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sabato 8 luglio 2017

Transformer-L'ultimo cavaliere

Titolo: Transformer-L'ultimo cavaliere
Regia: Michael Bay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

I Transfomers, robot alieni dal pianeta Cybertron, vivono tra noi ormai da anni, ma si nascondono dalle forze speciali del governo Usa. Quando un gruppo di ragazzini entra nell'area proibita di Chicago, dove ci fu una grande battaglia nel terzo capitolo della serie, Cade Yaeger interviene a salvarli e riceve da un Transformer vecchissimo e moribondo un antico talismano, che gli si attacca addosso. Yaeger e la giovanissima Izabella sfuggono all'arresto e si rifugiano in una grande discarica di automobili, dove vivono diversi Autobot. Il governo sa che sta arrivando dallo spazio qualcosa di enorme e per fermarlo i suoi funzionari sono disposti a venire a patti con Megatron, liberando alcuni dei suoi più pericolosi Decepticon. Questi danno la caccia a Yaeger, che viene però salvato dal robot maggiordomo Cogman, al servizio di un Lord inglese che intende svelare a Yaeger la storia segreta dei Transformers. Nel suo castello viene convocata anche la professoressa di storia e letteratura Vivian Wembley, la cui dinastia è legata al mistero. Nel mentre Optimus Prime, sul pianeta Cybertron, è stato soggiogato dalla divinità aliena Quintessa, i cui piani per la Terra sono semplicemente apocalittici.

Michael Bay ha un dono. Qualsiasi film faccia o produca rimane nella mente dello spettatore per un tempo stimato tra i 3 e i 5 minuti quando va bene. Dopo la mente e i ricordi fanno un salto nell'oblio dimenticando questo frastuono madornale.
Assordante più che mai, l'ultimo (che poi ultimo non è...) parte dal passato chiamando in cattedra Merlino e Artù. Il resto è una trashata tale da non permettermi di aggiungere altro...
Si passa dalla Trf (Transformers Reaction Force) a Optimus Prime voltagabbana, il pianeta dei Transformer, castelli di lord inglesi dove fa capolino sir (mica poi tanto sir dopo questo ingresso davvero inaspettato) di Anthony Hopkins che riesce a fare la sua porca figura pure in un ruolo davvero pietoso e oltre ogni limite di incoerenza.
L'ultimo cavaliere da pieni poteri ad un "Re" che ormai ha le chiavi dell'intrattenimento hollywoodiano. Il risultato però è inquietante.
In 148' si fa fatica a prendere sul serio ogni minima cosa e Bay credo volesse proprio esagerare prendendo tutto e tutti in giro a partire dai cavalieri della tavola rotonda che di certo con il film di Ritchie non hanno comunque fatto bella figura.
E poi l'idea di avere dei Transformers come immigrati indesiderati in una sorta di metafora sulla condizione complessa e drammatica in cui ci troviamo mi sembra davvero fuori luogo. Nulla a che vedere con il film e la condizione che invece mostrava Blomkamp nel suo DISTRICT 9.
Svelo un colpo di scena alias spoiler finale. La saga dopo l'ultima scena credo continuerà confermando l'equazione incassi = sequel assicurato.


Spider Man-Homecoming

Titolo: Spider Man-Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso quanto sia stata incredibile la sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto".

Un nuovo uomo ragno. Una nuova saga dopo le due precedenti.
Partiamo con ordine. Homecoming, sui cui non avevo nessun tipo di aspettativa, manco a farlo apposta si è rivelato come il miglior capitolo delle saghe. I motivi sono svariati, dalla tecnica, all'impiego della c.g, la storia misurata senza troppi momenti strappalacrime (e ancora difficile dimenticare la faccia da fesso di Tobey Maguire).
La scelta poi della regia mi ha fatto pensare. Certo Raimi era stato il migliore senza dubbio ma l'ultimo regista dalla sua ha due film abbastanza anomali come il divertentissimo COP CAR e il quasi riuscito CLOWN. Tempi comici, tanza azione, cambi repentini di location, mega produzione, un cast semi-stellare dove si inseriscono alcuni personaggi dell'universo Marvel, senza stare a citarli tutti basta il ruolo (forse uno dei migliori) di Favreau già regista dei primi IRON-MAN.
Certo 133' sono tanti da digerire e i tempi allungati nel college e gli inseguimenti con la banda dei malviventi di Avvoltoio a volte sfiancano e annoiano non poco. Periodo d'oro per Michael Keaton risorto dalle ceneri e qui di nuovo a starnazzare come nel bellissimo film di Inarritu.

Aerei, navi, grattacieli, costruzioni antiche...stavolta Parker dovrà fare proprio i salti mortali. Un'altro degli aspetti che ho apprezzato del film concerne il bagaglio dell'eroe. Peter in questo film viene a conoscenza del suo costume e impara a sfruttarne al meglio tutti gli accessori come nella scena in cui è confinato dentro un bunker militare. Non so se ne usciranno altri e dopo la scena in cui vediamo gli Avengers prima e dopo, la scelta finale di Parker potrà far storcere il naso a chi sta attendendo INFINITY WARS e forse non ha colto il collegamento.

domenica 2 luglio 2017

Vincent N Roxxy

Titolo: Vincent N Roxxy
Regia: Gary Michael Schultz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Vincent è un uomo solitario che vive in una piccola città mentre Roxxy è una punk ribelle. Quando si ritrovano in fuga dagli stessi pericolosi criminali, i due - nonostante il pericolo - approfondiscono i sentimenti che provano l'uno per l'altra. Ben presto, i due sfortunati amanti scopriranno che la violenza non è poi così lontana dal raggiungerli.

Vincent N Roxxy è un piccolo indie passato in sordina praticamente ovunque. E'un film semplice con una trama scontata e alcuni buoni interpreti che cercano di dare forza e spessore al film con risultati contrastanti. Una pellicola che grida il suo disperato malessere, parla di solitudine e mostra una tenera e dannata storia d'amore in uno scenario visto e rivisto più volte ma sempre in grado di trovare alcuni spunti originali. Mentre Zoe Kravitz colpisce all'occhio per la sua bellezza e le sue origini (appare già da subito la somiglianza con i genitori artisti) ancora una volta la responsabilità più grossa c'è l'ha il sempre sottovalutato Emile Hirsch in grado di dare polso e spessore da solo all'intero film.


Purtroppo però è proprio il suo personaggio che all'inizio mostra determinate fragilità e segreti che non lo lasciano mai sereno, ad avere i maggiori buchi o meglio, dal fascino misterioso iniziale si passa poi ad una macchina da guerra, uno spietato killer che nasconde un segreto inquietante che abbraccia la vicenda della sua affascinante Roxxy per quanto concerne il climax finale.

Wonder Woman

Titolo: Wonder Woman
Regia: Patty Jenkins
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Diana è l'unica figlia della regina delle Amazzoni, Ippolita. Cresciuta nell'isola paradisiaca offerta al suo popolo da Zeus, sogna di diventare una grande guerriera e si fa addestrare dalla più forte delle Amazzoni, la zia Antiope. Ma la forza di Diana, e il suo potere, superano di gran lunga quelli delle compagne. Il giorno in cui un aereo militare precipita nel loro mare e la giovane, ormai adulta, salva dall'annegamento il maggiore Steve Trevor, nulla e nessuno riuscirà ad impedirle di partire con lui per il fronte, dov'è determinata a sconfiggere Ares e a porre così fine per sempre alla guerra.

John Landis ha commentato che la regina delle Amazzoni è uno dei migliori film sui supereoi.
Purtroppo non mi trovo d'accordo con uno degli outsider che ammiro di più di quell'America che tanti faticano a vedere. Wonder Woman ha un inizio interessante, mostra un'isola paradisiaca che lo spettatore farà difficoltà a dimenticare e ci mostra quanto è meravigliosa l'israeliana Gal Gadot.
Come struttura il film è abbastanza strano, dura 141', ed è un continuo muoversi da un'epoca all'altra in alcuni confusi piani spazio-temporali che verso il terzo atto appaiono ripetitivi e fuori luogo. Che cosa non funziona del film girato dalla Jenkins con le major dietro che sembrano punzecchiare la regista dall'alto come una sorta di Ares a danno di una povera amazzone indifesa?
Di sicuro tutta la parte finale. Ho trovato di pessimo gusto la scelta sui costumi e la c.g utilizzata per Ares quando avevano un attore poliedrico come David Thewlis da poter sfruttare.
Il combattimento finale è così brutto e tamarro che sembra girato da Zack Snyder sotto acido (e credo di aver detto tutto...produttore e patron dell'operazione)
La parte tra Antiope e la corsa alle armi con la piccola Diana è fantastica così come alcuni rapporti tra queste Amazzoni e il segreto che si cela dietro le origini di Diana. Si vede che dietro il film c'è comunque la mano di una donna. Jenkins ultimamente era sparita dietro film su commissione e serie tv discutibilissime dopo il MONSTER del 2003 che è servito più che altro ha dare pubblicità alla Theron. Cercare poi di coniugare Mito e guerra, con alcuni scenari che sembrano quasi improvvisati danno un senso di inutilità senza mai dare e cogliere quell'empatia che forse il film vorrebbe dare. Tutto appare confuso, si passa da una situazione all'altra a volte senza una giustificata coerenza.
Spud e altri personaggi inutili aumentano il fastidio generale (sbagliatissimo il cast sugli aiutanti di Diana) e poi stereotipie a palla e sense of humor veramente scontato e d'altri tempi.
"Wonder Woman più di tutti gli altri film rende esplicito quel legame evidente che i supereroi hanno avuto da sempre con i miti antichi: nel corso dei decenni è stato quel legame a rendere istintivo e quasi ancestrale il calore con cui il pubblico li ha accolti, ed è stato sempre quel legame ad affascinare il mondo degli intellettuali che aveva colto il nesso."

Ora si è arrivati alla frutta. Tra l'altro le Amazzoni nella leggenda non avevano il seno destro. Questa scelta che nel film ovviamente non viene mostrata aveva un preciso scopo: ovvero quello di poter dare più slancio al tiro con l'arco.

Xxx-Il ritorno di Xander Cage

Titolo: Xxx-Il ritorno di Xander Cage
Regia: D.J.Caruso
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Gibbons sta giusto dissertando sull'estrema necessità, per la sicurezza mondiale, del programma xXx quando un satellite atterra su di lui e lo fa fuori. Qualcuno, tra i potenti della Terra, ha per le mani un oggetto che passa sotto il nome di Vaso di Pandora e che può colpire ogni luogo, in qualunque momento, facendo precipitare i satelliti come fossero missili. La NSA, nella persona di Jane Marker, ricorda il piano di Gibbons e richiama in missione Xander Cage e la sua squadra di strani ma duri. Quando, però, Xander e compagnia piombano sui supposti nemici, nelle Filippine, scoprono che si tratta di altri xXx come loro, e che il vero cattivo sta in realtà da un'altra parte.

C'era davvero bisogno di un ritorno? Di questi tempi la domanda viene da sè pensando a inutili remake o sequel di film già abbastanza imbarazzanti.
Vin Diesel continua a dare forma e inconsistenza a personaggi inverosimili che riescono a fare qualsiasi spericolata azione o scena di combattimento (con le ovvie controfigure e stunt-man).
L'attore orientale più pagato della storia, Donnie Yen insieme a Tony Jaa e qualche altro volto meno noto cercano di tenere e dare forza ad una trama che di nuovo strizza l'occhio ai complotti (ma quelli che già da principio appaiono come farse inverosimili) e mostra le solite inutili organizzazioni militari come L'Nsa e altri semi-contractors che agiscono prendendo ordini da non si sa bene chi e soprattutto perchè.

Il film è brutto, qualche scena d'azione si salva, arriva al suo terzo capitolo fracassone e dall'umorismo coatto e becero. Se partiva come parodia di James Bond il risultato è quantomeno imbarazzante così come le pose di Diesel e la sua mimica facciale davvero inguardabile.

Okja

Titolo: Okja
Regia: Bong Joon-ho
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

"Il mondo sta esaurendo le sue scorte di cibo, e nessuno ne parla"; è questa la premessa con cui il CEO delle industrie Mirando, l'omonima Lucy annuncia al mondo il suo progetto legato al creare dei maiali enormi che possono sostentare famiglie in tutto il mondo. Un allevamento sostenibile, effettuato in luoghi specifici del pianeta, in cui questa nuova specie può crescere in natura e non in cattività. La Mirando però non si ferma qui e propone, alla fine, un premio per il migliore degli allevatori che riuscirà dopo dieci anni a crescere uno dei 26 esemplari nelle migliori condizioni possibili. Tra questi maiali c'è anche Okja, data in affidamento ad una famiglia di contadini in Korea e cresciuta con una bambina di nome Mija che fin dalla tenera età di quattro anni l'ha amata, coccolata e cresciuta come una sorella. Mija è un'anima pura, in contrapposizione a suo nonno che in Okja vede solo un'opportunità di guadagno, un piccolo maialino d'oro pronto solo per soddisfare la sua avidità. Sarà l'amore a spingere Mija a tentare in tutti i modi di salvare la sua compagna di vita, in un susseguirsi di difficoltà che riusciranno a mettere alla prova il loro legame.

Lunga vita agli adoratori dei mostri.
Bong Joon-ho per chi non lo conoscesse è una garanzia a tutti gli effetti. La sua filmografia per quanto il regista sia giovane è già straordinaria e vanta già alcuni indiscussi cult.
Praticamente sembra una scheggia impazzita tra i generi e i suoi due ultimi film, tra cui questo, ne sono l'esatta dimostrazione anche se il cinismo precedente qui sembra sconvolto da un film geneticamente modificato che rilascia qualche piccola perplessità su dove Hollywood voglia traghettare il talento del regista.
Ambiente, sicurezza, grandi corporation, multinazionali, complotti, ribelli animalisti, amore, amicizia, pubblico lobotomizzato, etc. Praticamente le storie del regista sud coreano sembrano sempre qualcosa di mastodontico e colossale. Storie semplici ma di un impatto emotivo gigante.
Già dai primi minuti al di là del discorso fantastico e politicamente post-contemporaneo di Lucy capiamo subito dove il film andrà a parare e un istante dopo in una natura meravigliosa scopriamo l'amore e l'amicizia tra Mija e Okja con tutta la sua filosofia intimista. Sembra tutto perfetto e per certi aspetti lo è pure. Poi avviene il "rapimento" e noi per un attimo prendiamo atto di una cosa.
Crescere con un animale, amarlo e nutrirlo, nonchè lavargli i denti e dormire assieme a lui diventa il leitmotiv per cui Mija, straordinaria Ahn Seo-hyun, già un volto indimenticabile dopo il bellissimo HOUSEMAID, appena scopre che il nonno ha venduto Okja, si trasforma e diventa un'adulta che rivuole ciò che è suo e che le è stato tolto senza nessun compromesso.
Detto così sembra banale e scontato ma il carisma, gli intenti e gli ideali che l'autore inserisce nelle sue opere e nei suoi personaggi sono di una trasparenza così naturale e senza mai complesse forzature che le scene e i fatti avvengono in modo disinvolto e con una coerenza e un senso magnetico nell'attaccare tutto con un aderenza perfetta che capita di rado nel cinema.
Soprattutto in queste mega produzioni con Netflix in testa e un cast che dopo SNOWPIERCER dimostra l'astuzia con cui l'autore dirige un cast internazionale che vanta alcune memorabili interpretazioni tra cui quella, forse leggermente esagerata ma straordinaria, di Gyllenhaal che sembra far scomparire Raoul Duke e senza dover stare a tessere le lodi di due veri mostri indiscussi come Tilda Swinton (che non credo sia umana) e Paul Dano.
Questa nuova incursione nella fantascienza e nel cinema di mostri è l'ennesima riprova che la metafora può adattarsi a tutto e con scopi e intenti nobili che condannano scandali agro-alimentari, che mostrano la presunzione e l'arroganza dei magnati della bersagliata "Monsanto" (il riferimento è palese) che tenta di eliminare la fame nel mondo inventando un nuovo tipo di bestiame.
Ancora una volta Bong Joon-ho riesce in un piccolo miracolo: umanizzare un mostro e trasformare gli umani in mostri o in ridicole marionette. Detto così potrebbe sembrare semplice ma la materia strutturata e messa in scena nel film e tanta, l'azione decolla senza ricorrere ad una messa in scena confusa e fracassona tenendo testa ad un virtuosismo sempre elegante, alcuni momenti sono davvero commoventi come le idee visive straordinarie mentre invece altri (come l'accoppiamento forzato tra le due creature) fa davvero venire i brividi e da una scossa di rabbia che non andrà via facilmente sapendo dunque dare risalto al lato drammatico dell'intera vicenda.
Okja si adatta a tutti i tipi di target ed è ancora una volta un universo di trovate e scene spettacolari. Tuttavia rimane un passo indietro rispetto al dramma girato all'interno del treno e della metafora distopica e post-apocalittica. Però come qualcuno scriveva forse è il momento che il regista torni a casa, in Corea, a realizzare dei film che gli corrispondano e gli permettano di esprimere con maggior evidenza e meno vincoli il suo immenso talento.
Okja è sincero, a volte banale ma semplice e in alcuni parti complesso nel cercare di dare visibilità e spessore a tutti i personaggi, nessuno dei quali viene messo da parte.
Okja poteva diventare la metafora perfetta per il panorama mediale contemporaneo, prendendo in giro tutti e mostrando come tutti ma proprio tutti a parte Mija e Okja giocano un ruolo da comparsa nel circo mediatico in cui viviamo. Vince chi è se stesso.



martedì 27 giugno 2017

King Arthur

Titolo: King Arthur
Regia: Guy Ritchie
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Quando il re di Camelot Uther viene tradito e ucciso da suo fratello Vortigern, suo figlio Pendragon si salva per miracolo, venendo poi cresciuto da prostitute in quel di Londinium. L'adulto Artù è uno scaltro delinquente di strada, abile a farsi rispettare e ad arricchirsi, ma la sua vita sta per cambiare: Vortigern sa che è sopravvissuto e sta obbligando tutti i maschi del regno a provare la fatidica estrazione della Spada dalla Roccia. Quando verrà il turno di Artù, saprà abbracciare il suo destino di legittimo re?

Guy Ritchie è un piccolo Re Mida del gangster-movie.
Finchè si rimane incollati alla realtà, i risultati sono spesso buoni o addirittura ottimi come ROCKNROLLA in cui l'eccesso diventa di fatto un valore aggiunto. Ora però bisogna anche ammettere che con il fantasy o con le vicende epiche il nostro amico ha non poche difficoltà a non far presto diventare un giocattolone il gioco d'intenti del suo lavoro. Come per i precedenti capitoli di SHERLOCK HOLMES i quali non li ho graditi affatto, il problema diventa proprio coniugare il fantasy e le gesta epiche con una messa in scena tamarra e fracassona, regole e in parte politica d'autore sempre voluta e ricercata dal regista con risultati buoni sfruttando al massimo alcune idee di cinema che gigioneggiano compiaciute con il montaggio, la saturazione sensoriale, l'otto volante sul frame rate e i movimenti di macchina continui e roccamboleschi.
Hunnam purtroppo dopo SONS OF ANARCHY ha confermato che a parte qualche smorfia è un attore fisico come tanti altri senza nessuna menzione speciale (il che mi dispiace alquanto).
Law non fa altro che divertirsi riproponendo le gesta e le espressioni del suo personaggio più maturo come nella nostra serie italiana e per quanto concerne il resto del film al di là di qualche soluzione registica carina e funzionale appare a tutti gli effetti come un blockbuster meno epico del previsto e con alcune brutte scelte come il nemico finale e l'ennesimo trionfo del cinema mainstream.
Il re del nuovo gangster movie britannico fa un altro piccolo passo indietro dopo l'insuccesso al botteghino del misuratissimo e delizioso OPERAZIONE U.N.C.L.E una sorta di divertissement che prende in giro il noto James Bond.



Box 314: La rapina di Valencia

Titolo: Box 314: La rapina di Valencia
Regia: Daniel Calparsoro
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Una piovosa mattina un gruppo di ladri professionisti assalta una banca di Valencia. Ciò che in un primo momento sembra essere una rapina pulita e facile, si complica quando la direttrice della filiale rivela il segreto nascosto in una delle cassette di sicurezza. Da quel momento, niente andrà come previsto.

Dopo GUERREROS Calparsoro si occupa del suo secondo lungometraggio, in un momento splendido, florido e di rinascita per il cinema spagnolo. Accompagnato da un cast di spicco tra cui emerge, anche se in minima parte, il carisma di Tosar (attore che sottolineo sta facendo incetta di film assieme al buon Mario Casas tant'è che sono i due attori spagnoli più lanciati del momento assieme a Antonio de la Torre).
Box 314 è un heist-movie ad alta tensione che parte molto bene regalando un assedio che non aspetta molto a diventare subito un pesante thriller con sotto testi narrativi che prevedono doppi giochi e manovre politiche spietate, soprattutto quando vengono messi in mezzo i servizi segreti corrotti. Le banche sono cambiate e alimentate da nuove forze e poteri, questo è solo uno degli aspetti che il regista decide di approfondire all'interno del film senza mai scavare però come andrebbe dal secondo atto in avanti nelle psicologie di alcuni personaggi principali cercando di caratterizzarli oltre il minimo indispensabile. Una scelta che si rivela funzionale solo per alcuni aspetti mentre su altri genera dubbi e qualche perplessità nella dinamica degli intrecci.
L'atmosfera e l'azione non mancano così come i colpi di scena ben dosati anche se la maggior parte andavano approfonditi di più con il risultato che alcuni di questi soprattutto avvicinandosi al climax finale sembrano piuttosto telefonati.
Buona la fotografia tutta virata sul grigio e sui toni scuri come a cercare di aumentare il clima pesante e soffocante che vivono gli ostaggi e gli ladri all'interno della banca, entrambi ad un certo punto topolini in gabbia di uno stesso labirinto che di fatto abbiamo aiutato a creare e sviluppare.


Kong-Skull Island

Titolo: Kong-Skull Island
Regia: Jordan Vogt-Roberts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

1973. All'indomani del ritiro delle truppe americane dal Vietnam, due scienziati sui generis convincono Washington a finanziare una missione segreta alla scoperta di un'isola nel sud del Pacifico. Quando gli elicotteri superano la nube tempestosa che nasconde l'isola al mondo esterno, fanno ben presto conoscenza con un gigantesco gorilla, venerato come un dio e chiamato Kong.

Kong-Skull Island è un po il film che tutti i fan dei monster movie o meglio MonsterVerse volevano (MonsterVerse è un media franchise crossover e universo cinematografico incentrato su una serie di film, prodotti e/o distribuiti in collaborazione tra Warner Bros. e Legendary Pictures, riguardanti i due mostri Godzilla e King Kong). Un film voluto proprio dalla Legendary Pictures: "senza coscienza, nessun raziocinio, solo devastazione".
Un giovane regista che ha saputo farsi conoscere per il nostalgico e interessante THE KINGS OF SUMMER una interessante film di formazione di alcuni ragazzi. Kong è uno spin-off della serie, il primo film dedicato interamente alla storia della mitica Isola del Teschio. Un film fracassone filtrato da un disegnatore di fumetti dove tutto è ancora più saturo e più stilizzato, unendo varie influenze e in particolare il cinema di mostri giapponese (per molto del character design) come i kaijū e per le moltissime altre creature dell’isola, i mufloni giganti, i poliponi o i grandi ragni, fino ovviamente ai nemici del primate.
Un film cool stilizzato all'ennesima potenza. Un film dove la storia e i personaggi sono solo un pretesto senza nessun significato (i personaggi sono appena abbozzati come spesso capita nei b-movie) per dare spazio e voce alla creatura leggendaria che arriva in scena con il silenzioso senza nemmeno farsi notare. Un film che se ne frega del budget che ha a disposizione e vuole rimanere nella serie B provando solo in qualche momento o da qualche intento a far comprendere una metafora come quella che più di tutti riguarda il colonnello Preston Packard, interpretato da Samuel Jackson (incredibile come sia diventato il prezzemolo sostitutivo di Morgan Freeman nei film) con uno sguardo allucinato quando si trova di fronte un gorilla di 30 metri per 10.000 tonnellate e si convince che sia un nemico più perché gli mancano i Vietcong che perché gli ha abbattuto un po' di elicotteri e fatto fuori un po' di uomini.
Preparatevi a 90' di puro non-sense divertente da prendere con le pinze e con alcuni momenti decisamente divertenti come la citazione finale a JURASSIC PARK.





Kill me three times

Titolo: Kill me three times
Regia: Kriv Stenders
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un volubile assassino scopre di non essere l'unica persona che sta cercando di uccidere la sirena di una soleggiata città del surf. In questo cupo thriller comico, il killer si ritrova a dipanare tre racconti sul caos, omicidi, ricatti e vendetta.

Il film narra le vicende di diversi personaggi, tra tradimenti, rapimenti e omicidi. La storia principale è una sola che però viene divisa in tre capitoli, in ognuno dei quali verranno ripercorsi gli eventi dal punto di vista di alcuni personaggi. Poco alla volta si aggiungono informazioni in più e riusciamo a mettere insieme i vari tasselli del puzzle, fino al finale in cui tutte le sottotrame finiranno inevitabilmente per incontrarsi. Il personaggio che unisce tutti i capitoli è quello del killer Carlie Wolfe intrepretato da uno dei maestri della risata contemporanea. Il problema è proprio quando in una pellicola nemmeno un attore come Simon Pegg riesce ad essere impiegato bene (e come si fa con un personaggio del genere scritto così male e così pieno di stereotipi) allora un semi-sconosciuto film del noiosissimo Stenders alla sua terza regia non può che essere qualcosa di stupido e banale privo di ogni tipo di complessità o colpo di scena o un minimo elemento che possa dare originalità al progetto.
Un film che scimmiotta tra i generi senza mai riuscire a mantenere un margine di coerenza e trovando un'ironia particolarmente abusata e infantile nel genere senza quei guizzi che ne diano una prova perlomeno sufficiente o divertente con quell'ironia sempre più complessa da trovare e che alla maggior parte dei registi post-contemporanei manca.
Un film in cui a parte la bellissima Palmer (ma semplicemente perchè ha qualcosa di magnetico) nessuno sembra mai entrare in parte a cominciare dal cast che punta su attori di serie b come il fratello di Thor e altri figuranti ormai dimenticati dagli studios.
Senza contare che il film di riferimento per il regista sembra a tutti gli effetti essere BLOOD SIMPLE dei Coen, Stenders affidandosi ad una mania tarantiniana di lasciarsi prendere la mano, getta via le regole del thriller e del noir per soffocare tutto con un mix di ironia e idiozia drammatica ed esemplare.


giovedì 15 giugno 2017

Johnny Mnemonic

Titolo: Johnny Mnemonic
Regia: Robert Longo
Anno: 1995
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Johnny è un corriere neurale, un uomo con un impianto nel cranio che gli consente di usare il suo cervello come un hard disk. Per fare spazio si è fatto cancellare i ricordi della sua infanzia ed ha raddoppiato la capacità della sua memoria con una espansione, ma la massa di dati che per una grossa somma ha accettato di recapitare supera i suoi limiti, e lo porterà alla morte se non sarà in grado di scaricarla entro breve tempo. Ciò che Johnny ignora è che sta trasportando la formula criptata della cura del male del secolo, il NAS (Sindrome da Attenuazione del Sistema Nervoso), trafugata da alcuni ricercatori della Pharmakom che vogliono renderla pubblica. Ma l'azienda farmaceutica che ne è proprietaria è intenzionata invece a trarne il massimo profitto, ed ha incaricato la Yakuza di recuperarla a qualsiasi costo. Accompagnato dalla bella Jane, guardia del corpo contagiata dal NAS, ed inseguito dai sicari giapponesi che dopo aver trucidato gli scienziati ribelli vogliono ora letteralmente la sua testa, Johnny trova rifugio tra i Lotek, e nella loro base riesce a decodificare la formula ed a liberarsene prima che l'eccesso di dati nella sua mente raggiunga il punto critico.

E'incredibile come alcuni film sci-fi distopici riescano ancora ad oggi ad essere pungenti e incredibilmente all'avanguardia. Johnny Mnemonic è un film d'azione con tanti ingredienti mischiati all'interno. Una piccola rivincita con alcuni aspetti cyber punk e il tentativo di renderlo etnicamente vario e con tanti accessori e intuizioni interessanti e d'avanguardia.
Il film di Longo è indubbiamente sporco, un giocattolone con tanti difettucci di fabbrica e non solo nel cervello del protagonista e nelle parti deboli dei Lotek.
Dal punto di vista dell'epoca e dell'ambientazione il lavoro di ricostruzione e di computer grafica è immenso pur lasciando alcune piccole pecche che a mio parere insieme agli altri elementi fracassoni ne danno una certa dimensione appunto che lo redono quasi un b-movie sporco e rozzo.
Per quanto concerne la sceneggiatura e la storia bisogna inchinarsi di fronte a Gibson e la cura che ha messo per questo primo film ispirato al suo racconto.
Proprio l'ambientazione nel 21° secolo, cioè il nostro secolo, è curioso vederlo così ipertecnologizzato come tanti altri registi credevano in quegli anni vedendo l'incredibile sviluppo tecnologico. Johhny Mnemonic dello sconosciuto Longo che sembra essersi perso dopo questo film (le major lo avranno fatto sparire) pur avendo tantissimi limiti rimane quel tentativo come per molti film di quegli anni, di riuscire a creare un'opera contaminata da numerosissime influenze e tendenze. Un mondo decadente dove tutti sono costretti a vendersi o vendere parti del corpo per potersi potenziare, in cui l'egoismo è diventato il vero mantra, in cui gruppi economici di dimensioni planetarie controllano i loro enormi interessi ricorrendo senza scrupoli alla forza illegale di organizzazioni criminali come la Yakuza, la potente mafia giapponese impiegata in questo film in modo più che altro kitsch. Allo strapotere delle multinazionali si contrappongono gruppi di resistenza clandestini come i Lotek, che vivono, confusi nell'eterogenea massa di una popolazione tagliata fuori e minacciata dal nuovo morbo del secolo, tra le rovine fatiscenti e abbandonate delle periferie urbane.

Infine un cast abbastanza importante per l'anno di uscita dove al di là di Keanu Reeves che recita come in tutti i film senza dimostrare particolari doti ma essendo di fatto solo belloccio e bucando lo schermo ricordiamo le performance di Lundgren nel Predicatore e Kier nel ruolo di Ralfi.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


Yado

Titolo: Yado
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1985
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gedren è una potente e perfida regina, che grado a grado sottomette o stermina i sovrani rivali. Sonja, una atletica principessa unica superstite di una famiglia regale, vuole vendicarsi dell'eccidio dei suoi e parte in cerca dell'avversaria, dopo che questa ha rubato nella città di Habloc un prezioso talismano. Si tratta di una enorme e scintillante pietra verde, il possesso della quale garantisce quello dell'universo, perché solo tale pietra, finché starà sepolta nelle viscere della terra, ne assicura l'equilibrio. Premesso che unicamente mani femminili possono toccare e conservare il prezioso talismano, Sonja intraprende il suo viaggio. Aiutata da un baldo, gigantesco cavaliere - Yado - oltre che da Tarn, il principe bambino della città di Halboc, assistito daL buffo, ma fedelissimo scudiero Falcon. Le avventure sono numerose e molteplici i rischi, ma alla fine i quattro arriveranno alla meta, cioè al castello della perversa regina. Nel duello conclusivo tra le due donne, Gedren sarà annientata, cadendo nel fuoco sottostante la sua orgogliosa dimora, il principino ripartirà per ricostruire il suo regno, il talismano rimarrà fortunatamente nel buio ad evitare guai per tutti, mentre Yado e Sonja, dopo aver ancora una volta incrociato i loro spadoni tanto per restare in allenamento, sospenderanno il duello, per suggellare con il bacio la vittoria dell'amore.

A WOMAN AND A WARRIOR THAT BECAME A LEGEND
Fleischer dopo il successo di CONAN IL DISTRUTTORE venne di nuovo scelto per questa sorta di spin-off su Red Sonja che di fatto doveva aprire le danze al personaggio di Conan.
In realtà per non offuscare Sonja, Arnold Schwarzenegger interpretò Kalidor, il potente signore, uguale in tutto e per tutto a Conan con l'unica differenza è che il mitico guerriero dalla spada cimmerica era un ladro e Kalidor no.
Il film di Fleischer ha sicuramnte molto fascino pur non regalando quell'epicità che la saga di Conan aveva espresso molto bene diventando la saga più celebre sull'era Hyboriana.
Sicuramente il ritmo e l'ironia (anche se la violenza non manca e la scena d'apertura dove Gedren uccide tutte le adepte del culto era abbastanza impressionante per l'anno di uscita) fanno da padroni, le scene di combattimento sono ipervitaminiche e i mostri fanno la loro figura di certo in quantità maggiori che non nei film precedenti. Con queste perle del filone epico-fantasy si chiude una stagione che ha saputo dare il meglio in queste opere portando ad uno stato di grazia tutte le maestranze che lavoravano all'interno del film.
Opere nel vero senso della parola che non perdono ancora quel fascino che le contraddistingueva.
A differenza però di Milius, la critica che è sempre stata mossa a Fleischer già nel precedente CONAN IL DISTRUTTORE è quella di dare tropo spazio riproponendo un'avventura fantastica e una storia di vendetta piuttosto prevedibile e poco coinvolgente.

Da notare come per quanto concerne la parte tecnica hanno lavorato nel film diversi italiani. La colonna sonora di Ennio Morricone riesce a dare epicità alle scene e il lavoro di scenografia di Danilo Donati è semplicemente meraviglioso.

Conan il Distruttore

Titolo: Conan il Distruttore
Regia: Richard Fleischer
Anno: 1983
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una giovane fanciulla deve recuperare un corno magico custodito da un mago: la regina cattiva le affianca un muscoloso cavaliere per scortarla durante il viaggio, ma in realtà ha già programmato il sacrificio della ragazza. I buoni, però, riusciranno a mandare a monte i suoi crudeli progetti.

Con questo secondo capitolo si concludono le gesta epiche del Cimmero più famoso al mondo. Certo minore rispetto al primo capitolo, il sequel diretto da Fleischer si concentra maggiormente sulle avventure inserendo una galleria di personaggi indimenticabili e alcuni momenti che sono diventati indimenticabili. Partendo dalla liberazione di Zula, il mago Akiro, l'uccello alato che porta via la principessa, la creatura cornuta, il castello del mago e il santuario del corno, nonchè la scena degli specchi raggiungono punti molto alti per come riescono ad essere scenari perfetti d'avventura e azione e al contempo far emergere tutto l'occultismo, i sortilegi e la stregoneria.
Dal punto di vista della scenografia e dei particolari inseriti nel film tutto assume un'aria più kitsch ma al contempo trovando anche scelte e dinamiche divertenti e meno truci del primo capitolo.
Tutta l'azione infine viene espressamente resa meno epica con una certa nota di leggerezza che lo rende più disimpegnato ma allo stesso tempo un film con un target che forse non si è riuscito più a raggiungere sposando così tanti elementi e sapendogli dare forza, anima e sostanza.






domenica 28 maggio 2017

Colossal

Titolo: Colossal
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Gloria è una donna qualsiasi che dopo aver perso il suo lavoro e il suo fidanzato decide di lasciare New York e di trasferirsi nella sua città natale. Ma quanto i notiziari riportano che una lucertola gigante sta distruggendo la città di Tokyo, Gloria pian piano realizza di essere stranamente legata a questi strani eventi così distanti da lei, con il potere della sua mente. Per prevenire un'ulteriore distruzione, Gloria deve capire come mai la sua vita apparentemente insignificante ha un effetto così colossale sul destino del mondo.

Vigalondo è un giovane regista spagnolo che apprezzo molto. Ha fatto pochi film mentre ha lasciato sicuramente il marchio all'interno dei cortometraggi all'interno dei film horror a episodi usciti in questi ultimi anni (VHS:VIRAL, THE ABCS OF DEATH).
Ora parliamo dei suoi film precedenti. Non erano capolavori ma all'interno contenevano alcune idee originali e spunti di riflessione interessanti se non quasi sperimentali (OPEN WINDOWS) i quali mi hanno fatto prendere nota che di questo piccolo genietto (almeno così si considera) dobbiamo tenerlo d'occhio.
Colossal è proprio il film che non ti aspetti e che ti arrabbia a morte quando ti chiedono cosa sia.
Commedia? Fantasy? Thriller psicologico con un impianto ironico? Varie ed eventuali.
Io credo tutto questo, nel senso che l'autore ha cercato di fare un film non propriamente di supereroi citando tra le righe un sacco di cinema e portando i sentimenti e la psicologia a regnare sovrana in territori incontrastati del nostro inconscio.
Possiamo definirlo così in poche battute: spesso i più grossi litigi e le più grosse battaglie o i disastri nascono da motivi molto futili. Come in questo caso il flash-back che serve a spiegare l'incidente scatenante da dove derivi e il perchè Gloria e Oscar riescono a dar vita ad un vero e proprio scontro tra titani è il colpo di scena che tiene incollati gli spettatori quasi fifno alla fine del film senza riuscire a capire quale sia stato l'incidente scatenante. Di nuovo una narrazzione che trova nella variabile tempo e nei meccanismi appunto spazio-temporali una delle sue armi.
Un plastico con la riproduzione della Corea per un compito in classe può essere l'antefatto che crea il precedente affinchè Gloria da grande nutra ancora rabbia per non si sa bene quale motivo e la conseguente emancipazione dal ragazzo che non la vuole perchè non ha autocontrollo, diventa il portfolio da cui emerge Oscar e dove inizia finalmente il film.
Essendo di fatto una commedia così infinitamente hipster e ironica, Vigalondo come sempre non risparmia una vena polemica con una metafora politica e una guerra tra sessi che non risparmia botte da orbi come il divertente scontro finale.
E'un film tranquillo che parla di caos interni, di situazioni mai risolte, di fragilità e traumi infantili come forse abbiamo vissuto e spero superato tutti.


Guardians

Titolo: Guardians
Regia: Sarik Andreasyan
Anno: 2017
Paese: Russia
Giudizio: 3/5

Durante la guerra fredda, un'organizzazione chiamata "Patriot" ha creato una super-squadra di eroi che includevano membri di diverse repubbliche sovietiche. Per anni questi eroi hanno dovuto nascondere le loro identità, ma con l'avvento di tempi difficili ora devono uscire allo scoperto. Questi eroi sono un uomo che può manipolare la pietra, un uomo capace di mutarsi in orso, una donna che ha la capacità di manipolare e trasformare l'acqua e un teleporta massicciamente armato.

Un vero compendio del trash. Così si potrebbe riassumere il kolossal russo copia e incolla di tante nefandezze cinematografiche americane. Il film povero sui supereroi che arriva dalla grande madre Russia. Che roba strana questo Guardians. Prima di tutto perchè nel suo essere così action, tamarro, banale, fatto male, con una post-produzione in fretta e furia con le briciole che rimanevano del budget.
Comunque alla fine di tutto il film preso per quello che è non è male. Ci troviamo di fronte ad un prodotto di evasione con l'unico scopo di intrattenere e cercare di resuscitare qualche fantasma bolscevico oltre che presentare uno dei nemici più tecnologicamente inadeguati della storia del cinema moderno. Sembra un mix tra quel capolavoro orientale di tanti anni fa KYASHAN e un qualsiasi film di super eroi americano prodotto dalla Asylum e da qualche altra strana e sconosciuta casa di produzione di serie b o molto peggio.
Al di là di ammettere una certa difficoltà a far andar giù il russo nelle scene ironiche, Andreasyan non risparmia un certo tono politico nella pellicola e di certo non si fa mancare tante scene di combattimento provando ad azzardare rallenty e piani sequenza con risultati spesso altalenanti.
Sembra il Mortal Kombat russo per come soprattutto la tenebrosità e la caratterizzazione di alcuni protagonisti sembra rispecchiare anche dal punto di vista dei costumi una certa tendenza a creare personaggi dal taglio oscuro e in fuga dal passato.
Di certo questi Patriot non conoscono la fragilità, sembrano una nuova milizia russa post-contemporanea che sbaraglia il vecchio Kgb per far fronte ad un nuovo ordine globale.
Vediamo i cosacchi cos'altro tirano fuori.

Rimane il fatto che nonostante tanti dialoghi, alcuni davvero inutili, il film mi ha divertito.

Guardiani della galassia 2

Titolo: Guardiani della galassia 2
Regia: James Gunn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Assoldati dai Sovereign ma poi braccati da questi per aver rubato delle preziose batterie, i guardiani della galassia si dividono in due gruppi: Rocket e Groot se la vedono con i Ravagers di Yondu, mentre Star-Lord conosce finalmente il padre, Ego, scoprendo molti segreti inaspettati sulla propria natura semi-umana.

I guardiani della galassia capitanati dal regista Gunn di cui nessuno prima del film conosceva l'esistenza (ma i fan del cinema di genere ovviamente sì) continua la sua saga che dopo questo episodio lancia almeno altri due capitoli.
Ora nel primo film, il ritmo, i colori, la regia schizzoide e la filmografia del regista ponevano le basi per qualcosa di nuovo, una branchia imperfetta che si staccava dall'universo Marvel dal canto suo molto omologato. Il risultato è stato un film anarchico molto ben costruito, furbo, modaiolo e con un linguaggio volgare e funzionale alle scorribande che imperversano tra i criminali e i ladri di tutti i pianeti.
Eppure qualcosa non torna in questo secondo capitolo. Un secondo atto noiosissimo dove la parte di Ego, che mi aspettavo la più complessa e grottesca, diventa una sorta di proboscide dove allungare e prendere tempo in dialoghi leziosi e noiosissimi e una difficoltà a creare il perfetto intreccio tra le due storie. In più l'azione per quanto non smetta di mancare è molto più statica del primo film.
Tutto è assolutamente prevedibile e Star-Lord esagera nel dare ancora più ironia al suo personaggio e allo stesso tempo farlo apparire come il leader indiscusso della squadra.
Mettiamoci poi Grot che piccolo e inutile non solo non serve ma diventa l'accessorio per un marketing perfetto dopo i Minions e tutti i giocattoli che vengono studiati ad hoc assieme ai produttori dei film e tutto il resto delle maestranze allora la piega è ancora più becera.
Alla fine i due che risultano più simpatici e come personaggi manco a farlo apposta vengono caratterizzati meglio sono proprio Yondu e Nebula, il primo con una rivelazione finale che sembra la ciliegina sulla torta del non-sense.

Almeno di una cosa siamo tutti contenti: Star-Lord cambia cassetta e playlist.

martedì 16 maggio 2017

John Wick 2

Titolo: John Wick 2
Regia: David Leitch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il killer professionista John Wick non riesce proprio ad uscire dal giro. Ci aveva già provato nel primo film della serie ma il desiderio di vendetta lo aveva riportato ad uccidere. Nel Capitolo 2 a trascinarlo di nuovo dentro, come direbbe Michael Corleone, è un boss italiano, Santino D'Antonio, che vuole rubare il posto della sorella Gianna alla Gran Tavola, la cabina di comando del crimine mondiale che oltre alla mafia e alla camorra unisce tutti i supercattivi a capo di un universo largamente inconsapevole.

John Wick è un tentativo blando di cercare di dare vita ad un nuovo anti-eroe, un sicario che del male che di questi tempi non serve assolutamente. John, alias neo alias non sanno più come comportarsi con un attore che negli ultimi anni pur di ritrovare il suo mood action è arrivato a prendersi degli schiaffoni belli pesanti come 47 RONIN o la regia e la performance di MAN OF TAI CHI. John Wick è di nuovo alle prese con una nuova sfida: diventare una sorta di paladino per dare la caccia a membri di corporazioni e organizzazioni dove risiedono i diversi gruppi del crimine organizzato.
Diciamo che non bisogna cercare di dare un senso alla storia dove l'inizio era sancito dalla vendetta per un cane ucciso che altro non era che il regalo da parte dell'ex moglie morta.
Ora ci spostiamo nella Suburra dove a parte incontrare alcuni personaggi che dimostrano come quando si entri nella capitale il plotone dei sacrificabili è sempre e purtroppo lo stesso (una Gerini e uno Scamarcio che riescono a far peggio di quanto si potesse immaginare, soprattutto il secondo in una parodia di se stesso davvero imbarazzante).
In due parole il sequel, che nessuno voleva, ma che il marketing ha imposto visto l'enorme successo del primo capitolo è riassumibile così per dare ragione al non-sense di fondo.
"John Wick ha dato un medaglione a Santino. Secondo le regole, se il portatore del medaglione viene da te e vuole incassarlo e tu non vuoi fare quello che ti viene chiesto, devi morire. Se uccidi il portatore del medaglione, devi morire. Quindi, John ha un problema".
Al dì là del fatto che la coreografia e i combattimenti rappresentano il 70% del film, è difficile esprimere un giudizio che tenga conto anche della storia dove di facto non vuole cercare di prendersi sul serio nemmeno per un minuto. John Wick è una macchina ibrida. Una sorta di James Bond che fa il filo a John Woo in un mix esagerato e tamarro che a differenza di film con altri supereroi improvvisati cerca di prendersi anche sul serio in alcuni momenti.
Almeno il primo aveva ancor più l'aria del b-movie, questo continua ad essere ancora più esageratamente patinato e con alcune luci al neon che nelle sparatorie creano una strano senso di malessere.


Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.