Carl Mørck, un ex detective della omicidi costretto a lavorare sui cold case del Dipartimento Q della polizia di Copenaghen, si ritrova a dover far luce sullo strano caso di un messaggio in una bottiglia a lungo dimenticato in una stazione di polizia nella più profonda Scozia. La prima parola del messaggio è "aiuto", scritta in danese e con il sangue. Mørck e la sua squadra realizzano che proveniva da parte di due fratelli, tenuti prigionieri in una darsena in riva al mare. Individuare chi siano i due, capire perché nessuno ne ha denunciato la scomparsa e scoprire se siano ancora vivi, diventeranno i principali obiettivi di Mørck.

Facendo qualche ricerca sono venuto a sapere che questo A Conspiracy of Faith non è l'unico capitolo bensì il terzo episodio della serie Department Q di Zentropa Entertainments, tratta dai thriller di Jussi Adler-Olsen – il quale ha registrato 207.669 presenze durante il suo weekend di apertura, diventando il primo film locale nella storia a superare le 200.000, ovvero a ottenere il record di incassi in Danimarca, una buona notizia sul cinema di genere e sul noir europeo che negli ultimi anni ha saputo consolidarsi ancor più con titoli scomodi e suggestivi come TREATMENT con cui questo A conspiracy of Faith ha diverse analogie.
E'un noir danese cupo e sofferto, in cui niente è lasciato al caso. Gli ingredienti del film anche se non del tutto originali riescono a coinvolgere grazie ad una buona scrittura, la rigorosa messa in scena e il cast azzeccato. Ingredienti che fanno sempre breccia nella psiche dello spettatore come i rapimenti di bambini, la corsa contro il tempo, i fanatismi religiosi, un killer che non è il classico stereotipo e via dicendo, fino fascinazioni diaboliche e le ambientazioni costiere contando anche che i paesaggi del nord della Danimarca sono piattissimi
Le atmosfere nordiche è l'ottima caratterizzazione dei personaggi, dalla rodata complementarietà fra la coppia protagonista fino a dei buoni colpi di scena, danno la prova di come questo thriller insolito e inedito in Italia, riesca ad andare al di là del tipico prodotto di genere.




martedì 13 dicembre 2016

What we become

Titolo: What we become
Regia: Bo Mikkelsen
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

L'idilliaca estate dei componenti della famiglia Johansson termina bruscamente quando una violenta epidemia di influenza colpisce mortalmente le persone. Le autorità mettono in quarantena il loro quartiere e ben presto la popolazione è in preda al panico. La situazione ben presto sfugge loro di mano e la famiglia è costretta a difendersi dall'attacco selvaggio di un'orda di assetati di sangue.

La Danimarca si è sempre rivelato un paese fertile per il panorama horror. Quasi tutte opere indipendenti ma in grado di trattare varie tematiche e cercare di ridare enfasi ad alcuni stereotipi del genere come ad esempio l'ottimo WHEN ANIMALS DREAM sulla malattia che va a braccetto con la licantropia oppure il trip pubblicitario sul cannibalismo di NEON DEMON.
Mikkelsen sceglie gli zombie, un tema abusato nell'horror e che sembra aver ormai esaurito tutti gli spunti possibili. Il film infatti è molto classico sia come struttura che per l'attenzione a dosare gli elementi gore e vari altri effetti rendendolo meno splatter ma con una peculiare attenzione rivolta alle caratterizzazioni dei personaggi e la lunga distruzione di questa famiglia che sembra uscire dalla pubblicità del Mulino Bianco.
Fino alla metà del film infatti si intuisce che sta succedendo qualcosa ma non si vede affatto, rendendo e aiutando a costruire l'atmosfera e l'ansia che da lì a poco prevarrà su una sorta di home-invasion dove la famiglia cercherà di sopravvivere come può.
Quindi l'horror danese che sembra in tutto e per tutto più un dramma che altro aggiunge uno zombie movie a una tradizione che puntava più su altri sottofiloni dell'horror.

Forse l'unica perplessità è quella legata ai tempi che in un horror possono essere fondamentali o compromettenti. In questo il film paga un'eccessiva descrizione e il lento crescendo di inquietudine domestica fino all'apparizione del primo zombie che arriva a quasi un'ora dall'inizio del film contando che la durata totale è di ottanta minuti.

domenica 18 settembre 2016

Comune

Titolo: Comune
Regia: Thomas Vinterberg
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Giudizio: 2/5

Copenaghen 1975. Erik ed Anna, architetto e insegnante lui e conduttrice di TG lei, hanno una figlia adolescente e si trovano ad ereditare una casa molto grande. Anna ha un'idea e spinge il marito ad accettarla: invitare alcuni amici a vivere con loro dando origine a una comune. Ben presto il gruppo si forma e si dà delle regole non sempre rispettate da tutti ma fra riunioni, pranzi e feste di Natale le cose sembrano funzionare. Fino a quando una nuova persona entra nella vita di Erik mutandone le prospettive.

Vinterberg pur essendo un regista danese tra i più famosi e i più interessanti (andatevi a vedere quasi tutti i suoi film) rievoca in forma nostalgica ma anche dura e impietosa, una parte della sua vita vissuta dai 7 ai 19 anni all'interno di una comune.
Era un'altra generazione e ora questa formula di convivenza in tempi moderni sembra essere tornata di moda, più negli altri paesi che nella nostra penisola.
Il regista decide di rievocare quel tempo proprio negli anni della sua esperienza, provando a trarre ispirazione da uno spaccato di verità che però alla fine dei conti è tutto tranne che naturale. Artificiale direi.
Risulta a tratti eccessivamente e singolarmente noioso, prendendo i vari personaggi nonostante alcune ottime performance, e spostandosi su monologhi noiosi e troppo intimisti che però a differenza di altri registi, non riescono a scavare a fondo.
Poi il regista si sofferma solo su alcune coppie e non da spazio a tutti.

I problemi e i dissidi più che interni alla Comune sono esterni, momenti e concatenazioni troppo irritanti e un climax finale che suona quasi ridicolo.

lunedì 18 luglio 2016

My hottest year on earth

Titolo: My hottest year on earth
Regia: Halfdan Muurholm
Anno: 2016
Paese: Danimarca
Festival: Cinemambiente 19°
Giudizio: 3/5

Il 2014 è stato probabilmente l’anno più caldo nella storia del Pianeta. Un meteorologo danese decide di lasciare il lavoro con l’idea di viaggiare intorno al mondo per incontrare coloro la cui vita è cambiata completamente a causa di uno dei recenti eventi climatici estremi. Si parte così dalle Filippine devastate da Hayan, il peggior tifone che si sia mai abbattuto sull’arcipelago, per continuare nell’Inghilterra colpita dalla più grave alluvione degli ultimi settant’anni e giungere in Bangladesh, in cui i migranti per cause climatiche sono milioni. L’ultima tappa è la Florida, dove l’innalzamento del livello del mare mette in serio pericolo uno dei paesi più ricchi del mondo

Muurholm come quasi tutti i registi dei documentari vari che circolano per il Cinemabiente o i vari festival, è il protagonista narrante delle vicende. Gira e studia, osservando e monitorando i cambiamenti climatici ponendo spesso domande ai singoli cittadini per fare delle comparazioni rispetto agli ultimi anni e gli incidenti che si sono verificati.
E'un mediometraggio scioccante e di attualità che ancora una volta sottolinea l'emergenza climatica in atto e ormai quasi impossibile da bilanciare.
Il dato certo è che tutti questi fenomeni non riguardano solo più i paesi del terzo mondo ma stanno mandando in cancrena ormai tutte le aree geografiche del mondo.

venerdì 20 febbraio 2015

When Animals Dream

Titolo: When animals dream
Regia: Jonas Alexander Amby
Anno: 2014
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Marie, single, giovane e bella, vive con i suoi genitori in un remoto villaggio di pescatori sulla costa occidentale della Danimarca. Sua madre è costretta su una sedia a rotelle e al silenzio a causa di una malattia sconosciuta, un mistero familiare, questo, che il padre si rifiuta di spiegare alla figlia. Ma presto la giovane sviluppa sintomi strani e mentre si sta pure innamorando, scopre di aver forse ereditato dalla madre la “malattia” che la sta portando ad una trasformazione spaventosa generatrice di paura e odio negli abitanti del villaggio

Peccato. Un’occasione sprecata quando le basi per fare un bel film c’erano tutte.
Il problema dell’opera prima del regista presentato a Cannes, è quello, pur con una storia interessante, in cui la licantropia è una sorta di conseguenza legata a disturbi del sangue o di malattie sconosciute, di procedere con una narrazione lineare troppo stereotipata, in cui davvero quello che manca più di tutti sono proprio i colpi di scena.
Se da un lato il cast, le location, la fotografia e l’atmosfera, rendono il film davvero apprezzabile, lo stesso non si può dire per lo script, debole e troppo prevedibile. 
La metafora e la critica che forse stavano più a cuore per Amby, ovvero una società colta nelle reazioni alla paura dell’altro e in una fantomatica caccia alle streghe (prima la madre e poi la figlia), non riescono mai ad essere così incisive come ci si sarebbe aspettati, rendendo ancora più convenzionali alcune scelte narrative.
E’un film cupo e violento, elegante e che prende in prestito l’horror per raccontare in fondo un dramma sociale, ma alla fine pur con una minimalità che ho trovato esteticamente toccante, il film è davvero troppo prevedibile.

sabato 14 febbraio 2015

Mele di Adamo

Titolo: Mele di Adamo
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2005
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Adam, neonazista appena uscito di prigione, deve trascorrere un periodo di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di Padre Ivan, curioso e inquieto parroco protestante. Dovendo indicare un obiettivo finale della sua permanenza, Adam dichiara di voler realizzare una torta di mele con i frutti di un albero che cresce vicino alla chiesa.

L'essenziale è invisibile agli occhi vorrebbe poter dire Padre Ivan anche se è lui stesso per primo a non distinguere in modo lucido la realtà. Le mele di Adamo, primo lungometraggio dello sceneggiatore di NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI, è una riflessione e una lunga analisi, che traspare quasi tutta da importanti dialoghi tra due individui apparentemente inconciliabili, sul potere della fede o meglio di come la fede viene strumentalizzata dai suoi “servitori”.
Un film in cui i corpi si prestano a una lunga battaglia che se da principio sembra vedere vittima e carnefice, man mano diventa più complesso e metafisico, storpiando solo in alcuni momenti la realtà e inserendovi degli elementi assolutamente irreali o poco chiari, in cui a pagarne le spese più grosse è purtroppo il climax finale che non riesce ad essere in linea con il resto del film.

La provocazione iniziata da Padre Ivan che poi si sposta su di lui da parte di Adam, non si riduce alla manicheistica questione se il male provenga da Dio o da Satana, invece la possibilità di scelta che ci riguarda tutti, tendando di sopravvivere ignorando la realtà (Ivan) oppure cominciando a guardarla con altri occhi (Adam), e in tutti e due i casi affidandosi ad un sistema simbolico organizzatore di senso (che vale per la religione come per le ideologie).

Dopo il matrimonio

Titolo: Dopo il matrimonio
Regia: Susanne Bier
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Jacob vive da molti anni in India, dove ha iniziato e abbandonato diversi progetti di volontariato, è stato lasciato dalla donna che amava e ha disperatamente tentato di sfuggire alla sua condizione di alcolizzato e dimenticarsi della sua anima perduta. Costretto a tornare in patria per ottenere una cospicua donazione che gli permetta di continuare a occuparsi dell'orfanotrofio dove si è ritagliato il ruolo di buon samaritano, Jacob ritroverà un pezzo del suo passato che inevitabilmente gli cambierà la vita.

Certo la Bier è una di quella registe da tenere sott’occhio per diversi motivi. A parte il fatto d’essere la regista più celebre della Scandinavia, sicuramente è una a cui piace raccontare piccole storie personali, tragiche e commoventi, che cercano sempre più di apportare alcuni importanti tasselli e soprattutto di convergere verso uno stile proprio riconoscibile dopo pochi film.
Con un cast notevole in cui brilla Mikkelsen e Lassgard, cambi di location, un’attenzione in particolare per gli sguardi e i silenzi che nascondono monologhi e forti sentimenti, la Bier ancora una volta con astuzia mischia le carte del melodramma per un’idea in realtà molto semplice e ingannatrice, con alcune forzature per dare maggior enfasi al climax finale del film.
Continua nella ricerca tra paesaggi e attori, il bisogno della regista di mostrare le incompatibilità umane, adulti che si comportano e atteggiano peggio dei figli, doppi giochi e una paura di perdere le persone care. Partendo e ritornando a Mumbai coi Sigur Ros, la Bier torna sui suoi temi cari allargandoli dalla paternità, alla famiglia, all’amore, alla responsabilità e infine il sacrificio ma interpretandolo in modo diverso e maturo, un elemento intrinseco nelle vite e nelle scelte di tutti.
E lo fa ancora una volta con quel suo stile teso, debitore in parte di una scuola europea del caro Lars, usando molto la telecamera a spalla con uno stile nervoso, che punta molto su primi e primissimi piani che rivelano difetti del volto e sentimenti pronti a esplodere.

L’elemento comunque che si apprezza di più e la scelta di puntare sui sentimenti senza però essere sentimentale e retorico, ma anzi a testa alta,  far vedere dei personaggi che nonostante gli errori e le scelte sbagliate, continuano a portare avanti i loro obbiettivi.

A soap

Titolo: A soap
Regia: Pernille Fischer Christensen
Anno: 2006
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Charlotte, 34 anni, è proprietaria di una clinica di bellezza. Un giorno decide di abbandonare il proprio compagno Kristian e di andare a vivere in un appartamento che conserverà l'aspetto della provvisorietà. Al piano di sotto abita un giovane transessuale che la donna conoscerà comprendendone i problemi.

A soap  è l’esordio alla regia della danese Christensen. Un film che inizia bene con una narrazione extradiegetica per nulla noiosa o fuori luogo che riassume gli eventi come se stesse introducendo un nuovo episodio di una soap opera (come da titolo del film) e che insieme alle note di musica classica ci fa presto scoprire i due personaggi su cui si dipanerà la storia.
E’un film molto classico che narra due vite parallele tra dolori, scelte da cui non si potrà tornare indietro e minestre scaldate che non riescono a convincere mai fino in fondo. 
Senza retorica e girato in pochi interni, il film è un concentrato di dialoghi che non risparmia niente di tutti i temi e le problematiche dei giorni nostri sui legami di coppia, ma anche sulla paura di amare il proprio corpo e di non sentirsi più desiderati. L’avvicinamento tra la forza di facciata di Charlotte, Trine Dyrholm bellissima e bravissima, e la fragilità apparente di Veronica, non lasciano spazio a retoriche, ma si studiano, si toccano e infine cercano di trovare una loro “equilibrata” armonia.
L’unico problema su cui il film inciampa in alcuni punti, è proprio quello di continuare a insistere sui dialoghi e infatti alcune sequenze appaiono di minor gusto, come gli incontri di Charlotte con Kristian, che hanno quel sapore di ripetitivo e monotono. 
E’un film che gioca continuamente tra gli eccessi di Charlotte e la delicatezza di Veronica. 

martedì 10 febbraio 2015

Salvation

Titolo: Salvation
Regia: Kristian Levring
Anno: 2014
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Intorno al 1870, in America, il colono John uccide l'assassino della sua famiglia, scatenando la furia del famigerato capobanda Delarue. Tradito dalla comunità corrotta e vile in cui vive, John è costretto a trasformarsi in un vendicativo cacciatore, uccidere da solo i fuorilegge e purificare il cuore nero della sua città.

The Salvation è un film girato molto bene, con una seria fattura e tutti gli elementi di genere che potevano conquistare anche sul piano della scrittura, che purtroppo, risulta l’elemento discordante del film e soprattutto intriso di stereotipi.
Con un cast eterogeneo e un Mikkelsen che è perfetto anche quando è immobile, Levrig e Anders Thomas Jensen, sceneggiatore di molti tra i film danesi più conosciuti all'estero, sembrano proprio essersi divertiti a scrivere questo western che nulla toglie e nulla aggiunge al genere, ma anzi cercando di essere il più suggestivi ed essenziali possibili in tutta la struttura, nell’incidente scatenante (la tragedia che crea il dramma, sembra quasi uscito da un romanzo di Lansdale), l’autenticità delle location e alcuni caratteri archetipici che non passano mai di moda.

Un film piacevole che seppur  prevedibile, mantiene sempre un certo ritmo che non fa mai perdere elementi per strada e non annoia nemmeno per un istante.

giovedì 4 dicembre 2014

En Change Til

Titolo: En Change Til
Regia: Susanne Bier
Anno: 2014
Paese: Danimarca
Festival: TFF 32°
Giudizio: 3/5

Andreas è un poliziotto e un padre modello del piccolo Alexander, Tristan un poco di buono tossico che picchia la compagna e trascura il proprio bebè Sofus. Durante un'ispezione a casa di Tristan, Andreas scopre le condizioni in cui versa il bambino e cerca di togliere a Tristan la paternità. Sarà una tragica fatalità il motore scatenante di azioni in cui le barriere etiche di Andreas, Tristan e dei personaggi che li circondano finiranno per essere pericolosamente violate.

La tragica fatalità che diventa l'incidente scatenante e il fulcro della storia è un bella matassa intricata, destinata a far riflettere continuamente lo spettatore sulle scelte etiche e soprattutto morali dei suoi protagonisti.
Un film complesso, robusto, violento, scioccante ma necessario soprattutto per la grazia e l'attenzione con cui la Bier cura le caratterizzazioni dei suoi personaggi.
Traumi e fragilità si rincorrono continuamente in questo melodramma famigliare con risvolti macabri e originali, dal punto di vista emotivo, e con un colpo di scena finale di indubbio spessore.
Dopo la non felice parentesi americana di UNA FOLLE PASSIONE del non proprio riuscito NOI DUE SCONOSCIUTI (le parentesi americane spesso fanno male e lasciano cicatrici), Susanne Bier torna alla danesità a tutti gli effetti, per ambientazioni, attori e soprattutto tematiche, visto che si muove lungo il crinale del moralmente accettabile come insegnano Von Trier e Vinterberg e a uno dei suoi trucidissimi e turgidi melodrammi pulp, con la connotazione in più di pretese sociali e frecciatine a tutto ciò che può avere a che fare con la perdita di un bambino e i rischi che si corrono.
L'unico vero problema di EN CHANGE TIL è che dopo un primo atto davvero serrato e perfetto che termina con lo "scambio", tutto poi sembra abbassare di tono e ripuntare sul climax finale.
In più una grave mancanza della sceneggiatura è quella della spiegazione medica astrusa circa l'incidente del figlio che dovrebbe coincidere con un importantissimo colpo di scena ma che si palesa per la difficoltà su come incastrare la vicenda.

mercoledì 19 novembre 2014

Look of Silence

Titolo: Look of Silence
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2014
Paese: Danimarca/Finlandia/Indonesia/Norvegia/Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

The Look of Silence, seguito del documentario drammatico The Act of Killing, analizza ancora il tema del genocidio in Indonesia, le purghe anticomuniste del 1965, affrontandolo da un'altra prospettiva. The Look of Silence offre una visione della tragedia da parte delle vittime, in particolare segue la storia di un uomo sopravvissuto, il cui fratello è stato torturato fino alla morte durante la rivoluzione da un gruppo di ribelli; storia già raccontata dal punto di vista degli assassini nel documentario del regista The Act of Killing. In The Look of Silence si osserva la famiglia dell'uomo ucciso, in particolare il fratello minore, che decide di incontrare gli uomini che hanno massacrato uno di loro.

Il regista texano ritorna nuovamente in quei luoghi quasi sconosciuti da una grande fetta di popolazione mondiale per continuare un discorso aperto, in Indonesia, che lo aveva reso noto al pubblico e soprattutto ai festival e a qualche leader militare che magari non se lo aspettava o non ne è rimasto così contento. In questo caso la telecamera, l'intervista e la settima arte, diventano sacro santi nella loro potenza divulgatrice.
THE ACT OF KILLING era sorprendente per molti punti, originalità, orrore e incredulità per i fatti accaduti e infine un nuovo modo di strutturare il documentario e di trovare degli elementi da usare a proprio favore come le testimonianze esaltate dei carnefici.
The Look of silence, titolo molto significativo, non esamina più il rapporto tra senso di colpa represso e rievocazione della memoria attraverso la finzione, ma quello tra responsabilità e rimozione della memoria, tema anch'esso importante per comprendere e dare un nome ai vissuti e ancora ad oggi, gli effetti causati dal genocidio senza eguali e che ha portato un milione di presunti comunisti ad essere trucidati e macellati da feroci squadre della morte, appoggiate dall'esercito e dal nuovo governo.
Vittima e Colpevole si guardano negli occhi, la memoria putativa cerca di elaborare e di non dimenticare, se non altro per il bisogno di ammettere affinchè quello che è successo non possa più verificarsi.
Le interviste condotte dal giovane oculista, e qui la metafora è perfetta in entrambi i sensi, danno due diversi quadri su quello che è rimasto nella popolazione, dai killer che confessano i propri crimini davanti alla videocamera senza nessuna vergogna dicendo in parte di aver eseguito solo degli ordini, a coloro che negano, o che si trincerano nel silenzio.
Alì è l'emblema di ciò che resta, di ciò che è stato, e di ciò ce non si vuole più vedere forse si inizia a voler conoscere.
Il documentario ha pure dei momenti di commovente dolcezza come la madre di Alì che lava il corpo scheletrico del padre, o i dialoghi di Alì con la figlia, oppure lo stesso Alì che comprende di essere stato, come afferma la madre, un sostituto del fratello, della morte stessa del fratello (una storia che si fa fatica a credere) e infine il bisogno di riscatto con i genitori e il muro di fronte al ricordo della tragedia.
Un viaggio ancora una volta doloroso ma necessario per comprendere fino in fondo le ragioni e la crescita di una popolazione legata ad una tragedia che rimarrà per sempre nei loro ricordi.



giovedì 24 aprile 2014

Pusher 3

Titolo: Pusher 3
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2005
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Milo, lo spacciatore serbo coprotagonista del primo film della trilogia, si è iscritto all'Anonima Tossicodipendenti. Lo incontriamo nel corso di una seduta lo stesso giorno in cui si è autoproposto per cucinare per 50 invitati al compleanno in grande stile di Milena, la figlia venticinquenne. Nel corso della stessa giornata dovrà affrontare lo smercio di una partita di Ecstasy (droga che non ha mai trattato) e affrontare la dura ostilità di malviventi albanesi e polacchi.

Con il terzo capitolo, Refn chiude la sua saga ambientata nella capitale danese.
Tutto si svolge in una intensa giornata in cui Milo (il serbo del primo "Pusher") si trova enormemente sotto pressione e diviso tra l'organizzazione del compleanno della figlia e una partita di ecstasy da piazzare in giornata.
Milo tra i tre protagonisti della saga, rappresenta quello con più esperienza, lo spacciatore che cerca un cammino di redenzione. Non a caso la prima scena lo inquadra in un centro per disintossicarsi dalla droga. La cucina sembra essere l'elemento entomologico con cui Refn prepara delle pietanze quasi sempre ottime, come nella scena in cui Milo salva una prostituta da un futuro di inusuale violenza.
Milo rappresenta la vecchia scuola che si scontra con la nuova, senza regole, soggetta solo a dettare leggi senza portare rispetto e dominata da un'amoralità assoluta.
Il climax finale della cena, e la dura lotta di Milo per risolvere un pantano che sembra indirizzarlo solo verso un destino tragico, è fantastica e fa emergere tutti i contrasti nella dualità del protagonista tra i valori famigliari ed il mondo degli affari illeciti.
Senza stare a dire che il cast è credibilissimo (in tutta la saga underground) e trasmette anche alla pellicola, quella credibilità, che un film di questo tipo necessità, Milo è ciò che rappresenta, si concretizza perfettamente con l'attore Zlatko Buric che è come un patriarca della droga in decadenza, ma che ha ancora qualcosa da dire alla nuove leve della criminalità.

Pusher 2

Titolo: Pusher 2
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2004
Paese: Danimarca/Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Tonny è sopravvissuto al violento pestaggio ad opera di Frank ed è successivamente finito in carcere. Quando esce cerca di reinserirsi nel giro del crimine cercando lavoro presso suo padre, soprannominato Il Duca. Costui è al centro di un giro di auto rubate e non ha mai smesso di disprezzare il figlio. Intanto Tonny apprende che una donna con cui ha avuto rapporti (ma che nel contempo ha coltivato numerose relazioni) lo ritiene il padre di suo figlio.

L'idea interessante del secondo capitolo della saga di Refn è che riprende esattamente da dove avevamo lasciato Tonny, dopo il pestaggio di Frank con una mazza da baseball.
A differenza di Frank, Tonny non è in grado di fare nulla, assolutamente inaffidabile e completamente bruciato dalla cocaina.
Le sue scelte non potranno che essere solo drammatiche e risultare quasi sempre spiacevoli, portandolo da un eccesso all'altro e mettendo a dura prova la sua sporca pellaccia.
Il tema della paternità negata con un figlio avuto da una puttana e un padre che lo respinge non è affatto male e propone delle intuizioni che il regista inserisce in modo mai banale o troppo eccessivo (trasgressivo sì però).
Refn calca la mano quando dipinge proprio (e la riuscita qui c'è tutta) quel conflitto interiore tra accettazione/rifiuto, esagerazione/privazione e infine la difficoltà forse maggiore, ovvero quella di riuscire a provare dei sentimenti diversi dall'odio, dalla sopraffazione e dalla violenza.


venerdì 4 aprile 2014

Pusher

Titolo: Pusher
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 1996
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Frank, uno spacciatore che è anche cocainomane, sta per vivere la peggiore settimana della sua vita. Dopo aver venduto droga ottenendone meno di quanto previsto si ritrova in un grosso guaio. Deve rendere al serbo Milo una grossa somma a cui se ne aggiunge una esorbitante perché, mentre trattava un importante affare con uno svedese, è stato catturato dalla polizia e ha versato tutto il quantitativo di droga (avuta da Milo) nel lago. Ora deve trovare in tempi brevissimi tutti i soldi.

Refn e i suoi esordi. L'opera prima del regista danese è un film duro, pulp, volutamente sporco, frenetico in alcune parti e fondamentalmente privo di autocompiacimenti.
Bodnia (BLEEDER) ha il viso perfetto, la classica faccia da cazzo che non porta a nulla di buono e Copenaghen diventa una metropoli notturna piena di puttane e spacciatori.
Sembra il territorio ideale per il regista, che di fatto girando quello che doveva essere un corto, ha creato invece la sua piccola pillola cult underground riuscendo a mischiare uno stile asciutto e sintetico, con un realismo e un certo gusto estetico che svilupperà e concentrerà nei film successivi.
A livello tecnico c'è poco da dire. Il regista gira con una camera a spalla ( a volte ci sono dei movimenti che potremmo definire esagitati) sfrutta luci naturalistiche e mostra una Copenaghen grigia e semi-vuota. Introdotto da una presentazione didascalica dei cinque personaggi principali (Frank, Vic, Tonny, Milo, Radovan) e scandito da sette capitoli giornalieri (da lunedì a domenica), Pusher è il primo di una piccola saga di tre capitoli, con delle impennate rock durante l'arco del film, con alcuni momenti di ferocia inusuale e delle esplosioni di brutalità (come la scena in cui massacra di botte il suo socio Tonny) e delle trovate a volte decisamente funzionali (come occultare queste scene oscurando la macchina, oppure strizzando l'occhio ad uno stile orientale che ha fatto molta scuola in questo campo, e di cui Refn dimostra di conoscerne bene le basi).
Pusher sicuramente ha tantissimi difetti e in fondo come storia è persino troppo banale nel suo svolgimento. Eppure in tutto questo cazzeggio infinito a cui assistiamo c'è un certo fascino.



martedì 25 marzo 2014

Nymphomaniac-Volume II

Titolo: Nymphomaniac-Volume II
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Seconda parte del film di Lars von Trier in cui si parla dell'età adulta della protagonista. Nella storia un uomo di nome Seligman, interpretato da Stellan Skarsgard, raccoglie una donna picchiata e contusa in un vicolo, Joe, Charlotte Gainsbourg. Mentre l'accudisce a casa, Joe gli racconta in otto capitoli la sua vita, dalla nascita ai cinquant'anni, autodiagnosticandosi come ninfomane.

"La sessualità è la forza più potente dell'animo umano"
Come si gestisce l'esigenza di avere 10 amplessi al giorno con 10 uomini diversi?
Come ci si racconta e cosa si ascolta in sedute per dipendenti di sesso in cui la ninfomane non trova e non vuole aiuto, e soprattutto, non si riconosce perchè dice di essere una vera "ninfomane" mentre le altre sono, per lei, un'altra cosa.
Il piano temporale inizia citando il dialogo di Joe del Volume I, in cui lei si maturba per la prima volta all'età di 4 anni.
Sul piano simbolico Trier suggerisce alcuni punti di vista per detrutturare alcuni monoteismi forti, ad esempio con l'Orgasmo Spontaneo e la Trasfigurazione di Cristo, smuove il terreno sacro di uno dei sacri passaggi della cultura ecclesiastica occidentale.
Lo stesso momento in cui l'umanità di Cristo viene illuminata dalla divina luce eterna.
YEAH
E allora vai di Valeria Messalina e la puttana di Babilonia, permettiti di dire che il nostro passato è orgiastico, che Claudio era un Ninfomane e che in fondo viviamo e continuiamo a vivere repressi concludendo con il continente oscuro della sessualità femminile di Freud.
Poi c'è il lato squisitamente ironico e, in alcuni passaggi, quasi comico, quando ad esempio Joe esce dal ristorante con Jerome e le cadono i cucchiai dalla figa.
Il problema è di dover aspettare per la versione uncut, del secondo volume, di quasi cinque ore e mezza, a dispetto di quella di due ore, in cui verranno privilegiate scene esplicite di sesso.
Il film di Trier è il Dio Pan del mondo dell’arte, della musica, della religione e della letteratura. L'aspetto erotico è certo dominante ma come sempre più nei dialoghi che non nelle scene.
Se, come afferma il filosofo contemporaneo Slavoj Žižek nel suo documentario psicoanalitico sul cinema “The Pervert’s Guide to Cinema”, il cinema è l’arte più perversa perché non offre ciò che si desidera ma piuttosto comunica allo spettatore ‘come’ desiderare, Nymphomaniac allora è un fottuto Vaso di Pandora. Apritelo...

Nymphomaniac-Volume I

Titolo: Nymphomaniac-Volume I
Regia: Lars Von Trier
Anno: 2013
Paese: Danimarca
Giudizio: 5/5

L'anziano Seligman, uscito per fare la spesa in una giornata nevosa, trova a terra il corpo insanguinato di una donna, Joe. La porta nel suo appartamento e la soccorre. Qui Joe gli rivela di essere una ninfomane. Se vuole può raccontargli la sua vita ma sarà una lunga narrazione che prende le mosse dai libri di anatomia del padre medico per poi passare alle competizioni con una coetanea a chi ha più rapporti nel corso di un viaggio in treno. Ma è solo l'inizio.

Nymphomaniac è un film liberatorio, l'escatologia sulla sessualità.
Nymphomaniac è il film prima di tutto per i benpensanti e per i giudaico-cristiani.
Nymphomaniac è un'analisi sull'amore, sul sesso, sul senso di colpa e infine sulla vendetta.
Trier è da stimare per il suo coraggio, questo và detto.E' uno dei massimi provocatori del cinema contemporaneo, uno che si interroga, affascinato dalle questioni esistenziali e dai dilemmi morali, tali da inscenarli in un processo di analisi e auto-analisi di quasi quattro ore.
Tutto quello che è stato pubblicizzato in fondo non è.
Il racconto è un diario di vita morale e immorale in cui si costruisce e si distrugge, si ascolta e ci si racconta,"Cosa preferisci? Seguire il filo del mio racconto per come lo faccio o smettere perchè non ti sembra plausibile?"
L'elemento spaventoso non è affatto la durata del film, che anzi si profila lucido e spietato nella sua critica e nella sua rigida scansione in capitoli, ma la quantità incredibile di temi e citazioni con cui il film è costellato in modo sorprendente.
Partendo da un lavoro sul sonoro sopraffino, in un buio pre e post-film di quasi un minuto, Trier parte gocciolando e lasciandoci in un limbo temporale e geografico, ben inquadrato da un buco nero che si profila insieme alla canzone dei Rammstein che dà l'inizio alle danze.
"La storia che racconterò è morale"è inizia così il viaggio a ritroso in un flash-back assurdamente costruito bene, senza mai apparire lezioso, ma anzi un approfondito punto di vista, assolutamente intellettuale e colto.
Partendo dalla metafora del pescatore tra Ninfo e Ninfomania, essendo una Ninfa,come ammette Joe, era imperativo dovermi sbarazzare della mia verginità, nel più breve tempo possibile.
"Quando Jerome mi entrò dentro per ben 3 volte" scandito addirittura dai numeri "poi mi ha girata e per ben 5 volte nel culo"= 3+5 addirittura l'addizione che collega a Fibonacci.
"Quando hai provato di tutto, una drammatica provocazione può fare abboccare il più passivo dei pesci..."fondamentalmente il cammino di formazione di Joe è coadiuvato da una B. che le fa da mentore, portandola a gare in treno angoscianti nel loro desiderio di addescare a tutti i costi. "Allora il sesso orale, diventa la tua arma finale."

Il cinema come molte opere, possono servire per molteplici scopi.
Uno di questi ad esempio è quello di fare una critica sulla libertà d'espressione.
Ad esempio al '35 la battuta esce fuori dalla bocca del suo ebreo ateo, "Siamo sempre stati antisionisti, che non è la stessa cosa dell'essere antisemita, come vogliono far credere certe forze politiche" e con questo il regista riporta la questione sul passaggio "Persona non Grata".
Alcuni dialoghi, come quello sulla pedofilia, rischiano di essere fraintesi e potranno lasciare a bocca aperta per il significato nascosto in quelle due frasi sconcertanti.
Sicuramente una certa parte di benpensanti e di istituzioni religiose, condanneranno il film a spada tratta, senza leggerne il valore e i simboli, magari limitandosi al titolo del film o alla locandina, oppure alle frettolose conclusioni come ha fatto ad esempio Liberation, dandogli una stellina su cinque.
Il club della "Piccola Congrega" dove si prega "Mea Vulva, Mea Maxima Vulva" per combattere l'amore e la società istituita sull'amore e solo una delle tante varianti metaforiche di un processo che ha portato alla conoscenza dell'eros e di come non frenare le pulsioni.
"Ogni 100 crimini commessi in nome dell'amore, uno solo è commesso in nome del sesso".
Un teorema quasi perfetto a cui do il massimo dei voti, per il coraggio e il bisogno di liberare e di liberarsi, svuotandosi e senza reprimere nessuno bisogno.
La famiglia non viene solo massacrata, peggio, e con questo non dico altro, se non che è tutto in mano alla Thurman, donna tradita e abbandonata, il suo lungo monologo è quasi commovente.
Sugli attori sarò breve. La Thurman riesce nel ruolo più difficile e più bello di tutta la sua carriera. Slater si supera come padre/medico morente che scatenerà la furia sessuale di lei.
Kier e Dafoe comparsano. Gainsbourg e La Beouf si divertono e la palma và al perfetto Skargard.
L'anziano scapolo Seligman è perfetto come ebreo colto, perchè inizialmente ascolta, soffre, forse si strugge, lei è sorpresa poichè lui non si ecciti durante il racconto. Sembra stuatuario nel suo sapere classico e secolarizzato, a dispetto di una post-contemporaneità che non sembra nemmeno sfiorarlo, ma che dovrà comunque confrontarsi con la repressione dell'istinto fisico, a dispetto di quello intellettuale e della ragione che non sembra appagarlo fino in fondo.
Anche i tempi sono scanditi in modo volutamente disordinato (la stessa Joe mentre racconta dice che farà dei salti per anticipare alcuni passaggi) trovando nella scansione temporale una matematica perfetta (la 1°volta in cui lei perde l'amore casca esattamente dopo '60)
Trier è tenace, ossessivo, non sceglie il porno ma sceglie la sessualità esplicita (il dato impressionante è che forse a parte un pompino e qualche frustata, la violenza anche quella scelta dai protagonisti per riscattarsi, non è mai gratuita e Trier questo lo sa bene, basta pensare alla logica che sta dietro i colpi con la frusta)
Dove e cosa inquadrare in quel preciso attimo, in cui un bambino esce dalle gambe sorridendo e ci viene detto che è un presagio satanico. "Il figlio sorridente" come nel Doctor Faust di Thomas Mann, descrive la nascita del figlio di Noah, Hiam, che rideva mentre veniva messa al mondo.
Non credo che capiti spesso che un regista apra una casa di produzione per realizzare porno 'di qualità' e convoca così studiose della sessualità per elaborare un "dogma" su ciò che potesse essere mostrato esplicitamente in un film, senza però che le donne si sentissero umiliate.
Un misogino non credo che avrebbe una tale peculiarità nel scegliere il modo più equilibrato per inscenare qualcosa di assolutamente anarchico, cinico, libero dagli schemi, visionario e filosofico dalla A alla Z, in cui lo stesso occhio della locandina girandolo diventa una vulva.
Una delle frasi più belle l'ha detta il critico Xan Brooks del Guardian:"Mi infastidisce, mi disgusta, e penso che potrei amarlo. È come una relazione violenta. Ho bisogno di vederlo di nuovo”
L'autoanalisi funziona.




domenica 9 marzo 2014

Sospetto

Titolo: Sospetto
Regia: Thomas Vinterberg
Anno: 2012
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Lucas è un maestro d’asilo in un piccolo paese della Danimarca. Quando la bambina del suo miglior amico racconta una bugia, Lucas diventa la vittima di una caccia alle streghe.

Vinterberg è un regista davvero in gamba. La sua bravura è riassumibile nell'estro della scrittura, nel non cadere nel facile stereotipo, e di cercare di comunicare la sofferenza e le difficoltà di una comunità, in questo caso quella di una piccola città danese.
Il "Sospetto" è un film con una trama tutt'altro che semplice. Un tema scottante che andava sondato con uno sguardo attento e capace, come quello del regista e dell'ottimo attore, a cui affida completamente la catarsi.
Quando un'opera è in grado di generare un malessere incredibile e continuo, un vero mix di rabbia speranza, incredulità e tristezza per tutta la sua durata, allora siamo a cavallo.
Il sesto lavoro dell'allievo di Trier è davvero molto lucido e scomodo, trattando un tema e portandolo agli eccessi, sapendo però contenere l'esasperazione, senza mai renderla gratuita o non allineata con gli intenti del film.
In realtà il vero titolo del film è Jagten, "La Caccia", molto più funzionale anche perchè dopo una primo atto, divide subito la comunità e mostra le reali connotazioni di alcuni volti noti della comunità in cui Lucas vive e insegna.
Ancora una volta temi come quelli della normalità, dell'apparenza e il sospetto che spesso per invidia o per paranoie, sembra albergare dentro ognuno di noi, pronto ad attaccare appena colpito un membro, tornano attuali e lo saranno sempre.
Jagten infine suggerisce, neanche troppo velatamente, che non solo i bambini a volte posono arrivare a mentire ma che spesso e volentieri il danno a cui contribuiscono gli adulti può essere davvero letale come avviene per la madre e il padre di Klara, la direttrice e infine lo psicologo.
Ma le energie liberate dalle varie campagne, sparse un pò ovunque nel mondo, contro il "mostro", e addirittura la difesa a prescindere degli innocenti, non sono altro che il risultato delle ferree regole non scritte della vita all'interno di una piccola comunità, in cui per assicurare la sussistenza del gruppo è necessario eliminare o scacciare eventuali elementi di disturbo, anche se questi sono gli amici più amati o i colleghi più stimati.
Girard e il suo Capro Espiatorio ritornano più che mai in questo film dal finale duro e scomodo, incisivo e indimenticabile come solo pochi film sanno esserlo fino in fondo.





lunedì 25 novembre 2013

Act of Killing

Titolo: Act of Killing
Regia: Joshua Oppenheimer
Anno: 2012
Paese: Danimarca, Norvegia, Gran Bretagna, Svezia, Finlandia
Giudizio: 5/5

Nel 1965, con un colpo di stato, l'esercito depone il governo indonesiano. In meno di un anno chiunque si opponga alla dittatura militare viene accusato di comunismo e trucidato con l'appoggio della Gioventù di Pancasila. Appartenenti ai sindacati e alla minoranza etnica cinese, contadini privati della propria terra e intellettuali sono giustiziati dai paramilitari e da piccoli fuorilegge dediti al bagarinaggio di biglietti del cinema presto elevati allo stato di killer spietati. Gli assassini di ieri oggi sono uomini benestanti che hanno accettato di ricreare le scene delle loro torture e esecuzioni, adattandole ai generi cinematografici preferiti: western, musical e gangster movie.

The Act of Killing è originale. Basterebbe già solo questo elemento per collocalo tra gli esperimenti più interessanti di questi ultimi anni.
Cinema veritè, il duro confronto con una realtà che per molti era probabilmente sconosciuta e un fatto sociale che diventa la triste realtà di alcuni paesi.
Fiction e documentario si stringono la mano per un lavoro, l'opera prima di un regista, che cerca di convogliare gli intenti per far emergere un quadro sulla dura e disarmante scelta di un paese alla deriva e i loro spiacevoli protagonisti.
Oppenheimer racconta l’orrore del massacro indonesiano inscenando davanti ai nostri occhi quell’orrenda realtà che è così poco nota in occidente; in alcuni momenti assistiamo davvero ad un intenso dramma emotivo che rivivono gli attori che al tempo erano vittime o figli delle vittime, come nella scena del villaggio in cui una bambina continua a piangere anche quando gli dicono che non è vero e una donna sembra perdere i sensi.
Gli aguzzini stessi, Anwar Congo e Adi Zulkadry, ricreano per il regista e per noi spettatori, i loro efferati delitti, le atroci torture a cui sottoponevano gli oppositori al regime. Il delitto vero e proprio non si vede mai, ma il regista e i suoi attori (attori di una messa in scena nella messa in scena, geniale creazione di Hoppenheimer) si spingono così vicini alla sua mostrazione che allo spettatore sembra di vederlo ed è sorprendente il disagio arrecato a carnefice,vittima e spettatore.
Uno dei tratti sorprendenti dell'opera è sicuramente il ruolo marginale della telecamera che osserva senza commentare e dare giudizi, ma lasciando solo allo spettatore la straziante presa di coscienza su qualcosa che non è stato possibile frenare dilagando come un tumore incurabile capace di genererare ancora terrore a distanza di anni nelle coscienze dei carnefici e delle vittime.
"La più grande caccia ai comunisti di tutti i tempi" è una scusa per un manipolo di uomini che confessano più volte di non sapere se le vittime fossero comuniste o meno.
Il regista inoltre riflette su un elemento determinante nella classificazione di questo lavoro e della ricerca degli intenti del documentario ovvero come vedono sé stessi questi assassini? Come vedono il loro agìto e le loro vittime? Come vogliono essere visti?
Oppenheimer ha ottenuto la collaborazione dei protagonisti presentando il film come un ritratto pubblico delle gerarchie militari al potere. Non era una menzogna, ma era inevitabile che alla visione del prodotto finito, Anwar e compagni manifestassero qualche dubbio in merito alla ricezione del documentario presso il pubblico indonesiano e internazionale.
Se l’intento che li aveva guidati nelle loro messe in scena era quello di glorificare sé stessi e le loro azioni passate, perché avevano liberato il Paese dal pericolo comunista, rivedendo le sequenze in cui simulano i propri crimini, non possono non percepire un che di disforico quando il film di Hoppenheimer compie un ulteriore passo nel delirio, ovvero quando gli assassini giungono ad impersonare le loro vittime.
A questo punto gli incubi di Congo e le tristi confessioni dei suoi alleati, come quello che dovette uccidere il padre della moglie perchè comunista, oppure lo stesso Congo che si fa picchiare e costringe i nipoti di notte a svegliarsi e vedere le immagini, diventano fantasmi reali e comunicanti.