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lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


lunedì 6 marzo 2017

Handmaiden

Titolo: Handmaiden
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 4/5

Corea,1930. Sotto la dominazione giapponese della Corea, Sookee viene coinvolta nel complotto ordito dal (falso) conte Fujiwara, che mira al patrimonio di una ricca ereditiera nippo-coreana, Hideko. Sookee diviene la domestica privata di Hideko, ma ben presto tra le due donne nasce un’attrazione, che rischia di compromettere il piano di Fujiwara.

C'è una frase che mi colpì di Park Chan-Wook quando al tempo diresse uno dei tre episodi di THREE EXTREMES. Il regista confidò al giornalista di essersi avvicinato solo in tarda età alla settima arte e di aver visto pochissimi film.
Senza stare a fare le presentazioni parliamo di un outsider che non ha mai sbagliato un colpo.
Sia nella trilogia della vendetta, la più conosciuta e apprezzata, ma anche in tutto il suo cinema precedente e la filmografia successiva, è un autore poliedrico che ha spaziato dal dramma, all'horror fino alla sci-fi, per arrivare con questo suo ultimo film a concludere la trilogia sull'esplorazione dell'amore proibito iniziata nel 2009 con THIRST e proseguita con STOKER.
Handmaiden approfondisce alcuni temi cari al regista e chiama in cattedra ancora una volta una scenografia inquietante per quanto rasenta la perfezione e una fotografia anch'essa molto potente in grado di restituire tutto ciò che i dialoghi e le parole non devono sforzarsi di raccontare.
Eppure a dispetto di altre sue opere appare come qualcosa di incredibilmente complesso, stratificato, un omaggio al cinema erotico e al soft-core con scene di sesso tra donne che fanno imbarazzare LA VITA DI ADELE.
Hideko, la protagonista ad esempio è costretta ad essere, lei come tutti gli altri, prigioniera del suo zio folle, un demiurgo come non si vedeva da tempo, addestrata fin dalla tenera età a interpretare reading per soli uomini di testi erotici giapponesi, di cui lo zio è un accanito e geloso collezionista, ossessionato dal sesso come esercizio di potere in modo indifferente sia nei confronti delle donne sia degli uomini.
In Handmaiden tutto viene ribaltato, i giochi e le dinamiche complesse tra i personaggi esplodono, il lento gioco della rottura delle apparenze diventa sempre più grottesco e avvincente per poi finire in un bagno di sangue come nella inquietante scena che fa da apri pista alla deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica tranciando dita.
E'un omaggio agli usi e costumi di una Corea ancora schiava e repressa, dove si insinua la libertà dell'erotismo come unica valvola di sfogo "femminile" e concentrandosi su una messa in scena che a differenza di molta cinematografia di genere coreana non usa un'estetica patinata così esagerata. Ispirato ad un romanzo inglese di successo, Ladra di Sarah Waters, il thriller di Wook, che tra i suoi registi preferiti pone Hitchcock palesandolo senza troppi problemi e tessendo come spesso capita nel suo cinema il classico concetto per cui chi è convinto di avere il coltello dalla parte del manico rischia di finire accoltellato.
Handmaiden come tante opere in costume utilizza lo storytelling per creare ambiguità e per dare ancora più valore e spessore alla storia.



domenica 23 ottobre 2016

Train to Busan

Titolo: Train to Busan
Regia: Sang-ho Yeun
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Giudizio: 3/5

Seok-wu è un manager finanziario separato dalla moglie: la piccola Su-an spesso si sente trascurata da lui e preferisce la compagnia della madre. Sul treno su cui viaggiano i due, per portare Su-an dalla madre che vive a Busan, sale una ragazza che riporta delle ferite strane sul corpo, simili al morso di un animale. Presto si trasformerà in zombi e sul treno per Busan si scatenerà l'inferno.

Gli zombie ormai negli ultimi anni sono spesso e volentieri sinonimo di qualcosa di già visto.
I traguardi da ricordare negli ultimi anni sono davvero pochi e quindi imbattersi in uno zombie-movie orientale, in particolar modo coreano, non capita spesso.
Train to Busan è sicuramente un film che gioca benissimo per quanto concerne il ritmo, l'atmosfera e l'azione. Forse l'eccessiva lunghezza e un finale troppo telefonato e strappalacrime sono gli elementi che ne sanciscono un buon prodotto di genere ma senza quel salto in avanti che Yeun poteva permettersi contando che di certo una componente di pessimismo e crudeltà erano già presenti nel suo precedente KING OF PIGS un film d'animazione davvero teso e violento.
Seok porta avanti la sua corsa per la sopravvivenza con la figlia e un gruppo di persone che una dopo l'altra periranno in due tra le maggiori location dove il film decide di concentrare e dipanare la storia. Sicuramente per i fan di genere è un film da non perdere consigliato da quasi tutti i siti e i blog che ne capiscono un minimo di cinema.

E' una pellicola con un budget importante e un cast ben misurato. Un'opera che al contempo riesce a inquadrare qualcosa di originale e non banale o iper sfruttato, come capita sovente, e tante citazioni che non tolgono o rubano idee ma servono semplicemente a omaggiare la tipologia zombie che negli ultimi anni ha sdoganato: quella dei non morti che corrono e che vedono solo gli oggetti in movimento.

giovedì 4 agosto 2016

Wailing

Titolo: Wailing
Regia: Na Hong-jin
Anno: 2016
Paese: Corea del sud
Festival: TFF 34°
Sezione: After Hours
Giudizio:4/5

Un anziano forestiero compare nelle vicinanze di un villaggio coreano di montagna. Nessuno sa da dove venga. Si sa solo che è giapponese. In breve tempo però iniziano a verificarsi morti misteriose sulle quali indaga il poliziotto Jong-gu. Gli omicidi sembrano essere legati a ritualità demoniache. L’indagine del tutore dell’ordine si fa più pressante e carica di oscuri presagi quando è sua figlia ad essere posseduta.

La potenza evocativa di Wailing non passa inosservata.
In due ore e mezza di durata il regista riesce a mettere in scena un thriller poliziesco con un'atmosfera horror e tanti elementi estrappolati dal cinema di genere.
Lo straniero, il concetto di diversità, l'epidemia, gli zombie, le maledizioni, il folklore popolare, l'indagine, la possessione, i rituali, gli spiriti e infine i demoni.
Da subito emerge una messa in scena sublime con una fotografia capace di illuminare ogni singolo dettaglio della scena (particolare che avendo a che fare col mistery risulta molto importante).
Un film che piano piano diventa sempre più complesso con trame e personaggi che sembrano il contrario di quello che finora ci è sembrato di capire.
Poi non contento di tutto ciò, il regista si concede anche il lusso di scherzare in alcuni momenti riuscendo in alcune scene peraltro grottesche a fare pure ridere (il tipo colpito dal fulmine ad esempio...) come esempio di una struttura slapstick in salsa coreana non sempre funzionale ma che qui trova un suo gioco forza interessante.
E'proprio vero che negli ultimi anni per quanto concerne i gialli, i coreani e gli orientali in generale hanno saputo rilanciarsi nel migliore dei modi con alcune strutture e trame narrative davvero originali e in grado di appassionare il pubblico con continui colpi di scena e intrecci complessi e quasi sempre lasciati all'oscuro per fare in modo che lo spettatore faccia quello sforzo in più che spesso e volentieri il cinema dovrebbe richiedere.
Na Hong-jin rimane uno di quelli da tenere sott'occhio, soprattutto contando che questo suo terzo film è il migliore e il più complesso senza contare che i due film precedenti di certo non scherzavano.


lunedì 29 giugno 2015

Monster

Titolo: Monster
Regia: Hwang In-ho
Anno: 2014
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Park Bok-Soon vende ortaggi in una piccola bancarella abusiva per provvedere agli studi della sorella minore Eun-jeong, soprattutto ora che sono rimaste orfane della nonna. Bok-Soon è un po' tonta per via di un incidente avuto da piccola, ma sopperisce alla sua mancanza d'intelligenza con una rabbia incontrollabile che le permette di affrontare ogni ostacolo e difficoltà. Fin quando sulla sua strada incontra Gae Na-ri, una bambina di 10 anni in fuga da Tae-soo, un serial killer che ha ucciso sua sorella. Bok-soon e Eun-jeong cercano di aiutare la bambina, ma Tae-soo riesce a scovarle e rapisce Eun-jeong. Bok-soon e Na-ri si mettono così alla ricerca di Eun-jeong, nella speranza che quest'ultima sia ancora viva.

Costipato di assurdi, di scene e attimi di totale non-sense, di una sceneggiatura che più volte slitta nei meandri dell'inverosimilità più totale, Monster tuttavia, non è da buttare.
Pur con una storia deludente che mischia troppe carte, mostra innumerevoli personaggi di fatto caratterizzandone forse solo due abbastanza bene, la coppia delle due giovani, la bambina che diventa subito adulta dopo l'uccisione della sorella e Park che non si capisce bene se sia completamente squilibrata sperduta in una realtà rurale.
E'un film così intenso e pieno di assurdi che dopo la visione si rimane basiti pur se al contempo si capisce che svariati elementi sono stati attaccati con una colla scadente.
In-ho ha sicuramente del talento, voleva creare una contaminazione tra action-thriller e commedia ironica, apprezzabile per certi versi e per alcune scelte e scene che risultano funzioanli, ma purtroppo non regge la struttura e gli errori sono palesi ed evidenti.


No tears for the dead

Titolo: No tears for the dead
Regia: Jeong-beom Lee
Anno: 2014
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Dopo essere emigrato in America ed essere stato abbandonato dalla madre, Gon cresce e diventa un temibile sicario. Un giorno, durante un lavoro, uccide per sbaglio una ragazzina. Il suo capo gli dice di non farsene un cruccio e gli ordina di uccidere la madre. Il nuovo obiettivo, Mo-Gyeong, lavora come risk manager in una società di investimento. Per dimenticare il lutto, si sta seppellendo di lavoro senza sapere di essere in grave pericolo. Finché non incontra un uomo che le rivela la verità dietro la morte della figlia.

Dopo il convincente THE MAN FROM NOWHERE, il regista sud-coreano arriva al suo terzo lungo, questa volta cercando di riprodurre una sorta di ibrido del precedente film cambiando pochi elementi e risultando, seppur impeccabile a livello tecnico e di recitazione, un film come tanti sul genere che dalla sua vanta alcune scene eccezionali ma comincia a svuotarsi soprattutto nel finale mostrando alcuni stereotipi che cominciano a stancare.
Con una sceneggiatura ancora più complessa, uno spietato killer, che si ritrova a dover fare i conti con la “stanchezza” nel suo lavoro e ad innescare la crisi è l’involontaria uccisione della figlia di una delle sue vittime con l’ordine dei capi di mettersi sulle tracce della madre della bambina, che potrebbe essere la destinataria di un compromettente banco di dati che il marito aveva provato a vendere a criminali russi, manco a farlo apposta diventa la miccia che fa impazzire completamente Gon.
Dong-gun Jang, il protagonista, ha gli occhi così tanto iniettati di sangue da farlo sembrare un outsider criminale di quelli da lasciar perdere a prima vista, perchè di una pericolosità mortale.
Purtroppo alcune remore e pedanti scelte narrative limitano questo buon noir, soprattutto come dicevo, nel classico tentativo di redenzione e il protagonista che diventa la classica delle vittime sacrificali come capro espiatorio per tutti i mali che ha commesso.


sabato 27 giugno 2015

Marathon

Titolo: Marathon
Regia: Yoon-Chul Chung
Anno: 2005
Paese: Corea del Sud
Festival: Cinemautismo 2015
Giudizio: 4/5

Cho-wun, un ragazzo con autismo, adora le zebre e ha un’unica passione: la corsa. Grazie al supporto della madre e di un insegnante alcolizzato, il giovane riuscirà ad allenarsi per partecipare ad una maratona.

Il film è basato su una storia vera. Per due anni il regista Jeong Yun-Cheol ha intervistato Bae Hyeong-Jin, il ragazzo che ha ispirato il personaggio di Cho-Won.
Negli ultimi anni Bae è diventato una celebrità dopo aver partecipato a varie maratone.
Ha partecipato ad alcuni talk show ed è apparso in spot televisivi.
Marathon è un film che trova nei momenti di poesia e di lirismo, avvincenti ed emozionanti, uno dei momenti più toccanti di questa intensa pellicola che riesce nel difficile compito di tenere in equilibrio un concentrato di sentimenti unendo dramma e stupore senza ingenuità, e senza scene troppo melense e momenti patetici.
Un film con una costruzione molto solida emozionando in molti casi fino al pianto ma senza incappare in errori o scene strappalacrime.
Si scava a fondo nell'anima del dolore, della fragilità, dell'accettazione (la madre) e del coraggio, la pazienza e la novità di un'esterno che entra in un mondo a lui sconosciuto (l'allenatore).
L'outsider Jung Yoon-chul, mantiene salda l'attenzione sui personaggi e costruisce tutto il film nel teso rapporto tra la madre e il ragazzo.
Lei permea di cure il figlio, senza rendersi conto che così facendo soffoca qualsiasi suo istinto, tenendolo lontano dai guai, dallo scherno della gente, dall'incomprensione, ma anche non permettendogli di evolvere, di sbocciare.
Grazie all'incontro con l'allenatore in un rapporto che nella scena degli allenamenti trova uno dei momenti forse più toccanti, si passa dalla depressione e svogliatezza del co-protagonista Jung-wook, ex corridore con rimpianti, il quale sarà proprio lui a far erompere le contraddizioni, quando molto lentamente riesce a trovare uno spiraglio di comunicazione con Cho-won.
Cho Seung-woo regala una performance impressionante entrando in un personaggio e facendolo subito suo: ogni suo gesto, ogni suo sguardo è al contempo un lampo di dolore e gioia di vivere.

Un film profondo, sincero e importante, non banale nel raccontare le difficoltà di rapportarsi al disagio, l'imbarazzo, il rammarico e la gioia, nel presentare gli errori come le conquiste quotidiane  

martedì 9 giugno 2015

Bedevilled

Titolo: Bedevilled
Regia: Cheol-soo Jang
Anno: 2010
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Per fronteggiare una forte crisi depressiva, Hae-won decide di andare a trovare un'amica dell'infanzia, Bok-nam, che vive a Mundo, una desolata isola sperduta a sud di Seoul. Là troverà una comunità maschilista che sfrutta la debolezza fisica delle donne per usurparle e ridurle a vittime incapaci di ribellarsi. La convivenza tra le due donne viene così inframmezzata da momenti di serenità, dove i ricordi del passato portano nuova energia al presente, a scene di violenza inaudita. Quando Bok-nam sospetta il marito di violentare la figlioletta, tenta di scappare dall'isola assieme a lei ma il marito se ne accorge e riempie di botte entrambe. Così tanto da uccidere la bambina e da lasciare moribonda la moglie. A quel punto, dopo l'ennesimo sopruso psicologico, Bok-nam decide di vendicarsi eliminando tutti gli artefici della sua sofferenza.

Bisogna ammettere che i coreani in fatto di fotografia e compostezza delle immagini nonchè sulla scelta delle inquadrature continuano a fare passi da gigante.
L'opera prima dell'assistente alla regia di Kim Ki-duk parte davvero molto bene inquadrando Seul con tutti i suoi limiti e difetti, un microcosmo in fondo alla deriva, per poi spostarsi su un'isola affascinante e già da subito inquietante.
E'un film di opposti.
Vendetta/Remissione, Città/Campagna, Paura/Audacia, quello in cui ancora una volta ad esplodere forte e senza effetti melensi, è il tema abusato ma che fa sempre presa: la vendetta.
Un'ingiustizia atavica quella che si nasconde nel maschilismo patriarcale della società coreana dentro e fuori le città, sparsa in tutti i luoghi rurali e guidato da tremende leggi arcaiche.
Se la prima parte esplora e indaga i soprusi quotidiani e mischia diversi target generazionali per sottolinerare la normalità di alcuni assurdi, è la seconda parte che purtroppo si trasforma in un crudo e grezzo revenge movie femminista, cosparso di sangue e nel climax finale di alcuni buchi di sceneggiatura esplodendo in un piccolo vuoto che davvero, amando il genere, non mi aspettavo.
Il film di Chul-soo Jang è un profondo incubo, psicologico prima e fisico dopo.

Quello psicologico però affascina, è dichiaratamente debitore di Ki-duk su alcune scelte e particolarità, è intenso, violento, ma allo stesso tempo necessario per cercare le cause attraverso cui tutto sembra ricadere su Bok-nam, un'isola prigione che rende estremo ogni rapporto umano e in cui gli stupri e la pedofilia non vengono condannati ma accettate come pratiche comuni.

venerdì 19 dicembre 2014

Chaser

Titolo: Chaser
Regia: Hong-jin Na
Anno: 2008
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

L'ex poliziotto e attuale pappone Jung-ho si insospettisce dopo che un po' delle sue ragazze scompaiono nel nulla. Temendo una fuga o peggio un acquisto sottobanco da parte di terzi, decide di indagare per conto suo sul mistero, finendo così per scoprire un orrore ben più profondo.

The Chaser è un esordio brillante, un noir che strizza l'occhio ad un certo genere della cinematografia coreana, piazzandosi con tutta una sua nutrita valenza di elementi originali che contribuiscono a dare forma al genere.
Partendo dall'intreccio narrativo funzionale e travolgente con il distretto di polizia, il sindaco, il serial killer e Jung-ho intrappolati in una lotta contro il tempo, si arriva mano a mano che la narrazione procede a un'indagine che già dopo la prima mezz'ora sembra risolta e conclusa.
Come spesso capita, l'opera prima del 35enne è stato il caso che ha sbancato il box office coreano e che ha fatto il giro del mondo, rimanendo però inedito in Italia.
Quello che stupisce è la maturità tecnica del regista che non trascura nessun particolare e porta anche le sotto-trame ad avere un inizio ed una fine ben precise senza esagerazioni o buchi di sceneggiatura.
Purtroppo nel secondo atto il film fatica un pò a procedere, sicuramente a causa del plot e dell'intricata matassa di elementi da sbrogliare che rimane un pò troppo macchinosa.
Quando la sfiducia cronica nei confronti delle istituzioni, già presente nel sontuosissimo MEMORIES OF MURDER, continua a procedere allora Jung-ho muove da solo il gioco, senza però, e qui l'aspetto interessante sulla caratterizzazione dei personaggi, farlo diventare un revenge-movie o un thriller in cui lo shock è l'elemento predominante.
Hong-jiin spinge tutto sui sentimenti e le emozioni che predominano i personaggi, mostrandoli, (sopratutto il serial-killer) in tutta la loro difficoltà a mostrarsi per come sono veramente.
Ancora una volta il martello diventa l'arma preferita dei serial killer e l'eleganza e lo stile con cui vengono messi in scena alcuni particolari del film, tende a rimanere una caratteristica sud-coreana e di come vengano sempre tenuti sotto controllo tutti i minimi particolari facendo, come nel caso di questo film, un lavoro molto minimale e azzerando completamente il suono nelle scene madri del film e nel fortissimo climax finale, aumentando come da tradizione, l'effetto di suspance e pathos dello spettatore.

giovedì 13 novembre 2014

Kings of Pigs

Titolo: Kings of Pigs
Regia: Yeun Sang-Ho
Anno: 2012
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

In un raptus di follia Kyung-min, che ha appena fatto fallire il suo business, uccide sua moglie. Come nulla fosse subito dopo il fatto, senza un apparente motivo, decide di contattare ed invitare fuori per cena un suo ex amico e compagno di scuola della scuola media, Jong-suk, che non vede da 15 anni. I due passano la serata a rievocare i tempi della scuola, quando erano facile preda delle angherie di un gruppo di bulli, e quando loro unico amico e difensore era un ragazzino disagiato, Kim Chul, dalla vita segnata e dal destino tragico.

L'animazione insegna che spesso può essere sfruttata proprio per gli eccessi di violenza edulcorandola con tinte molto accese come nel caso dell'opera prima del regista coreano.
Se da un lato la violenza all'interno delle scuole viene accettata quasi come un passaggio e un rituale, dall'altro si assiste anche ad un viaggio di formazione della violenza, dove purtroppo il regista in alcuni punti esagera, soprattutto in una scena in cui viene brutalmente pugnalato un gattino con una colonna sonora di urla davvero impressionanti.
Da questo punto di vista, seppur il lungo ha una interessante scelta di stile giocando tutto sulle sproporzioni dei personaggi, dall'altro sembra che al regista spesso sfugga il controllo di dove possa essere messo un limite come nella scena citata prima.
Impressionante è anche la violenza nei confronti della donna, soprattutto nella parte iniziale dove viene scandita anch'essa, con emblematica violenza per poi essere quasi subito dimenticata dal protagonista.
Proprio l'asciuttezza e la minimalità dei gesti dei personaggi, danno ancora più da pensare sull'alienazione totale vissuta da questi personaggi, intrappolati in un vortice da cui non sembra possano uscire, ma anzi ingigantendo proprio le sofferenze e facendole esplodere in tutta la loro virulenza.
Una società, quella coreana, in cui, paradossalmente, ad essere i bulli sono i bravi studenti piuttosto che quelli "cattivi" e disadattati.
Da questa dicotomia di buoni e cattivi nasce il forte simbolismo della pellicola.
Il "pig" anzi i "pigs", diventano coloro incapaci di fare qualcosa di buono, a differenza dei forti, i bravi studenti, "i cani", come nella bellissima e onirica scena del film.

I'm a Cyborg but that's ok

Titolo: I'm a Cyborg but that's ok
Regia: Park Chan-Wook
Anno: 2006
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Young Goon è un cyborg, Il-Soon un ladruncolo che fa proprie le caratteristiche dei volti altrui. O almeno, così credono. Entrambi vivono in un ospedale psichiatrico dalle pareti verdi (e imbottite), trascorrendo le giornate insieme ad altri particolarissimi pazienti: una donna decisamente sovrappeso che divora tutto il cibo che le capiti a tiro, un ragazzo che ritrova la sua dimensione camminando all'indietro, "malati" che - ciascuno a suo modo - creano a loro immagine e somiglianza, qualcosa di congeniale per passare il tempo.

"La simpatia è quella sensazione che mi impedisce di uccidere tutti quelli che dovrei fare fuori"
Senza stare a tessere lodi su uno dei registi più famosi e importanti della cinematografia contemporanea della Corea del Sud, Park arriva così alla sua prima commedia misurandosi con dei temi niente affatto banali, ma anzi confermando una sua visione a 360° nel panorama cinematografico mondiale.
In questo caso poi la malattia, il manicomio, diventano solamente una parte della grande metafora della vita, dove contestualizza il plot narrativo e una toccante storia d'amore.
Certo non è sempre facile ridere sull'impianto umoristico orientale (in particolare quello coreano) ma nella pellicola dell'outsider, tutto sembra un perfetto puzzle dove l'elemento stilistico predomina e gli elementi surreali non mancano, tuttavia senza imporsi sul soggetto mantenendo così sempre un perfetto equilibrio tra dramma e ironia.
Purtroppo forse una delle poche note dolenti del film è che sembra esaurire a metà la sua carica poetica, pur rimanendo sempre una sorta di viaggio romantico di autistica dolcezza.
In più il punto di vista, totale assenza di pregiudizio sulla follia, rende ancora più surreale in alcuni momenti, l'autentica poesia del maestro, alternata a scene di una violenza esplosiva in cui Young Goon, "cyborg" che si ciba di batterie, dimostra tutta la sua carica anarchica metaforicamente distruggendo l'istituzione sanitaria che spesso e volentieri sembra pensare solo a imprigionare il malato senza pensare che spesso la cura è proprio nei gesti e nella terapia, come l'ascolto.
Quello di un cleptomane che prende in prestito il volto degli altri, diventa così l'arma di salvezza della giovane e straordinaria protagonista.

sabato 1 marzo 2014

Snowpiercer

Titolo: Snowpiercer
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2013
Paese: Corea del sud/Usa/Francia
Giudizio: 2/5

2031. Dopo il fallimento di un esperimento per contrastare il riscaldamento globale, una vera e propria Era Glaciale stermina tutti gli abitanti del pianeta. Gli unici sopravvissuti sono i viaggiatori che hanno lottato con tutte le loro forze per procurarsi un biglietto ed aggiudicarsi un posto a bordo dello Snowpiercer, un treno ad alta velocità che fa il giro del mondo e che trae energia da un motore in moto perpetuo. Questo treno è l’unico mezzo che garantisce la sopravvivenza, diventando un microcosmo di società umana diviso in classi sociali: i più poveri stipati nelle ultime carrozze; i più ricchi nei lussuosi vagoni anteriori. La difficile convivenza ed i delicati equilibri tra classi non potranno che sfociare inevitabilmente verso lotte e rivoluzioni.

Ed eccolo qui il nostro caro Bong Joon-ho.
Anche lui a misurarsi con le impenetrabili produzioni americane.
Uno dei registi più talentuosi della sua generazione e della corea del sud, intento a cimentarsi con il film coreano più costoso di tutti i tempi.
Ora Snowpiercer è il classico film post-apocalittico, atteso da tutti con la bava alla bocca o quasi, che ha fatto parlare di sè, soprattutto contando il soggetto, il cast, la regia e la sua formidabile filmografia.
Snowpiercer sembra quell'ibrido che richiama un cast molto contaminato, un'unica location che deve diventare a tutti i costi una perfetta sintesi di critica, immaginazione senza limiti e realisticità, quindi una sfida tutt'altro che facile per l'ottavo film del regista.
Secondo me già su questa analisi, il film mostra numerosi limiti, anche se la regia è furba nel captare cosa è più importante mostrare nel treno e cosa no.
D'accordissimo su questo tipo di scelta, anche se a dirla tutta però, alcune parti possono risultare contraddittorie e non in sintonia con quello che poi noi vediamo, ma non capiamo, ad esempio, da dove saltano fuori alcuni personaggi o dove si annidano elementi di cui il film accenna ma che poi non mostra.
La distribuzione dei vagoni, ciò che vi è immesso, genererà nei confronti di un attento osservatore, domande a gogò a cui non arriveranno risposte, quindi, o vi mettete l'animo in pace, o mandate a fare in culo il film. Semplice.
Ci sono due elementi inaspettati del film: la violenza e la potenza immaginifica.
La seconda in realtà non esplode mai, ma anzi, relega le aspettative verso un climax, diciamo, più pacato, in sintonia con una coerenza narrativa che non invece nell'esagerazione più totale (il quale avrebbe sancito una sconfitta immeritata sotto tutti i punti di vista).
La violenza è il fattore che spiazza e l'elemento più convincente del film.
Senza inutili concessioni e senza dilungarne troppo la messa in scena, è funzionale allo scopo perchè uccide e terrorizza. Punto.
Arriva potente come un fiume in piena e senza nessuna limitazione o senza lesinare nulla. Probabilmente visto il taglio tutt'altro che americano, è probabile ipotizzare che su questo particolare, il regista non abbia accettato compromessi.
La scena nel vagone con il passaggio rituale del regime che bagna la lama dell'accetta, dentro il sangue del pesce, è poi inizia la mattanza, è cruenta come nessuno si aspetta e di inusuale attualità. Senza contare la punizione del braccio a spese di un disperato nel treno.
Da questo punto di vista a parte volute forzature a cui il regista si è accostato, forse troppo facilmente, ci sono dei tagli netti nelle scelte e negli intenti dei protagonisti, che come per la violenza inusuale, non saranno così banali come si pensa, nel senso che alcune scelte spiazzeranno per gli intenti con cui vengono portati alla luce.
Ci penseranno invece alcuni colpi di scena, davvero bassi e telefonati, a contrastare con quell'idea, tratta da un fumetto, che il regista aveva scritto e che dopo anni è riuscito a portare alla luce anche grazie all'aiuto e gli sforzi produttivi della casa di produzione del buon Park Chan-Wook.
La metafora dei vagoni come gironi danteschi è buona, ma andava secondo me portata più a fondo (alla fine dei conti di vagoni ne vediamo davvero pochi, di cui alcuni, misuratissimi nel non farci vedere quasi nulla o nella loro inconsistente banalità).
La struttura che convoglia il film verso tante cose già viste, e che forse non vorremmo più vedere, è quella del viaggio dell'eroe.
Purtroppo in questo caso, si disegna un protagonista davvero troppo stereotipato e poco può fare Evans per cercare di dargli sostanza.
Il resto del cast è così perfetto in questa contaminazione e nel suo essere volutamente "universale" che alla fine non sembra nemmeno così suggestivo come voleva essere, anzi contando il poker di attori della madonna che aveva, mi è sembrata davvero una caratterizzazione poco convincente e anch'essa grondante di cose già viste.
Stiamo parlando di attori del calibro della Swinton, Song, Harris e Hurt.
Questo Curtis convince davvero poco come eroe, rivoluzionario, prescelto etc etc...
Alcune forzature in campo di facili sentimenti e una lacrimuccia che nel finale è telefonata come la chiamata di 12 ANNI SCHIAVO o AMERICAN HUSTLE agli Oscar, è davvero un colpo basso e inaspettato, che forse nessun fan del regista avrebbe voluto vedere. Mi riferisco alla scena dei superstiti dove vediamo due mabini, come segno di una nuova rinascita, lei ovviamente coreana e lui afro-americano.
Ormai è così. Spesso senti di un'idea originale, un cast davvero ottimo, un trailer furbacchione e un regista che ha dato finora solo perle. Poi però senti della produzione americana e allora a parte rari casi, purtroppo si parlerà di prodotto e non di opera. Peccato.
Tra i tre arrivati con film diversi in questi ultimi anni sul suolo americano, ne prendo in esame tre: STOKER,THE LAST STAND e SNOWPIERCER. Il migliore è il primo mentre il peggiore è proprio l'ultimo. Perchè? Perchè come dicevo una volta, da grossi poteri derivano enormi responsabilità.
Snowpiercer è uno dei tanti esempi che non supera la soglia. Come una metafora dello stesso film, sembra segnato da un destino ineffabile, in cui come in un contrappasso del cazzo, dovrà sempre girare su se stesso.
Il fatto è che quando si decide di fermalo forse è troppo tardi.


lunedì 9 dicembre 2013

Red Family

Titolo: Red Family
Regia: Ju-hyoung Lee
Anno: 2013
Paese Corea del Sud
Festival: TFF 31°
Giudizio: 3/5

Un gruppo di spie nordcoreane, camuffato da famiglia-modello, viene inviato nel Sud per eliminare i disertori che hanno attraversato il confine. Il contrasto con il modello di vita sudcoreano porterà la famiglia posticcia ad abbandonare l'iniziale disprezzo per invidiare sempre più pregi e difetti dei vicini di casa.

Lee presentando il suo film in concorso al TFF ha detto chiaramente che insieme a Ki-Duk volevano mostrare le tensioni tra le due Coree facendo un lavoro ben diverso dai film finora incentrati sull'argomento. Lee stesso ha detto poi che ha cercato di apportare il giusto tono drammatico alla vicenda con qualche sottile ironia tra le parti e puntando davvero molto sulla recitazione dei personaggi.
Un film per certi versi molto difficile e che ruota attorno ad una promessa di fondo e degli intenti da perseguire lungo tutta la durata del film. La necessità dunque di peseguiuno scopo non semplice da una parte mentre dall'altra un regista alla sua opera prima che sceglie un film tutt'altro che semplice. Lee approfondisce il lavoro mettendo a confronto il gruppo protagonista con una famiglia tipica, in questo caso i vicini di casa, e tutti i problemi che conseguono, dall'invidia alla comprensione.
La riflessione circa l'illusione e il pessimismo nonchè la dura sopportazione di un dovere ideologico da seguire, una ragione di stato atroce e ottusa, il costo è il sacrificio della famiglia, portano il primo gruppo famigliare a domandarsi il perchè dei loro omicidi (la scena dell'infanticidio è fortissima, forse e anche per questo un nome come Kim-ki duk ha potuto permettere ciò) e un senso di colpa da cui è impossibile fuggire.
Degli intenti quelli sviluppati da Lee e supervisionati da Ki-duk (ha scritto la sceneggiatura, e non è poco davvero, in più l’ha prodotto e l’ha pure co-editato) che hanno sicuramente il merito di denunciare, almeno agli occhi di noi Occidentali, il clima di tensione che ancora oggi persiste tra la Corea del Nord e del Sud, sia le barbarie quotidiane cui sono sottoposti gli oppositori della Repubblica Popolare.
Un film che provoca, vuole provocare e cerca a tutti i costi di riuscirci azzardando ed esagerando in alcuni punti e insistendo molto su altri, cercando comunque di portare un messaggio e se pensiamo al monologo teatrale, nonchè scenetta sulla barca, in cui i protagonisti vanno incontro al loro destino, come opera prima e come messaggio sicuramente vale la pena di essere visionato senza lasciarsi confondere dallo spirito e da alcuni toni del film.
Struggente per essere una parabola realista.

Moebius

Titolo: Moebius
Regia: Kim ki-duk
Anno: 2013
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Dopo l'ennesimo tradimento del marito la moglie tenta di evirarlo senza successo. Finisce invece per evirare il figlio e poi fuggire, scatenando una reazione a catena incontrollabile. Il padre tenta in ogni modo di restituire una sessualità al ragazzo, nel frattempo vittima di ogni genere di abuso da parte dei coetanei, fino a far trapiantare il proprio pene nel corpo del figlio. Ma la madre intanto ritorna a casa e la tragedia familiare si aggrava ulteriormente.

Evirazioni, torture, sequenze sadomaso e castrazioni chimiche o compiute tramite armi da taglio o armi da fuoco sono gli accessori di questo intenso film.
Kim ki-duk è un folle, un mezzo genio, capace di travagliare tutta la sua filmografia e dare prova a se stesso, alla critica e agli opinionisti di essere uno dei registi più prolifici,violenti e allo stesso tempo poetici in tutto l'Oriente.
Non a caso è tra i più famosi dei registi della Corea del Sud.
Quando leggi che questo film, che fondamentalmente contamina molte delle sue tematiche facendone un cocktail e portando tutto all'eccesso, già potresti cercare di capire che cosa potrebbe attenderti. Quando leggi che il film ha dovuto affrontare tre gradi di giudizio censorio e uscirà con numerosi tagli in patria, immediatamente ti viene da sorridere e non vedi l'ora di vederlo. Poi chiama almeno due attori davvero niente male tra cui il suo ex attore feticcio protagonista della trilogia CROCODILE, BAD GUYS e WILD ANIMALS (il sottoscritto la vede come una trilogia soprattutto per i temi trattati e per il taglio completamente diverso adottato dal regista poi nei film successivi).
Il desiderio sessuale di nuovo conduce inesorabilmente al dolore, il nucleo familiare, su cui rispetto al precedente, focalizza di più il dramma, sembra far pensare alla tragedia, il maschile e il femminino regolano la propria relazione secondo leggi ancestrali brutali che precorrono qualunque forma di civiltà.
Provare a provocare dunque con un cinema ancora più disturbante dopo il leone d'oro per PIETA' er possibile dunque per un regista del suo calibro che ha saputo riflettere anche circa una vera e propria tragedia verificatasi durante il set?Sì non solo lancia la sfida, ma la fa sua, la dirige e la pensa molto bene, intuisce che ad un tratto una sottile linea di ironia e un certo tipo di humor sono necessari alla causa, ma senza di fatto sminuirne il peso drammatico, cercando anzi di stabilizzare gli umori.
Poi c'è un altro piccolo particolare...tutto il film è muto, cioè senza dialoghi, eppure non c'è un solo momento in cui questa cosa sembri pesare al ritmo, alla narrazione e allo spettatore indisciplinato.


giovedì 20 giugno 2013

Saw the Devil

Titolo: Saw the Devil
Regia: Kim Jeen-woon
Anno: 2010
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Dopo aver vissuto in diretta telefonica la morte della fidanzata per mano di un serial killer, un agente speciale si scatena in una caccia all'assassino senza esclusione di colpi, con l'intento di infliggergli le stesse sofferenze subite da troppe vittime innocenti

Kim Jeen-woon è una delle cose più belle e interessanti giunte a noi dalla Corea del Sud. E'vero il suo cinema non è commerciale (tranne casi come LAST STAND) e la distribuzione non è sempre stata quella che si sperava però qualche pellicola è aRrivata e le altre, come molte del resto, si possono trovare in rete.
Diciamo che su un manipolo di dieci film non ne ha sbagliato nemmeno uno. Diciamo che è fuori dagli schemi uscendo fuori dai generi ed essendo capace di mischiarli creando dei semi-capolavori come è stato recenmtemente il caso di IL BUONO,IL MATTO E IL CATTIVO.
In questo caso chi ha visto il diavolo?chi è o cosa è il diavolo? Cosa può impossessarsi di una persona portandola a crearsi un suo microcosmo di valori e scelte o cambiandone completamente la natura. Prevalgono gli istinti, c'è un meccanismo di identifizacione multipla, un susseguirsi di estreme, radicali e spietate scelte che mettono le basi e creano anche degli scorci preziosi di cinema vitale.
Ancora una volta la visualizzazione esplicita della violenza non cade nella banalità del male ma è ancorata ad una spirale di vendetta che non conoscerà regole.
Ancora una volta sviscera un duello individuale in cui le istituzioni vengono lasciate dietro la furia selvaggia dello scontro personale
Bravissimi come sempre i due attori Lee Byung-hun, attore feticcio del regista e il contrappeso del gigantesco Choi Min-sik.

martedì 16 ottobre 2012

Pietà



Titolo: Pietà
Regia: Kim Ki-Duk
Anno: 2012
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 4/5

Al soldo di un potente strozzino, Gang-do è un uomo crudele e violento che si occupa di recupero crediti e che non esita a ricorrere a qualsiasi mezzo pur di avere i soldi che gli son dovuti. Un giorno, all'improvvisio,una donna gli si para di fronte, sostenendo di essere sua madre e chiedendogli perdono per l'averlo abbandonato. Dapprima sospettoso, l'uomo si convincerà della sincerità della donna: ma questa porta con sé un grande e doloroso segreto.

Pietà è una cornice magnifica e permeata di significati ma non è un capolavoro soprattutto se andiamo a scandagliare la folta filmografia del talento coreano.
In esso si addensano vari temi cari al regista e il suo bisogno di comunicare con le immagini senza dover mai spiegare più di tanto cosa succede.
Ancora una volta non ci sono eroi e non ci sono solo vittime. Esistono una pluralità di aspetti che vengono resi al meglio ed esasperati, come in alcune scene, all’ennesima potenza.
Il bisogno di essere perdonati, di perdonare, di amare e di sentirsi vicino a qualcuno sembrano sempre più tematiche vuote all’interno di una società capitalista che non riesce a fermarsi un minuto.
E’così la celebre raffigurazione di Michelangelo diventa il sinonimo di un rapporto vizioso e dolcissimo.
Una vendetta narrata in modo piuttosto originale senza mai perdere di tono ma anzi accentuando i temi portanti della storia che riportano ad un triangolo di vita, morte e denaro, che sono come una catena di montaggio, gli accordi su cui si dipana la storia.
Interpretazione splendida di Jo Min-Su al suo primo film, riesce in modo eccezionale anche a fotografare una Seoul quasi abbandonata, una sorta di spazzatura tecnologica in cui chiunque cerca di arrabattarsi qualcosa e sfuggire agli strozzini.
La vendetta e la pietà non sono forse mai state inquadrate in una cornice così ricca di simboli e rimandi.
Un regista che conferma il suo talento, il suo bisogno di ricorrere alla settima arte per mostrare i suoi valori e la sua intima visione della pietà e della vendetta, due nodi che non intendono slegarsi.

mercoledì 29 febbraio 2012

Sector 7


Titolo: Sector 7
Regia: Kim ji-hoon
Anno: 2011
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Hae-jun è una giovane e affascinante donna che lavora a bordo di un sofisticato veicolo di prospezione petrolifera chiamato Eclipse impiegato nel Settore 7, uno stabilimento petrolifero sottomarino situato a sud dell'isola di Jeju. Hae-jun e il resto dell'equipaggio dell’Eclipse scenderanno sul fondale marino per una trivellazione esplorativa alla ricerca di petrolio, ma il loro viaggio di lavoro diventerà un incubo.
Una creatura sconosciuta riesce infatti a entrare all'interno della Eclipse attraverso i tubi di trivellazione, seminando morte tra l'equipaggio: per sopravvivere deve infatti cibarsi di carne.
La lotta per la sopravvivenza tra il mostro e l'equipaggio sarà senza quartiere...

Diciamo che ci si aspettava un po’ di più da questo promettente, almeno sulla carta, film di matrice coreana. Negli ultimi anni infatti il cinema del Sud ha saputo regalare delle pellicole interessanti soprattutto sui generi. In questo caso il regista che ha scritto anche il soggetto e la sceneggiatura sembra aver visto THE HOST,LA COSA,MOBY DICK e ALIEN, dopodiché ha frullato tutto quanto senza riuscire a contaminare bene l’azione con la fantascienza. Se il primo atto è interessante(l’incipit della scoperta marina), poi tutto sembra degenerare verso la strada della tamarraggine acuta, in alcuni casi così inguardabile da rimpiangere i block-buster americani(mi sembra di aver detto tutto).
Un peccato perché le premesse c’erano, il cast serve la causa anche se la caratterizzazione è molto macchiettistica e i dialoghi potevano di certo regalare qualcosa di meno banale. Purtroppo un film coreano ad altissimo budget super commerciale e senz’anima. Alcuni momenti poi sono davvero da dimenticare come il doppio impiego della scena della moto e via dicendo.
Non a caso dopo la prima mezz’ora viene da fare il tifo per il mostro.

martedì 15 novembre 2011

Resurrection


Titolo: Resurrection
Regia: Jang Sun Woo
Anno: 2002
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 2/5

Joo, fattorino di un ristorante e abbastanza sfigatello, passa tutto il suo tempo libero in una sala giochi e ripone tutte le proprie speranze di gloria nel sogno di diventare un gamer professionista. Presentatagli l'opportunità di partecipare a uno strano gioco virtuale (chiamato "The Resurrection"...), senza pensarci due volte si tufferà letteralmente dentro un'avventura ludica che non assicura il ritorno alla vita reale.

I coreani anche se sbagliano dovrebbero alle volte avere dei riconoscimenti come anche i giapponesi e gli austriaci per idee più malate e deviate.
In questo caso poi il film in questione è un super-kolossal coreano con più di 10 milioni di budget e girato in quattro anni, con una post-produzione che fra traversie innumerevoli e riuscita infine a portare a termine il secondo e forse ultimo film di Sun Woo poiché il film è stato un evidente fiasco e forse le produzioni vogliose di incularselo si guardano bene sull’investire nuovamente sul regista.
In questo caso l’assunto della piccola fiammiferaia con una sorta di gioco on-line (a metà tra JOHNNY MNEMONIC, STRANGE DAYS, EXISTENZ e quando si parla di bande non manca la citazione a THE WARRIORS come nelle sparatorie l’immancabile MATRIX) in cui bisogna farla innamorare di sé e poi ucciderla facendola morire di freddo. Diciamo una di quelle scommesse che fa godere a priori ogni afecionados della sci-fi contemporanea ma che però vuole anche un minimo di coerenza in fase di scrittura.
Naturalmente il regista non ci riesce, complice anche un protagonista davvero sfigato e una storia che anche se assurda poteva spiazzare in modo diverso.
Non è ancora una volta così è tra un luogo comune e un altro, tra sparatorie e personaggi ai limiti della tamarria conclamata, si assiste a orrori di sceneggiatura, tra i capitoli del film (che segnano e dividono le parti come in un film di Tarantino) compare la piccola fiammiferaia (odiosa più del morso delle zanzare) che spara a destra a manca a chi non le da l’elemosina con tanto di mitra…