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domenica 15 ottobre 2017

Babysitter

Titolo: Babysitter
Regia: Mcg
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Cole è un ragazzo timido ed emarginato, che sta attraversando una difficile fase della sua crescita, a causa della crisi matrimoniale dei genitori. Mentre il padre e la madre passano intere giornate in camere di hotel per ritrovare l’intimità perduta, Cole viene affidato all’avvenente e spigliata babysitter Bee. Fra i due si instaura un’immediata simpatia, basata sulla reciproca passione per la cultura pop. Cole comincia inoltre a nutrire anche un’attrazione fisica e sentimentale per la propria babysitter. Spronato dall’amica Melanie, Cole decide di spiare le azioni di Bee durante la notte, scoprendo la terribile verità: insieme agli amici, la babysitter mette in scena un macabro e sanguinario rito satanico.

Diciamolo pure. Mcg come regista è un mestierante chiamato a dirigere film abbastanza ridicoli di loro nonchè scialbi sequel. Babysitter è sicuramente il suo lavoro migliore prima di tutto perchè è furbo e sa cosa regalare ai fan del genere. I meriti quindi non sono di certo suoi ma di tutto il reparto che sta dietro, sceneggiatura in primis e produzione.
Babysitter è un horror sconclusionato e banale sotto certi aspetti che cavalca l'imperante moda degli anni '80. Una commedia di formazione in partenza che prende poi la piega della commedia nera a tinte splatter quando interviene la mattanza degli adepti in cui non si riesce più a contare le esagerazioni con cui vengono descritte e fagocitate le azioni. Il sangue predomina la scena comunque patinata e coloratissima creando una contaminazione tra sotto generi dell'horror come l'home invasion e gli slasher movie e tutto il tema sulle sette e i loro rituali.
Un film che vorrebbe ed è un viaggio di formazione sessuale e di autostima per il giovane adolescente con la babysitter troppo gnocca per essere vera.
Un piccolo viaggio dell'eroe di Cole dentro casa sua (modello MAMMA HO PERSO L'AEREO) ma con la differenza che all'interno c'è una setta satanica (o presunta tale dal momento che a parte Bee nessuno sembra così convinto) e da qui in poi il film prende la piega dell'horror a tutti gli effetti dimenticando quanto di buono prima era riuscito a mettere assieme.
La regia di Mcg impazza da ogni dove regalando movimenti di macchina fluidi e un montaggio frenetico che crea quel ritmo furibondo che non stanca mai. Anche i personaggi a loro modo, pur essendo macchiette, cercano di avere quella caratterizzazione che non gli rende così banali e cerca di giocare sui continui cambi di registro tra buoni e cattivi esterni o interni alla casa.
Alla fine è un film divertentissimo dove lo spettatore ha però u compito importante: spegnere completamente il cervello e sospendere l'incredulità come se non fosse mai realmente esistita.
Per alcuni aspetti ma con una trama che semplicemente è da invertire mi ha ricordato il film passato in sordina al TFF dell'anno scorso SAFE NEIGHBORHOOD


Little Evil

Titolo: Little Evil
Regia: Eli Craig
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Gary si è da poco sposato con Samantha e tra loro tutto sembra andare a meraviglia, non fosse per il difficile rapporto con il figlio di lei, Lucas. Intorno al bambino, nato il sei giugno e prossimo a compiere sei anni, si verificano infatti disastri con una frequenza incredibile e crescente. Tanto che pure l'amorevole Gary inizierà a sospettare che la sua natura non sia esattamente mortale e indagherà sulle origini del bambino, aiutato da bizzarri personaggi a partire dalla collega maschiaccio Al. Nel mentre un prete che in Tv predica la prossima fine del mondo si trasferisce in un convento abbandonato proprio nella cittadina di Gary.

A volte tocca aspettare degli anni. A volte capita anche che alcuni registi scompaiano dopo aver dato luce al loro piccolo cult. E'curioso un personaggio come Craig che dopo il validissimo TUCKER AND DALE VS EVIL gira questa contaminazione di generi assurda e divertentissima. Per alcuni aspetti una prosecuzione della politica d'autore che già gli vedeva adoratori del diavolo nel primo film e manco a farlo apposta anche i toni e la comicità sono simili. Inutile stare ad elencare le miriadi di citazioni dai grandi classici ai film di serie b di cui il film è infarcito.
Little Evil spacca in modo adorabile con alcune battute che colpiscono il segno e personaggi assai godibili. Riesce ad essere grottesco laddove PICCOLA PESTE e MATILDA non potevano.
Riesce ad essere politicamente scorretto mostrando i modi garbati e spesso falsi dietro cui si nascondono alcuni personaggi delle istituzioni e poi sette sataniche e gruppi di neo-mamme che difendono i valori dei loro figli in sedute che ricordano gli alcolisti anonimi.
Il film poi ha un ritmo incredibile, pieno di gag, regalando alcuni momenti decisamente esilaranti ad altri quasi splatter.
Un film dove davvero non manca nulla. La sceneggiatura esagera, straborda, diventando alla fine un film sul rapporto figlio e patrigno e possiamo citare OMEN, KRAMER CONTRO KRAMER.
La domanda che forse ogni spettatore dovrebbe farsi è proprio questa: perchè Gary ha accettato tutto questo? Ma la risposta è immediata guardando Evangeline Lilly la gnoccca di LOST che ad un tratto spiega che Lucas è nato dopo essere stata violentata da una setta sotto sostanze e in mezzo ad una cerimonia con rituale e annessi vari.
Una trashata pazzesca ma che alla fine per il sottoscritto ci sta eccome.

Ovviamente non ci si deve aspettare una sceneggiatura che prenda anche solo minimamente in maniera seria gli eventi che tratta e di cui parla. Si ride tanto in questo film ed è una caratteristica spesso più unica che rara ma con quell'inizio in medias res il regista ha già risposto a tutte le domande.

Wind River

Titolo: Wind River
Regia: Taylor Sheridan
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Un cacciatore e pescatore è costretto ad affrontare il suo passato quando aiuta un novizio agente del FBI nel risolvere un omicidio realizzato nell'anarchica riserva indiana di Wind River.

L'America da qualunque parte la osservi ha sempre dei lati nascosti e spesso alcuni di questi sono maledettamente inquietanti.
Ora tocca alle riserve indiane nel Wyoming dal freddo polare dove una donna nativa diventa capro espiatorio e la comunità inferocita farà il resto...
Un film davvero crudo con un'atmosfera notevolissima tutta glaciale e piena di silenzi e allusioni.
Una comunità in difficoltà che vive in una zona dura e insidiosa. Personaggi che sembrano dividersi la scena tra i condannati che vivono la giornata e di fatto sono i bifolchi populisti e ignoranti e dall'altro i sopravvissuti dove mettiamo nel calderone anche i pochi indiani nativi rimasti.
Un film che sfrutta la violenza in modo impulsivo senza dare la possibilità di ragionare ma agendo d'istinto che sia la carneficina dentro la roulotte della giovane coppia fino alla sparatoria che chiama in causa due gruppi diversi di forze dell'ordine.
Un film che verso la metà vira sul revenge movie ma senza essere mai troppo sfrontato e soprattutto reazionario. Renner sembra a tratti il Wahlberg di SHOOTER una cagata mostruosa ma riuscendo però ad avere una caratterizzazione che gli da più sostanza, personalità, struttura e poi porta dentro di sè, il personaggio di Cory, una segreto davvero doloroso.
Taylor Sheridan poi firma un'altra sceneggiatura potentissima dopo SICARIO ma soprattutto HELL OR HIGH WATER firmando una detective story semplice senza tanti colpi di scena che proprio per la struttura della storia non servono.
Un film di istinti primari, dove i bifolchi attaccano senza remore le forze dell'ordine le quali sono costrette a uccidere senza fronzoli alcuni di questi semi tossici abbandonati nelle loro roulotte in mezzo al nulla e alla neve.

Una nota che arriva nel finale del film per mostrare a distanza di anni quanto ancora non cambi per certi versi la politica di riconoscere i nativi americani ad esempio negli Stati Uniti è quella per cui il governo con i suoi organi tiene il conteggio e scheda il profilo di ogni donna scomparsa. Lo stesso non avviene per le donne Native Americane. C'è da stupirsi? No.
L’America ha ancora molti confini… e le musiche di Nick Cave e Warren Ellis già ascolate nel bellissimo LAWLESS aggiungono pathos all'opera.

Starship Troopers: Attacco su Marte

Titolo: Starship Troopers: Attacco su Marte
Regia: Shinji Aramaki
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Dopo gli eventi di Invasion, Johnny Rico è stato degradato a colonnello e trasferito in un satellite marziano per addestrare un nuovo gruppo di soldati. Tuttavia, questi trooper sono i peggiori che Rico abbia mai addestrato, non mostrando alcuno spirito bellico dato che Marte non è ancora stato coinvolto nella guerra contro gli insetti e anzi spinge per la pacificazione. A causa del loro atteggiamento rilassato, gli abitanti di Marte vengono quindi colti di sorpresa dall'attacco degli insetti. Intanto, in gran segreto, Sky Marshall Amy Snapp manda avanti i suoi piani per prendere il potere

L'animazione giapponese viaggia e non si ferma. Spesso poi videogiochi o fumetti riescono ad avere più libero accesso nei contesti irreali dove animatori appassionati possono dar luce al massimo degli effetti speciali spendendo meno che per un lungometraggio.
Come RESIDENT EVIL, JUSTICE LEAGUE, ONE PIECE, etc. i risultati non sono pochi nel corso dei questi ultimi anni, come a dire che le produzioni sono sempre in moto per cercare di captare tutte le nuove mode mediatiche che più fanno presa sui giovani e sugli adulti e scommettere su di esse.
STARSHIP TROOPERS è stato senza dubbio un classico. I motivi sono i più disparati. Per prima cosa Verhoeven. Come secondo elemento direi la fantasia, il genio e la creatività sempre di Verhoeven. Infine l'aver dato vita ad un piccolo cult di sci-fi, con abbondanti dosi horror e splatter, combattimenti a non finire, mostri cattivi e protagonisti idioti che non vedi l'ora di veder ammazzati.
Questo sequel d'animazione dopo INVASION manco a farlo apposta dimentica del tutto l'ironia grottesca del film del 1997 per buttarsi in cielo e dar vita ad un film che si prende molto sul serio con un'atmosfera apocalittica e mostri ancora più incazzati. Anche i protagonisti sono gli stessi doppiati addirittura dagli stessi personaggi dell'originale.

Il risultato è un film potente che deflagra nel finale con un attacco inaspettato da parte della popolazione che non sembra convinta del pericolo e un Rico devastato nel corpo e nell'anima dalla lotta con questi esseri. La sua diventa una vera e propria missione nel dare la caccia a questi insetti per tutta la vita e non è detto che non ne vedremo di altri sequel.

Kingsman 2-Il cerchio d'oro

Titolo: Kingsman 2-Il cerchio d'oro
Regia: Matthew Vaughn
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Fuori dalla sartoria Kingsman, Eggsy viene attaccato da Charlie, un viziato candidato che nel film precedente non aveva superato l'addestramento e ora è dotato di braccio robotico. La Kingsman viene poi attaccata e quasi annientata, tanto che rimangono solo Galahad - ossia Eggsy - e Merlino. Insieme scoprono che di fronte a una tale disperata emergenza devono rivolgersi ai cugini americani: gli Statesman, tra cui spiccano gli agenti Whisky, Tequila e Ginger Ale, mentre a capo del tutto c'è Champagne. Insieme a loro cercheranno di sventare lo spietato piano di Poppy, una potentissima narcotrafficante che sta ricattando il governo degli Stati Uniti per ottenere la legalizzazione di ogni tipo di droga.

Il secondo capitolo della parodia del nuovo agente segreto british che diventa yankee è un action incredibile e stroboscopico dove per un attimo il regista non sembra mai darsi pace cercando in tutti i modi di passare da una location all'altra regalando colpi di scena e inseguimenti ai limiti del praticabile e dell'inverosimile.
Infatti Kingsman-Il cerchio d'oro diventa a tutti gli effetti qualcosa di impossibile che mette in un angolino quanto di buono fatto con il primo capitolo per sottolienare l'arrivo delle produzioni americane e quindi il budget che è volato a dei livelli altissimi.
Godereccio, ironico, seducente, patinato, un fumetto in piena regola firmato da quel pazzo incredibile di nome Mark Millar in collaborazione con Dave Gibbons.
Vaughn ovviamente dopo i 414 milioni di dollari incassati con il primo capitolo ha deciso così di dirigere il suo primo sequel con un cast che vanta stelle di Hollywood a raffica anche se non tutti riescono a lasciare il segno o ad essere caratterizzati come si deve oltre che inserire figuranti che non hanno proprio senso come Elton John in un ruolo tra l'altro molto imbarazzante.
Oltre ad essere volutamente esagerato, il film cerca di trovare spunti interessanti sui trafficanti di droga, le nuove multinazionali che hanno più potere degli Stati che attaccano, senza avere la benchè minima idea di ciò che stanno facendo (in questo il personaggio di Poppy poteva dare di più senza venir mostrata come uno stereotipo a cui negli anni soprattutto nel cinema americano ci siamo abituati a vedere, qui in versione supervillain e madrina del narcotraffico con la fascinazione per i robot, il rock e l'America anni '50). Questa scelta finalizzata e che gioca a favore dell'incidente scatenante iniziale diventa geometrico nel trovare poi le linee di demarcazione perfette facendo incontrare i lord con i cowboy.
Usa e Gran Bretagna schierati assieme. Se non fosse un film, l'idea di una partnership tra due delle più grandi potenze della terra farebbe ancora più paura. E' così ancora una volta qualcosa di inglese è diventato americano a tutti gli effetti.
Come sempre intriso di citazioni tra cui spicca su tutti il cinema dei Cohen e in particolare FARGO.
I punti dolenti sono che ad un certo punto tutto è così esagerato da farlo diventare un fumetto pulp allucinato e grottesco ma che non riesce come nel primo KICK ASS a diventare politicamente scorretto e aggiungere alcuni tasselli originali e divertenti. Qui tutto è così patinato, i personaggi sono sempre e solo macchiette. Per fortuna che quello che il film deve fare lo mantiene: ovvero divertire con quella spregiudicata sgregolatezza che contraddistingue il cinema di Vaughn.



mercoledì 11 ottobre 2017

Blade Runner 2049

Titolo: Blade Runner 2049
Regia: Ridley Scott
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

L'agente K è un blade runner della polizia di Los Angeles, nell'anno 2049. Sono passati trent'anni da quando Deckart faceva il suo lavoro. I replicanti della Tyrell sono stati messi fuori legge, ma poi è arrivato Niander Wallace e ha convinto il mondo con nuovi "lavori in pelle": perfetti, senza limiti di longevità e soprattutto obbedienti. K è sulle tracce di un vecchio Nexus quando scopre qualcosa che potrebbe cambiare tutte le conoscenze finora acquisite sui replicanti, e dunque cambiare il mondo. Per esserne certo, però, dovrà andare fino in fondo. Come in ogni noir che si rispetti dovrà, ad un certo punto, consegnare pistola e distintivo e fare i conti da solo con il proprio passato.

Blade Runner 2046 bisognerebbe cercare di guardarlo senza troppe pretese cercando di dimenticare per un attimo che la macchina hollywoodiana sta cercando di riattingere dai vecchi cult per vedere se con le tecniche digitali odierne possano accadere i miracoli. Dal punto di vista della c.g mi verrebbe da dire certo che sì, per quanto concerne la storia e la sceneggiatura nì.
Blade Runner è solenne e distopico. Minimale e patinato all'inverosimile. Apocalittico e cinico. Villneuve rimane uno degli unici insieme forse a Cuaron a poter cercare di dare carattere, sostanza e atmosfera al film strutturandolo con la sua politica da autore e riuscendo ad affinare ancor meglio la tecnica. Un'opera che per diversi punti e davvero inquietante mostrando come forse finiremo e tracciando alcuni squarci che la politica del Cacciatore di Androidi di Philip K. Dick si è sempre rivelata profetica sotto certi aspetti e sembianze. La società nel 2049 è ben peggiore di quella di Deckard mostrando ancora una volta come un abominio, ovvero dove finisce il confine tra l’obbedienza androide e la ricostruzione di un’identità creata dal nulla ma settata con l’innesto di ricordi artificiali e soprattutto se tutto ciò viene lasciato in mano a un essere non meglio definito come Wallace.
Villneuve dicevo rimane uno dei registi più importanti di questa generazione e non parlo solo per la diversità nei generi in cui spazia senza difficoltà, non sempre firmando dei filmoni come accade per SICARIO che risulta per assurdo forse il suo film meno convincente.
Sin dall'inizio del film, lo script a quattro mani di Fancher e Green, le location e le scenografie di Dennis Gassner fanno da padrone insieme alla fotografia dell'immancabile Deakins, le inpalcature visive, la musica di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch che sembra ricordare la fine del mondo, portando a riflettere sui gesti compiuti dai vari replicanti e anche qui alcune inquietudini filosofiche che come per ALIEN:COVENANT lasciano perplessi e non trovano sempre risposte.
Era il novembre del 2019. Il cacciatore di replicanti Rick Deckard e Rachael provavano a fuggire da un destino segnato. Qui scopriamo che quanto successo dopo è ancora peggio. Il colpo di scena su K che scopriamo assieme a lui è una di quelle magie che il regista spesso conferma nei suoi film regalando dei climax importanti anche se allo stesso tempo in alcune scelte come il finale ad esempio appaiono abbastanza macchinose e forse poco avvincenti. L'aspetto però più conturbanteb e che Villneuve ha invece deciso di intraprendere, secondo me facendo un mezzo errore, è stato quello di voler rendere più dirette questioni, filosofiche e non, che nel precedente film rimanevano sospese, rischaindo a volte di palesare troppo senza lasciare quell'aura di dubbio.
Qui c'è di nuovo l'amore ma anche il contatto e la paura di rimanere soli. Nel film di 30 anni fa, la storia concedeva meno cercando di lavorare di sottrazione e imbastendo di fatto una log line molto breve in cui de facto un cacciatore di replicanti doveva svolgere il suo lavoro mentre qui oltre quel lavoro, il nostro agente K scopre il disegno che sta dietro la svolta che rischia di cambiare le sorti del pianeta e allo stesso tempo ci mostra la sua solitudine come accadeva per il protagonista di HER.



Valerian e la città dai mille mondi

Titolo: Valerian e la città dai mille mondi
Regia: Luc Besson
Anno: 2017
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Anno 2740. Il Maggiore Valerian, agente governativo, e il sergente Laureline, sua fidata partner, vengono inviati in missione dal Ministro della Difesa nel caotico e intradimensionale Big Market del pianeta Kirian, allo scopo di mettere in salvo l'ultimo convertitore Mül rimasto. I Mül sono un popolo che si crede estinto, ma attorno al loro destino vige un misterioso segreto militare. E il mistero si fa più fitto quando Valerian e Laurelin raggiungono Alpha, la Città dei Mille Pianeti: un'enorme stazione spaziale minacciata dall'interno da una zona radiottiva in rapida espansione.

La fantascienza spazia attraverso il grande immaginario di autori, sceneggiatori, illustratori, scrittori e infine registi. Negli ultimi anni siamo quasi assuefatti dalle grandi produzioni e dai colossal che stanno imperversando nelle sale tra l'altro con ottimi risultati per quanto concerne la scrittura e la messa in scena.
BLADE RUNNER 2046, ALIEN:COVENANT, GUARDIANI DELLA GALASSIA 2, e in minor misura STAR WARS:ROGUE ONE. Di solito in quasi tutti i film i temi si prendono molto sul serio portando a riflessioni e ideologie che spaziano su diversi argomenti.
Nella sua ultima fatica Besson esplora soluzioni visive divertenti e a tratti originali. Scherza e si prende gioco come faceva ne IL QUINTO ELEMENTO trasformando tutto in una parodia, in un giocattolone o meglio un videogioco virtuale come il meccanismo che Valerian usa all'inizio del film per impossessarsi degli oggetti magici.
Diciamo che ci sono gli esserini che appartengono al mondo di ARTHUR E IL POPOLO DEI MINIMEI e poi il bisogno di esplorare il più possibile esagerando in alcuni punti ma sempre restando confinato nel terreno sci-fi & fantasy nel quale Besson dimostra comunque di avere sempre un buon ritmo e di voler inondare lo spettatore con tutto il suo bagaglio artistico.
Valerian è il punto più alto del regista per incastare mappe spaziali e dar via al suo universo che tanto bramava. E non parlo solo per la difficoltà e l'ambizione del progetto, per il più alto budget francese di sempre, per alcune scelte attoriali discutibili anche se ancora una volta il regista dimostra di padroneggiare bene gli attori che rimangono comunque in secondo piano rispetto a tutto il resto con una recitazione spesso oltre misura ma proprio per questo auto ironica e divertente.
Dagli uccelli antropomorfi che ricordano il coro della tragedia greca, al capitano "Nemo" e la parentesi in fondo agli oceani, allo spazio virtuale quando si varcano i portali, al salto intergalattico di Valerian e le creature comunque per la maggior parte suggestive.

Quando IL QUINTO ELEMENTO incontra AVATAR il risultato è VALERIAN, in due parole una storia d'amore che si conclude nel migliore dei modi.

Leatherface

Titolo: Leatherface
Regia: Alexandre Bustillo, Julien Maury
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Texas, 1955: la famiglia Sawyer, dedita a omicidi e atti di cannibalismo, uccide la figlia del poliziotto Hal Hartman. Non avendo prove contro la matriarca Verna e i suoi complici, Hartman si vendica facendo internare il più giovane della famiglia, Jedediah detto Jed, da poco iniziato alle tradizioni ancestrali. Dieci anni dopo, quattro giovani mentalmente instabili - tre ragazzi e una ragazza - evadono dopo aver preso in ostaggio un'infermiera, e Hartman li insegue. Ma chi dei tre ragazzi, i cui nomi sono stati cambiati per proteggerli dalle famiglie violente a cui furono sottratti, è quello destinato a divenire il temibile Leatherface?

La coppia di registi francesi ultimamente sembrava aver perso qualche cartuccia per strada. Sinceramente ho amato anche i loro ultimi film in particolare AUX YEUX DES VIVANTS seppur aveva quel qualcosa in meno nella trama e nella consistenza. Tuttavia rimangono tra gli outsider dell'horror post contemporaneo senza eccezioni.
Leatherface ne è una prova tangibile. Non amo i prequel e i sequel soprattutto negli ultimi anni quando sembrano baluardi disperati per una totale assenza di idee quando invece circolano abbondantemente in giro e basta saperle trovare, le idee.
In questo caso pur avendo un budget smisurato per i loro canoni, una produzione dietro tra cui figura anche Hooper e un cast internazionale dove spicca Lili Taylor. Per quanto concerne invece la messa in scena e i leitmotiv dell'azione questa volta la coppia di registi strizza l'occhio apertamente al buon Zombie riuscendo in tutta l'opera a passare da uno scenario all'altro senza mai abbassare il ritmo e l'atmosfera. Una missione difficile in cui la sceneggiatura è attenta e monta una buona impalcatura soprattutto per quanto concerne la mistery di chi sarà il serial killer (a metà film diventa comunque abbastanza chiaro).
Viaggio di formazione, tradizioni ancestrali, rednek a profuzione, manicomio ed evasione, sceriffi e direttori istituzionali ancora più crudeli degli stessi bifolchi e più di una scelta non convenzionale fanno del prequel di NON APRITE QUELLA PORTA un tassello interessante e significativo pur facendo parte e aderendo alle regole di una saga.
Tra l'altro Leatherface è arrivto nelle sale poco dopo la morte dello stesso Hooper autore del primo cult e finora uno dei massimi esempi del cinema horror americano.

Una saga sfortunata che tra sequel e capitoli in 3d sembrava aver trovato la propria rovina ma che ora almeno è stata data in mano a gente seria che ama il cinema di genere e crea tanto materiale da raccontare e da sviluppare che diventa il mordente principale del film. Tra l'altro si tratta dell'ottavo film della saga.

Inganno

Titolo: Inganno
Regia: Sofia Coppola
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, le donne di diverse età che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia danno ricovero ad un soldato ferito. Dopo averlo curato e rifocillato costui resta confinato nella sua camera attraendo però, in vario modo e misura, l'attenzione di tutte. La tensione aumenterà mutando profondamente i rapporti tra loro e l'ospite

Inganno è l'ultimo film della Coppola. Per molti aspetti continua un certo discorso iniziato con IL GIARDINO DELLE VERGINI SUICIDE. Tante donne di diversa età e un solo uomo, ferito, per un soggetto che si rifà ad un film già visto con Eastwood nei panni di Farrel..
Un bel film ottimamente recitato con pochi colpi di scena, purtroppo abbastanza prevedibili, e un'atmosfera che non sempre riesce ad essere graffiante pur avendo dietro una fotografia eccelsa.
E così l'ultimo film della Coppola che ha vinto come miglior regia a Cannes è un film ben confezionato ma privo di quella psicologia che almeno nei personaggi del suo esordio trovava più spessore. Qui si poteva ottenere molto di più ad esempio giocando maggiormente sulle pulsioni delle ragazze che la società del tempo non può loro riconoscere.Alla fine diventa di nuovo l'analisi delle reazioni in un microcosmo femminile con alcuni spunti interessanti nonchè scene, tanti sguardi che lasciano intendere e volere molte cose e una cornice horror da cui noi assistiamo alla scena e una regia che si muove senza indugi architettando l'aspetto più interessante del film ovvero la geometria degli spazi, con una chiusura verso l'esterno, il cancello a simboleggiare l'oggetto netto della separazione, e infine il bosco che apre un mondo sotterraneo dove mentre raccogli i funghi puoi trovare un soldato ferito e portartelo a casa.




Strange Colours

Titolo: Strange Colours
Regia: Alena Lodkina
Anno: 2017
Paese: Australia
Giudizio: 4/5

Una donna intraprende un lungo viaggio per ricongiungersi con il proprio padre malato e provare a ricostituire un legame che si è andato indebolendo nel corso del tempo.

Per il suo film d'esordio, Lodkina sceglie una storia semplice di riflessione e inquietudini.
Un viaggio nostalgico dentro le proprie radici familiari e fuori nella remota comunità nell'Outback australiano sempre affasciante con le sue regole e dove coloro che ci abitano, ormai quasi più solo vecchi, non sono altro che emarginati con un ferreo ideale di libertà, impegnati ad estrarre Opale dalle miniere. Proprio le miniere, le abitazioni, l'ambiente malsano che ricorda in diversi punti il capolavoro sull'Outback australiano WAKE IN FRIGHT riescono ad essere visivamente molto affascinanti. Un film dicevo di silenzi e distanze dove Milena avvicinandosi alle sue origini ne entra in contatto conoscendo gli amici del padre e a volte le loro strane abitudini come quella di sorpenderla in piena notte, oppure incontrare vecchi amori e chiedersi cosa non abbia funzionato. Tutto scorre tra paesaggi desertici e capanne di legno, un ambiente che comunica moltissimo diventando iconico nel cercare di dare risposte e far riflettere la sua protagonista. E poi i dialoghi con il padre riescono a non essere mai didascalici ma invece nudi mostrando le fragilità di entrambi in alcuni punti quasi commoventi.



sabato 23 settembre 2017

It comes at night

Titolo: It comes at night
Regia: Trey Edward Shults
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Sicuro all'interno di una casa desolata mentre una minaccia innaturale terrorizza il mondo, un uomo ha stabilito un esile ordine domestico con la moglie e il figlio, ma la sua volontà verrà presto messa alla prova quando una giovane famiglia disperata arriva in cerca di rifugio.

L'horror drama, uno dei mille nomi usati per ampliare il raggio del genere horror sta facendo da anni piccoli passi da gigante regalando perle rare della cinematografia. La maggior parte di questi film sono tutti indipendenti e non godono di grossi budget. Il perchè è evidente.
It comes at night è un dramma forte che chiama in cattedra l'horror per un clima post apocalittico in cui si immerge la vicenda e dove una epidemia non meglio nota sembra aver spazzato via tutto come la peste. Lo spettatore non vedrà praticamente nulla mentre invece viene catapultato verso quella che di fatto è una disintegrazione del nucleo e dei rapporti e dello psicodramma famigliare.
Il genere sta finalmente ritrovando la sua capacità sotterranea e viscerale di raccontare le inquietudini del nostro presente, liberandosi spesso degli effetti e momenti più semplicistici che attraggono il grande pubblico per proporgli invece riflessioni molto più profonde.
Anche qui di nuovo quasi tutto viene girato all'interno della casa. Il cast è ottimo anche per creare quella domanda in più allo spettatore su come si sia arrivati a quel punto e anche il nonno già dall'inizio assume un'importanza specifica come un mentore che ormai ha lasciato il nipote giovane a dover dimostrare di essere uomo.
Sempre spontaneo e funzionale Joel Edgerton riesce bene a tenere il timone del pater familias lanciando occhiate di continuo e lavorando particolarmente sull'ansia e la paura che arriva soprattutto dall'esterno. Di nuovo un horror crepuscolare che funziona grazie ad un'atmosfera che riesce a fare molto lasciando sempre quella porta rossa bloccata che sembra possa aprirsi da un momento all'altro e lasciare che il male si impossessi della famiglia.

Un finale davvero tragico chiude il film come a dimostrare ancora una volta che non sempre può esserci un lieto fine e sarebbe stupido provarci quando la situazione e così apocalittica da far presagire per forza il contrario. Shults va avanti e il film è tutto una corda tesissima in cui alla prima vibrazione parte la deflagrazione.

Pilgrimage

Titolo: Pilgrimage
Regia: Brendan Muldowney
Anno: 2017
Paese: Irlanda
Giudizio: 4/5

Ambientato nell'Irlanda del 13° secolo, il film segue un piccolo gruppo di monaci mentre intraprendono un pericoloso pellegrinaggio per scortare la più santa reliquia del monastero a Roma. Man mano che il loro viaggio diventa pieno di insidie, la fede che tiene uniti gli uomini è al contempo l'unica cosa che potrà dividerli.

Tosto, nerboruto, straziante e a tratti poetico. Finalmente Muldowney sembra avercela fatta a superare l'ostacolo del suo esordio SAVAGE, un thriller/horror con alcuni spunti interessanti ma purtroppo sconnesso su tutto il resto, portando a casa un dramma storico fra clan in guerra e conquistatori Normanni riesce ad essere molto intenso e prendersi seriamente.
Qui siamo dalle parti di BLACK DEATH pur senza avere come manifesto il fatidico scontro tra paganesimo e cristianesimo, ma lavorando insistentemente sulla materia spirituale come capita nell'assunto del film che da le coordinate su cosa andrà a succedere. Qui troviamo Innocenzo III e la reliquia di San Mattia tenuta nascosta negli abissi.
Un'epopea, un viaggio silenzioso alla scoperta di se stessi e dei propri demoni con il punto di vista esclusivamente dalla parte dei confratelli più giovani e altri decisamente più tormentati come il nostro tuttofare laico attanagliato da momenti di trance e una scelta di non proferire parola.
Un pellegrinaggio in cui le "fratellanze" sono ideologicamente schierate su piani diversi ma che trovano una via per viaggiare assieme e portare sana e salva la reliquia a Roma.

Un film che ricorda vagamente anche i dubbi religiosi che attanagliavano i protagonisti di SILENCE in cui l'atmosfera riesce ad essere cupa al modo giusto rendendo tutto inquietante dalla natura ai vassalli doppiogiochisti, ai predoni locali paganeggianti e le leggende anglosassoni.

Baby Driver

Titolo: Baby Driver
Regia: Edgar Wright
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Baby, così viene chiamato, è un giovane che alla guida di un'auto è in grado di compiere le più spericolate evoluzioni. Questa sua abilità viene sfruttata da Doc, un criminale dall'aspetto borghese, con il quale ha un conto aperto che deve saldare. Baby deve anche occuparsi dell'anziano invalido che lo ha fatto crescere e si sta innamorando della cameriera di un fast food. Ciò che ora vorrebbe poter fare è staccarsi dal ciclo continuo di rapine che Doc orchestra

Baby Driver è un parente schizzato di tanti film abbastanza belli visti di recente. E'un ibrido che chiama in causa Refn e altri registi della nuova Hollywood per creare un thriller teso, ironico e abbastanza avvincente. A tenerlo su nonostante una sceneggiatura non proprio brillante è il peso degli attori che giocano bene i loro ruoli e delle musiche che giocano una parte decisamente importante soprattutto quando scopriamo il perchè Baby ha sempre le cuffie alle orecchie.
Ma diciamolo subito. Il merito più grosso è di Wright che dopo la trilogia che ha fatto divertire tutti i patiti del cinema di genere, pur abbandonando per un attimo il suo attore feticcio Simon Pegg, trova le coordinate giuste e il mood funzionale per far decollare il film verso qualcosa che riesce soprattutto dopo la seconda parte, a risultare meno banale del solito con dei colpi di scena e un climax tutto sommato credibile e mai macchinoso.
Da vedere rigorosamente con il volume a palla.


Shot Caller-La Fratellanza

Titolo: Shot Caller-La Fratellanza
Regia: Ric Roman Waugh
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Jacob Harlon, uomo d'affari e padre di famiglia, finisce in carcere con l’accusa di omicidio colposo dopo aver provocato la morte del suo miglior amico Tom in un incidente automobilistico. Per sopravvivere tra le sbarre si unirà alla fratellanza ariana…

Shot Caller- Las Fratellanza è un ibrido già visto e rivisto. Un prison movie senza nessun guizzo narrativo ma lavorando solamente con il montaggio scandito in tre archi narrativi diversi della vicenda (quindi il "traguardo" della regia e di non aver usato il tipico montaggio su due piani temporali ma di averne aggiunto uno...)
Sono tanti gli elementi che non funzionano nel film. Dal protagonista assolutamente non in parte a tutta una serie di artifici e accessori che sinceramente trovo pacchiani e noiosi così come inquadrare l'interno del carcere sempre allo stesso modo.
E'la saga del già visto con un immaginario razziale banale e grossolano e in cui i personaggi, sia neri che bianchi neonazisti sono tutti grezzi e bidimensionali come la regia noiosa e scontata di Waugh che sembra essere il primo a non crederci e infine Lannister che riesce a non togliersi quel fastidioso sorrisetto nemmeno nelle scene più violente e drammatiche.
E poi la parte finale con il figlio che a distanza decide di perdonarlo proprio non si può sentire.



domenica 10 settembre 2017

Defenders

Titolo: Defenders
Regia: AA,VV
Anno: 2017
Paese: Usa
Stagione: 1
Episodi: 8
Giudizio: 2/5

Il ninja cieco Daredevil, la detective strafottente Jessica Jones, l'ex detenuto a prova di proiettile Luke Cage e il miliardario esperto di Kung Fu Iron Fist, quattro eroi tanto singolari quanto solitari, sono costretti a mettere da parte i problemi personali per allearsi contro la Mano, un'organizzazione criminale guidata da una figura enigmatica che si fa chiamare Alexandra, la quale minaccia di distruggere New York City, scoprendo di essere ancora più forti quando fanno squadra.

Non era facile fare qualcosa di così brutto. Alla fine DEFENDERS che dalla sua aveva tutti gli elementi, il budget e in parte il cast, ha fatto proprio quello che non doveva fare, diventando l'ennesima serie lenta, noiosa e inconcludente che anzichè svilupparsi e crescere, diminuisce mano a mano che prosegue nella narrazione diventando alla fine l'apoteosi del non sense ponendo Iron First come protagonista a cui tutti devono inchinarsi se vogliono salvare il mondo ognuno inseguendo il suo destino. Praticamente i primi episodi servono solo a far capire che Randal sarà l'obbiettivo di tutti i nemici e solo lui, dentro di sè, ma deve ancora scoprirlo, ha l'arma per abbattere il male.
Tutte le strade portano alla Mano, e la minaccia è costituita da un’organizzazione guidata dalla misteriosa Alexandra che a sua volta resuscita Elektra che al mercato mio padre comprò.
Ecco poi premetto di non essere un appassionato di questi eroi di serie b della Marvel eccezion fatta per DAREVEDIL di cui ho visto entrambe le stagioni cosa che ovviamente non ho fatto per LUKE CAGE e ancor meno per JESSICA JONES personaggio discutibilissimo e molto antipatico, mentre invece mi sono fatto molto male guardando la prima stagione di IRON FIRST sull'ennesimo rampollo borghese, che non accadrà dovessero fare una seconda stagione come per dire che la prima è bastata eccome.
Ora l'idea di metterli tutti assieme poteva rivelarsi un'occasione spettacolare per dare vita e azione ma sembra invece che l'intento sia stato quello di fare un prodotto in piena regola che attingendo da vari aspetti, nessuno particolarmente interessante, sembra riproporre come uno stampino tutti gli errori visti nelle serie precedenti.
A differenza di DAREVEVIL dove c'erano due nemici/amici importanti e caratterizzati molto bene, qui Alexandra che comanda tutti e tutti tiene nella Mano, comincia a sbiadire dopo alcuni episodi ovviamente effetto della monotonia che non aggiunge struttura e complessità al personaggio.
I nostri protagonisti invece quasi non si possono vedere per come sono stati scritti male. I dialoghi sono sempre posticci e sembrano ripetere e sottolineare sempre le stesse cose ( e guarda caso quelle in cui dovrebbe arrivarci proprio lo spettatore) e Murdock sembra messo da parte come se a livello di follower fosse il meno interessante dei quattro.


venerdì 8 settembre 2017

Mummia

Titolo: Mummia
Regia: Alex Kurtzman
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nick Morton è un mercenario che collabora con l'esercito, ruba all'archeologa Jenny Halsey le indicazioni per trovare un'antica tomba e, nel tentativo di salvarla dagli integralisti islamici, finisce per farla bombardare dai droni. Questo apre l'accesso a una enorme grotta in Mesopotamia, dove si trova il sarcofago della principessa egizia Ahmanet, che ha voluto portare il Dio della morte Set sul nostro mondo, ma fu fermata e mummificata prima di completare il rituale. Nick vi entra insieme a Jenny e all'amico Chris, quindi i tre liberano il sarcofago di Ahmanet e lo caricano su un aereo militare, che però i poteri della principessa fanno precipitare su una chiesa in Inghilterra. Jenny si salva dalla caduta, ma Nick dovrebbe sfracellarsi, invece si risveglia in obitorio misteriosamente senza un graffio e con forti allucinazioni che lo attraggono irresistibilmente verso il sarcofago. Basteranno i mezzi dell'organizzazione segreta per cui lavora il dottor Henry Jekyll a spezzare la maledizione della risvegliata e potente principessa Ahmanet?

La Mummia è l'ennesimo remake senza senso. L'obbiettivo è quello di riportare in auge alcuni classici dell'horror. Il risultato è spiazzante e bizzarro.
La regia di Kurtzman è piatta e non sembra prendere mai il timone della situazione lasciando tutta la messa in scena arida e senz'anima.
Gli effetti speciali sono davvero esagerati e la c.g fa tutto quello che non dovrebbe fare a riprova che lo script è davvero striminziato è sembra essere l'ennesimo soggetto copia incolla di tanti altri film re soprattutto remake. Mana qualsiasi guizzo o novità. Gli stessi attori sono ormai imbolsiti, stanchi e affannati, Cruise ormai si vede che per quanto esibisca ancora un fisico curatissimo e ridicolo quando salta da una parte all'altra.
La sospensione di incredulità poi qua scompare del tutto. La scena dell'aereo davvero è un erroraccio che non mi apsettavo e non giustifica assolutamnte la scelta nella scena successiva.
Purtroppo non si salva nulla di questo ennesimo remake, dalla fotografia patinata che anzichè aumentare la suspance, rovina e stona con un'atmosfera troppo lucida e sparata che poco si adatta.
A questo punto era meglio o divertiva di più il film di Sommers del LA MUMMIA con quell'altro poco di buono di Fraser come protagonista. Almeno il film del '99 non si prendeva tanto sul serio ma contribuiva al ritmo del film con un umorismo becero ogni tanto almeno divertente.


Life-Non oltreppasare il limite

Titolo: Life-Non oltrepassare il limite
Regia: Daniel Espinosa
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una squadra di astronauti, a bordo di una stazione spaziale internazionale, entra in possesso di un campione organico proveniente da Marte. Lo scienziato del gruppo espone la microscopica cellula ad una serie di stimoli, nel laboratorio della stazione orbitante, e "la cosa" reagisce. Si festeggia anche sulla Terra e i bambini delle scuole le trovano un nome: Calvin. Ma Calvin non è innocuo: cresce, interagisce e, disturbato, uccide. La priorità cambia rapidamente a bordo e una s'impone su tutte: tenerlo lontano dal nostro pianeta.

Life purtroppo rappresenta il limite della scrittura per gli americani sulla sci-fi.
Un ibrido senza un'anima personale e una sua idea di cinema che come per il film vale allo stesso modo per il cinema e le opere di Espinosa, regista giovane e brillante a livello tecnico quanto invece disastroso a livello di struttura e plot narrativo.
Life che poi non è recitato nemmeno così bene con un cast zoppicante, non ha molti elementi che lo salvano se non alcune buone scene, un'atmosfera claustrofobica e qualche momento interessante con l'alieno di turno che massacra l'equipaggio.
Il problema è la scontatezza del soggetto, un'idea che prende da ALIEN scopiazzandolo e prendendone solo gli aspetti commerciali senza dare vita e forza all'elemento drammatico e alla fantascienza.
Un film modaiolo, un b-movie in salsa moderna stilizzato e che cerca per tutta la sua durata di essere originale non riuscendoci mai nemmeno in una scena ma facendo di tutto per sembrare film da dimenticare dopo pochi minuti.


sabato 2 settembre 2017

Océans, le mystère plastique

Titolo: Océans, le mystère plastique
Regia: Vincent Perazio
Anno: 2017
Paese: Francia
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 3/5

Solo l'1% della plastica che fluttua negli oceani raggiunge le coste o rimane intrappolata nei ghiacci artici. Del restante 99%, stimato intorno a centinaia di migliaia di tonnellate, si sa ancora troppo poco. Una sorta di buco nero che lascia intravedere un dramma ecologico.
Non essendo biodegradabile, la plastica non scompare, semplicemente si rompe in microparticelle tossiche, in gran parte invisibili all'occhio umano. Tale processo di trasformazione sta dando vita a un nuovo ecosistema: la plastisfera.
Si affaccia così, sempre più urgente, la necessità di indagare il fenomeno e le sue conseguenze: dove si trovano queste particelle? Ingerite dagli organismi o depositate sul fondo marino? E qual è il loro impatto sulla catena alimentare?

Abbiamo attaccato il tumore persino ai pesci.
Questa è solo una delle tante informazioni, dei dati raccolti grazie a lavori di ricerca che proseguono negli oceani e sotto gli oceani da ormai decine di anni da parte di equipe di scienziati, medici, biologi e tutti gli altri professionisti del settore.
Ognuno sceglie la materia e il compito su cui svolgere e raccogliere i suoi dati.
Quella della plastica, una realtà che ormai è diventata insostenibile soprattutto nei mari e negli oceani con un silenzio inquietante da parte dei media, diventa materia apocalittica in questo documentario girato dal giovane regista francese appassionato di temi ambientali.
La domanda con cui Perazio apre il documentario è scioccante.
Dai dati che emergono sarebbe la plastica a cambiare ecosistema marino.
Le correnti hanno sconvolto tutto e ora parte degli oceani, così come le alghe e i plancton, i rifiuti di plastica, sono ovunque, dall'Artico all'Antartide attraverso i mari tropicali.
Dalle stime fatte finora sembra che diversi studi concordino sul fatto che quasi 50 miliardi di pezzi di plastica inquinano gli oceani. Dalle molte teorie, alcune come quelle che segnalavo all'inizio, la maggior parte, sembra sostenere che venga ingerito dagli organismi marini, di fatto trasformando la plastica in qualcosa di invisibile.

I prossimi anni, forse sarannoa ncora più inquietanti o chissà magari daranno risultati su qualche possibilità di speranza anche se la maggior parte degli intervistati sembra scettico e cinico.

Resident Evil -Vendetta

Titolo: Resident Evil -Vendetta
Regia: Takanori Tsujimoto
Anno: 2017
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Chris Redfield, agente dell’anti-bioterrorismo, chiede aiuto alla professoressa ed ex-collega Rebecca Chambers e all’agente governativo Leon S. Kennedy per trovare Glenn Arias, trafficante d’armi biorganiche che intende scatenare un nuovo letale virus su New York. Arias vuole vendicarsi del governo per aver attaccato la sua abitazione nel giorno delle sue nozze uccidendo sua moglie e tutti i suoi cari.

Pur non avendo mai gradito la saga infinita di film dalla coppia Anderson-Jovovich, ho sempre preferito e trovato più stilosi, liberi e d'atmosfera i film in computer grafica fin'ora usciti.
Dei tre questo "Vendetta" uscito quest'anno, ha sicuramente alcuni elementi interessanti pur non riuscendo come molti sostengono ad essere il migliore della saga.
Il titolo diretto da Takanori Tsujimoto non è certo un capolavoro, sia chiaro, ma resta lo stesso un lungometraggio d'azione e d'avventura piacevole da guardare per i fan della serie grazie alle ambientazioni vicine e a quella della saga videoludica, alla "grafica" e alla spettacolarità di molte sequenze, tutti elementi che a nostro parere lo rendono superiore a qualsiasi pellicola girata dal vivo. DEGENERATION e DAMNATION sono stati due prodotti qualitativamente incostanti, ma hanno soddisfatto la fascia di pubblico che segue la serie in ogni sua ramificazione, anche al di fuori del mercato dei videogiochi. Azione, sparatorie, inseguimenti, jumpscare. Tutto sembra confezionato al meglio in questo prodotto ludico con un ritmo forsennato e il ritorno di tanti personaggi principali e secondari della storia.

In questo ultimo capitolo l'horror vacilla e poi evapora per lasciare spazio ad una serie di elementi più simili alla saga cinematografica che ha definitivamente distrutto quanto di interessante i virus e la Umbrella corporation avevano partorito.

Padre D'Italia

Titolo: Padre D'Italia
Regia: Fabio Mollo
Anno: 2017
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Paolo voleva diventare un falegname o un architetto, e invece fa il commesso in un megastore di arredamento preconfezionato. Da poco è stato lasciato dal suo compagno Mario, che sta provando a realizzare i suoi sogni (forse anche quelli preconfezionati) insieme a un altro uomo. Una sera, mentre Paolo va in cerca di Mario in un locale gay, incontra Mia, giovane donna incinta che sembra non sapere cosa fare di se stessa, men che meno della bambina che aspetta. Suo malgrado, Paolo si farà carico di Mia e cercherà di riportarla a casa, intraprendendo un viaggio che porterà entrambi in giro attraverso l'Italia del presente.

Come commedia il film di Fabio Mollo ha quella componente in più che riesce a non farlo diventare del tutto un'opera convenzionale come spesso capita nel nostro cinema. Ci sono tanti elementi sul sociale, entrano in campo le fragilità di ognuno di noi, i rapporti di coppia non sono mai stati così difficili in questa post- contemporaneità liquida e alla deriva e infine i due protagonisti riescono ad avere una caratterizzazione più che discreta grazie anche a due attori interessanti.
Protagonisti, lui gay mollato da poco e lei invece scapestrata e incinta, entrambi vittime di una società che tende sempre più ad emarginare l'individuo, alla paura e difficoltà ad appartenere a qualcuno, al ritorno alle origini (il sud come vertice delle tradizioni) ma soprattutto come monolite dove la "coppia" dovrà affrontare gli stessi interrogativi e le insicurezze che gli accompagnano e che li tormantavano fin dal loro incontro.
Il sud potrebbe continuare ad essere arretrato come una certa tematica sui cui però il film non si prefigge di dare didascalie o giudizi, come quello di difendere dalla genitorialità omosessuale.

Il secondo lungometraggio di Mollo riesce a trovare quelle scelte funzionali di macchina e di improvvisazione tra gli attori per il suo taglio indie e fresco, nonostante la sceneggiatura firmata da Mollo insieme a Josella Porto in alcuni momenti sembra fermarsi per inquadrare solo i silenzi e i vuoti dei personaggi. Alla fine il mutuo soccorso e l'aiuto salvifico, se non dalle persone care, arriva proprio da chi meno te lo aspetti.