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martedì 16 maggio 2017

Pieles

Titolo: Pieles
Regia: Eduardo Casanova
Anno: 2017
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Il nostro corpo determina le nostre relazioni sociali, che lo si voglia o meno. Il film racconta la storia di persone deformi costrette a nascondersi, ma sempre connesse tra di loro. Samantha, che ha il sistema digestivo retroverso, Laura è invece una ragazza nata senza occhi, e Ana, una donna che ha il volto sfigurato. Personaggi solitari che stanno lottando per trovare il proprio posto in una società che accetta solo corpi perfetti, sempre volta ad emarginare il diverso.

Pieles è uno dei film più strani del 2017. Forse assieme a GREASY STRANGLER se la gioca di sana pianta se non fosse che il lavoro di Casanova va ben oltre la commedia hipster di Hosking. Infatti il giovanissimo autore scoperto e portato alla luce grazie a Alex De la Iglesia, uno dei registi spagnoli contemporanei più importanti della sua generazione, crea in apparenza un film patinatissimo dove predomina una fotografia sul rosa e una dominanza di spazi asettici.
Pieles è un film che parla del corpo, di come percepiamo i nostri corpi e di come gli altri percepiscono e vedono il nostro corpo.
In apparenza potrebbe sembrare una galleria grottesca di fenomeni da baraccone ma se così fosse o meglio se qualcuno dovesse sminuirlo a tal punto farebbe un grosso errore.
Freaks, personaggi strambi e menomati e brutalmente sfigurati dalla nascita nonchè persone "normali" che fanno paura per la loro totale assenza di scrupoli, la debolezza, il disprezzo totale per chi non è come loro e che vuole soltanto sfruttarli sono coloro che Casanova ci vuole far conoscere entrando di fatto nelle loro vite e soprattutto nella loro intimità. Se da un lato si potrebbe aprire a tutta una serie di considerazioni e una certa e indubbia semplicità nel capire come andranno le cose, a livello di sceneggiatura in ottanta minuti si è cercato di fare un ottimo lavoro soprattutto contando le varie storie riescono a trovare un incastro soddisfacente nel climax finale.
Solitudine, marginalizzazione e diversità. Questo è il triangolo che attraversano tutti i personaggi nei loro calvari personali e nelle storie che di fatto spesso li relegano a rifiuti della società.
I personaggi di Casanova si comportano esattamente come tutti gli altri esseri umani pur rimanendo rilegati ai margini, nascosti nelle loro case e sommersi dalle loro insicurezze e paure, sopravvivendo e vivendo di stenti nei modi più strani e curiosi possibili.

Amano e litigano, si arrabbiano e non accettano di portare maschere per nascondere la loro vera natura. La loro imperfezione riesce poi a creare ancora più suggestività nelle minimali inquadrature dove il colore e la prospettiva sono frutto di una ricerca maniacale. Un film tanto bello quanto potente e sicuramente non adatto ai deboli di stomaco ma che regala uno scenario pieno di colori e vita e alcuni momenti di puro cinema che lo spettatore non dimenticherà mai.

John Wick 2

Titolo: John Wick 2
Regia: David Leitch
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il killer professionista John Wick non riesce proprio ad uscire dal giro. Ci aveva già provato nel primo film della serie ma il desiderio di vendetta lo aveva riportato ad uccidere. Nel Capitolo 2 a trascinarlo di nuovo dentro, come direbbe Michael Corleone, è un boss italiano, Santino D'Antonio, che vuole rubare il posto della sorella Gianna alla Gran Tavola, la cabina di comando del crimine mondiale che oltre alla mafia e alla camorra unisce tutti i supercattivi a capo di un universo largamente inconsapevole.

John Wick è un tentativo blando di cercare di dare vita ad un nuovo anti-eroe, un sicario che del male che di questi tempi non serve assolutamente. John, alias neo alias non sanno più come comportarsi con un attore che negli ultimi anni pur di ritrovare il suo mood action è arrivato a prendersi degli schiaffoni belli pesanti come 47 RONIN o la regia e la performance di MAN OF TAI CHI. John Wick è di nuovo alle prese con una nuova sfida: diventare una sorta di paladino per dare la caccia a membri di corporazioni e organizzazioni dove risiedono i diversi gruppi del crimine organizzato.
Diciamo che non bisogna cercare di dare un senso alla storia dove l'inizio era sancito dalla vendetta per un cane ucciso che altro non era che il regalo da parte dell'ex moglie morta.
Ora ci spostiamo nella Suburra dove a parte incontrare alcuni personaggi che dimostrano come quando si entri nella capitale il plotone dei sacrificabili è sempre e purtroppo lo stesso (una Gerini e uno Scamarcio che riescono a far peggio di quanto si potesse immaginare, soprattutto il secondo in una parodia di se stesso davvero imbarazzante).
In due parole il sequel, che nessuno voleva, ma che il marketing ha imposto visto l'enorme successo del primo capitolo è riassumibile così per dare ragione al non-sense di fondo.
"John Wick ha dato un medaglione a Santino. Secondo le regole, se il portatore del medaglione viene da te e vuole incassarlo e tu non vuoi fare quello che ti viene chiesto, devi morire. Se uccidi il portatore del medaglione, devi morire. Quindi, John ha un problema".
Al dì là del fatto che la coreografia e i combattimenti rappresentano il 70% del film, è difficile esprimere un giudizio che tenga conto anche della storia dove di facto non vuole cercare di prendersi sul serio nemmeno per un minuto. John Wick è una macchina ibrida. Una sorta di James Bond che fa il filo a John Woo in un mix esagerato e tamarro che a differenza di film con altri supereroi improvvisati cerca di prendersi anche sul serio in alcuni momenti.
Almeno il primo aveva ancor più l'aria del b-movie, questo continua ad essere ancora più esageratamente patinato e con alcune luci al neon che nelle sparatorie creano una strano senso di malessere.


Iron First

Titolo: Iron First
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Serie: 1
Episodi: 13
Giudizio: 2/5

Danny Rand torna dopo 15 anni a New York. Sopravvissuto a un incidente aereo nel quale ha perso i propri genitori, è stato raccolto e addestrato da un gruppo di monaci. Tra le vette dell’Himalaya, nascosto agli occhi del mondo che lo credeva morto, è diventato l’Iron Fist, colui che è chiamato a difendere K’un-Lun e a combattere la Mano. Tornato a casa riprende, dopo una confusione iniziale, le redini dell’azienda di famiglia, essendone l’azionista di maggioranza. Il suo idealismo lo mette contro il resto del consiglio, nel quale spiccano Ward e Joy Meachum.

Alla fine è proprio vero. Da grandi poteri derivano grosse responsabilità. Raimi scrisse la battuta per l'allora Spider-Man di turno legato come molti suoi predecessori e successori a lasciare il testimone ad altri analoghi ibridi. Un beniamino che purtroppo proprio per essere stato continuamente forgiato da nuovi sceneggiatori e registi nonchè attori ha perso quella sua integrità e fama che invece saghe come BATMAN hanno saputo continuare a far parlare di sè nel corso degli anni. Ora mancava l'ultimo protagonista per la prossima saga , peraltro già finita e pronta per quest'anno che riunirà tutti e quattro i beniamini ovvero DEFENDERS.
Iron First vantava delle tavole eccellenti, una storia davvero incredibile per quanto riuscisse a mischiare diversi elementi portandoli a dei livelli molto alti. Creata da Roy Thomas e Gil Kane nel 1974 sanciva già alcuni passaggi importanti e traguardi innovativi che avrebbero dato fama e reso alcuni personaggi dei veri e propri precursori. Era riuscita ancor più dei suoi compagni a inventare una storia con mondi paralleli, una galleria di personaggi incredibile e una spiritualità di fondo che prendeva spunto da tutta la filosofia orientale (peraltro amata parecchio dagli sceneggiatori Marvel). Il quarto difensore sembra tra tutti proprio quello che fa più difficoltà a suscitare empatia nello spettatore per tanti motivi. Uno dei primi può essere sicuramente il ritmo e la narrazione che già nei primi episodi è lenta senza riuscire ad avere quel fascino che ad esempio in DAREVEDIL esercitava fin da subito (le altre due serie LUKE CAGE e JESSICA JONES non le ho viste e mi rifiuto). Sembra una stagione fatta e studiata in tutta fretta solo per restituire il pezzo mancante del puzzle prima dell'esordio della miniserie che li vedrà tutti e quattro uniti contro Elektra e la Mano. Proprio i nemici risultano anomali in questa stagione. Se nei fumetti gli antagonisti di Iron First erano straordinari e cupi oltre che arrivare ognuno da un pezzo diverso di un mondo sconosciuto e diverso per dare vita ad un torneo che ricorda un mix tra MORTAL KOMBAT e altro, qui invece ci sono diatribe familiari e ritorna la noiosissima Mano come a decretare il minimo sforzo nel cercare di dare vita a un'organizzazione criminale che non venga ricordata.
Finn Jones poi come protagonista è sbagliatissimo. Un belloccio che sembra continuamente specchiarsi nel suo ego e che non ha quelle fragilità e complessità del Rand del fumetto.
Ad un certo punto Iron First tocca proprio il fondo quando continua a citare K'un-Lun senza nemmeno sforzarsi per un attimo di far vedere il lavoro interessante e maestoso creato dai veri autori. Alla fine guardando questa insignificante serie ci si rende conto di essere anni luce dalla città del cielo.



lunedì 1 maggio 2017

Taboo

Titolo: Taboo
Regia: Steven Knight
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 3/5

Taboo racconta la storia di James Delaney, avventuriero inglese della prima metà dell’800 che, dopo essere stato a lungo lontano da casa e essere stato dato per morto da famiglia e amici, fa un gran ritorno sulle scene londinesi in occasione della morte del padre. Il suo non è un ritorno da poco: la sua comparsa manda infatti in fumo i piani di un bel po’ di gente potente, in particolare dei capoccia della Compagnia delle Indie, che aveva intenzione di mettere le mani su una striscia di terreno che la famiglia Delaney possiede negli Stati Uniti. Non è questione di speculazione: siamo nel 1814, Gran Bretagna e Stati Uniti sono in guerra e quel terreno sarebbe particolarmente importante per i commerci della compagnia. Da qui parte uno scontro a tutto campo tra il rampollo dei Delaney e i biechi affaristi, perché il nostro eroe non vuole vendere alla Compagnia il terreno. Uno scontro che è innanzitutto commerciale, ma ha anche dei risvolti patriottici, visto che c’è di mezzo una guerra. Durante la sua assenza da casa, Delaney ha girato il mondo, dal Sudamerica all’Africa, imparando riti e tradizioni antichissime e portando con sé un alone di stregoneria che nei primi episodi viene giusto buttato lì, ma mai espresso in maniera chiara.

Le serie tv di questi tempi sono tante. Troppe direi.
Conviene non guardarne nessuna o sceglierle maledettamente bene dal momento che sta uscendo praticamente di tutto, in tutte le salse e toccando tutti i generi cinematografici.
Sicuramente le brevi serie auto conclusive sono tra le mie preferite per diversi motivi tra cui in primis la lunghezza e poi la necessità di non dover tenere a mente la trama di tutte le stagioni.
Taboo da questo punto di vista potrebbe risultare la serie perfetta se non fosse che uno dei problemi più grossi è una sceneggiatura scritta di fretta con tantissimi buoni spunti ma di fatto con un senso di incompiutezza finale molto forte ammesso che non esca una seconda stagione.
Taboo è breve, interessante, inglese, concepita dal protagonista insieme con il padre Chips Hardy e prodotta da Ridley Scott. Altri elementi sono l'ambientazione (una Londra cupa, decadente, marcia e sull'orlo di un epidemia che ne sancisca la morte nera quasi una purulenza continua stampata sulla faccia di quasi tutti i personaggi). Gli attori e poi Hardy che con una sola espressione tiene sulle spalle tutta la serie. Gli elementi esoterici e magici (i poteri da stregone) e la storia che apre e chiude sipari senza spesso analizzarne bene le fondamenta riesce comunque a essere a suo modo sanguinaria nonchè complottista e parlando di un argomento poco conosciuto nella cinematografia recente ovvero la storia sanguinaria della Compagnia delle Indie.
In più narrativamente parlando la serie attinge da Cuore di Tenebra e da il Conte di Montecristo.
Knight sembra muoversi quasi come Pizzolato senza mai di fatto dirigere un episodio pur essendo il regista ma lasciando il compito a Dane Kristoffer Nyholm e Anders Engström.
Hardy in questa serie è una sorta di deus ex machina è purtroppo nel bene e nel male ha dovuto fare i conti con diverse vicende produttive tra cui ad esempio un buco nelle finanze gigantesco.
Non si sa con precisione quanto sia costata l'intera operazione, ma il tabloid britannico The Sun ha riferito che l'attore avrebbe sborsato 10,4 milioni di sterline (circa 12,7 milioni di euro), recuperandone appena 8, con un buco nel proprio bilancio corrispondente a circa 2 milioni (2,4 milioni di euro, più o meno).
Un critico ha scritto una frase perfetta per definire la serie: "Facciamo una prova, togliamo a Taboo tutti i tatuaggi, tutti i grugniti, tutte le cicatrici, tutti i flashback e le sequenze oniriche. Togliamo cioè il coniglio dal cilindro e guardiamoci dentro, cerchiamo il peso degli oggetti oltre il trucco del prestigiatore: cosa resta?"
Delaney è un personaggio molto interessante purtroppo esageratamente stilizzato in modo da renderne ogni gesta qualcosa di iniziatico e profetico, quando invece proprio il plot narrativo con la serie di domande e misteri che lascia aperti cerca un assist finale in un climax che peraltro non è neppure un colpo di scena ma l'unica strada possibile.
Taboo vuole essere, già dal nome, così misterioso, segreto, magico e strano, così dannatamente meticoloso nella ricostruzione e nel dettaglio su ogni singolo personaggio da farci dimenticare presto la storia peraltro in un'antologia di episodi brevi.
Rimane visivamente molto affascinante e l'unica delusione è solo nella scrittura dove si poteva disegnare un intreccio più complesso e meno ramificato.


Xx

Titolo: Xx
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

XX è un’antologia horror presentata nella sezione Midnight del Sundance Film Festival 2017

Ormai di questi tempi le antologie sull'horror non si contano più.
Mancava quella al femminile con tutte registe donne alcune delle quali famose e altre meno da Kusama (JENNIFER'S BODY, INVITATION) alla Vuckovic e la Benjamin (SOUTHBOUND) senza contare le sequenze animate in stop motion di Sofia Carrillo.
XX non è certo una di quelle serie che possono competere con alcuni lavori che portano sicuramente firme più autorevoli ma riesce a destreggiarsi molto bene con alcuni alti e bassi.
Il primo episodio The Box è quello che racchiude più suspance per l'originalità della trovata.
The Birthday party è in assoluto il più grottesco e ironico per alcuni aspetti.
Don't fall è il più slasher mentre Her only living son è il più demoniaco.
Bisogna riconoscere a tutte le registe uno sforzo e un impegno tale per cui il senso di appartenenza al genere e la messa in scena trova sicuramente alcune buone trovate e interessanti spunti.
Tutte le storie a parte la penultima non hanno mai quel concentrato di violenza e sangue che in altre antologie si è abituati a vedere. Qui le storie partono da spunti in alcuni casi reali e tematiche come il senso d'isolamento e la reazione a questa condizione, i lutti improvvisi, i complotti familiari e diabolici. Problemi che nella vita di tutti i giorni se dovessero mai presentarsi ci costringerebbero a delle scelte rigorose (ad esempio il padre dei due figli in The Box o l'umiliazione a cui si sottopone la madre del ragazzo in only living son). La donna di nuovo è al centro, nel bene e nel male, scegliendo e dovendo lei ancora una volta lottare o scegliere di mostrare per salvare se stessa o i cari. Progetto dalla lunghissima gestazione, ha modificato la sua linea creativa un paio di volte dall’annuncio della sua produzione nel 2013, ma alla fine la pellicola è stata per fortuna ultimata.


domenica 30 aprile 2017

Justice League-Dark

Titolo: Justice League-Dark
Regia: Jay Oliva
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In tutto il mondo si verificano terribili fatti di sangue scatenati da invisibili forze sovrannaturali che la Justice League non è in grado di fronteggiare. Batman decide quindi di riunire alcuni mistici ed esperti di occultismo che possono affrontare l’avversario sul piano esoterico: John Constantine, Zatanna, Deadman, Etrigan il Demone e Swamp Thing. La Justice League Dark.

L'ultimo lungo d'animazione della Justice League conferma la buona salute con cui gli studios della Dc stanno facendo del loro meglio. Justice League Dark è il 28esimo film dei DC Universe Animated Original Movies e costituisce l’ottava pellicola del nuovo Universo Animato DC Comics rebootato nel 2013 con FLASHPOINT PARADOX diretto da Jay Oliva.
Questi prodotti hanno il merito di contribuire a raccontare storie e personaggi dell'universo dei super eroi e allo stesso tempo riesce nel difficile compito di costruire trame per un pubblico maturo e non solo di affezionati.
In questo caso entrano in scena i personaggi di altri universi narrativi uniti e assemblati a quello del paladino della Dc che conferma anche in questo film di essere sempre un leader carismatico ma anche un anarchico e un contestatore.
Il film poi utilizza uno stile ormai consolidato da ben 7 capitoli adattando varie storie dedicate alla Justice League Dark per creare un qualcosa di più inedito rispetto agli altri film dello stesso universo, come per esempio il primo arco narrativo dell’omonimo fumetto e di Forever Evil Blight, che vede una trama molto simile oltre che un nemico comune: Felix Faust.
Justice League Dark è un buon film per chi vuole approcciarsi con questo gruppo di eroi un po’ più dark e cupi, ma è perfetto anche per chi vuole rivivere la loro storia in modo un po’ più alternativo e non solo per mostrarci Swamp Thing e Costantine ma perchè analizza i demoni e le difficoltà con cui questi eroi devono fare i conti con la società rispetto ad altri super eroi meno strani e riconosciuti e amati dall'opinione pubblica.



martedì 11 aprile 2017

Ghost in the Shell

Titolo: Ghost in the Shell
Regia: Rupert Sanders
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

In un futuro prossimo uomini e macchine saranno sempre più vicini e pressochè inscindibili. Le intelligenze artificiali e i corpi umani si fondono creando degli ibridi, o umanoidi, con capacità straordinarie mentre i loro corpi e le loro menti sono costantemente legate alla rete, ad Internet. In questo futuro tutto è digitale, tutto passa attraverso internet e la realtà virtuale e sempre più vicina e simile a quella vera

Sanders come mestierante non è male. Si vede che mette in campo parecchie risorse cercando forse un'estetica troppo complessa e pixellata. Purtroppo come tanti è finito nella ragnatela delle major finendo a dirigere film beceri come BIANCANEVE E IL CACCIATORE.
Scarlett Johansson al pari di tante sue colleghe dovrebbe riflettere su un punto. Lei come soprattutto Felicity Jones e altre che adesso non starò ad elencare, sempre di più rappresentano corpi vuoti, svuotati della loro essenza.
I loro corpi sempre più servono solo per evidenziare l'apparenza e non valorizzarle per ciò che sono soprattutto in queste produzioni gigantesche e milionarie come può essere il GHOST IN THE SHELL di turno ma anche una saga come STAR WARS in cui negli ultimi capitoli, anche lì la protagonista Felicity Jones praticamente non recita seguendo un ruolo da esecutrice.
Al di là di questa non facile precisazione su dove sta andando anche un certo tipo di ideologia cinematografica americana (o forse semplicemente come non è mai cambiata ancora oggi), non c'è niente che si salvi nel film di Sanders a parte un uso spropositato della c.g e un cast sprecato in cui nessuno viene davvero valorizzato se non qualche timida e significativa frase uscita dalle labbra del Kuze della situazione, un Michael Pitt risorto dalle ceneri per dare carattere al "villain" di turno.
Manca l'atmosfera che un maestro come Mamoru Oshii aveva costruito riuscendo perfettamente a coniugare animazione e sci-fi con il risultato di aver creato uno dei capolavori assieme ad AKIRA.
Era il '95 e quando uscì era già un precursore di tante idee e scene originali particolarmente interessanti citate e prese in prestito dai Wachowsky nel loro successivo MATRIX.
Anche la realtà in cui vive la storia appare davvero scontata e sfruttata in un modo già visto in cui è davvero ridondante mostrare una pubblicità così datata. Gli abitanti di questo futuro, aumentati con componenti cibernetiche poteva dare spazio ad una galleria di scelte interessanti cosa che Sanders non fa mostrando praticamente niente se non pochissime scene d'azione che possiamo dividere in due parti; quella iniziale dove c'è lei al rallenty che spara alla Matrix e la seconda parte in cui arrivano astronavi e succede il finimondo con ragni meccanici tra l'altro bruttissimi.
Ghost in the Shell non evoca nulla e spiega tutto, fin dall’inizio e in ogni scena rovinando così tutta la trama, che tra l'altro non appartiene neppure all’anime e ogni elemento altrove fascinoso qui sembra mostrare i propri limiti.



sabato 8 aprile 2017

Vendetta di un uomo tranquillo

Titolo: Vendetta di un uomo tranquillo
Regia: Raul Arevalo
Paese: Spagna
Anno: 2017
Giudizio: 3/5

Il taciturno José frequenta il bar di Ana, il cui marito Curro è in galera, e avvia una relazione con lei. Quando il rapinatore esce, temiamo per la sorte degli amanti, ma la situazione si ribalta rapidamente a causa di un passato – legato proprio al colpo in gioielleria all’origine della detenzione – che ci viene dischiuso oculatamente.

I revenge movie possono ancora stupire questo è certo. Il potere della narrazione e le infinite trame permettono spesso di trovarsi di fronte a film molto interessanti.
L'opera prima del giovane regista spagnolo ha sicuramente il merito di avere una messa in scena molto forte, un cast azzeccato e una realizzazione tecnicamente senza una nota di demerito.
Il problema alla base è la trama che seppur riesce a salvarsi con un finale che in fondo trattiene tutto ciò che il film invece fino a quel momento ha esploso con forza e deflagrazione.
Un noir duro e spietato come ultimamente è la filmografia spagnola, che ci ha già consegnato alcune ottime opere che nessuno si aspettava come ISLA MINIMA, UNIT 7, TORO, NOTTE DEI GIRASOLI, MUSARANAS etc
Ancora una volta la miccia che fa esplodere la storia è una contesa d'amore, in cui è difficile scrivere una critica su dove Arevalo non ha saputo in fondo mostrare nulla di nuovo inserendo qualche elemento in più in un menage a trois.
Sembra aver guardato troppe volte il film di Refn senza averlo desaturato e reso hipster a dovere, trovandoci di fronte ad un film selvaggio dove la solitudine spinge le persone a fare atti indicibili e soprattutto a saper monitorare la follia e renderla lucida per il momento clou.




Arsenal

Titolo: Arsenal
Regia: Steven C.Miller
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La storia dei fratelli Mikey e JP Lindel. Mentre JP diventa il proprietario di un'azienda edile, Mikey diventa un vero e proprio criminale. Il boss King decide di rapire Mikey per chiedere un riscatto a JP che si trova costretto a chiedere aiuto al detective Sal, una sua vecchia conoscenza.

Quando Nicolas Cage smetterà di recitare gireranno un documentario sulla galleria di parrucchini usati dall'attore in tutta la sua filmografia (peraltro vastissima).
In Arsenal sfoggia uno dei peggiori, un caschetto nero che sembra rubato ad una pornostar caduta in disgrazia. Il personaggio interpretato da Cage, il boss King, a parte essere esagerato e pieno di clichè non è altro che il killer interpretato dallo stesso Cage in FACE OFF con la differenza che almeno in quel film era diretto da un bravo regista, mentre questo Miller finora ha solo fabbricato thriller e polizieschi senza polso e originalità.

Miller è un mestierante che gira film di genere di bassissima qualità e quasi sempre scontati con americani medi, testosterone a mille e camei improbabili come quello di Cusak che non si capisce per quale strano motivo compaia in moltissimi di questi film schifezza pensati direttamente per il mercato straight to video e per il becero pubblico yankee che si aspetta e vuole sempre lo stesso piatto servito nella stessa portata.

giovedì 23 marzo 2017

Omicidio all'italiana

Titolo: Omicidio all'italiana
Regia: Maccio Capatonda
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell'entroterra abruzzese. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall'anonimato il paesino? Oltre alle forze dell'ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo "Chi l'acciso?", condotto da Donatella Spruzzone. Grazie alla trasmissione e all'astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un... omicidio a luci grosse??

Secondo film per Marcello Macchia dopo ITALIANO MEDIO e la serie uscita nel 2017 MARIOTTIDE direttamente su Infinity.
A differenza del primo film qui troviamo un lavoro di scrittura molto più complesso e sofisticato avendo al suo interno intenti da thriller e da indagine poliziesca ovviamente con tutti i suoi sottoriferimenti ironici e grotteschi ma che almeno portano elementi nuovi e la capacità e lo sforzo di provare a mettersi in gioco anche in un giallo.
Senza avere ancora quella forza e quella maturità che potranno dargli la possibilità di fare qualcosa di più maturo anche se di comicità e demenzialità si parla (dal momento che sono diventati i punti di forza dell'attore/regista) in questo suo secondo film, non per il cast che alla fine pur avendo qualche star in più non aggiunge da quel senso lì forza e spessore sui personaggi, bensì proprio per quella critica mass mediatica che l'autore già dai suoi trailer in passato a sempre cercato di sottolineare buttandola sulla risata ma lasciando comunque che la critica faccia il suo effetto.
"Chi l'ha acciso" diventa il punto di riferimento per una metafora sulla morale e il perbenismo dell'italiano medio e allo stesso tempo la mancanza totale assenza di morale che riesce in alcuni casi a dare ancora più spessore alla comicità demenziale.

L'unico dubbio per questo personaggio di spettacolo è che lui come la sua squadra, rischiano di rimanere intrappolati e schiavi di un sistema e di una produzione che lui per primo cercava di cambiare ma che quando gli ha messo di fronte contratto e limiti, il nostro Macchia non ha più potuto fare la sua scelta.

Questione di Karma

Titolo: Questione di Karma
Regia: Edoardo Falcone
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Giacomo è lo stravagante erede di una dinastia di industriali, ma più che interessarsi all'azienda, preferisce occuparsi delle sue mille passioni. La sua vita è stata segnata dalla scomparsa del padre quando era molto piccolo. L'incontro con un eccentrico esoterista francese gli cambia la vita: lo studioso infatti afferma di aver individuato l'attuale reincarnazione del padre di Giacomo. Trattasi di tal Mario Pitagora, un uomo tutt'altro che spirituale, interessato solo ai soldi e indebitato con mezza città. Questo incontro apparentemente assurdo cambierà la vita di entrambi.

Questione di Karma è un film che mischiando filosofia orientale e toni da commedia all'italiana crea un'impianto insopportabile con due personaggi odiosi e tremendamente fuori dal comune, almeno per quanto riguarda il personaggio di De Luigi, Giacomo, che in una scena topica si scopre parlare anche il giapponese fluentemente. Mario interpretato da un Germano scazzato all'inverosimile sembra invece il tipico burino romano che non fa altro che sottolineare lo stereotipo del farabutto con un grande cuore...
Questione di Karma è un mix tra LA FELICITA' E'UN SISTEMA COMPLESSO e UNO STRANO CASO in cui c'è il tema della reincarnazione e una sorta di guru interpretato da Philippe Leroy che alla fine rivela al nostro protagonista che la cosa più importante nella vita e l'arrosto di maiale con le patate.
Tutto purtroppo è prevedibile e patinato e Falcone non fa nulla per cercare di fare in modo che il film debba andare proprio nella direzione più scontata con un finale a lieto fine che sembra uscire dalle pubblicità della mulino bianco.
Gli attori pur provando a mettercela tutta per fare in modo che riesca ad essere credibile anche una situazione paradossale, non riescono mai a trovare loro come chi ha scritto il film, quell'impianto nei dialoghi che alla fine riesce ad essere matura finendo per fare ridere poco e non sembra prendersi mai sul serio cercando per tutta la durata un equilibrio macchinoso.
Alcuni stereotipi poi li ho trovati abbastanza banalotti e poco convincenti come la rampolla di famiglia che oltre ad essere un arrampicatrice sociale e per forza lesbica, che il matto alla fine è sempre il genio e che tutte le famiglie aristocratiche puntando a risparmiare i soldi senza mai provare il piacere di spenderli.


Trainspotting 2

Titolo: Trainspotting 2
Regia: Danny Boyle
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

A vent'anni esatti dalla sua rocambolesca fuga dalla Scozia con sedicimila sterline nella borsa, Mark Renton si ripresenta a Edinburgo e al cospetto dei vecchi amici, Simon "Sick Boy" e Daniel "Spud". Anche "Franco" Begbie, intanto, è evaso di prigione e non vede l'ora di ammazzarlo a mani nude. Renton li ha traditi, si è rifatto una vita, fuori dalla droga e dentro un progetto borghese, ma quella vita si è già sgretolata, mentre l'amicizia dei compagni di siringa dimostra, nonostante tutto, di aver tenuto bene. Molto è cambiato e molto è rimasto lo stes

T2 è il tipico esempio di sequel che nessuno vuole e aspetta ma che alla fine andranno a vedere quasi tutti. Il perchè è semplice: il primo è diventato un cult per un'intera generazione, forse due, e alcune formule vincenti almento commercialmente, vanno ripetute per portare liquidità a chi ne ha già molta. C'è da dire che Boyle non se la stava passando male così come McGregor che ha provato assieme al collega Carlyle a mettersi alla prova come registi. Sugli altri c'è poco da dire se non che la fama l'hanno raggiunta solo con il film del '96.

Il film è abbastanza lungo descrivendo tanti piccoli microcosmi e cercando di dare un pò di dignità ai dialoghi. Per il resto l'elemento migliore è che nessuno è cambiato e Renton (McGregor ha di recente ammesso in un'intervista che il film di Boyle è stato il ruolo più interessante della sua carriera) che dovrebbe essere il filo conduttore per tutte le storie (una sorta di leader carismatico) è forse il peggiore di tutti riportando la compagnia a non potersi di nuovo fidare di lui e a far vedere come un viaggio di nozze iniziato nel '96 è diventata una squallida pensioncina nel 2017.

martedì 7 marzo 2017

Logan

Titolo: Logan
Regia: James Mangold
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

El Paso, 2029. Sono 25 anni che non nascono più mutanti e quelli che sono sopravvissuti sono degli emarginati, in via di estinzione. Logan/Wolverine vive facendo lo chaffeur e la sua capacità di rigenerazione non funziona più come un tempo, mentre il Professor X ha novant'anni e il controllo dei suoi poteri psichici è sempre meno sicuro. Quando una donna messicana cerca Logan per presentargli una bambina misteriosa di nome Laura, nuove attenzioni e nuovi guai cominciano a raggiungere i mutanti.

Dopo due filmacci girati senza polso e anima, Mangold trova finalmente la sua tamarrata epica, storica e piena di combattimenti davvero esaltanti.
Logan è un film d'azione pieno di inseguimenti e massacri ma allo stesso tempo è un film molto sentimentale e strappalacrime, un western intriso di nichilismo e speranze (quelle future).
Jackman finalmente si presta anima e soprattutto corpo, mostrando il suo personaggio senza veli. Logan è pazzo, alcolizzato, solo, accerchiato da persone che stanno peggio di lui e senza una missione o uno scopo nella vita che possa dargli quello che vuole più di tutto: una redenzione per tutti i compiti da esecutore che come demoni lo attanagliano continuamente.
E'davvero un film anomalo, che non a caso sembra uscire dalla formula per antonomasia della Marvel, riuscendo ad aderire più alla psicologia del fumetto. Logan poi è stato addirittura selezionato ad un festival come quello di Berlino che per i comics è una novità soprattutto contando che l'opera di Mangold tutto sembra tranne che un film di supereroi.
Un noir in fondo, un road-movie scomodo e sboccato che non riesce mai e non può trovare ironia ma a volte incontra la dolcezza anche se in piccolissimi gesti soprattutto tra padre e figlia.
Logan è così cattivo che a parte arti mozzati e artigli che spappolano visi ed entrano nei crani, è proprio votato da una disperazione e un'autodistruzione cercando per tutto il tempo di dominare gli istinti. Ed è proprio qui che il film parte in quarta mostrando la sua parte "sociale"dal momento che la bambina essendo piccola non può avere gli stessi freni del padre diventando la vera arma che tutti temono. Le scene di violenza sono viscerali, quasi uno splatter per come soprattutto la bambina massacra soldati e contractors.
Rimane infine il concetto della "fuga", del "nascondersi" come un continuum sul discorso aperto da Singer sulla natura dei mutanti e la loro difficoltà a relazionarsi con gli umani.

Nel finale infine c'è un duro braccio di ferro tra salvezza e sacrificio con un colpo di scena davvero commovente.

I Don't Feel at Home in This World Anymore

Titolo: I Don't Feel at Home in This World Anymore
Regia: Macon Blair
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ruth un assistente sociale depressa, torna dal lavoro e trova la casa svaligiata, all'appello mancano l'argenteria e il computer portatile. Persa fiducia nella polizia (e forse nell'umanità intera), Ruth inizia a indagare da sola, unendo le forze con il suo vicino di casa squilibrato e il suo cane Tony. Dopo aver localizzato il computer portatile, i due risalgono a un negozio di spedizioni, arrivando a sgominare una banda di criminali degenerati e pericolosi che popola un bizzarro mondo sotterraneo da dove non sembra esserci via d'uscita.

Macon Blair per chi non lo conoscesse è un attore poliedrico che ha regalato alcune ottime performance in BLUE RUIN e GREEN ROOM.
E'difficile classificare quest'ultimo film della Netflix che sembra ricordare così tante cose e allo stesso tempo nessuna, una sorta di commedia nera con sprazzi di revenge-movie dalle tonalità pulp weird e un black humor efficace. Con l'andare avanti il film però prende una piega diversa come d'altronde capita per i film di Saulnier di cui appunto Blair è la musa ispiratrice.
Al di là delle interpretazioni che non esondano mai pur rimanendo al limite dell'assurdo il film ci mostra due nuovi anti eroi spassosissimi come Ruth e Toni interpretati da una convincente Melanie Lynskey e un ritrovato Elijah Wood, i quali giocano sull'auto ironia (soprattutto il secondo) riuscendo a creare un personaggio di contorno funzionale allo scopo, creando una coppia di protagonisti bizzarra e completamente diversa.
Questa scheggia impazzita tratta tanti temi della nostra sempre più complessa normalità rappresentando una riflessione proprio sulla società contemporanea americana come ad esempio passare ai fatti prima di anteporre un dialogo, dare per scontato le cose, un egoismo che incancrenisce giorno dopo giorno la civiltà, il malessere generale degli americani e via dicendo. Sembra partire da un'unica certezza per poi farla esplodere a suon di violenza e sparatorie.
Il mondo è folle, lo è sempre stato e chiunque abbia un barlume di sensibilità e empatia rischia di essere sepolto senza troppi convenevoli. Quindi è ora che coloro che mantenevano una sorta di calma apparente deflagrino senza farsi troppi sensi di colpa e in tutto questo spesso e volentieri il cinema indipendente si presta ad hoc.


iboy

Titolo: iboy
Regia: Adam Randall
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

La storia di Tom, un adolescente il cui mondo viene capovolto da un violento incontro con dei delinquenti locali, durante il quale viene colpito da un iPhone, i cui frammenti s'integrano nel suo cervello. Tom conosce, vede, e può fare più di quello che potrebbe fare qualsiasi ragazzo. Con i suoi nuovi poteri si propone di vendicarsi della banda che ha aggredito Lucy, la ragazza che ama.

E se la tua realtà subisse un upgrade? iboy è la risposta girata in fretta e furia dalla Netflix, che cerca di mettere assieme giovani, nuove tendenze e tecnologie, una sorta di analisi che prendendo spunto dalla serie di BLACK MIRROR punta sui digital natives e il loro impatto coi media.
Il protagonista è un ragazzino con i poteri e il ritmo del film in alcuni momenti sembra voler ricordare quella dimensione ludica da comics contaminata con venature intelletuali sci-fi.
L'idea di partenza partendo proprio dagli spunti interessanti sul protagonista è buona.
Il problema è che viene sviluppata nel modo meno originale possibile.
Il risultato è un film che non è brutto ma sa di qualcosa di vago, inutile e poco sofisticato senza dimostrare di avere nessun guizzo intuitivo e ancor peggio nella narrazione che dal secondo atto si arrotola su se stesso senza dare continuità e regalare colpi di scena come nell'incidente scatenante.
Sembra proprio che la Netflix abbia bisogno di spendere più soldi e risorse possibili anche quando il film non è pronto così come la trama e il casting. Non lo dico per sentore ma perchè è la realtà che ci sta invadendo con prodotti che sembrano blockbuster in alcuni casi venuti pure peggio, mentre dall'altra parte ci sono titoli interessanti ma troppo "fracassoni". Iboy è un altro specchio per le allodole che promette tanto e mantiene poco senza riuscire ad approfondire tematiche distopiche.




lunedì 6 marzo 2017

Falchi

Titolo: Falchi
Regia: Toni D'angelo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 2/5

Peppe e Francesco sono due Falchi, ovvero due poliziotti della sezione speciale della Squadra mobile di Napoli: girano per i vicoli della città in moto e in borghese, dando la caccia alla piccola e grande criminalità che comprende non solo la tradizionale camorra, ma anche le nuove mafie di importazione, come quella cinese. I Falchi sono "nati per difendere e combattere", come i cani che Peppe fa addestrare proprio agli esponenti della malavita cinese che gestisce gli incontri clandestini fra molossi. Ma sono anche uomini fallibili e talvolta sbagliano di grosso, come è successo a Francesco in uno scontro a fuoco che gli è costato la sospensione temporanea dal servizio. Ad aver sbagliato è anche Marino, il capo della Squadra mobile, almeno secondo la testimonianza di un pentito. Ed è dalla vicenda di Marino, come dal presagio di una pizia greca, che prende le mosse la storia di Peppe e Francesco, fratelli di strada l'uno impegnato a distinguere il giusto dall'ingiusto in un mondo in cui quel confine diventa sempre più labile, l'altro in cerca di conforto per il proprio senso di colpa, tanto dall'assunzione di droghe quanto dalla frequentazione di un bordello cinese

L'ultimo film del figlio di Nino D'angelo cerca di fare i conti con la tradizione del cinema di genere senza avere quel polso o intenti tali da renderlo un film interessante. Falchi non aggiunge niente di nuovo. Sembra di vedere un episodio di GOMORRA con meno attori. Il quinto film del regista è un disastro perchè nella sua idea astuta e interessante di fondo, non riesce ad emergere mostrando i soliti stereotipi e fossilizzandosi in una guerra tra poliziotti corrotti, criminalità e affari sporchi con la comunità cinese. Il punto è che tutti questi ingredienti non riescono ad essere dosati come qualcun'altro avrebbe fatto restituendo per di più una serie di colpi di scena davvero imbarazzanti per non parlare di inutili stratagemmi per arrampicarsi sui vetri come le lotte clandestine tra cani o il senso di colpa di Francesco in un flash back che viene ripetuto così tante volte da dare la noia.
E'un peccato perchè Falchi vola alto, mettendo in primo piano due attori tosti che ultimamente stanno recitando molto come Cerlino e Riondino e aggiungerei anche Del Bono (tra l'altro proprio questi due hanno recitato assieme nel recente LA RAGAZZA DEL MONDO).
Il film di D'angelo è tesissimo, forse troppo, come se dovesse spezzarsi da un momento all'altro cercando di guardare agli asiatici ma facendo proprio quello che non andava fatto ovvero infilando clichè a gogo e caratterizzando malissimo i suoi personaggi. Alla fine il film pretende di essere un film di genere, senza averne affatto la stoffa.
Dal punto di vista tecnico invece è una bella sorpresa. Il budget è alto e così Toni può permettersi una interessante fotografia, una messa in scena patinatissima, un buon lavoro con le comparse, senza però riuscire nemmeno ad essere convincente proprio nel cuore dell'azione dove assistiamo a sparatorie e rese dei conti. Un altro esperimento fallito che travestendosi da poliziesco e noir e scegliendo temi universali come l'amicizia, l'amore e il tradimento, senza far mancare il tema della corruzione soprattutto nei reparti delle forze dell'ordine, non va oltre una sofferta mediocrità.

La sparatoria finale ricorda un famosissimo hard-boiled di Johhnie To ed è tra le cose in assoluto migliori del film.

Smetto quando voglio: Masterclass

Titolo: Smetto quando voglio: Masterclass
Regia: Sydney Sibilia
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

La banda dei ricercatori è tornata: l'associazione a delinquere "con il più alto tasso di cultura di sempre" di Smetto quando voglio decide di ricostituirsi quando una poliziotta offre al capo, Pietro Zinni, uno sconto di pena e a tutto il gruppo la ripulitura della fedina penale, a patto che aiutino le forze dell'ordine a vincere la battaglia contro le smart drug. Così questi laureati costretti a campare di espedienti in un'Italia che non sa che farsene della loro cultura vanno a recuperare un paio di cervelli in fuga e lavorano insieme per stanare i creatori delle nuove droghe fatte con molecole non ancora illegali. Pietro però non può rivelare nulla del suo nuovo incarico alla compagna Giulia, incinta del loro primo figlio, ed è costretto ad inventare con lei bugie sempre più colorite.

E'una gioia vedere un sequel ancora più convincente del primo capitolo. Soprattutto quando sai che presto arriverà il terzo. Sibilia ha girato due film assieme riuscendo a tenere alta la testa e dirigendo ottimamente una crew di attori quasi "tutti romani" ma simpatici.
La prima saga italiana che rifacendosi alla commedia mischia azione, humor e tanti altri elementi (oltre che omaggiare tanto cinema) grazie ad un ritmo davvero incredibile e senza mai grosse pause che ne sanciscano i limiti è una vera sorpresa e apre forse uno spiraglio di innovazione per il nostro cinema. Edoardo Leo è riuscito in pochi anni a diventare uno degli attori più famosi e prolifici ritagliandosi ruoli da protagonista senza capire come abbia fatto a scalare il successo così velocemente (dal momento che è un attore mediocre), mentre il resto del casting è sempre a suo modo spassoso inserendo alcuni personaggi nuovi e funzionali come la Scarano e Lo Cascio.
Si ride e si festeggia prima di tutto per lo sforzo e il successo al botteghino di questi nerd criminali. Si ride davvero tanto in questo film senza però mettere da parte la trama e aggiungendo o meglio analizzando più a fondo il fenomeno delle smart drugs e inserendo altre novità come i blogger, un ispettore che si fa "aiutare" dai banditi proponendogli un affare niente affatto legale, e tante altre cose tra cui un non precisato antagonista ma sperimentando il brevetto della guerra tra ricercatori.
La struttura temporale abbraccia una sorta di analessi e tutto comunque viene collegato con il finale del film precedente senza muovere le lancette del tempo (la ragazza di Pietro infatti e ancora in cinta) ma anzi giocando di rimandi, raccordi e flash back. Un film psichedelico come il primo, drogato di acida ironia e finalmente un'operazione che fa pensare in tutto e per tutto ad un "unicum"

sul genere. Aspettiamo trepidanti "Ad Honorem".

venerdì 10 febbraio 2017

David Bowie-The last five years

Titolo: David Bowie-The last five years
Regia: Francis Whately
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Tramite le interviste ad alcuni dei più vicini collaboratori del musicista, “David Bowie: The Last Five Years” si pone l’obiettivo di tracciare un ritratto inedito che racconti il suo lato più intimo e umano, oltre ad un tipo di coerenza presente in tutta la sua carriera ma forse non così facilmente individuabile, viste la tante trasformazioni e i tanti personaggi scelti da Bowie nei suoi album.

Un documentario su David Bowie merita di essere visto per chi ha amato il poliedrico artista.
Un documentario però dovrebbe anche essere coerente con il titolo e concentrare l'arco della narrazione solo sugli ultimi anni della vita dell'artista e soprattutto il diario, di chi era con lui soprattutto, dell'ultimo infinito e importante tour dell'artista.
Una personalità multisfaccettata che non ha bisogno di presentazioni ma una cosa mi ha lasciato basito ed è la profonda umiltà e il suo coraggio.
Bowie ha sempre fatto quello che gli pare ottendendo lo stesso successo.
Questo deve (dovrebbe) essere d'insegnamento per le nuove generazioni. Non so se fosse uno dei suoi obbiettivi, di fatto non lo pronuncia mai, ma è quanto emerge da tanti suoi discorsi.
Il documentario dunque approfondisce la realizzazione degli ultimi due dischi “Blackstar” e “The Next Day” e del musical “Lazarus”. Nel racconto e nelle interviste inedite dei suoi collaboratori, scopriamo un'intimità e un'umanità che il Duca ha sempre in un certo qual modo nascosto o meglio non spiattellato così ai media, facendo custodia di un importante elemento ovvero di come sia importante la privacy e la serietà nel proprio lavoro.
E poi ovviamente la musica, i video dei primissimi anni e le sue performance fanno e dicono tutto il resto.


lunedì 30 gennaio 2017

Split

Titolo: Split
Regia: M.Night Shyamalan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Anche se Kevin ha mostrato ben 23 personalità alla sua psichiatra di fiducia, la dottoressa Fletcher, ne rimane ancora una nascosta, in attesa di materializzarsi e dominare tutte le altre. Dopo aver rapito tre ragazze adolescenti guidate da Casey, ragazza molto attenta ed ostinata, nasce una guerra per la sopravvivenza, sia nella mente di Kevin – tra tutte le personalità che convivono in lui - che intorno a lui, mentre le barriere delle le sue varie personalità cominciano ad andare in frantumi.

Night Shyamalan è da diverso tempo che non gode più di alcuni privilegi a Hollywood.
A mano a mano ha visto diminuire i budget dei suoi film, le major hanno scommesso meno su di lui, nemmeno fosse un appestato, con il risultato che l'autore ha continuato a fare di testa sua.
In realtà questa strana conseguenza ha sancito una piccola nuova rinascita del regista che con pellicole deliziose come LADY IN THE WATER e THE VILLAGE (gli unici film davvero interessanti del regista) ha saputo conquistare il pubblico grazie ad una preciso modo di impiegare la suspance e l'atmosfera.
Ora THE VISIT, il film precedente, ha più o meno delle caratteristiche anomale con questo Split. Prima di tutto l'idea alla base del film rimane la cosa migliore. L'autore purtroppo non riesce a mantenere le aspettative dovendo sempre e per forza aggiungere elementi a dispetto di una trama che se mantenuta su alcune traiettorie legate alle personalità sfaccettate, avrebbe già avuto molto da dire e su cui concentrarsi.
Gli omicidi e il climax finale con il raptus di violenza stonano proprio con tutto quello che c'è stato prima di buono rompendo nettamente ogni barriera e catapultando il film su elementi sovrannaturali (la Bestia) a dispetto della realisticità della narrazione nei primi due atti.
Questo elemento si rivela purtroppo una scelta radicale che trasforma gli intenti psicologici del film in un'orda e un accozzaglia di violenza e scene irreali che minano quel poco di credibilità che il film con fatica si era conquistato.
Ma veniamo alla destrutturazione finale. Si parla di 23 personalità e il film ne esamina 5.
Tutti sanno come agisce una psichiatra, la dott.ssa Fletcher (che simpatica citazione) non si mette ad indagare, non è la psichiatra che diventa detective.
La prima parte è il pezzo migliore. I dialoghi tra "Kevin" e la Fletcher, soprattutto all'inizio, sono ottimi oltre ad essere la riprova che il regista se non spinge troppo il pedale può farcela trovando un tema sempre interessante e poco abusato dalla cinematografia (almeno non con questi numeri).
Un'altro elemento che non aiuta, nei thriller psicologici, è proprio quello di non dover aggiungere altro quando si ha un disturbo di personalità. Gli elementi ci sono già tutti...e allora sentire l'orda e poi la bestia con questa "trasformazione" che diventa quasi ironica per quanto non sta in piedi.
La bestia che si arrampica sui muri, che riesce a gonfiare il corpo, i colpi di fucile che non gli fanno niente, nemmeno le lame riescono a trafiggerne il corpo.
Davvero un peccato perchè McAvoy, pur non facendo scintille è convincente. Ancora più di lei la talentuosa protagonista di THE WITCH, Anya Taylor-Joy.
Continuo a fare il tifo per Shyamalan e i suoi lavori low-budget sperando che si concentri meno sull'azione e rimanga più strutturato sulla storia e gli intenti del film.

Twist finale....l'uomo di vetro e il cameo finale di Willis a dir poco penoso....