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giovedì 15 giugno 2017

Johnny Mnemonic

Titolo: Johnny Mnemonic
Regia: Robert Longo
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Johnny è un corriere neurale, un uomo con un impianto nel cranio che gli consente di usare il suo cervello come un hard disk. Per fare spazio si è fatto cancellare i ricordi della sua infanzia ed ha raddoppiato la capacità della sua memoria con una espansione, ma la massa di dati che per una grossa somma ha accettato di recapitare supera i suoi limiti, e lo porterà alla morte se non sarà in grado di scaricarla entro breve tempo. Ciò che Johnny ignora è che sta trasportando la formula criptata della cura del male del secolo, il NAS (Sindrome da Attenuazione del Sistema Nervoso), trafugata da alcuni ricercatori della Pharmakom che vogliono renderla pubblica. Ma l'azienda farmaceutica che ne è proprietaria è intenzionata invece a trarne il massimo profitto, ed ha incaricato la Yakuza di recuperarla a qualsiasi costo. Accompagnato dalla bella Jane, guardia del corpo contagiata dal NAS, ed inseguito dai sicari giapponesi che dopo aver trucidato gli scienziati ribelli vogliono ora letteralmente la sua testa, Johnny trova rifugio tra i Lotek, e nella loro base riesce a decodificare la formula ed a liberarsene prima che l'eccesso di dati nella sua mente raggiunga il punto critico.

E'incredibile come alcuni film sci-fi distopici riescano ancora ad oggi ad essere pungenti e incredibilmente all'avanguardia. Johnny Mnemonic è un film d'azione con tanti ingredienti mischiati all'interno. Una piccola rivincita con alcuni aspetti cyber punk e il tentativo di renderlo etnicamente vario e con tanti accessori e intuizioni interessanti e d'avanguardia.
Il film di Longo è indubbiamente sporco, un giocattolone con tanti difettucci di fabbrica e non solo nel cervello del protagonista e nelle parti deboli dei Lotek.
Dal punto di vista dell'epoca e dell'ambientazione il lavoro di ricostruzione e di computer grafica è immenso pur lasciando alcune piccole pecche che a mio parere insieme agli altri elementi fracassoni ne danno una certa dimensione appunto che lo redono quasi un b-movie sporco e rozzo.
Per quanto concerne la sceneggiatura e la storia bisogna inchinarsi di fronte a Gibson e la cura che ha messo per questo primo film ispirato al suo racconto.
Proprio l'ambientazione nel 21° secolo, cioè il nostro secolo, è curioso vederlo così ipertecnologizzato come tanti altri registi credevano in quegli anni vedendo l'incredibile sviluppo tecnologico. Johhny Mnemonic dello sconosciuto Longo che sembra essersi perso dopo questo film (le major lo avranno fatto sparire) pur avendo tantissimi limiti rimane quel tentativo come per molti film di quegli anni, di riuscire a creare un'opera contaminata da numerosissime influenze e tendenze. Un mondo decadente dove tutti sono costretti a vendersi o vendere parti del corpo per potersi potenziare, in cui l'egoismo è diventato il vero mantra, in cui gruppi economici di dimensioni planetarie controllano i loro enormi interessi ricorrendo senza scrupoli alla forza illegale di organizzazioni criminali come la Yakuza, la potente mafia giapponese impiegata in questo film in modo più che altro kitsch. Allo strapotere delle multinazionali si contrappongono gruppi di resistenza clandestini come i Lotek, che vivono, confusi nell'eterogenea massa di una popolazione tagliata fuori e minacciata dal nuovo morbo del secolo, tra le rovine fatiscenti e abbandonate delle periferie urbane.

Infine un cast abbastanza importante per l'anno di uscita dove al di là di Keanu Reeves che recita come in tutti i film senza dimostrare particolari doti ma essendo di fatto solo belloccio e bucando lo schermo ricordiamo le performance di Lundgren nel Predicatore e Kier nel ruolo di Ralfi.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


Yado

Titolo: Yado
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gedren è una potente e perfida regina, che grado a grado sottomette o stermina i sovrani rivali. Sonja, una atletica principessa unica superstite di una famiglia regale, vuole vendicarsi dell'eccidio dei suoi e parte in cerca dell'avversaria, dopo che questa ha rubato nella città di Habloc un prezioso talismano. Si tratta di una enorme e scintillante pietra verde, il possesso della quale garantisce quello dell'universo, perché solo tale pietra, finché starà sepolta nelle viscere della terra, ne assicura l'equilibrio. Premesso che unicamente mani femminili possono toccare e conservare il prezioso talismano, Sonja intraprende il suo viaggio. Aiutata da un baldo, gigantesco cavaliere - Yado - oltre che da Tarn, il principe bambino della città di Halboc, assistito daL buffo, ma fedelissimo scudiero Falcon. Le avventure sono numerose e molteplici i rischi, ma alla fine i quattro arriveranno alla meta, cioè al castello della perversa regina. Nel duello conclusivo tra le due donne, Gedren sarà annientata, cadendo nel fuoco sottostante la sua orgogliosa dimora, il principino ripartirà per ricostruire il suo regno, il talismano rimarrà fortunatamente nel buio ad evitare guai per tutti, mentre Yado e Sonja, dopo aver ancora una volta incrociato i loro spadoni tanto per restare in allenamento, sospenderanno il duello, per suggellare con il bacio la vittoria dell'amore.

A WOMAN AND A WARRIOR THAT BECAME A LEGEND
Fleischer dopo il successo di CONAN IL DISTRUTTORE venne di nuovo scelto per questa sorta di spin-off su Red Sonja che di fatto doveva aprire le danze al personaggio di Conan.
In realtà per non offuscare Sonja, Arnold Schwarzenegger interpretò Kalidor, il potente signore, uguale in tutto e per tutto a Conan con l'unica differenza è che il mitico guerriero dalla spada cimmerica era un ladro e Kalidor no.
Il film di Fleischer ha sicuramnte molto fascino pur non regalando quell'epicità che la saga di Conan aveva espresso molto bene diventando la saga più celebre sull'era Hyboriana.
Sicuramente il ritmo e l'ironia (anche se la violenza non manca e la scena d'apertura dove Gedren uccide tutte le adepte del culto era abbastanza impressionante per l'anno di uscita) fanno da padroni, le scene di combattimento sono ipervitaminiche e i mostri fanno la loro figura di certo in quantità maggiori che non nei film precedenti. Con queste perle del filone epico-fantasy si chiude una stagione che ha saputo dare il meglio in queste opere portando ad uno stato di grazia tutte le maestranze che lavoravano all'interno del film.
Opere nel vero senso della parola che non perdono ancora quel fascino che le contraddistingueva.
A differenza però di Milius, la critica che è sempre stata mossa a Fleischer già nel precedente CONAN IL DISTRUTTORE è quella di dare tropo spazio riproponendo un'avventura fantastica e una storia di vendetta piuttosto prevedibile e poco coinvolgente.

Da notare come per quanto concerne la parte tecnica hanno lavorato nel film diversi italiani. La colonna sonora di Ennio Morricone riesce a dare epicità alle scene e il lavoro di scenografia di Danilo Donati è semplicemente meraviglioso.

Conan il Distruttore

Titolo: Conan il Distruttore
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una giovane fanciulla deve recuperare un corno magico custodito da un mago: la regina cattiva le affianca un muscoloso cavaliere per scortarla durante il viaggio, ma in realtà ha già programmato il sacrificio della ragazza. I buoni, però, riusciranno a mandare a monte i suoi crudeli progetti.

Con questo secondo capitolo si concludono le gesta epiche del Cimmero più famoso al mondo. Certo minore rispetto al primo capitolo, il sequel diretto da Fleischer si concentra maggiormente sulle avventure inserendo una galleria di personaggi indimenticabili e alcuni momenti che sono diventati indimenticabili. Partendo dalla liberazione di Zula, il mago Akiro, l'uccello alato che porta via la principessa, la creatura cornuta, il castello del mago e il santuario del corno, nonchè la scena degli specchi raggiungono punti molto alti per come riescono ad essere scenari perfetti d'avventura e azione e al contempo far emergere tutto l'occultismo, i sortilegi e la stregoneria.
Dal punto di vista della scenografia e dei particolari inseriti nel film tutto assume un'aria più kitsch ma al contempo trovando anche scelte e dinamiche divertenti e meno truci del primo capitolo.
Tutta l'azione infine viene espressamente resa meno epica con una certa nota di leggerezza che lo rende più disimpegnato ma allo stesso tempo un film con un target che forse non si è riuscito più a raggiungere sposando così tanti elementi e sapendogli dare forza, anima e sostanza.






domenica 28 maggio 2017

Colossal

Titolo: Colossal
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Gloria è una donna qualsiasi che dopo aver perso il suo lavoro e il suo fidanzato decide di lasciare New York e di trasferirsi nella sua città natale. Ma quanto i notiziari riportano che una lucertola gigante sta distruggendo la città di Tokyo, Gloria pian piano realizza di essere stranamente legata a questi strani eventi così distanti da lei, con il potere della sua mente. Per prevenire un'ulteriore distruzione, Gloria deve capire come mai la sua vita apparentemente insignificante ha un effetto così colossale sul destino del mondo.

Vigalondo è un giovane regista spagnolo che apprezzo molto. Ha fatto pochi film mentre ha lasciato sicuramente il marchio all'interno dei cortometraggi all'interno dei film horror a episodi usciti in questi ultimi anni (VHS:VIRAL, THE ABCS OF DEATH).
Ora parliamo dei suoi film precedenti. Non erano capolavori ma all'interno contenevano alcune idee originali e spunti di riflessione interessanti se non quasi sperimentali (OPEN WINDOWS) i quali mi hanno fatto prendere nota che di questo piccolo genietto (almeno così si considera) dobbiamo tenerlo d'occhio.
Colossal è proprio il film che non ti aspetti e che ti arrabbia a morte quando ti chiedono cosa sia.
Commedia? Fantasy? Thriller psicologico con un impianto ironico? Varie ed eventuali.
Io credo tutto questo, nel senso che l'autore ha cercato di fare un film non propriamente di supereroi citando tra le righe un sacco di cinema e portando i sentimenti e la psicologia a regnare sovrana in territori incontrastati del nostro inconscio.
Possiamo definirlo così in poche battute: spesso i più grossi litigi e le più grosse battaglie o i disastri nascono da motivi molto futili. Come in questo caso il flash-back che serve a spiegare l'incidente scatenante da dove derivi e il perchè Gloria e Oscar riescono a dar vita ad un vero e proprio scontro tra titani è il colpo di scena che tiene incollati gli spettatori quasi fifno alla fine del film senza riuscire a capire quale sia stato l'incidente scatenante. Di nuovo una narrazzione che trova nella variabile tempo e nei meccanismi appunto spazio-temporali una delle sue armi.
Un plastico con la riproduzione della Corea per un compito in classe può essere l'antefatto che crea il precedente affinchè Gloria da grande nutra ancora rabbia per non si sa bene quale motivo e la conseguente emancipazione dal ragazzo che non la vuole perchè non ha autocontrollo, diventa il portfolio da cui emerge Oscar e dove inizia finalmente il film.
Essendo di fatto una commedia così infinitamente hipster e ironica, Vigalondo come sempre non risparmia una vena polemica con una metafora politica e una guerra tra sessi che non risparmia botte da orbi come il divertente scontro finale.
E'un film tranquillo che parla di caos interni, di situazioni mai risolte, di fragilità e traumi infantili come forse abbiamo vissuto e spero superato tutti.


Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

Guardiani della galassia 2

Titolo: Guardiani della galassia 2
Regia: James Gunn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Assoldati dai Sovereign ma poi braccati da questi per aver rubato delle preziose batterie, i guardiani della galassia si dividono in due gruppi: Rocket e Groot se la vedono con i Ravagers di Yondu, mentre Star-Lord conosce finalmente il padre, Ego, scoprendo molti segreti inaspettati sulla propria natura semi-umana.

I guardiani della galassia capitanati dal regista Gunn di cui nessuno prima del film conosceva l'esistenza (ma i fan del cinema di genere ovviamente sì) continua la sua saga che dopo questo episodio lancia almeno altri due capitoli.
Ora nel primo film, il ritmo, i colori, la regia schizzoide e la filmografia del regista ponevano le basi per qualcosa di nuovo, una branchia imperfetta che si staccava dall'universo Marvel dal canto suo molto omologato. Il risultato è stato un film anarchico molto ben costruito, furbo, modaiolo e con un linguaggio volgare e funzionale alle scorribande che imperversano tra i criminali e i ladri di tutti i pianeti.
Eppure qualcosa non torna in questo secondo capitolo. Un secondo atto noiosissimo dove la parte di Ego, che mi aspettavo la più complessa e grottesca, diventa una sorta di proboscide dove allungare e prendere tempo in dialoghi leziosi e noiosissimi e una difficoltà a creare il perfetto intreccio tra le due storie. In più l'azione per quanto non smetta di mancare è molto più statica del primo film.
Tutto è assolutamente prevedibile e Star-Lord esagera nel dare ancora più ironia al suo personaggio e allo stesso tempo farlo apparire come il leader indiscusso della squadra.
Mettiamoci poi Grot che piccolo e inutile non solo non serve ma diventa l'accessorio per un marketing perfetto dopo i Minions e tutti i giocattoli che vengono studiati ad hoc assieme ai produttori dei film e tutto il resto delle maestranze allora la piega è ancora più becera.
Alla fine i due che risultano più simpatici e come personaggi manco a farlo apposta vengono caratterizzati meglio sono proprio Yondu e Nebula, il primo con una rivelazione finale che sembra la ciliegina sulla torta del non-sense.

Almeno di una cosa siamo tutti contenti: Star-Lord cambia cassetta e playlist.

martedì 16 maggio 2017

John Wick 2

Titolo: John Wick 2
Regia: David Leitch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il killer professionista John Wick non riesce proprio ad uscire dal giro. Ci aveva già provato nel primo film della serie ma il desiderio di vendetta lo aveva riportato ad uccidere. Nel Capitolo 2 a trascinarlo di nuovo dentro, come direbbe Michael Corleone, è un boss italiano, Santino D'Antonio, che vuole rubare il posto della sorella Gianna alla Gran Tavola, la cabina di comando del crimine mondiale che oltre alla mafia e alla camorra unisce tutti i supercattivi a capo di un universo largamente inconsapevole.

John Wick è un tentativo blando di cercare di dare vita ad un nuovo anti-eroe, un sicario che del male che di questi tempi non serve assolutamente. John, alias neo alias non sanno più come comportarsi con un attore che negli ultimi anni pur di ritrovare il suo mood action è arrivato a prendersi degli schiaffoni belli pesanti come 47 RONIN o la regia e la performance di MAN OF TAI CHI. John Wick è di nuovo alle prese con una nuova sfida: diventare una sorta di paladino per dare la caccia a membri di corporazioni e organizzazioni dove risiedono i diversi gruppi del crimine organizzato.
Diciamo che non bisogna cercare di dare un senso alla storia dove l'inizio era sancito dalla vendetta per un cane ucciso che altro non era che il regalo da parte dell'ex moglie morta.
Ora ci spostiamo nella Suburra dove a parte incontrare alcuni personaggi che dimostrano come quando si entri nella capitale il plotone dei sacrificabili è sempre e purtroppo lo stesso (una Gerini e uno Scamarcio che riescono a far peggio di quanto si potesse immaginare, soprattutto il secondo in una parodia di se stesso davvero imbarazzante).
In due parole il sequel, che nessuno voleva, ma che il marketing ha imposto visto l'enorme successo del primo capitolo è riassumibile così per dare ragione al non-sense di fondo.
"John Wick ha dato un medaglione a Santino. Secondo le regole, se il portatore del medaglione viene da te e vuole incassarlo e tu non vuoi fare quello che ti viene chiesto, devi morire. Se uccidi il portatore del medaglione, devi morire. Quindi, John ha un problema".
Al dì là del fatto che la coreografia e i combattimenti rappresentano il 70% del film, è difficile esprimere un giudizio che tenga conto anche della storia dove di facto non vuole cercare di prendersi sul serio nemmeno per un minuto. John Wick è una macchina ibrida. Una sorta di James Bond che fa il filo a John Woo in un mix esagerato e tamarro che a differenza di film con altri supereroi improvvisati cerca di prendersi anche sul serio in alcuni momenti.
Almeno il primo aveva ancor più l'aria del b-movie, questo continua ad essere ancora più esageratamente patinato e con alcune luci al neon che nelle sparatorie creano una strano senso di malessere.


Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


domenica 30 aprile 2017

Nocturama

Titolo: Nocturama
Regia: Bertrand Bonello
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

David, Yacine, Samir, Sabrina, Mika, Sarah, Omar si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d'assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d'Arco, il cuore di un banchiere. Le bombe esplodono, le pistole sparano, la pece brucia, Parigi collassa e loro ripiegano in un grande magazzino. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l'esaltazione in terrore (di morire).

In origine, quando Bertrand Bonello aveva cominciato a scriverlo, nel 2011, il titolo di Nocturama doveva essere "Paris est une fête", che è il titolo francese di "Festa mobile" di Hemingway.
Ma, spiega il regista, "dopo gli attentati del 13/11 a Parigi, quel libro era diventato il simbolo della reazione al terrore, ed era ovvio per me che l'avrei dovuto cambiare. Ero in un negozio di dischi, e mi è saltato agli occhi "Nocturama" di Nick Cave, e ho pensato che fosse perfetto, che portava con sé un che di fantasmatico che ben si legava al contenuto del mio film."
Nocturama è un film controverso e maledetto. Un film che racconta di un gruppo di ragazzi che compiono degli attentati in diversi punti della capitale francese e che poi si rifugiano, in attesa che la situazione si calmi, in un grande magazzino di lusso.
Nocturama passa in sordina alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città. E, nel raccontare la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori, Bonello trova la chiave per descrivere il nichilismo contemporaneo.
I francesi si sà spesso e volentieri sfruttano un tema potentissimo e attuale per farne un po ciò che vogliono mostrando cosa interessa a loro mostrare prendendosi tutte le responsabilità del caso come quello di non essere accettati a Cannes per l'impiego e l'uso del tema all'interno del film.
Diciamolo subito. Nocturama non ha quella forza e quella potenza che ci si aspettava dalla tematica e dalle parole del regista. Affronta in modo realistico e minimale tutto ciò che porta questo manipolo di giovani fino alla loro dolorosa scelta finale. Mostra decadenza contemporanea, la società liquida di Bauman, l'autodistruzione della società capitalistica borghese, prende in riferimento a Bret Easton Ellis il termine ("Glamorama") per sancire lo svuotamento della realtà.
Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza senza giudicare con una totale assenza di moralismi.
Verrebbe da fare un piccolo paragone con il film di Van Sant. In quel caso il micro cosmo analizzato era quello scolastico e le stragi nelle scuole. Qui per alcuni aspetti ciò che spaventa di più non sono i gesti dei ragazzi ma le intenzioni e gli sguardi duri di chi non sembra accettare più compromessi ma si auto determina una giustizia immeritata e una vendetta nei confronti del capitalismo. Se davvero Bonello ha un pregio è proprio quello di affrontare con paura e determinazione un rischio reale che sta sopraggiungendo in Occidente e non solo e che vede sempre più ragazzi soli e senza regole.



Free World

Titolo: Free World
Regia: Jason Lew
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio:

Dopo essere stato rilasciato da un brutale trattenimento in carcere per crimini che non ha commesso, Mo lotta per riadattarsi al mondo esterno. Ben presto, la sua strada incrocia quella di Doris, una misteriosa donna dal violento passato per cui Mo decide di rischiare la sua ritrovata libertà.

Boyd Holbrook. Avete presente l'ultimo cattivo del film di Logan? Ecco l'attore in questo film è una bestia a cui fare attenzione, un misto tra Matthias Schoenaerts in BULLHEAD e Tom Hardy in DROP.
Un animale, il ciclope, come viene definito nel film, che preferisce stare da solo come un animale lontano dagli altri, sdraiato a terra camminando e muovendosi come in una lotta mortale.
Un soldato vichingo che non si fida di nessuno in grado di far paura alla comunità ariana e a quella di colore. L'unico ad essere tenuto in isolamento in carcere per paura che massacri tutti i detenuti.
Ecco uno del genere che torna per redimersi in una città che lo conosce per la fama e ne ha paura non è il massimo, soprattutto quando a mettergli i bastoni tra le ruote ci sono anche le forze dell'ordine e agenti privati che ti danno la caccia per il tuo passato. A fargli venire ancora più ansia ci pensa Elizabeth Moss, vera star dell'indie americano già vista in numerose pellicole inusuali e interessanti, qui di nuovo alle prese con un personaggio border che ha bisogno e ricerca per tutto il film qualcuno che possa darle stabilità e regole.
Questo duo alla Bonnie and Clyde che presto conoscerà anche l'affetto, è la riprova su come alcuni piccoli indie come questo unendo tante piccole forze con alcuni spunti intelligenti e un duo che funziona alla perfezione riesce più di tanti suoi simili.
In questo film la gabbia ha poi un'importanza incredibile. La gabbia dove Mo è sempre stato in isolamento nel carcere. La gabbia dove si trovano i cani. La gabbia dove Doris ha cercato di fuggire dai suoi aguzzini e così via...chi è l'animale in fondo e chi merita di stare davvero in una gabbia?
Alcune scene sono davvero toccanti come l'incontro tra i due proprio davanti alla gabbia del canile dove Mo cerca di dare uno scopo alla sua vita e nell'allucinante viaggio verso una libertà che Mo sa benissimo essere la cosa più importante e distante da lui.
In tutto questo ha fatto una scelta. Affidarsi al Corano...eppure il film ci pensa bene e riflette in modo astuto senza mischiare elementi di taglio estremista e legato al terrorismo, ma scegliendo solo la strada della preghiera, della pulizia e del saluto al profeta. Intenso e delicato.


Morgan

Titolo: Morgan
Regia: Luke Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La dottoressa Kathy Grieff, dopo averle detto di non essere riuscita a convincerli a farla uscire, viene aggredita da Morgan, una ragazza rinchiusa in una camera di sicurezza: solo l'intervento di altri medici interrompe l'assalto. L'esperta in valutazione dei rischi Lee Weathers è incaricata dalla società proprietaria dello stabilimento dove è rinchiusa Morgan di recarsi in loco e valutare la situazione. Morgan, infatti, è stata creata artificialmente a partire da DNA sintetico e sta crescendo rapidamente: ha cinque anni eppure è già grande. Solo che sta anche sviluppando emozioni. Giunta sul posto, Lee esamina un filmato dell'aggressione. Morgan è seguita da sempre da Amy Menser, una specialista che si occupa del suo comportamento. Altri componenti del team di ricerca sono il dottor Simon Ziegler e il nutrizionista Skip Vronsky: compito di Lee è verificare che tutto sia stato svolto come da programma e che nessuno abbia commesso errori. Naturalmente, Lee parla anche con Kathy, in cura dopo l'aggressione. Kathy si sente in colpa, pensa di aver provocato Morgan, senza volerlo. Lee, fredda e professionale, non apprezza che una "cosa" come Morgan venga così personalizzata. Ziegler spiega a Lee che Morgan è stata creata dopo vari fallimenti: è convinto che anche quel terribile incidente possa insegnare qualcosa per far proseguire il progetto nella giusta direzione. Lee incontra anche Morgan che esprime dispiacere per aver ferito Kathy. Il giro d'orizzonte di Lee comprende anche la dottoressa Lui Cheng, parte importante del progetto. Mentre Lee cerca di capire cosa è giusto fare, l'intreccio delle personalità attorno a Morgan si fa più inquieto. Non senza conseguenze.

Chi è la protagonista di Morgan? Ogni tanto è bene chiederselo. E' lei? O la dottoressa Grieff? O forse entrambe o meglio nessuna.
Morgan è un film sci-fi con elementi distopici e un tema che negli ultimi anni sta producendo una pellicola dopo l'altra. I riferimenti e le similitudini maggiori mi vengono per il bellissimo HANNA di Joe Wright, a differenza delle altre centinaia di film usciti negli ultimi anni, un film complesso e con una resa degli intenti più chiara e precisa.
Morgan parte benissimo, riesce a inquadrare un cast ottimo fino a quando Scott e sceneggiatori non devono decidere se far diventare Morgan una macchina da guerra oppure renderla obbediente e inoffensiva. La solita scelta sul destino, sulla vita e la morte tra macchina e umano non risparmia alcuni dialoghi macchinosi e forse un po telefonati. Riesce però, nonostante non abbia fatto quel salto che ci si poteva aspettare in termini di originalità, a non essere melenso soprattutto nel finale come ci si poteva aspettare e in cui invece Scott affonda il coltello.
Tra le cose meno belle, non posso esimermi dall'aver trovato forzatissimo e inutile lo scontro cat-fight tra Morgan e la dottoressa, contando che la seconda è una macchina fuori dal comune.
Lo scontro non solo non ha senso di esistere ma di certo il finale non può che prevedere una sola vincitrice.
Scott comunque dimostra di avere i mezzi e la tecnica per girare bene, infatti paesaggi, ritmo, atmosfera e fotografia raggiungono dei livelli molto alti a parte ovviamente gli interpreti.

Bisogna solo che punti per il prossimo film su un impianto narrativo meno stucchevole e kitch per rinforzare invece uno schema più originale e fedele alle regole di genere.

Justice League-Dark

Titolo: Justice League-Dark
Regia: Jay Oliva
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In tutto il mondo si verificano terribili fatti di sangue scatenati da invisibili forze sovrannaturali che la Justice League non è in grado di fronteggiare. Batman decide quindi di riunire alcuni mistici ed esperti di occultismo che possono affrontare l’avversario sul piano esoterico: John Constantine, Zatanna, Deadman, Etrigan il Demone e Swamp Thing. La Justice League Dark.

L'ultimo lungo d'animazione della Justice League conferma la buona salute con cui gli studios della Dc stanno facendo del loro meglio. Justice League Dark è il 28esimo film dei DC Universe Animated Original Movies e costituisce l’ottava pellicola del nuovo Universo Animato DC Comics rebootato nel 2013 con FLASHPOINT PARADOX diretto da Jay Oliva.
Questi prodotti hanno il merito di contribuire a raccontare storie e personaggi dell'universo dei super eroi e allo stesso tempo riesce nel difficile compito di costruire trame per un pubblico maturo e non solo di affezionati.
In questo caso entrano in scena i personaggi di altri universi narrativi uniti e assemblati a quello del paladino della Dc che conferma anche in questo film di essere sempre un leader carismatico ma anche un anarchico e un contestatore.
Il film poi utilizza uno stile ormai consolidato da ben 7 capitoli adattando varie storie dedicate alla Justice League Dark per creare un qualcosa di più inedito rispetto agli altri film dello stesso universo, come per esempio il primo arco narrativo dell’omonimo fumetto e di Forever Evil Blight, che vede una trama molto simile oltre che un nemico comune: Felix Faust.
Justice League Dark è un buon film per chi vuole approcciarsi con questo gruppo di eroi un po’ più dark e cupi, ma è perfetto anche per chi vuole rivivere la loro storia in modo un po’ più alternativo e non solo per mostrarci Swamp Thing e Costantine ma perchè analizza i demoni e le difficoltà con cui questi eroi devono fare i conti con la società rispetto ad altri super eroi meno strani e riconosciuti e amati dall'opinione pubblica.



Conan il barbaro

Titolo: Conan il Barbaro
Regia: John Milius
Anno: 1982
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Nella mitica Era Hyboriana, tra la caduta di Atlantide e l’inizio della storia conosciuta, il giovane Conan del popolo dei Cimmeri, barbari fabbricatori di spade dalla superba fattura, vede tutta la sua tribù massacrata dagli uomini del malvagio stregone Thulsa Doom (James Earl Jones),bramoso di conoscere il fondamento della loro arte, il Segreto dell’Acciaio. Dopo anni passati come schiavo prima e gladiatore poi, Conan riconquista la libertà e giunge nella città di Shadizar, dove in compagnia dell’amante Valeria e dell’amico Subotai si crea una fama come ladro e mercenario. Viene dunque ingaggiato dal re della città per una missione della massima importanza: salvare la figlia del monarca, fuggita per unirsi agli adepti di Thulsa Doom del cui perverso fascino è caduta vittima. Di fronte all’occasione di vendicarsi dell’assassino della sua famiglia, il Cimmero accetta e parte con i suoi compagni alla volta del palazzo dello stregone.

Schwarzenegger, qui al suo esordio, verrà ricordato nella storia del cinema per CONAN, TERMINATOR, PREDATOR e ATTO DI FORZA
Gran parte del resto che ha fatto è merda contando che non è mai stato un attore ma un fisic du role da sfruttare al meglio nelle produzioni più indicate .
Conan il Barbaro non è solo un cult e un capolavoro, ma un viaggio epico nella formidabile mente di Robert E. Howard creatore di personaggi come SOLOMON KANE e di altri straordinari romanzi e racconti brevi pubblicati tra il1932 e il1936 su Weird Tales (da ricordare soprattutto di Howard ALI NOTTURNE, FIGLI DI ASSHUR) oltre che per la memorabile saga di Conan.
John Milius grazie al contributo nella sceneggiatura di Ridley Scott e alla colossale produzione che sta dietro l'immenso Dino de Laurentis e sorella, riesce a dare vita ad un kolossal che per gli anni aveva forse il più grande allestimento scenografico mai visto per il genere e alcuni effetti speciali precursori per l'anno in cui è uscito.
Dal serpente gigante, agli spiriti che vogliono impossessarsi del corpo di Conan, alla trasformazione di Thulsa Doom, alla strega licantropa con cui Conan copula all'inizio del film.
Tutto all'interno del film funziona perfettamente grazie anche all'incommensurabile colonna sonora di Basil Poledouris, che sottolinea mirabilmente tutte le fasi del film a cui susseguono le fantastiche inquadrature, veramente suggestive, e la generale atmosfera epica della pellicola, nella quale tra l'altro i dialoghi sono ridotti al minimo, per lasciare posto al linguaggio delle immagini.
La sceneggiatura ha un impianto perfetto e la trama infatti è solida e scorrevole alternando ironia a momenti più sanguinolenti.
Conan The Barbarian possiamo definirlo un giocattolone pieno di magia nera, una pellicola dopata di fantasy ed epicità, a cui segue il sequel CONAN IL DISTRUTTORE e di cui è stato fatto un remake qualche anno fa con Jason Momoa che non vale nemmeno l'unghia dell'originale.
Conan vuole essere a tutti gli effetti uno spaccato dei valori del periodo storico che lo ha visto nascere rimanendo un tuffo nell’America del passato che riesce a toccare la parte più machista.
Un classico che va visto almeno una volta, anche solo per fare un piacevole salto di due ore nel mondo fantastico dell’era Hyboriana inventata dallo scrittore.
L'unico difetto di Milius come di Eastwood è quello di essere conservatori e spesso nei loro film, più per il primo regista direi, questa visione d'intenti emerge in maniera nemmeno troppo velata.

Per Crom e per l'Acciaio!

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


Taking of Tiger mountain

Titolo: Taking of Tiger mountain
Regia: Tsui Hark
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Manciuria, 1946. Il capitano 203 guida un manipolo di soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione maoista, spossato dalla guerra civile, che arriva in un villaggio terrorizzato dall'egemonia dei banditi. Questi, guidati da Lord Hawk, hanno preso possesso di Tiger Mountain, un rifugio pieno di insidie, e di un arsenale appartenuto ai giapponesi. Inferiori numericamente e peggio armati, i soldati dovranno ricorrere a un'impresa eroica per sconfiggere i banditi e liberare il villaggio. Yang, inviato dal Quartier Generale del Partito, si offre volontario come infiltrato nella gang di Hawk per aiutare la missione.

Tsui Hark è uno dei registi più importanti della sua generazione. Credo sia uno dei pochissimi a non aver mai dato alla luce un brutto film e non ha quasi mai accettato marchette come il suo collega Zhang Yimou di cui peraltro ho grande stima.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un'opera incredibile con una messa in scena che raggiunge livelli ancora una volta molto alti inserendo un lavoro di fotografia magnifico in grado di esaltare ogni singolo attimo di azione e di bellezza estetica presente nel film.
The Taking of Tiger mountain è un'opera di sorprendente naturalezza visiva che ci offre scenari e location incontaminate.
Tratto da un'opera patriottica e da un romanzo di Qu Bo pubblicato nel 1946, il racconto è diventato subito un grande successo di pubblico tra il popolo, in un periodo ricco di cambiamenti politici e sociali per la Cina. La pellicola, capace di incassare in patria una ragguardevole cifra (decimo incasso nazionale di tutti i tempi) equivalente ad oltre 150 milioni di dollari ha dato di nuovo il lasciapassare ad Hark, abituato a smarcarsi tra grandi produzioni e film a basso budget.
Il suo ultimo film è un'avventura in piena regola che a differenza di altre opere dell'autore cerca di essere meno politica puntando su un misuratissimo intrattenimento con alcuni colpi di scena e un climax spettacolare. L'epicità ancora una volta fa da protagonista diventando l'impianto narrativo e riuscendo a inserire una galleria di personaggi convincenti e memorabili oltre che essere caratterizzati molto bene. In più le solite sotto trame, alcune semplici altre meno e comunque sempre ricche di sfumature riescono a dare ancora più sostanza privilegiando l'entertainment più puro e incontaminato.

Un'altra prova per un artista che non ha bisogno di presentazioni sapendo destreggiarsi tranquillamente in ogni genere apportando sempre la sua firma e il suo stile ormai una garanzia di qualità, tecnica, complessità di scrittura e intenti.

Excalibur

Titolo: Excalibur
Regia: John Boorman
Anno: 1981
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Merlino è al servizio di Uther Pendragon, ambizioso nobile che vuole diventare Re. Il destino del cavaliere è però segnato dall'infatuazione per la bella Igrayne, moglie del Duca di Cornwall, con il quale aveva appena siglato un patto di pace. Aiutato da Merlino e dalla magia a possedere la donna, alla nascita del figlio originato in quella notte Uther è costretto a lasciare il pargolo alle cure del Mago che lo chiede come pegno in cambio dei suoi passati servigi. Poco dopo lo stesso Uther cade in un'imboscata lasciando la magica spada Excalibur conficcata in una roccia. Anni dopo il bambino (ormai uomo), chiamato Artù e cresciuto da Sir Hector, partecipa come scudiero per il fratello acquisito ad una competizione nella quale il vincitore potrà tentare di estrarre la spada, ormai diventata un simbolo di pellegrinaggio per chiunque aspiri al regno: la leggenda infatti sostiene che solo chi riuscirà a sradicarla dal masso potrà diventare Re. Per un imprevisto Artù si ritrova proprio egli stesso a brandirla, ottenendo di fatto il diritto al trono. Ma il suo, nonostante i consigli di Merlino, non sarà un regno "facile": e l'arrivo di Lancillotto alla Tavola Rotonda e le mire di potere della sorellastra Morgana lo metteranno di fronte ad enormi difficoltà.

Excalibur di Boorman è un cult e un capolavoro a cinque stelle. Un film epico degno di entrare a far parte della tavola rotonda e diventare così leggenda come le gesta epiche e i passaggi cruciali della leggenda arthuriana, dalla spada nella roccia al menage a trois con Ginevra e Lancillotto, dalla ricerca del Sacro Graal fino alla rivalità tra Merlino e Morgana.
Ricordo ancora la prima volta che lo vidi da piccolo e ne rimasi spaventato per la violenza e la crudeltà nei combattimenti. Erano tempi in cui il fantasy e la magia venivano quasi sempre rappresentati in modo allegro e a lieto fine senza l'atmosfera di morte assolutamente affascinante che abbraccia tutto l'arco della narrazione. Boorman come regista è stato tra i migliori di quel periodo, girando interamente in Irlanda quest'opera visionaria e accettando una sfida complessa.
Se pensiamo che il regista avrebbe dovuto girare in quegli stessi anni il Signore degli Anelli tiriamo un sospiro di sollievo. Excalibur si potrebbe definire in molti modi e il vero segreto, o la vera magia, è che al giorno d'oggi non ha perso nulla del suo fascino e della sua atmosfera mostrando un'epoca oscura di sangue e acciaio, aumentando il fascino visivo ad ogni capitolo e situazione che tocca grazie anche al perfetto contributo e il montaggio delle musiche dei Carmina Burana che aumentano il fascino e l'epicità delle gesta e dei combattimenti.
Il taglio fantasy e dark è forse ad oggi il miglior connubbio mai riuscito, rimanendo ad oggi la più potente rilettura cinematografica del ciclo arturiano, ricca di personaggi e situazioni iconoche della leggenda bretone. Excalibur e tutto e di più riuscendo a trovare un cast importante che riesce a valorizzare la caratterizzazione di ogni singolo personaggio.
Un fantasy adulto e non superficiale, sospeso tra dramma e ironia, portandoci per la prima volta, e forse l'ultima, in un'avventura senza fine dove ancora la magia e il paganesimo riuscivano ad essere gli unici strumenti simbolici organizzatori di senso.



martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.