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martedì 16 maggio 2017

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

venerdì 9 gennaio 2015

Rio 2096-Una storia di amore e di furia

Titolo: Rio 2096-Una storia di amore e di furia
Regia: Luiz Bolognesi
Anno: 2013
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

Seicento anni fa "Brasile" era solo il nome di un albero e il territorio su cui oggi sorge Rio era popolato dagli indios Tupinambas. Un uomo tra loro, profondamente innamorato, venne prescelto dal destino e dagli dei per condurre il suo popolo "alle terre libere dal male". Dal tramonto del 1500 fino al 2096, passando dalla guerra tra francesi e portoghesi, dai campi di cotone degli schiavi, dalla dittatura militare del '68 fino alla guerra per l'acqua del prossimo futuro, quell'uomo ha obbedito alla sua missione di combattente contro l'avanzata inarrestabile del buio e dell'odio, armato solo dell'amore per Janaìna e della vocazione a non arrendersi mai.


L'animazione spesso ha il merito di sintetizzare e concettualizzare dove spesso è volentieri la fiction non riesce. In particolar modo poi è utile come genere per contrapporre miti e leggende, trasformazioni e cambiamenti radicali.
Bolognesi, il quale ha collaborato come sceneggiatore per diversi lavori prima dell'ultimo film di Bechis, crea una sorta di Avatar storico d'animazione, in cui l'obbiettivo sul traguardo storico non era certo facile, trovando la costante nella città di Rio, vera capitale di una lotta esistenziale tra amore e potere.
Senza disporre di un budget sorprendente come capita per le produzioni Usa o Nipponiche, strizza più l'occhio all'animazione italiana, distante anni luce dalle sorprendenti scoperte nella c.g che hanno portato negli ultimi anni, alla creazione di alcuni "live action" straordinari.
Piace e forse in alcuni passaggi, anche se un po troppo didascalico e melanconico, potrà far commuovere qualche anima sensibile.

mercoledì 3 dicembre 2014

Branco Sai Prieto Fica

Titolo: Branco Sai Prieto Fica
Regia: Adirley Queiros
Anno: 2014
Paese: Brasile
Festival: TFF 32°
Giudizio: 2/5

A Brasilia la polizia fa irruzione in una festa da ballo di persone di colore e rovina per sempre la vita di due partecipanti: uno finisce sulla sedia a rotelle, l’altro, calpestato da un cavallo delle forze dell’ordine, perde una gamba. Ma i due uomini non vogliono raccontare la loro storia in modo tradizionale: vogliono mentire, cercare nuove forme di narrazione del passato, inventare un futuro avventuroso dove storpi e amputati non sono corpi prigionieri. Un futuro in cui arriva un agente per mettere i potenti di fronte alle loro responsabilità: lo stato brasiliano è colpevole? Sarà mai messo sotto processo?

Il film di Queiros, una sorta di docu-fiction molto sperimentale, parte bene con una calda fotografia, alcuni disabili che dovranno rendersi interessanti. In più un'eccellente musica unita a un collante sociale che vuole essere di denuncia nei confronti di un'eguaglianza sociale sempre più distante (soprattutto in Brasile o nei paesi del "vecchio terzo mondo") in cui i neri, come nel titolo, vengono sempre dopo i bianchi.
Il problema del film è che sembra esaurire tutta la componente narrativa dopo pochissimi minuti per girare tutto su se stesso, elaborando uno strano scenario distopico che non è mai chiaro fino in fondo, o forse rappresenta la metafora con cui i poveri abbandonati dalle istituzioni e dallo Stato, temono il loro futuro incerto.
Seguendo alcuni personaggi arriviamo poi in un furgone al cui interno vive un disadattato in costane collegamento con una sorta di governo che gli comunica cosa fare e chi colpire.
A tratti sembra citare il cinema di Sganzerla soprattutto nella scena in cui il disadattato è convinto di essere seguito e spara raggi laser contro ipotetici nemici.
E'allora e proprio qui, quando tutto acquista una sorta di ironia drammatica unita però ad uno humor trash e scadente, che non ci si ritrova più nell'immaginario e negli intenti del regista.

domenica 29 settembre 2013

Bandito della luce rossa

Titolo: Bandito della luce rossa
Regia: Rogerio Sganzerla
Anno: 1969
Paese: Brasile
Giudizio: 4/5

Jorge, un emarginato della città di San Paolo, dopo aver messo in subbuglio tutta la popolazione, e soprattutto dopo aver sfidato la polizia con le sue "imprese", diventa famoso come "il bandito della luce rossa". Il soprannome gli deriva dalla particolare tecnica con cui mette a segno i furti.

"Il terzo mondo esploderà e solo chi non ha le scarpe sarà risparmiato”.
"Questo mondo è vuoto: io non so se lo stiamo costruendo o distruggendo".
Un dramma basato sulla storia vera di Caryl Chessman, il famoso bandito californiano soprannominato «il bandito della luce rossa», che venne catturato nel 1948 e trascorse 12 anni nel braccio della morte prima di venire giustiziato nel 1960.
Erano anni difficili ma cinematograficamente parlando gli anni del "Cinema Novo" in cui Sganzerla, grandissimo fan e discepolo di Welles, esce completamente dai canoni con questa opera fuori dagli schemi con una sorprendente libertà di stile e quant'altro.
Girato estremamente low-budget come quasi tutto il cinema e i documentari del regista, questo film ho avuto la possibilità di ammirarlo in una grande retrospettiva fatta dal Cinema Massimo di Torino proprio sul regista brasiliano.
Si può ricondurre la matrice ai film polizieschi classici americani come QUANDO LA CITTA'DORME in cui si delineano chiaramente le due figure opposte del delinquente e del poliziotto che gli da la caccia, ma il tutto è sovraccaricato dalla verve esplosiva del suo autore che non è intenzionato a confezionare un film di guardie e ladri: vuole raccontarci la malinconia del Brasile, la povertà e la disperazione in cui molti sono costretti a vivere, come il protagonista che acceca le sue vittime con un faro rosso ma in fondo è solo un povero disgraziato che ha preso coscienza delle amarezze della vita troppo presto perché viene dalle favelas, un posto in cui ci dice lo speaker due disgraziati hanno tentato di derubarsi a vicenda per poi accorgersi che non c’era niente da rubare.
In effetti però la scelta tecnica e lo stile del regista sono davvero anomali in certi passaggi, cambiando drasticamente la fotografia, il b/n, il montaggio, voci narranti e voci esterne, i discorsi apocalittici sul destino dell'umanità e interventi del radiogiornale sulle scorribande del nemico pubblico del momento (in alcuni momenti sembra quasi un parente alla lontana dei lottatori mascherati), le prime scritte a display luminoso sopra i negozi forniscono informazioni sul film, dal film, per il film, la voce fuori campo del protagonista si mescola al notiziario mentre le immagini si alternano fra un passato presente e un presente passato dove convivono violenza e samba, il buono e il cattivo, o bandido da luz vermelha durante le sue scorribande nelle abitazioni altrui e l’ispettore Sadi che gli da la caccia disprezzando però le vittime delle azioni criminali, vista la loro ricchezza.

lunedì 25 luglio 2011

Blindness


Titolo: Blindness
Regia: Fernando Meirelles
Anno: 2008
Paese: Giappone,Brasile,Canada
Giudizio: 3/5

Un uomo sta guidando nel traffico cittadino. D'improvviso la sua auto, ferma a un semaforo, non riparte più. Non si tratta di una panne tecnica. Molto più tragicamente, l'uomo non vede piuù nulla se non un biancore lattiginoso. Dopo che un passante, con la scusa di accompagnarlo a casa, gli avrà rubato l'auto, l'uomo andrà a farsi visitare da un oftalmologo il quale, al risveglio il mattino dopo, si ritroverà privo della vista. L'epidemia si espande a macchia d'olio e i primi colpiti vengono internati in un ospedale nel quale si fa ricoverare anche la moglie del medico che è l'unica a non essere stata colpita dal morbo. Da quel momento utilizzerà il proprio vantaggio (che non rivelerà agli altri) per cercare di sopravvivere all'inferno in cui si trasforma la società.

Credo che quasi tutti abbiano letto Cecità di Saramago. Per chi non lo avesse letto, beh direi che dovrebbe correre in libreria perché è davvero fondamentale sotto svariati punti.
Lo scrittore non voleva che diventasse un film, ma forse a parte il merito di una sceneggiatura di Don Mc Kellar , che recita pure nel ruolo del ladro, che  seppur veicola più sull’azione che sui momenti riflessivi, il film non è affatto male.
E’un’impresa difficile perché il romanzo è un concentrato melanconico di emozioni,riflessioni,quadri mica poi tanto apocalittici, critica feroce alla società e agli organi istituzionali nonché il governo.
Se da un lato il regista fa un lavoro incredibile di ricostruzione, di dispiegare al meglio gli ambienti e cercare di dare più enfasi possibile agli attori, dall’altro sembra lasci aperte delle incognite o forse sono elementi della regia trascurata, come l’elemento spazio-tempo(dove siamo?) oppure l’impiego anche se a mio avviso in questo caso necessitava, di una voce narrante dettata dall’uomo con la benda sull’occhio.
La fortuna, se così possiamo chiamarla, è di avere al timone Meirelles(CITY OF GOD,THE CONSTANT GARDENER), regista dal grande talento e dalle indubbie capacità artistiche, che non lesina di risparmiare condanne o  critiche sociali e tutto il resto, premiando un cinema fisico e sempre scandito da un ottimo ritmo come i suoi precedenti film.
In questo caso la storia è davvero emozionante così come lo sviluppo e i tre atti che la costituiscono entrambi giocati su una location diversa. Fernando non mette dei paletti alla violenza mostrando ed in alcuni casi esagerando sulla efferatezza dei gesti compiuti dai non-vedenti dell’ala B , veri cani idrofobi disperati e così la scena delle donne che in fila di dirigono al calvario e la giustizia della Moglie sono elementi assolutamente magnifici e girati con grande maestria e arricchita da una bellissima fotografia intrisa di un bianco candido (ad opera di César Charlone).
Un altro punto a favore è la scelta degli attori, molto diversi etnicamente e fisicamente, tra cui spiccano Ruffalo, Moore e Glover nonché Bernal che riescono tutti grazie proprio ad uno schema corale a dare e d esprimere la loro sofferenza nello stato di degenza in cui sguazzano.
Dunque capiamo come mai ci è voluto così tanto tempo per trasporre dal libro al film un romanzo così complesso nella sua apparente semplicità.
Un messaggio poi quello finale che sembra davvero profetico in merito alle barbarie e all’aumento di violenze sparse su tutto il globo.
"Non penso che siamo diventati ciechi. Lo siamo sempre stati. Ciechi che vedono. Persone che possono vedere ma non vedono"

sabato 16 luglio 2011

Tropa De Elite 2


Titolo: Tropa De Elite 2
Regia: Josè Padilha
Anno: 2010
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

Il capitano Roberto Nascimento viene promosso a capo dell'intelligence militare, mentre l'ufficiale Matias lo sostituisce al comando del BOPE, la squadra speciale che opera nel difficile scenario delle favelas brasiliane

Vi ricordate quando finalmente uno di nome Josè Padilha confezionò un capolavoro come Tropa De Elite per dare un quadro abbastanza fedele su quanto stesse capitando e capita tutt’ora nelle favelas brasiliane di Rio De Janeiro. Nessuno si aspettava un film di quel tipo.
Poi arriva il secondo.
Crudo,necessario,disperato,cupo e assolutamente realistico è sicuramente tra i migliori film del 2010 e tra i migliori film in generale degli ultimi anni.
Viene quasi da dire che quando le cose non cambiano allora continua la denuncia per cercare di far luce su una realtà che come quella messicana mette in ginocchio le sorti di un paese e di un popolo costretto ad abituarsi ai massacri giornalieri, faide e conflitti tra cartelli del narcotraffico.
Gli agenti del Bope, ottima analisi di come agisce la milizia e quadro impietoso su chi sta dentro,Matias sempre lui, e chi controlla da fuori,Nascimento(Moura in stato di grazia) e su chi cerca di negoziare tentando una deriva di speranza che non potrà mai esserci  e anzi continuando con una critica spietata e spregiudicata della denuncia politica e della corruzione che dilania le sorti del paese.

L’analisi condotta in questo caso è scioccante.
Quando Nascimento ormai investito di carica politica cerca di attuare delle campagne per mobilitare e accrescere la forza spietata del Bope, ma a differenza degli altri interessati per ragioni etiche e per cercare di riuscire a debellare un tumore che sta mettendo in ginocchio il paese, si rende presto conto di quanto sia l’unico a credere nella giustizia a differenza di tutto l’apparato politico che se lo lavora e poi lo inchiappetta con la stessa facilità con cui i ragazzi nelle favelas fanno uso di crack.
Ed è proprio dal clientelismo e i legami di parentela che esce fuori un ennesimo mostro, parente di un altro mostro che sta ai vertici, ha dettare legge uccidendo molti narcotrafficanti e instaurando un regime corrotto militare nelle stesse favelas che sembrano produrre ricchezza a palate.

A livello tematico il film è superlativo nel senso che non si abbassa di fronte a nulla, non cede e anzi aumenta sempre il ritmo e la carica emotiva facendoti prendere parte in questo assedio e questa lunga e disperata guerra civile che sembra non aver mai fine come appunto denuncia con ancora più cattiveria lo stesso regista a distanza di pochi anni.
Fantastica l’analisi sul futuro delle prigioni elaborata da un personaggio davvero da icona come il deputato di sinistra, Diogo Fagra che convive con la ex-moglie di Nascimento, una piccola chiave di volta a livello narrativo che mostrerà alllo sconcertato Nascimento, la corruzione devastante dei suoi colleghui e di tutto l’apparato poliziesco e oltre.
Lui che prova da negoziatore a cercare di essere l’elemento che può dare una risposta ai criminali più pericolosi in una magnifica e profetica scena, circa venti minuti, dall’inizio del film in cui è riassunto già tutto.
Un film come non mai, coraggioso, spietato e infallibile nella sua pesante denuncia in cui proprio l’elemento politico-mediatico è portato ai massimi livelli riuscendo sempre ad essere un microcosmo descrittivo di tutto ciò che capita nei rapporti umani,famigliari,politici,militari e malavitosi.
Padilha sei un figo, continua così!