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sabato 2 settembre 2017

Undisputed IV

Titolo: Undisputed IV
Regia: Todor Chapkanov
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Yuri Boyka sta portando in alto il suo nome nel mondo dei grandi campionati di combattimento quando una morte accidentale sul ring lo costringe a mettere in discussione tutto ciò che egli è e rappresenta. Quando scopre che la vedova di chi ha inavvertitamente ucciso è in difficoltà, Boyka si offre di combattere in una serie di incontri impossibili per liberarla da una vita di schiavitù.

E arriviamo così al quarto capitolo del nostro profeta occidentale delle arti marziali che forse se non si ammazza di steroidi pure lui può puntare ad un futuro straight to video meno deprimente e irrisorio. Scott Adkins torna di nuovo a vestire i panni del pazzo psicopatico diventato il più inaspettato grande eroe filmico sovietico. In questo film diventa pure amico con un prete...
Un tamarro che in questa avventura decide di redimersi trovandosi come sempre a dover sfidare i propri demoni del passato e del presente per ottenere la libertà.
Ed è proprio la redenzione forse la parte più pacchiana contando che il nostro lottatore si sente in colpa per aver ucciso un atleta durante un combattimento e ora promette alla moglie defunta risarcimenti e scuse.
Cambia il timone alla regia per una saga che non punta molto sulla storia bensì sui combattimenti e le mascelle, quelle toste che non ridono mai e che non fanno mai una piega.

Boyka nell'ennesimo torneo che ricorda esattamente quello del terzo capitolo trova qui un nemico che sembra la copia identica di Baine, tale “Koshmar the Nightmare”, un personaggio che ha look e nome giusto per sembrare un Ivan Drago 2.0. il problema è che anche qui il nemico finale non ha la stoffa e l'eleganza del nemico del terzo capitolo che faceva dell'arroganza la sua garanzia di approvazione. Qui davvero si rasenta la pochezza massima di trovare anche solo dei minimi elementi kitch per cercare di dare forma e consistenza a un sequel che muore sul nascere.

domenica 4 giugno 2017

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


martedì 16 maggio 2017

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



martedì 11 aprile 2017

Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Mo Brothers
Anno: 2016
Paese: Indonesia
Giudizio: 3/5

Un uomo soffre di amnesia e non ricorda il suo passato quando era sfruttato come una macchina da guerra per uccidere le persone. Un giorno però si imbatte nei criminali che lavorano ai servizi di un vendicativo trafficante di droga e il suo passato ritorna a galla.

Ormai l'Oriente ha spodestato definitivamente l'Occidente sul cinema delle arti marziali e alcune sotto branchie del cinema d'azione. Basti pensare agli Yakuza Movie come alcuni polar nipponici e cinesi, senza peraltro contare la potenza degli ultimi anni del cinema sud coreano.
In fondo è sempre stato così dai tempi di Bruce Lee. E'un fattore culturale che li appartiene.
Iko Uwais è diventato il nuovo paladino delle arti marziali dopo Tony Jaa. Indonesia vs Thailandia. Un bello scontro tra due paesi che mettono in ballo mazzate di una violenza cosmica e con un ritmo eccezionale che spesso e volentieri mostra lunghi piani sequenza per valorizzare il talento degli attori e la quasi totale assenza di stunt man.
Uwais dopo i due capitoli di THE RAID per il gallese Evans, è stato prelevato dai due fratelli che hanno avuto in patria un mezzo flop con il difficilissimo KILLERS. Un film cupo, teso e complesso che purtroppo non è riuscito ad avere successo anche a causa di una violenza gratuita molto perversa.
Headshot è pieno di scene d'azione che lo rendono estremamente divertente e realistico ma ancora una volta l'aspetto provvidenziale per mostrare che cosa ci si aspetta da film di questo tipo e nella trama che definire imbarazzante è poco.
Alcune carneficine come quella in prigione e sul pullman sono di una violenza inenarrabile con arti mozzati e quant'altro, il tutto ovviamente condito con una realisticità a tratti inquietante.

Questa incredibile alleanza dovuta tutta a Evans che di fatto ha organizzato l'incontro tra i registi e la star, diventa importante per poter sancire un sodalizio che speriamo porti a tante altre pellicole di sonore mazzate come questa che diventano oro colato dal momento che dall'altra parte del mondo ci tocca vedere gente improbabile che si cimenta in film di arti marziali senza averne la stoffa.

sabato 8 aprile 2017

Bodyguard Kiba

Titolo: Bodyguard Kiba
Regia: Takashi Miike
Anno: 1993
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Junpei, uno Yakuza di basso livello, ruba 500 milioni di yen al suo capo. Mentre viene interrogato, un colpo di fortuna gli salva la vita facendolo restare in prigione per cinque anni. Al rilascio, assume l'invincibile guardia del corpo professionista Kiba per scortarlo a recupeare i soldi prima nascosti, in modo che possa egli possa ritrovare la sua ragazza e fuggire per sempre. Ad ogni passo del lor cammino i due sono vittime di imboscate da parte dell'ex capo di Junpei, e dagli studenti di un Dojo rivale di Kiba, arrabbiati dal fatto che il Dojo di Kiba sia migliore del loro.

Era uno dei pochissimi film di Miike ha inizio carriera che non avevo ancora visto, contando la fortuna di aver partecipato ad una rassegna a Torino anni fa al Cinema Massimo dove partecipava anche il regista e in cui noi italiani sfortunati abbiamo potuto gustarciu quasi tutte le sue opere inedite o mai arrivate nel nostro paese.

Bodyguard Kiba è fondamentale nel curriculum di uno dei registi più interessanti della settima arte. Già erano presenti in questo film tutti gli ingredienti che Takashi avrebbe usato e ingigantito nei prossimi film. Il genere yakuza, l'appartenenza al clan, l'azione quasi sempre esplosiva e impulsiva che sembra deflagrare da un momento all'altro. Il sesso, la tortura, gli inseguimenti, i dialoghi e soprattutto l'onore. Kiba rappresenta il totem di tutti questi elementi che spalmati su una trama piuttosto convenzionale riescono ad avere quei guizzi di genio e dare conferma anche solo per la disposizione delle luci e alcune inquadrature che confermano il talento di un regista inesauribile.

venerdì 23 settembre 2016

Kickboxer Vengeance

Titolo: Kickboxer Vengeance
Regia: John Stockwell
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kurt Sloan è un talentuoso artista delle arti marziali che si reca in Thailandia, dove dovrà imparare i segreti del kickboxer per vendicare la morte del fratello avvenuta per mano di Tong Po.

Stockwell è un regista di serie B che almeno ci aveva provato con il simpatico TURISTAS.
Per il resto ha sempre girato robetta action da quattro soldi. Il suo approccio alle arti marziali è di infimo gusto, al di là di qualche bella location e basta. Pure i combattimenti sono girati e montati con così tanti stacchi da non capirci quasi niente.
Sulla storia non mi pronuncio perchè è così banale che già la striminzita trama rivela fin troppo e poi questi film non hanno bisogno di trama ma di doverose mazzate e quando c'è è sempre la stessa.
Da fan delle arti marziali dovevo guardarlo per forza, era troppa la mole di non-sense e attori improbabili da Bautista che sembra un monaco venerato da discepoli che non si sa bene cosa cerchino, Van Damme che recita con gli occhiali e fa delle mosse e si atteggia in modo alquanto imbarazzante, la Carano che ormai si è sputtanata e per finire alcune facce nuove che dimenticherete troppo velocemente.
E'un film brutto che poteva essere ancora peggio, nel senso che a tratti pur essendo la summa del già visto, almeno fa quello che deve mischiando mazzate, inseguimenti e allenamenti.

Vi prego per chi riesce a guardarlo fino alla fine, non perdetevi i titoli di coda con Van Damme che balla da giovane sculettando e il protagonista che pure lui ci mette la sua improvvisandosi in un balletto anch'esso inguardabile.

giovedì 4 agosto 2016

Iceman

Titolo: Iceman
Regia: Wing-cheong Law
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Un'eroica guardia imperiale della dinastia Ming viene sepolta nel ghiaccio con il suo nemico durante un combattimento su una montagna innevata. Quando la coppia si ritrova secoli dopo, risvegliata da alcuni scienziati, i due guerrieri riprendono la loro battaglia scatenando il caos nella città di Hong Kong.

A tratti sembra di vedere una parodia di DEMOLITION MAN in salsa cinese solo che almeno in quel film la storia del surgelamento e scongelamento funzionava, qui invece fin dalla prima scena ti rendi conto che il regista si sta arrampicando su dei vetri rotti (sembra una battuta ma in realtà coincide suo malgrado quasi con una scena del film).
Iceman, da non confondere con il film americano del 2013, con la star orientale più pagata al mondo, è un film scemo che a parte qualche notevole scena d'azione esaurisce fin da subito tutto quello che aveva da dire e dal secondo atto in avanti è costituito da continui cambi di scena e roccambolesche scene d'azione costruite per distrarre il pubblico da una sceneggiatura davvero limitata e con dei dialoghi davvero insopportabili.
Un film che forse costruisce e sembra appunto ruotare attorno a delle assurdità così imbarazzanti che non starò ad elencare un po per un processo di rimozione immediato e poi per aver fatto un patto col cervello di non guardare più spazzatura simile (anche se poi ogni tanto ci casco...)


mercoledì 25 maggio 2016

Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny

Titolo: Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword Of Destiny
Regia: Yuen Woo-Ping
Anno: 2016
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Dopo la morte del maestro Li Mu Bai nel mondo delle arti marziali si è diffuso il caos, finché non ha prevalso il crudele Hades Dai. Quando quest'ultimo viene a sapere dove si trova la spada di Li Mu Bai, Destino Verde, scatena una caccia all'uomo senza esclusione di colpi pur di impossessarsene.

Il wuxia rimane sempre un sottogenere orientale in cui i cinesi fanno da padroni. Con una tecnica che rasenta la perfezione ci troviamo di fronte al sequel del bel film diretto da Ang Lee nel 2000.
In questo caso le caratterizzazioni che diventavano il centro della vicenda del primo film, qui si diramano in un film per alcuni versi quasi corale per tutti i personaggi che lo popolano.
E'un film d'avventura, una favola che proprio nello stile e nell'eleganza riesce a sottolineare i propri tratti. A dirigerlo c'è un signore che è diventato una garanzia di potenza, Yuen Woo-Ping, regista e coreografo che ha lavorato per numerosissimi film orientali e occidentali e conquistandosi meriti e una fama oltreoceano. Tutti questi elementi però non bastano a salvare un film che nasce puramente per interessi commerciali girato in brevissimo tempo e parte di un accordo tra Netflix e The Weinstein Company, in cui la prima deve aver investito un altro bel patrimonio solo per la pubblicità in rete.
E'un film senz'anima in cui nessuno esce a testa alta nemmeno la super star Donnie Yen.
Troppo uso massiccio di pessima computer grafica e i combattimenti, per quanto alcuni deliziosi, sono privi di personalità, in più la cosa peggiore di tutte e che smarrisce gli elementi che rendevano speciale il suo predecessore




domenica 22 maggio 2016

Boy and the Beast

Titolo: Boy and the Beast
Regia: Mamoru Hosoda
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Ren perde la madre per un incidente dopo aver perso il padre in seguito al divorzio dei genitori. Di fronte alla prospettiva di essere affidato agli odiati zii, il ragazzo fugge per le strade di Shibuya finché non attira l'attenzione di un animale bipede, misterioso e parlante. Il suo nome è Kumatetsu ed è una delle Bestie (bakemono) più potenti di Jutenkai, un mondo parallelo a Shibuya e popolato solo da animali antropomorfi. Senza rimpianti per il mondo degli uomini, Ren sceglie di crescere tra le creature, imparando l'arte della lotta dal formidabile Kumatetsu.

In The Boy and The Beast esistono due mondi, o per meglio dire, dimensioni.
In una vi abitano gli esseri umani, nell’altra le bestie. È pericoloso che gli abitanti della prima varchino i confini della seconda, poiché l’uomo, a differenza della bestia, può essere colto dal potere delle tenebre, che è un modo come un altro per dire che può commettere azioni turpi.
Una verità che tutti conoscono lì dove non ci sono uomini, i quali perciò vengono visti come portatori di squilibrio.
Boy and the beast è finora il film più bello della già interessantissima filmografia del maestro dell'animazione Mamoru Hosoda. Un film che pur costellato da numerosi limiti e scelte che si rivelano disfunzionali riesce e cresce diventando una parabola di vita, un film di formazione e di nuovo una galleria di personaggi e intuizioni originali.
Gli archetipi trattati all'interno dell'opera sono abbastanza abusati ma riescono ad essere tanti e miscelati in modo funzionale anche se ogni tanto si rischia di annegare nelle emozioni umane e il sentimentalismo fa capolino come in molte opere d'animazioni nipponiche e che trattano il percorso di formazione che prevede un'educazione attraverso le arti marziali (cosa che nel mondo asiatico coincide con un’educazione morale ed spirituale) fino all’adolescenza.

Come per Miyazaki anche qui la sceneggiatura e il soggetto vanno al di là del classico film per bambini, trattando temi decisamente adulti, e mascherandoli con un velo di comicità  

Ip Man 3

Titolo: Ip Man 3
Regia: Wilson Yip
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Hong Kong 1959, la scuola frequentata dal figlio di Ip Man, maestro di arti marziali, è nel mirino di una gang che vuole rilevarne il terreno. Ip raccoglie i suoi discepoli e un guidatore di risciò che conosce il wing chun, Cheung Tin-chi, per fronteggiare i delinquenti e salvaguardare la scuola. Lo scontro porterà a un escalation di violenza, ma Ip Man oltre a questi problemi ne dovrà affrontare anche di familiari, gravi e inaspettati.

Ip Man 3 è un buon film con uno stile tecnico davvero iperstilizzato. Una regia solida che firma il terzo capitolo e l'attore più pagato della Cina, Donnie Yen, ancora una volta a vestire i panni del sommo maestro del Wing chun Ip man.
Qual'è il problema di questo terzo capitolo se non la completa inutilità di una storia che al termine del secondo capitolo aveva esaurito tutte le principali tematiche e i problemi con le scuole, i maestri rivali, la criminalità e la corruzione. Ragioni prettamente commerciali per un film che al botteghino ha davvero incassato molto. Questa trama sembra voler rimanere ancorata con i piedi a terra imbastendo delle coreografie e delle scenografie incredibili ma andando in alcuni momenti fuori dai binari come l'ingresso di Mike Tyson che poco si presta se non per creare interesse con il risultato di metterlo in imbarazzo per la goffaggine e l'inutilità del personaggio.
I combattimenti poi non sono molti rispetto ai precedenti pur avendo sempre in cattedra il grande Yuen Wo-ping e la presenza anche se per soli cinque minuti di Bruce Lee giovane crea uno smisurato interesse da parte dei fan di arti marziali.
La nota positiva è mostrare Lee per come era. Un tamarro che faceva andare via gli allievi dalla scuola per avere tutto per sè il maestro e imparare più velocemente.
Qui in questa modestissima scena in cui compare si prende solo un sonoro "no" alla richiesta di entrare a far parte della scuola di Ip Man.

Dunque pur avendo la sceneggiatura come anello debole e sperando che sia il capitolo conclusivo (ma la vedo dura) alla fine Ip Man 3 pur essendo narrativamente inutile risulta visivamente davvvero piacevole e ben realizzato.

domenica 24 aprile 2016

Kill Zone

Titolo: Kill Zone
Regia: Pou-Soi Cheang
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

Un poliziotto rinchiuso in una prigione thailandese, collabora con una guardia carceraria che ha una figlia malata di leucemia, per riuscire a guadagnare la libertà e poter vendicarsi di chi gli ha fatto saltare la copertura.

Senza troppi fronzoli gli action con protagoniste le arti marziali non devono arrabattarsi storie che parlino di drammi sociali cercando di empatizzare col pubblico sulla salvezza di bambini malati.
Kill Zone è una tamarrata orientale perfettamente modulata su frequenze a dir poco incredibili, la sparatoria iniziale e i combattimenti all'interno del carcere, e vuoti esistenziali in cui si cerca di comunicare e dare fragilità e spessore ai personaggi.
Con un cast di volti noti, Spl2, che non è un sequel del primo, vuole cercare di essere troppe cose, senza accontentarsi di essere un eccellente film d'azione ma volendo osare di più con una "filosofia metafisica" inutile, becera e patetica, che serve solo come fanalino di coda per la sceneggiatura davvero brutta e scontata.
A differenza del primo capitolo non punta nemmeno ad una storia iper drammatica, cupissima, da noir senza speranza e complicata come solo nei polizieschi orientali si può trovare.

Nonostante i molti elementi improbabili và detto, come sempre quando si parla di cinema orientale, che il film è ovviamente girato e fotografato in modo perfetto, con un gran bello stile visivo e una costruzione delle scene d'azione di gran respiro pieno di virtuosismi e piani sequenza spettacolari.

lunedì 29 giugno 2015

Kung Fu Jungle

Titolo: Kung Fu Jungle
Regia: Teddy Chan
Anno: 2014
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Il maestro di arti marziali Hahou Mo si costituisce alla polizia dopo aver accidentalmente ucciso un uomo. Durante la sua carcerazione, diversi campioni di arti marziali vengono uccisi: le ricerche della polizia conducono a Fung Yu-sau, impazzito dopo aver perso la moglie. L'obiettivo finale per Fung è quello di sfidare all'ultimo sangue Hahou Mo, a cui ricorre anche la polizia in qualità di informatore.

Kung Fu Jungle se da un lato mostra una notevole messa in scena e dei combattimenti abbastanza interessanti, dall'altra parte smarrisce subito la credibilità e la forza della storia, risultando un action banalotto e molto prevedibile.
In più la causa che porta l'antagonista ad uccidere tutti i maestri di arti marziali è davvero ingenua e fasulla.
Donnie Yen è bravo ma non coinvolge molto, soprattutto in un personaggio che sa di macchietta, prevedibile e senza una caratterizzazione che ne sancisca un'immedesimazione adeguata.
Dopo IP MAN non sono molti i film interessanti che la star cinese sta realizzando.
Scelte economiche o script poco interessanti? Viene da pensare la prima.

E se poi, come molti hanno detto, il film altro non è che un omaggio, praticamente onnicomprensivo, alla storia del cinema d'azione di Hong Kong, costellato di camei di alcuni dei suoi più significativi protagonisti, allora davvero si salvano forse solo i titoli di coda davvero ironici e citazionisti.

mercoledì 3 dicembre 2014

Protector 2

Titolo: Protector 2
Regia: Prachya Pinkaew
Anno: 2013
Paese: Thailandia
Giudizio: 2/5

La Thailandia è sede dell'incontro di pace tra i presidenti di Katana Ovest e Est, Paesi che combattono tra loro una guerra sanguinosa. L'evento manda in fibrillazione il mondo della malavita, in particolare il boss Mr LC, che progetta un piano diabolico che coinvolge l'elefante sacro protetto da Kham.

Pinkaew come tutte le macchine per fare soldi ottiene ancora più danari dalle produzioni rimischiando nel calderone magico degli stereotipi thailandesi, in campo di cinema di arti marziali, quello che aveva già filmato e mostrato nei precedenti titoli, peraltro quasi tutti uguali.
Protector 2 non convince da nessun punto di vista, banalmente l'uso e il ricorso alla CGI e al 3D mostra ancora una volta quanto questo stratagemma venga sempre più mosso da scopi puramente commerciali, oltre che all'aborrito wire work, si avvale di una post-produzione qualitativamente imbarazzante, finendo per svuotare di pathos le scene action e allontanare ancor di più Jaa dall'iperrealismo di Uwais, anziché avvicinarsi a lui.

martedì 2 dicembre 2014

Protector

Titolo: Protector
Regia: Prachya Pinkaew
Anno: 2005
Paese: Thailandia
Giudizio: 2/5

Mai rubare gli elefanti a un esperto di arti marziali, le conseguenze potrebbero essere terribili. La storia di The Protector racconta l'impresa di Kham, giovane combattente alla ricerca dei suoi elefanti, destinati al Re della Thailandia, ma rubati da un gruppo di criminali che, per ottenerli, hanno anche sparato a suo padre. Per recuperare i due esemplari, che Kham tratta come fossero membri di famiglia, il giovane dovrà arrivare fino in Australia

Ritorna Tony Jaa diretto dallo stesso regista del notevole ONG BAK, film che ha portato fama internazionale all'attore facendo scoprire le sue incredibili doti e portando l'attenzione generale del cinema di genere sull'action thailandese quasi sconosciuto.
Ora il problema di The Protector è proprio quello di insistere su alcuni clichè della cinematografia di arti marziali che poco aggiungono alla banale struttura che niente aggiunge alla trama.
In questo caso come anche nella saga precedente, si ritorna all'elefante, come pretesto dal momento che in Thailandia gode di enorme prestigio ed è un animale sacro. Pinkaew proprio avendo un budget alto, un buon cast, commette proprio quegli errori che non dovrebbe ripetendo come in un copia/incolla, le stesse regole e struttura del suo cinema, senza osare o puntare su nulla che non sia già stato detto.
Un peccato soprattutto quando anche i combattimenti sanno di già visto.

mercoledì 19 novembre 2014

Special Id

Titolo: Special Id
Regia: Clarence Fok Yiu-leung
Anno: 2013
Paese: Cina
Giudizio: 2/5

Drago è un agente speciale da anni infiltrato nella malavita cinese. Quando la sua copertura sembra venire meno l’agente vorrebbe ritirarsi, ma il capitano Cheung gli assegna un’ultima e delicata missione. Drago dovrà infatti infiltrarsi nel cuore di una pericolosa organizzazione gestita niente di meno che da Sunny, il pupillo del più violento boss di tutta la Cina, Hung, colpevole di aver ucciso decine di poliziotti.

Special Id, nuova identità, è un film d'azione come da prassi con certo qualche guizzo e qualche scena particolarmente spettacolare. D'altronde siamo in Oriente, ma dalla parte fedele al mercato di Honk Kong, dove vigono spesso e volentieri le stesse regole del marketing hollywoodiano.
Donnie Yen è un attore multisfaccettato, molto fisico, che ci aveva regalato quella bella interpretazione di IP MAN.
Qui in veste più tamarra e potendosi permettere ogni tipo di esagerazione, mostra proprio quel carattere trasgressivo, ma alla fine buono, del detective infiltrato.
Imprigionato in una storia che rimane sempre equilibrata tra eccessi e disimpegno, Special Id è semplicemente uno come tanti, che non verrà di certo ricordato, ma che regala un piacevole intrattenimento con un ritmo funzionale e una storia inesistente, priva di qualsiasi tipo di interesse.
Al di là del nome trasformato ma che in realtà tolta la maschera ci porta a quel Clarence Ford, nome noto per alcuni importanti film di arti marziali, e soprattutto per le importanti sequenze d’azione, forse unico vero motivo per cui valga la pena guardare il film. Alcune sono davvero spettacolari e magistrali come quella del duello marziale all’interno di auto in corsa coreografato dal veterano Bruce Law, professionista nei tanti inseguimenti automobilistici del cinema di Hong Kong.

mercoledì 2 luglio 2014

Raid 2

Titolo: Raid 2
Regia: Gareth Evans
Anno: 2013
Paese: Indonesia
Giudizio: 3/5

Dopo aver sgominato una gang e aver attirato le attenzioni della mala indonesiana, Rama è costretto a cambiare identità: dovrà trascorrere un periodo in carcere per infiltrarsi nell'organizzazione di Bangun e dell'ambizioso figlio Uco e rompere la ragnatela di corruzione estesa come un virus in tutta Djakarta.

Come ogni film d'azione che si rispetti, Raid 2 riprende da dove era terminato e Rama si trova di nuovo in una situazione di merda da cui non ci sono grosse speranze di uscita soprattutto se le famiglie sono due e i nemici si moltiplicano come i numeri mancanti di un livello di sudoku.
Ora però vogliamo parlare di questi 148', in cui il film si concentra, e non risparmia nulla circa i dialoghi e tutti i passaggi rituali tra famiglie mafiose alle volte estenuanti o con dialoghi ridondanti che sembrano inseriti per prendere tempo.
Purtroppo se da un lato lo stile, lo sfarzo e le perfette ambientazioni danno ancora più realisticità e stupore alle scene, si rimane davvero troppo tempo intrappolati in dialoghi che spesso e volentieri si ripetono o appaiono davvero banali nella loro scarsa importanza.
Raid è un film da ricordare per il ritmo, i combattimenti e la quasi assenza di controfigure.
Il regista gallese emigrato in Indonesia avanza per addizione senza mai sottrarre, le sequenze di lotta cercano ambientazioni nuove (il carcere, la metro, la macchina) in vista di uno showdown finale davvero esplosivo e di una violenza senza limiti e censura.
Raid a differenza dei film di genere americani assieme ai suoi contemporanei, verrà ricordato ora più che mai per alcuni traguardi in stile action e per aver dato vita ad un dramma stilizzato iperviolento come non c'è ne vengono in mente altri.





lunedì 9 dicembre 2013

Grandmaster

Titolo: Grandmaster
Regia: Wong Kar-wai
Anno: 2013
Paese: Cina/Hong Kong
Giudizio: 3/5

Ip Man, colui che diventerà il maestro di Bruce Lee, vive a Fo Shan, nel sud della Cina dove pratica le arti marziali come personale passione. In seguito alla guerra cino-giapponese che sconvolge le province del nordest del Paese, il Grande Maestro Gong Baosen è costretto a trasferirsi a Fo Shan dove tiene la cerimonia del proprio addio alle arti marziali. Viene raggiunto da Gong Er, figlia a cui ha insegnato una tecnica letale. Ip Man e Gong Er si conoscono in questa occasione. La domanda che percorre il mondo del kung fu è: chi diverrà il successore di Gong Baosen?

Sinceramente mi erano sconosciuti i motivi per cui dopo la saga di IP MAN che parlava della storia del celebre maestro del Wing Chun, disciplina cinese fondata da una donna, un regista così interessante come Kar-wai si fosse interessato al progetto trasformandolo in un film visivamente eccellente e con una fotografia d'avanguardia e una scelta di chiari/scuri invidiati efficaci ma al contempo debole sotto il profilo culturale e storico della disciplina.
Se nella saga con Donnie Yen c'era più tempo e più spazio da regalare e investire su una storia che seppur romanzata spiegava, tutto sommato, l'epopea e le gesta del protagonista, in questo film invece diventa emblematico il fattore e la risorsa di ricerca, stile e messa in scena senza sbavature ma facendo diventare il film un'esperienza cinematografica sicuramente molto elegante.
Un film voluto e travagliato, sei anni di progettazione e tre di lavorazione.
Con un cast come sempre fenomenale e usando alcuni dei suoi attori feticci, l'immenso Tony Leung e la bella Ziyi Zhang, The Grandmaster non era forse il film che molti fan del regista si aspettavano ma segna intanto un ritorno e dall'altra parte una capacità e una grazia del regista di confrontarsi anche con altri registri cinematografici e generi che non sempre sono oggetto di interesse da parte di un certo tipo di pubblico.

sabato 16 novembre 2013

Man of Tai Chi

Titolo: Man of Tai Chi
Regia: Keanu Reeves
Anno: 2013
Paese: Cina/Usa
Giudizio: 2/5

A Pechino, il giovane ambizioso “Tiger” Chen Lin-Hu lavora come semplice accompagnatore turistico, ma nel tempo libero è un astro nascente delle arti marziali, facendo la gavetta all’interno del Ling Kong Tai Chi. Tiger ha perfezionato l’antica arte e ha cominciato a farsi un nome nel prestigioso torneo di arti marziali Wulin Wang.

Mettere Keanu "L'Eletto"Reeves ha girare e interpretare un film sul Tai chi in cui insegna "taoismo"pacchiano sembra qualcosa di già visto e che però fa pure sorridere.
Probabilmente folgorato dalle arti marziali orientali e dallo straordinario successo di MATRIX, viaggia ancora su quei binari, pensando ad un sicuro successo commerciale ora che comincia a non essere molto richiesto in patria.
Man of Tai Chi fondamentalmente non è un brutto film. La parte che funziona di più sono proprio i combattimenti che sono davvero parecchi a differenza del vuoto della sceneggiatura che conferma la scarsa propensione ad affidarsi ad una storia credibile. Fight Club clandestini fanno tanto di già visto, Reeves anche attore nella parte del cattivo è qualcosa di già visto anch'esso, perdi più con alcune sequenze quasi comiche, in cui si vede che non è proprio a suo agio nel pieno controllo di tutte le fasi del film.
Sembra il classico film furbetto e semplice in cui il neo(regista)affida la sceneggiatura a Michael G.Cooney e i combattimenti a Yuen Woo Ping (MATRIX,LA TIGRE E IL DRAGONE).
Strizzatine d'occhio alla cultura orientale di cui questo film sembra impregnarsi ma in realtà è solo una copertura per autocelebrarsi un piccolo film sulle arti marziali girato da un attore molto amato in oriente ma che con la cultura e la tradizione di un paese millenario non ci azzecca proprio nulla.

venerdì 13 settembre 2013

Best of the Best

Titolo: Best of the Best
Regia: Robert Radler
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

"I Migliori", titolo originale "Best of the Best", è un film drammatico incentrato sulla pratica delle arti marziali, in particolare il Tae Kwon Do. Ogni tre anni si disputa una gara tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud che detiene tutti i primati in tale sport. Il team viene scelto raccogliendo i 5 migliori atleti da ogni parte del Paese.
Alex Grady vive a Portland – Oregon, ed è un ex veterano di questa disciplina. Costretto al ritiro per un infortunio alla spalla durante un incontro, in occasione di questa gara, viene convocato per un provino di selezione. A questo provino viene convocato anche Tommy Lee, un insegnate di arti marziali per bambini della California. Di seguito vengono introdotti gli ultimi 3 personaggi del team americano chiamato ad affrontare la temuta Corea del Sud. Alex, Tommy,Travis, Sonny e Virgil, con background e caratteristiche totalmente diverse tra di loro, sono gli atleti scelti dal veterano Frank Couzo,coach della squadra, per questa importante sfida.

Tutti i difetti e tutti i meriti di un film sulle arti marziali degli anni '80 sembrano essere le fondamenta di questo discutibilissmo film di Radler.
La cosa più bella è che alla fine la nazionale americana perde e dunque si stacca del tutto dalla solita solfa che vuole il buon yankee vincitore in tutto e per tutto, anche se un elemento melenso prevarrà su tutto.
Radler aveva girato parecchi film ed Eric Roberts era nel suo momento d'oro. Entrambi ci spendono molto di loro nel film, l'ultimo oltre ad essere il protagonista ci crede così tanto da creare una performance quasi del tutto drammatica, con pianti improvvisati e suppliche che mi hanno fatto sganasciare dal ridere (soprattutto quando il figlio idiota si rompe un braccio investito da una macchina e Alex deve decidere che strada prendere).
Il fatto che ad interpretare i migliori della scuola coreana siano quasi tutti cinesi è un altro elemento che mostra di come al tempo non fregasse nulla degli attori orientali perchè come molti riassumevano...sembravano tutti uguali.
E'un film non così reazionario, anche se la vendetta del cinese sul coreano che nel torneo precedente gli ha ucciso il fratello fa tanto elemento banale e inconsistente che due domande te le fai sulla povertà di scrittura di questi film.
Un b-movie che ho voluto rivedere in salsa nostalgica per comprendere che cosa mi era piaciuto quando ero piccolo, da considerarlo un piccolo cult di quegli anni insieme a dozzine di pellicole americani certo molto più notevoli.
Uno dei momenti migliori comunque è proprio il torneo nel finale che spezza un pò la monotonia degli allenamenti.