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giovedì 15 giugno 2017

Humidity

Titolo: Humidity
Regia: Nikola Ljuca
Anno: 2016
Paese: Serbia
Giudizio: 4/5

Petar è un uomo d'affari ambizioso, saldamente parte di quella classe sociale denominata dei "Nuovi ricchi", che vive in appartamenti arredati con mobili di design, ed una sicurezza che non li vede mai vacillare nella loro apparente perfezione. Un giorno, sua moglie Mina svanisce. Egli mantiene il segreto sulla sua assenza, mentendo dietro una facciata di serenità per cui decide addirittura di organizzare una cena di famiglia. Intano, sempre più preoccupato, passa le sue giornate tra affari loschi sul posto di lavoro ed eccessi con i suoi colleghi.

L'opera prima di Ljuca è un film impressionante in arrivo dalla Serbia. Questa storia di dolore e devastazione è ambientata in una solitaria e spettrale Belgrado dove ognuno sembra rincorrere il proprio tornaconto e la corruzione generale rimane sempre spaventosa.
Petar rappresenta il Serbian Made di famiglia aristocratica che grazie alla furbizia e al proprio tornaconto è abile nella scalata personale cercando sempre e a tutti i costi di avere sempre tutto sotto controllo soprattutto la vita e gli spostamenti della moglie Mina.
Cosa può succedere quando la normalità viene apparentemente sconvolta? Cosa può fare Peter per nascondere la sua fragilità, l'insicurezza, la frustrazione e la rabbia che cominciano ad affiorare dopo l'apparente scomparsa della moglie. La realtà sociale, la famiglia, le apparenze, i giochi di potere. Tutto sembra per un attimo assumere una forma grazie ad una profetica battuta della sorella del protagonista in una lussuosa Spa "Non ho tempo per essere depressa". Una madre che assieme al marito è impegnata a iniettarsi botox e non vedere che suo figlio, un nativo digitale doc, in realtà più che un ritirato sociale in realtà critica il lusso borghese dei suoi genitori e mostra uno spiccato talento teatrale come nel bellissimo monologo con il nonno materno.
Humidity è scandito dai giorni della settimana e quasi alla fine di ogni giornata la camera si chiude in dissolvenza su una strada notturna e solitaria che ricorda per molti aspetti LOST HIGWAYS di Lynch.
Il regista Ljuca si ritaglia un cameo all'interno del film curioso e ambiguo che sembra mettere in allarme il protagonista rivelandogli in macchina un dettaglio curioso sulle sue amicizie e i valori che dovrebbe condividere con la moglie.
Humidity è qualcosa che come per il bellissimo CLIP mostra come la Serbia stia facendo i conti con i demoni del passato dopo i drammi della guerra, di Milosevic e la totale inutilità delle Nazioni Unite in un conflitto che non ha mai compreso a fondo dando spazio ad una società di consumi in cui il capitalismo viene accettato come totem in risposta a tutti gli ideali privati.
Humidity mostra grazie ad un protagonista in stato di grazia con una ghigna fenomenale il dramma dell'identità, della solitudine imposta e accettata per non mostrare fragili e umane sofferenze (il protagonista crolla ad un certo punto in macchina in una scena toccante e più che reale). Una fotografia tutta color crema, tanti primi piani, una messa in scena semplice ma al contempo geometrica nella scelta dell'impostazione della camera e un risultato straordinario per un paese che quando vuole dire la sua riesce grazie ad una critica feroce a non aver bisogno di altro se non di scandire la realtà e approfondire la quotidianità che a volte è più spaventosa di qualsiasi minaccia esterna.
«Durante la Grande Depressione, che io sono vecchio abbastanza da ricordare, la maggior parte dei membri della mia famiglia erano lavoratori disoccupati. Si stava male, ma c'era la speranza che le cose potessero andare meglio. C'era un grande senso di speranza. Oggi non c'è più» (Chomsky)


Jack goes home

Titolo: Jack goes home
Regia: Thomas Dekker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Jack Thurlowe è un editore di una rivista di successo, con una bella fidanzata, Cleo, che è incinta di sette mesi del loro primo figlio. Tuttavia, questa vita perfetta viene sconvolta quando Jack scopre che i suoi genitori hanno subito un terribile incidente d’auto nella sua città natale. Il suo amato padre muore, mentre la madre Teresa sopravvive. Al ritorno a casa per il funerale, la natura volatile del rapporto tra Jack e Teresa viene in superficie e il costante cordoglio della città inizia a pesare sul processo di lutto di Jack. Mentre arriva un nuovo misterioso vicino di casa, Duncan, Jack trova alcune registrazioni audio e videocassette lasciate dal padre, che lo portano a mettere in discussione i ricordi dell’infanzia e il fondamento stesso della sua identità. Mentre la pressione cresce e la sanità mentale si fa labile, Jack scopre che il mondo idilliaco in cui ha creduto sin dall’infanzia è in realtà un parco giochi da incubo pieno di menzogne, inganni, violenze e omicidi.

Il secondo film del giovane Drekker cerca di trovare in un'atmosfera molto particolare raccontando in poche parole di come alcuni ritorni a casa non sempre siano così piacevoli e sereni.
Il maggior contributo che il regista sceglie e su cui punta è questa strana dimensione familiare che accoglie il giovane e inquietante Jack (Rory Culkin è identico al fratello maggiore ma con meno talento) raccontandogli segmenti taciuti sulla sua vita e spingendosi nei recessi oscuri della mente dove il protagonista segue e sceglie le dinamiche familiari piene di segreti.
Un thriller psicologico indipendente che vira quasi sull'horror che si piazza in quel filone e sottogenere quasi tutto girato all'interno della casa dove le dinamiche scoppiano nel giro di poco portando ad una esplosione tutti i dialoghi e le azioni tra i vari componenti.
Purtroppo uno dei limiti di Drekker è quello di non riuscire sempre a dare ritmo alla storia infatti soprattutto nel secondo atto, la narrazione zoppica mostrando alcuni momenti morti. I personaggi sono spesso caratterizzati in modo esagerato e palesemente delirante anche se Lin Shaye riesce ad essere maledettamente inquietante tenendoti incollato allo schermo.



Age of Conseguences

Titolo: Age of Conseguences
Regia: Jared P.Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Festival: Cinemambiente 20°
Giudizio: 2/5

ll documentario esplora come il cambiamento climatico sia diventato inesorabilmente legato alla nostra sicurezza nazionale, e di come il rapporto tra sconvolgimento del clima e conflitti formeranno uno strumento che potrà plasmare il mondo sociale, politico ed economico del secolo nel quale viviamo. I documenti e le testimonianze riportate si traducono in un invito all'azione e a ripensare il modo in cui utilizziamo e produciamo energia. Con un concetto di fondo fondamentale: qualsiasi strategia di difesa militare utilizzeremo, è il tempo la risorsa più preziosa.

Jared P.Scott ha un solo merito finora. Al di là del suo innegabile patrimonio economico, tale da poter raggiungere vette inaspettate e devo dire esageratamente spettacolari (la fotografia a tratti sembra un film di Malick) e quello di aver girato qualche anno fa il bel documentario REQUIEM FOR THE AMERICAND DREAM, ovvero l'ultima lezione di Noam Chomsky ossia un pacato invito alla rivolta che dovrebbe essere trasmesso come una nenia ogni sera dopo il telegiornale per dare modo e tempo ai comuni mortali di comprendere le ragioni che stanno portando questa società al collasso.
Age of Conseguences crea un collante facendo collegamenti di ogni tipo e ogni sorta muovendosi praticamente in tutto il mondo. Questo nuovo modo di analizzare i contenuti all'interno dei documentari nel festival di Cinemambiente, diventa importante quanto rischia secondo me di allargare troppo il problema e fare in modo che il tema non concentrandosi su una singola situazione e quindi argomentandola a dovere, diventa difficile da comprendere a pieno soprattutto quando come in questo caso si passa dal Medio Oriente all'Africa e in altre aree trattando tempi, aree geografiche ed eventi storici senza finalizzarne in modo preciso nessuno ma diventando una sintesi che rischia di perdersi nella sua continua fagocitazione di complessità sulle connessioni fra cambiamento climatico e conflitti, migrazioni e terrorismo.
Sono d'accordo che l’emergenza climatica è di sicuro l’elemento catalizzatore e acceleratore di un effetto a cascata che unisce punti da un capo all’altro del globo: dalla desertificazione di vasti territori in Nord Africa e Medio Oriente ai fenomeni di siccità e carestia ma non sono d'accordo o meglio non ho gradito la critica all'Isis in Medio Oriente e sul fatto che per creare panico e instabilità prosciughino e occupino tutte le aree dove ci sia dell'acqua per mettere in ginocchio la popolazione. Detta così sembra una presa di posizione più politica che di allarme legato all'ambiente. A questo proposito Scott, credo non abbia fatto quel passo in più dicendo come si è arrivati a questo e senza citare mai, o quasi, la responsabilità dell'America e dei alcuni paesi europei (Inghilterra, Francia in primis e i risultati si stanno vedendo...) di aver creato le basi per il terrorismo mondiale in Darfur, in Somalia, in Siria e in tantissime altre aree legate alla geografia di quei paesi. A dirlo non sono, questa volta, le associazioni ambientaliste, ma i generali del Pentagono, gli esperti di sicurezza internazionale, gli analisti politici ed economici che frequentano le stanze del potere.
Il film è stato anticipato dal punto di Luca Mercalli, ormai una pietra miliare e un abituè del festival, un ometto divertente ed elegante che in un attimo riesce a portare il termometro sulla realtà globale che ci circonda inondando il pubblico in un'ora di slide, fiumi di parole e video inquietanti che danno un quadro apocalittico sul nostro pianeta.



Indivisibili

Titolo: Indivisibili
Regia: Edoardo De Angelis
Anno: 2016
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

Viola e Dasy sono due gemelle siamesi che cantano ai matrimoni e alle feste e, grazie alle loro esibizioni, danno da vivere a tutta la famiglia. Le cose vanno bene fino a quando non scoprono di potersi dividere. Il loro sogno (in particolare quello di una delle due) è la normalità: un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l'altra si ubriachi... fare l'amore.

Indivisibili entra immediatamente nella galleria di quelle opere italiane post moderne da tenere a mente. Una fiaba neo melodica, uno spaccato sociale, tra kitsch estremo e sublime, mica poi tanto distante dalla realtà...anzi (il fenomeno dei finti invalidi in Italia tocca un bilancio tragico) confermando ulteriormente il momento d'oro di un cinema italiano che guarda finalmente ai generi, provando a diversificare la propria produzione con coraggio ed elevata qualità.
Sono tanti i temi, le interpretazioni, i rimandi e gli intenti di questa pellicola. Forse più di quelli che aveva pensato inizialmente De Angelis.
Un film ambizioso, che diventa uno spaccato culturale visionario ricordando per certi versi il primo Garrone su come il regista non si nasconda e non abbia paura di mostrare la natura grottesca dell'animo umano senza risparmiarsi nulla.
Un viaggio folkloristico nella terra che il regista conosce molto bene con un cast nostrano che riesce a dare realisticità alle maschere che si prestano in questo dramma contemporaneo. Lo sfondo dove avviene la vicenda diventa lo scenario perfetto per mostrare quanto spiritualità e interesse personale oppure bellezza e bruttezza diventino una lotta tra opposti, l'anima dove si gioca il fulcro della vicenda ovvero il corpo, in questo caso i corpi delle due gemelle.
Un corpo che ancora una volta diventa il bene, il miracolo, l'aspetto freak che si mischia qui con tutta la sua viscerale complessità. Tutti le cercano, le ammirano e vogliono 'toccarle', proprio lì dove c'è un lembo di pelle e carne a tenerle unite la dimensione del toccare per essere salvati quasi come una piccola Lourdes mobile con prezzi e listini molto salati.






domenica 4 giugno 2017

In nome di mia figlia

Titolo: In nome di mia figlia
Regia: Vincent Garenq
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Il 10 luglio 1982 André Bamberski riceve una telefonata in cui la ex moglie gli comunica la morte della figlia quattordicenne Kalinka.. La ragazza stava trascorrendo le vacanze in Germania con la madre e il patrigno, il dottor Dieter Krombach. In breve tempo, grazie anche a un referto autoptico che lascia più di un dubbio, Bamberski si convince che il medico abbia delle gravi responsabilità nel decesso. Da quel momento ha inizio una battaglia che lo vedrà utilizzare tutti i mezzi, legali e non, per dimostrare la sua tesi.

Il film di Garenq apre degli scorci inquietanti sui fatti di cronaca, sulle sparizioni, sul senso di giustizia e infine sul senso di colpa. E'drammatico leggere e osservare la trafila giudiziaria, gli scandali e infine il bisogno di comprendere la realtà qualunque essa sia da parte di un padre quando chiede solo giustizia sulla morte della figlia scomparsa in circostanze tragiche e misteriose.
Bamberski interpretato dall'ottimo Auteuil scava a fondo nel suo personaggio mettendone in evidenza difficoltà, dubbi e attimi di comprensibile pazzia, diventa il testimonial perfetto per dare toni e realismo ad un fatto così complesso. Se Andrè non molla, l'ex moglie gioca un ruolo importantissimo in quanto madre che non può neanche lontanamente pensare che il suo nuovo compagno si sia macchiato di un crimine così grave.
Un caso straziante che sembra infinito nella sua complessità burocratica fatta di fughe e salvataggi all'ultimo e mostra la responsabilità di diversi paesi a dare asilo politico ad alcuni carnefici che meritano di essere processati.
Un film di inseguimenti dove l'azione semplicemente non serve perchè Garenq è abile a mostrare le falle del sistema e della giustizia limitandosi semplicemente a descrivere la realtà e schiaffarla in faccia ai suoi personaggi.




Scare Campaign

Titolo: Scare Campaign
Regia: Cairnes
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Il popolare show televisivo Scare Campaign ha divertito il pubblico negli ultimi cinque anni grazie al suo mix di paure vecchio stampo e telecamere nascoste. Una volta entrati in una nuova era di tv on line, i produttori si ritrovano di fronte alla volontà di realizzare una serie web dal taglio molto più duro, che rende il loro show ancora più caratteristico e singolare. Per loro, è arrivato il momento di alzare la posta in gioco e di rendere il terrore ancora più tremendo, finendo però con lo scegliere come vittima la persona sbagliata.

Ogni tanto arrivano delle piacevoli sorprese in grado se non di spiazzare almeno di regalare qualche reale sorriso per quanto concerne alcuni colpi di scena inaspettati.
Ormai l'Australia sempre più si sta concentrando sull'horror in particolare lo splatter e i territori inospitali e le lande desolate dei nostri cari amici bifolchi in quel "redneck" che tutti conosciamo.
Ora questi fratelli Cairnes riescono in un'operazione interessante che riesce a portare a casa un traguardo soddisfacente in un'unica location. Dall'inizio fino al climax finale e se vogliamo all'ultima parte del terzo atto, purtroppo con un finale posticcio, il film funziona e regge proprio su un'atmosfera davvero ben studiata con un ritmo che riesce ad essere sempre travolgente e la tecnica di aprire un twist dopo l'altro, una matrioska perfetta che sembra non finire mai.

Il film apre poi un sipario interessante e politicamente necessario da inserire di questi tempi dopo alcuni recenti scandali e dati che germogliano sinonimo di quanto diventa sempre più possibile seguire tutto ciò che avviene in rete. Denuncia il peso di alcuni siti (e qui il passaggio di come si inserisce il filone snuff-movie nel film è purtroppo la parte meno originale e più scontata) e soprattutto quello dell'audience per cui si cerca di esagerare il più possibile con i contenuti per avere sempre la fascia dei consumatori giovani ovvero i nuovi adolescenti che fagocitano contenuti violenti sul web con una foga inquietante.

Arès

Titolo: Arès
Regia: Jean-Patrick Benes
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Siamo nel futuro, l'ordine mondiale è stravolto e la Francia, con dieci milioni di disoccupati, fa ora parte dei paesi poveri e vive tra rivolta e rassegnazione. Tengono banco battaglie televisive molto violente tra lottatori dopati in tutta legalità. Uno di loro a fine carriera ha bisogno di denaro per far uscire di prigione sua sorella ed è disposto a provare una droga sperimentale.

Arès è un film indipendente francese uscito in dvd e streaming senza aver avuto una benche minima distribuzione da noi. Sci-fi, azione, ambientazione futuristica, alcuni elementi interessanti e altri abbastanza fedeli al genere come l'aristocrazia che abita nei piani alti dei grattacieli e i comuni mortali nei piani più bassi (Ballard come tanti altri che si potrebbero citare a proposito).
Gli elementi interessanti rappresentano la continua sfida uomo-macchina e impianti di sopravvivenza necessari che di fatto non creano robot, androidi o cyborg ma persone normali potenziate e dopate ad hoc.
Il film funziona abbastanza bene riuscendo ad altalenare alcuni cambi di registro narrativo permettendo una buona messa in scena durante le parti d'azione che nel film non sono nemmeno poche se contiamo soprattutto i combattimenti nella gabbia e un reparto tecnico più che decoroso.
I comuni mortali per povertà e sopravvivenza sono spinti a sottoporsi legalmente come cavie ad esperimenti medici proposti dalle case farmaceutiche che di fatto controllano la società dominando il mercato a discapito della concorrenza, con prodotti tendenti a ringiovanire e rendere invincibili gli esseri che ne fanno uso (e qui le citazioni a Gilliam e Jeunet ci sono tutte).
Benes riesce con pochi strumenti a fare un decoroso lavoro riuscendo a creare un'atmosfera realistica pur senza poter vantare un grosso budget. Inserendosi nel filone della fantascienza distopica, il film trova, nonostante ripeto una sceneggiatura abbastanza scontata, il viaggio di redenzione del protagonista, la missione sociale di salvare la sua famiglia per salvare poi se stesso e l'ambizione che supera le normali convenzioni della società facendo in modo che l'ultima ruota del carro possa inaspettatamente trasformarsi nel "paziente 0".


domenica 28 maggio 2017

Propera Pell

Titolo: Propera Pell
Regia: Isaki Lacuesta
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Un adolescente scomparso, fa ritorno a casa dopo otto anni. Ormai dato per morto da tutti, tenta di reinserirsi in quel contesto familiare inevitabilmente segnato dal mistero della sua scomparsa. A poco a poco cominciano ad insinuarsi i dubbi sulla sua reale identità, è davvero il bambino scomparso o si tratta più semplicemente di un impostore?

Che dire? La Spagna sta passando un periodo cinematografico splendido. Una condizione fisica perfetta che permette di esplorare i generi passando ad un successo dopo l'altro.
TORO, UNIT 7, QUE DIOS NO PERDONE, PIELES, CONTRATIEMPO, VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO, EL DESCONOCIDO, MUSARANAS. In un paio di anni una nuova frangia di registi e un manipolo di attori che ritorna sovente in quasi tutti i film, sono solo alcuni dei nuovi spunti della politica d'autore che sta attraversando un nuovo periodo di splendore.
Al di là di questo bisogna poi fare una precisazione. Praticamente tutte le opere sono studiate alla perfezione, con un budget misurato, un'attenzione e una cura all'aspetto tecnico, una fotografia sempre molto curata e una voglia di credere in questi film che diventa la nota d'intenti funzionale per un successo in patria e internazionale. Di questi elencati purtroppo quasi la metà non verranno mai distribuita da noi lasciando il pubblico a trovare suddetti film nelle piattaforme streaming oppure a gravitare attorno ai festival.
Propera Pell a differenza di altri generi come il polar, il poliziesco e l'horror è un film ancorato sul sociale con una storia drammatica, lunga e d'impatto che riesce a dare la sensazione di come i legami a distanza di anni in anni possano vacillare e generare effetti collaterali inaspettati.
La regia è affidata a due donne e la sensibilità con cui viene analizzata la relazione tra adulti e l'adolescente certamente è frutto di un attenta analisi al problema e al sintomo e a caratteristiche che ne sabbiano accentuare aspetti e dinamiche.
Propera Pell però come gli spagnoli ultimamente confermano, non si limita solo ad un dramma sul sociale ma con lo scorrere della narrazione diventa una sorta di contaminazione tra una sorta di dramma torbido e un thriller che esplora tanto il territorio mostrandone orrori e paure.
Leo è semplicemente il testimonial perfetto, un adolescente iperattivo, arrabbiato e confuso che non sa come dar voce alla propria rabbia e sofferenza.

La relazione con l'educatore che sembra più fuori di lui, per fortuna tira di nuovo fuori dal cappello una figura professionale sempre più importante e urgente di questi tempi. Anche lui come Leo ad un certo punto perde la pazienza dicendo che è stato in galera e ha un passato allucinante. Quando la persona affianco a lui (il padre biologico di Leo) gli chiede spiegazioni, il tutore (un ottimo Bruno Todeschini) gli dice che non sta parlando di Leo ma di se stesso. Questo scambio di battute è profetico per far capire come i genitori (o presunti tali) non conoscano nemmeno le storie dei loro figli e che spesso , ma non sempre, gli educatori educano per il bisogno di essere educati a loro volta.

Colossal

Titolo: Colossal
Regia: Nacho Vigalondo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Gloria è una donna qualsiasi che dopo aver perso il suo lavoro e il suo fidanzato decide di lasciare New York e di trasferirsi nella sua città natale. Ma quanto i notiziari riportano che una lucertola gigante sta distruggendo la città di Tokyo, Gloria pian piano realizza di essere stranamente legata a questi strani eventi così distanti da lei, con il potere della sua mente. Per prevenire un'ulteriore distruzione, Gloria deve capire come mai la sua vita apparentemente insignificante ha un effetto così colossale sul destino del mondo.

Vigalondo è un giovane regista spagnolo che apprezzo molto. Ha fatto pochi film mentre ha lasciato sicuramente il marchio all'interno dei cortometraggi all'interno dei film horror a episodi usciti in questi ultimi anni (VHS:VIRAL, THE ABCS OF DEATH).
Ora parliamo dei suoi film precedenti. Non erano capolavori ma all'interno contenevano alcune idee originali e spunti di riflessione interessanti se non quasi sperimentali (OPEN WINDOWS) i quali mi hanno fatto prendere nota che di questo piccolo genietto (almeno così si considera) dobbiamo tenerlo d'occhio.
Colossal è proprio il film che non ti aspetti e che ti arrabbia a morte quando ti chiedono cosa sia.
Commedia? Fantasy? Thriller psicologico con un impianto ironico? Varie ed eventuali.
Io credo tutto questo, nel senso che l'autore ha cercato di fare un film non propriamente di supereroi citando tra le righe un sacco di cinema e portando i sentimenti e la psicologia a regnare sovrana in territori incontrastati del nostro inconscio.
Possiamo definirlo così in poche battute: spesso i più grossi litigi e le più grosse battaglie o i disastri nascono da motivi molto futili. Come in questo caso il flash-back che serve a spiegare l'incidente scatenante da dove derivi e il perchè Gloria e Oscar riescono a dar vita ad un vero e proprio scontro tra titani è il colpo di scena che tiene incollati gli spettatori quasi fifno alla fine del film senza riuscire a capire quale sia stato l'incidente scatenante. Di nuovo una narrazzione che trova nella variabile tempo e nei meccanismi appunto spazio-temporali una delle sue armi.
Un plastico con la riproduzione della Corea per un compito in classe può essere l'antefatto che crea il precedente affinchè Gloria da grande nutra ancora rabbia per non si sa bene quale motivo e la conseguente emancipazione dal ragazzo che non la vuole perchè non ha autocontrollo, diventa il portfolio da cui emerge Oscar e dove inizia finalmente il film.
Essendo di fatto una commedia così infinitamente hipster e ironica, Vigalondo come sempre non risparmia una vena polemica con una metafora politica e una guerra tra sessi che non risparmia botte da orbi come il divertente scontro finale.
E'un film tranquillo che parla di caos interni, di situazioni mai risolte, di fragilità e traumi infantili come forse abbiamo vissuto e spero superato tutti.


Gold

Titolo: Gold
Regia: Stephen Gaghan
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Kenny Wells è un cercatore d'oro, alla disperata ricerca di un colpo di fortuna, che si allea con un geologo e parte alla volta della giungla inesplorata dell'Indonesia. Trovare l'oro sarà difficile ma lo sarà ancora di più non perderlo, soprattutto i due quando si muoveranno tra le sale di rappresentanza degli uomini più potenti di Wall Street.

Matthew McConaughey nel 2008 era già andato a caccia d'oro in quella fastidiosissima commedia di nome TUTTI PAZZI PER L'ORO. Però erano altri tempi quando il premio oscar faceva filmetti da sex symbol prima di scoprire che era più bravo a fare lo psicopatico. Gold è un film complesso che mano a mano che prosegue sembra una corsa infinita verso una metà imprecisa.
Gaghan vuole dirigere l'attore ma è invece il contrario. Acosta (Ramirez) vorrebbe dirigere il personaggio ma anche in questo caso ad un tratto sembra il contrario. Tutti vogliono decidere dove impiantare qualcosa e come per la guerra del Vietnam anche l'Indonesia fa la sua parte e ci mette i bastoni tra le ruote.
Gold è tante cose ma nessuna in particolare. Kenny Wells sprofonda nella depressione, si rialza, beve e poi risprofonda. Il tutto con una mimica e un'espressività che sembra un frullato di tutti gli ultimi film dell'attore con il risultato che ad un tratto non si capisce bene il film che storia vuole raccontare.

Tra le tante la caccia al tesoro di Gaghan, ovvero il sogno americano in una versione kitsch e un po' ruspante degli ultimi tempi, mi sembra il più visionario ma allo stesso tempo il più confuso e ridicolo.

From a house on a Willow Street

Titolo: From a house on a Willow Street
Regia: Alastair Orr
Anno: 2016
Paese: Sudafrica
Giudizio: 2/5

Hazel e il suo tirapiedi elaborano un piano all'apparenza infallibile per arricchirsi nel corso di una notte. Tutto ciò che devono fare è sequestrare la figlia di un milionario e aspettare comodi il riscatto. Non hanno però previsto che la ragazza è posseduta da un demone letale.

"Il più vecchio e completo testo della Bibbia si chiama Codex Vaticanus. Si trova a Roma nella biblioteca del Vaticano. Si dice che questo manoscritto è stato redatto da Dio stesso, non da eruditi o profeti o appartenenti ad altre religioni". Questa possiamo definirla l'ultima chicca tirata fuori per cercare di trovare sprazzi di originalità in un genere che da anni ormai è abbastanza in crisi.
From a house on a Willow Street è un bello specchio per le allodole. Una interessante locandina, un mood che prevede demoni e un home invasion in salsa splatter e infine qualche citazione a caso sistemando qualche accessorio ai classici mostri di turno (le lingue che sembrano tentacoli di un polipo è abbastanza scontato anche se ci piace sempre da vedere come riferimento all'orrore cosmico che noi tutti conosciamo).
Una storia prevedibile, diretta a livello tecnico in ottimo stato con una buona fotografia quasi tutta giocata in interni, un cast che ce la mette tutta e un ritmo che almeno riesce a tenere alto il livello di intrattenimento. Un livello che però si abbassa di livello lentamente, rifugiandosi in territori ormai abusati a dovere, che non sviluppa e caratterizza al meglio i personaggi, spostandosi da Hazel a Katherine senza aver mai chiaro a chi spetta il timone e in più senza avere quell'originalità che pur non trattando un tema nuovo spesso riesce ad essere l'ancora di salvataggio per horror d'esordio come questi.
Un film che tutto sommato divertirà parecchio alcuni affezzionati che come me non hanno magari visto quasi tutti i film di genere. Gli effetti in CGI si superano in alcuni momenti diventando addirittura esagerati come le note musicali pedanti e troppo invasive.
Certo il taglio gore lascia ben sperare così come il cinema di genere e una pellicola che arriva da un paese che non è tanto avvezzo all'horror.



Hounds of Love

Titolo: Hounds of Love
Regia: Ben Young
Anno: 2016
Paese: Australia
Giudizio: 2/5

La diciassettenne Vicki Malonie si imbatte in una coppia di pericolosi maniaci che la rapiscono in una strada di periferia. Osservando le dinamiche del rapporto che lega i suoi torturatori, Vicki capisce presto che, per poter restare viva, dovrà far leva su un possibile punto di rottura tra i due...

Cosa si è costretti a fare per comprare dell'erba. Ben Young è fresco, giovane e alla sua opera prima si immette in un binario che negli ultimi anni piace particolarmente ai registi esordienti vista la parentesi, unica location, quindi una produzione di fatto molto low budget.
Una coppia urbata e diabolica di maniaci sessuali diventa il punto di partenza in annate che vedono perlo più seviziatori, killer seriali, mentre di coppie se ne sono viste poche.
Ambientando la vicenda negli anni '80 Young si ispira a fatti realmente accaduti, anche se non si riferisce a nessun caso di cronaca specifico. Si tratta, più che altro, di una rielaborazione personale del regista a partire dalle testimonianze di alcune donne serial killer rinchiuse in carcere.
Il risultato è altalenante. Sembra che per quanto concerne la psicologia dei personaggi e l'attenzione di Vicki a studiare atttentamente le mosse dei suoi aguzzini il lavoro e l'atmosfera dimostrano un buon tentativo tuttavia non sempre funzionale ma rimanendo traballante in più momenti.
Il climax finale e le violenze (ho apprezzato la scelta di Young di non mostrare mai lo stupro e le violenze facendo soltanto intuire cosa succeda nello stanzino) soprattutto le grida che diventano ad un tratto insopportabili, diventando strumenti abusati e ripetuti ad oltranza.
La storia secondaria della mamma di Vicki che nonostante la rinuncia della polizia continua a portare avanti la ricerca è abbatanza interessante anche se spesso viene lasciata da parte e non sviluppata a dovere (un altro elemento a sfavore e che si piazza verso la fine del seconto atto).

Il momento in cui la madre arriva nel quartiere dove pensa si possa trovare la figlia e la conseguente scenata e una delle scene più belle del film così come la chiusura in cui guardando dallo specchietto retrovisore puoi rimanere piacevolmente stupita.

martedì 16 maggio 2017

Que dios nos perdone

Titolo: Que dios nos perdone
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Madrid, estate 2011. Nel pieno della crisi economica, il movimento 15-M e un milione e mezzo di pellegrini convivono in attesa dell'arrivo del Papa in una città calda, violenta e caotica più che mai. In questo contesto, gli ispettori di polizia Alfaro e Velarde devono trovare quello che sembra essere un serial killer nel più breve tempo possibile e senza far rumore. Una caccia all'uomo che li costringe a fare qualcosa che non avrebbero mai immaginato: pensare e agire come l'assassino.

Sorogoyen arriva al suo terzo film con un'opera ambiziosa destinata a far parlare di sè almeno all'interno dei festival internazionali. Il perchè è molto semplice. Senza stare a ribadire l'ottima condizione del cinema spagnolo attuale questo intrigante thriller poliziesco, un buddy movie sporco e realistico, narra di una vicenda all'interno di una piccola rivoluzione nella città di Madrid.
Il papa e i fedeli, un serial killer che stupra donne anziane dopo averle uccise e delle dinamiche tra i protagonisti affiatate quanto complesse e drammatiche.
Sorogoyen si concentra prima di tutto sui personaggi regalando splendide caratterizzazioni in cui cerca sempre la complessità per denunciare e cercare di far comprendere l'inferno in cui vivono alcune forze dell'ordine e la loro difficoltà ad accettare le regole e stare nei meccanismi.
Tutto questo viene concepito con uno sguardo appunto rivolto alle personalità che conducono la vicenda, i loro stati d'animo, i loro conflitti interni ed esterni e infine un'amore per tanti autori contemporanei cercando di omaggiarli al meglio.
L'opera di Sorogoyen è un thriller che lascia il segno per la cura in ogni dettaglio. Certo la struttura del thriller è abbastanza canonica con un climax d'affetto ma prevedibile. Il valore aggiunto al di là delle fantastiche location e di un cast misuratissimo dove Antonio De La Torre continua il suo periodo d'oro perfettamente equilibrato dal torello Roberto Alamo, un mix di emotività e rabbia inconscia.

Nel film di Sorogoyen tutti hanno l'animo lacerato di chi ha sofferto molto nella vita. Cerca di scontare la pena e redimersi come può cercando di dare la caccia a qualcosa che si pensa peggiore di noi. Il finale cerca di rispondere proprio a questa domanda.

Moka

Titolo: Moka
Regia: Frederic Mermoud
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Diane Kramer ha un'unica ossessione: trovare il conducente della Mercedes color moka che ha investito suo figlio e devastato la sua vita. Con una valigia, pochi soldi e una pistola, si trasferisce a Evian, dove scopre vivere il conducente dell'auto. Ma a volte, la strada della vendetta è molto più tortuosa di quello che sembra... Diane si troverà a fronteggiare un'altra donna, affascinante e misteriosa.

Per mio figlio è un revenge-movie atipico e con una struttura che fa lentamente emergere il disegno insolito che sta dietro questa farsa e questa recita con cui la protagonista crea e distrugge una falsa identità. Mermoud disegna lentamente senza troppi dialoghi soprattutto all'inizio, un dramma che si dipana tra la Francia e la Svizzera in alcune meravigliose location tra Parigi e Losanna che adempiono alla loro funzione di cercare di mettere sempre tutto in ordine quando invece la nostra mente, o meglio quella di Diane, è un groviglio in cui non sembra riuscire a prendere una scelta iniziando un percorso che la porta ad attimi di non-sense, paure e angosce e maschere che la nostra eroina non ha mai avuto e conosciuto e la timidezza nonchè l'inesperienza in queste faccende diventa l'arma a doppio taglio del film tra momenti suoi di inarrestabile ascesa e attimi di puro caso che la devastano.
L'elaborazione del lutto che diventa ossessione per un tema che soprattutto negli ultimi anni sta riscuotendo un certo interesse muovendosi tra thriller, poliziesco, noir dramma e horror.
Mermoud sceglie una narrazione e un punto di vista rigoroso con uno sviluppo naturale che accresce la sua morbosità e cerca di inquadrare quanto può essere dolorosa la morte di un figlio senza conoscerne i carnefici e soprattutto arrivando ad un climax finale disturbante ma in fondo abbastanza scontato. La disperata ricerca della verità e della giustizia della protagonista rivela trappole, paure e un'impossibilità di fondo che la rende impotente e sterile arrivando a comprendere quanto la vendetta risulti impossibile a volte e soprattutto inutile per cercare di tornare ad avere una vita "normale"..

Quello che ad un certo punto lo spettatore si chiede e questo: Diane capirà che tutto quello che sta facendo non ha nessun senso ma rischia di catapultarla in un orrore ancor maggiore?

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


Birth of a Nation

Titolo: Birth of a Nation
Regia: Nate Parker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fin dalla nascita Nat porta sul corpo i segni che, secondo la cultura africana, servono a designare un capo. È il 1909, e Nat vive in una piantagione di cotone in Virginia insieme alla madre e alla nonna, dopo che il padre è dovuto fuggire per aver compiuto un atto di ribellione verso un mercante di schiavi. La proprietaria della piantagione intuisce nel bambino un'intelligenza spiccata e decide di insegnargli a leggere usando come testo la Bibbia. Nat diventerà un predicatore per la comunità degli schiavi della piantagione e gli schiavisti bianchi gli affideranno il compito di predicare l'obbedienza ai sottoposti neri, tenendo a bada ogni loro eventuale velleità di insubordinazione.

Ogni anno l'America ci ricorda qualche scempio del passato tirando fuori qualche scheletro dall'armadio.
Che si parli di rapine culturali (colonizzazione), schiavitù, apartheid, etc, l'America cerca sempre il modo per cercare di pagare i propri debiti mostrando personaggi e leader carismatici di colore.
Quindi soprattutto quando ci sono gli Oscar o il Sundance, alcuni registi, ma di solito l'intenzione è delle produzioni, cercano di creare un film ad effetto perchè commuova gli Academy Awards e faccia fare bella figura al popolo bianco che si interessa delle minoranze afroamericane.
12 ANNI SCHIAVO, MOONLIGHT, LINCOLN, FREE STATE OF JONES, sono tutti esempi (peraltro buoni e validi) impregnati di sentimenti e valori come a cercare di invertire quello spirito reazionario e guerrafondaio che distingue la forza militare più potente del mondo.
Sembra che la buona stella di Parker non abbia brillato molto. Il giovane regista infatti alla sua opera prima riesce a dare prova di un enorme talento e di saper usare e condurre molto bene la regia in un film peraltro complesso e pieno di personaggi e location. Purtroppo proprio alla vigilia dell'uscita nella sale americane ci fu una sorta di inversione di tendenza, con la notizia dell'accusa di stupro commissionata al regista ai tempi dell'università - dalla quale peraltro l'accusato fu prosciolto con regolare processo - sufficiente a provocare la disaffezione del pubblico e soprattutto quella degli addetti ai lavori preoccupati di investire soldi e prestigio su un lungometraggio che per i motivi appena riferiti potrebbe essere escluso dalla corsa agli Oscar. Motivi questi che slegati dal contesto cinematografico, rimangono emblematici per mostrare dal punto di vista mediatico quanto alcune informazioni o notizie possano incidere sulla distribuzione e sul botteghino oltre che i festival.
Vincendo al Sundance, il film sceneggiato dallo stesso Parker cita volontariamente e per diversi motivi il capolavoro di Griffith, il kolossal innovativo ed esplicitamente razzista sul dramma familiare sullo sfondo della Guerra Civile volto a celebrare l'operato del Ku Klux Klan.
In questo caso però pur rifacendosi a quell'immaginario, il film negli intenti ne ribalta polemicamente significato e punto di vista, assegnando a Nate Turner, lo schiavo che si ribella, e trovando nella parola del Cristo la legittimazione della sua vendetta, il compito di risvegliare la coscienza del suo popolo. Ma Parker rincara la dose del suo antagonismo nel momento in cui facendo di Nate il solo e unico depositario del messaggio cristologico (concetto che "The Birh of a Nation" esplicita nella sequenza in cui Nat sfida a colpi di versetti lo spregiudicato e corrotto pastore della contea) attribuisce alla rivolta degli schiavi capeggiati dal protagonista la bandiera del primato spirituale e religioso togliendolo metaforicamente ai membri del Ku Klux Clan del film di Griffith.

Ora agli Oscar ha vinto MOONLIGHT che parla di un viaggio di formazione di un ragazzo di colore gay, questo solo per ribadire, al di là dell'incidente con LA LA LAND, che da questo punto di vista gli Academy perdono il pelo ma non il vizio.

domenica 30 aprile 2017

Nocturama

Titolo: Nocturama
Regia: Bertrand Bonello
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

David, Yacine, Samir, Sabrina, Mika, Sarah, Omar si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d'assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d'Arco, il cuore di un banchiere. Le bombe esplodono, le pistole sparano, la pece brucia, Parigi collassa e loro ripiegano in un grande magazzino. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l'esaltazione in terrore (di morire).

In origine, quando Bertrand Bonello aveva cominciato a scriverlo, nel 2011, il titolo di Nocturama doveva essere "Paris est une fête", che è il titolo francese di "Festa mobile" di Hemingway.
Ma, spiega il regista, "dopo gli attentati del 13/11 a Parigi, quel libro era diventato il simbolo della reazione al terrore, ed era ovvio per me che l'avrei dovuto cambiare. Ero in un negozio di dischi, e mi è saltato agli occhi "Nocturama" di Nick Cave, e ho pensato che fosse perfetto, che portava con sé un che di fantasmatico che ben si legava al contenuto del mio film."
Nocturama è un film controverso e maledetto. Un film che racconta di un gruppo di ragazzi che compiono degli attentati in diversi punti della capitale francese e che poi si rifugiano, in attesa che la situazione si calmi, in un grande magazzino di lusso.
Nocturama passa in sordina alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città. E, nel raccontare la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori, Bonello trova la chiave per descrivere il nichilismo contemporaneo.
I francesi si sà spesso e volentieri sfruttano un tema potentissimo e attuale per farne un po ciò che vogliono mostrando cosa interessa a loro mostrare prendendosi tutte le responsabilità del caso come quello di non essere accettati a Cannes per l'impiego e l'uso del tema all'interno del film.
Diciamolo subito. Nocturama non ha quella forza e quella potenza che ci si aspettava dalla tematica e dalle parole del regista. Affronta in modo realistico e minimale tutto ciò che porta questo manipolo di giovani fino alla loro dolorosa scelta finale. Mostra decadenza contemporanea, la società liquida di Bauman, l'autodistruzione della società capitalistica borghese, prende in riferimento a Bret Easton Ellis il termine ("Glamorama") per sancire lo svuotamento della realtà.
Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza senza giudicare con una totale assenza di moralismi.
Verrebbe da fare un piccolo paragone con il film di Van Sant. In quel caso il micro cosmo analizzato era quello scolastico e le stragi nelle scuole. Qui per alcuni aspetti ciò che spaventa di più non sono i gesti dei ragazzi ma le intenzioni e gli sguardi duri di chi non sembra accettare più compromessi ma si auto determina una giustizia immeritata e una vendetta nei confronti del capitalismo. Se davvero Bonello ha un pregio è proprio quello di affrontare con paura e determinazione un rischio reale che sta sopraggiungendo in Occidente e non solo e che vede sempre più ragazzi soli e senza regole.



Free World

Titolo: Free World
Regia: Jason Lew
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio:

Dopo essere stato rilasciato da un brutale trattenimento in carcere per crimini che non ha commesso, Mo lotta per riadattarsi al mondo esterno. Ben presto, la sua strada incrocia quella di Doris, una misteriosa donna dal violento passato per cui Mo decide di rischiare la sua ritrovata libertà.

Boyd Holbrook. Avete presente l'ultimo cattivo del film di Logan? Ecco l'attore in questo film è una bestia a cui fare attenzione, un misto tra Matthias Schoenaerts in BULLHEAD e Tom Hardy in DROP.
Un animale, il ciclope, come viene definito nel film, che preferisce stare da solo come un animale lontano dagli altri, sdraiato a terra camminando e muovendosi come in una lotta mortale.
Un soldato vichingo che non si fida di nessuno in grado di far paura alla comunità ariana e a quella di colore. L'unico ad essere tenuto in isolamento in carcere per paura che massacri tutti i detenuti.
Ecco uno del genere che torna per redimersi in una città che lo conosce per la fama e ne ha paura non è il massimo, soprattutto quando a mettergli i bastoni tra le ruote ci sono anche le forze dell'ordine e agenti privati che ti danno la caccia per il tuo passato. A fargli venire ancora più ansia ci pensa Elizabeth Moss, vera star dell'indie americano già vista in numerose pellicole inusuali e interessanti, qui di nuovo alle prese con un personaggio border che ha bisogno e ricerca per tutto il film qualcuno che possa darle stabilità e regole.
Questo duo alla Bonnie and Clyde che presto conoscerà anche l'affetto, è la riprova su come alcuni piccoli indie come questo unendo tante piccole forze con alcuni spunti intelligenti e un duo che funziona alla perfezione riesce più di tanti suoi simili.
In questo film la gabbia ha poi un'importanza incredibile. La gabbia dove Mo è sempre stato in isolamento nel carcere. La gabbia dove si trovano i cani. La gabbia dove Doris ha cercato di fuggire dai suoi aguzzini e così via...chi è l'animale in fondo e chi merita di stare davvero in una gabbia?
Alcune scene sono davvero toccanti come l'incontro tra i due proprio davanti alla gabbia del canile dove Mo cerca di dare uno scopo alla sua vita e nell'allucinante viaggio verso una libertà che Mo sa benissimo essere la cosa più importante e distante da lui.
In tutto questo ha fatto una scelta. Affidarsi al Corano...eppure il film ci pensa bene e riflette in modo astuto senza mischiare elementi di taglio estremista e legato al terrorismo, ma scegliendo solo la strada della preghiera, della pulizia e del saluto al profeta. Intenso e delicato.


La la land

Titolo: La la land
Regia: Damien Chazelle
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Los Angeles. Mia sogna di poter recitare ma intanto, mentre passa da un provino all'altro, serve caffè e cappuccini alle star. Sebastian è un musicista jazz che si guadagna da vivere suonando nei piano bar in cui nessuno si interessa a ciò che propone. I due si scontrano e si incontrano fino a quando nasce un rapporto che è cementato anche dalla comune volontà di realizzare i propri sogni e quindi dal sostegno reciproco. Il successo arriverà ma, insieme ad esso, gli ostacoli che porrà sul percorso della loro relazione.

La la land ha incantato le folle, fatto sognare coppie di giovani e adulti lasciando sulla bocca di tutti una melodia da fischiare e un sorriso per un'altra bella storia d'amore. Eppure Chazelle di WHIPLASH fa un altro passo in avanti e non solo regala un finale che lascerà interdetti ma a differenza del film precedente adotta la formula del musical che significa un rischio enorme e una follia di fondo interessante da studiare.
In quasi due ore Gosling e la Stone provano di tutto e ovunque regalandoci performance e siparietti eleganti e pieni di colori e sorrisi. Gli scenari si alternano come in una commedia anni '50 prendendo come nella scena iniziale il tram tram quotidiano spezzato da un balletto in piena autostrada che rimarrà una delle cose più belle del film.
E poi sancisce la forza dell'amore, la fiducia in se stessi, l'altro/a come un pezzo mancante nelle nostre incomunicanti vite. E'un raggio di sole di speranze e buoni sentimenti che seppur scavalcando la realtà in alcune scene rimane ben ancorato coi piedi per terra come nel finale.
Chazelle sembra un insegnante musicale, un coreografo e tante altre cose. E'giovane e bisogna sperare che questo talento e questa carica eversiva non si fermi ma riesca ad essere uno dei motori centrali della sua politica d'autore.