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martedì 16 maggio 2017

Que dios nos perdone

Titolo: Que dios nos perdone
Regia: Rodrigo Sorogoyen
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Madrid, estate 2011. Nel pieno della crisi economica, il movimento 15-M e un milione e mezzo di pellegrini convivono in attesa dell'arrivo del Papa in una città calda, violenta e caotica più che mai. In questo contesto, gli ispettori di polizia Alfaro e Velarde devono trovare quello che sembra essere un serial killer nel più breve tempo possibile e senza far rumore. Una caccia all'uomo che li costringe a fare qualcosa che non avrebbero mai immaginato: pensare e agire come l'assassino.

Sorogoyen arriva al suo terzo film con un'opera ambiziosa destinata a far parlare di sè almeno all'interno dei festival internazionali. Il perchè è molto semplice. Senza stare a ribadire l'ottima condizione del cinema spagnolo attuale questo intrigante thriller poliziesco, un buddy movie sporco e realistico, narra di una vicenda all'interno di una piccola rivoluzione nella città di Madrid.
Il papa e i fedeli, un serial killer che stupra donne anziane dopo averle uccise e delle dinamiche tra i protagonisti affiatate quanto complesse e drammatiche.
Sorogoyen si concentra prima di tutto sui personaggi regalando splendide caratterizzazioni in cui cerca sempre la complessità per denunciare e cercare di far comprendere l'inferno in cui vivono alcune forze dell'ordine e la loro difficoltà ad accettare le regole e stare nei meccanismi.
Tutto questo viene concepito con uno sguardo appunto rivolto alle personalità che conducono la vicenda, i loro stati d'animo, i loro conflitti interni ed esterni e infine un'amore per tanti autori contemporanei cercando di omaggiarli al meglio.
L'opera di Sorogoyen è un thriller che lascia il segno per la cura in ogni dettaglio. Certo la struttura del thriller è abbastanza canonica con un climax d'affetto ma prevedibile. Il valore aggiunto al di là delle fantastiche location e di un cast misuratissimo dove Antonio De La Torre continua il suo periodo d'oro perfettamente equilibrato dal torello Roberto Alamo, un mix di emotività e rabbia inconscia.

Nel film di Sorogoyen tutti hanno l'animo lacerato di chi ha sofferto molto nella vita. Cerca di scontare la pena e redimersi come può cercando di dare la caccia a qualcosa che si pensa peggiore di noi. Il finale cerca di rispondere proprio a questa domanda.

Moka

Titolo: Moka
Regia: Frederic Mermoud
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Diane Kramer ha un'unica ossessione: trovare il conducente della Mercedes color moka che ha investito suo figlio e devastato la sua vita. Con una valigia, pochi soldi e una pistola, si trasferisce a Evian, dove scopre vivere il conducente dell'auto. Ma a volte, la strada della vendetta è molto più tortuosa di quello che sembra... Diane si troverà a fronteggiare un'altra donna, affascinante e misteriosa.

Per mio figlio è un revenge-movie atipico e con una struttura che fa lentamente emergere il disegno insolito che sta dietro questa farsa e questa recita con cui la protagonista crea e distrugge una falsa identità. Mermoud disegna lentamente senza troppi dialoghi soprattutto all'inizio, un dramma che si dipana tra la Francia e la Svizzera in alcune meravigliose location tra Parigi e Losanna che adempiono alla loro funzione di cercare di mettere sempre tutto in ordine quando invece la nostra mente, o meglio quella di Diane, è un groviglio in cui non sembra riuscire a prendere una scelta iniziando un percorso che la porta ad attimi di non-sense, paure e angosce e maschere che la nostra eroina non ha mai avuto e conosciuto e la timidezza nonchè l'inesperienza in queste faccende diventa l'arma a doppio taglio del film tra momenti suoi di inarrestabile ascesa e attimi di puro caso che la devastano.
L'elaborazione del lutto che diventa ossessione per un tema che soprattutto negli ultimi anni sta riscuotendo un certo interesse muovendosi tra thriller, poliziesco, noir dramma e horror.
Mermoud sceglie una narrazione e un punto di vista rigoroso con uno sviluppo naturale che accresce la sua morbosità e cerca di inquadrare quanto può essere dolorosa la morte di un figlio senza conoscerne i carnefici e soprattutto arrivando ad un climax finale disturbante ma in fondo abbastanza scontato. La disperata ricerca della verità e della giustizia della protagonista rivela trappole, paure e un'impossibilità di fondo che la rende impotente e sterile arrivando a comprendere quanto la vendetta risulti impossibile a volte e soprattutto inutile per cercare di tornare ad avere una vita "normale"..

Quello che ad un certo punto lo spettatore si chiede e questo: Diane capirà che tutto quello che sta facendo non ha nessun senso ma rischia di catapultarla in un orrore ancor maggiore?

Più forte del mondo

Titolo: Più forte del mondo
Regia: Alfonso Poyart
Anno: 2016
Paese: Brasile
Giudizio: 3/5

La storia del lottatore José Aldo, che mentre mira a diventare campione di arti marziali deve affrontare i propri demoni dovuti a un'infanzia difficile.

Mais Forte que o Mundo è un film drammatico, biografico e solo alla fine un film sulle arti marziali, le cosiddette Mma che negli ultimi anni stanno portando diversi prodotti nelle sale e un certo fascino da parte dei fan che possono ammirare i combattimenti senza esclusione di colpi nella gabbia. La prima impressione guardando il film è di una certa confusione nell'arco in cui si concentra la vicenda mostrando uno spaccato di vita di Aldo ma senza rifletterne e coglierne alcune battute soprattutto per quanto concerne alcune sue vicende personali. E'un film di formazione ma anche di redenzione e di riscatto in un paese in cui è difficilissimo emergere soprattutto nelle discipline marziali.
Prima di passare però al Brazilian Jiu-Jitsu e poi al Vale tudo, Poyart disegna la storia della vita del lottatore diviso tra speranze e una sua missione personale che ne segna obbiettivi e intenti del personaggio motivato e condizionato a portare a termine il suo piano.
La prima parte mostra delle location bellissime portandoci dentro i villaggi e facendoci ballare con l'atmosfera di festa che sembra in molti momenti condizionare la vita dei personaggi e di una prima parte del film appunto più legata all'ambiente e meno agli spazi asettici e i ring dove avverranno gli incontri.
Poyart sembra cercare di mostrare le paure e i compromessi proprio nel momento in cui Josè Aldo sale sul ring e decide di essere il numero uno senza abbassare mai lo sguardo diventando un'animale nel vero senso della parola pur finendo la sua carriera appunto in una mission educativa e di redenzione che sembra spesso una vicenda nota per alcuni lottatori o sportivi particolarmente talentuosi.
I combattimenti sono girati bene senza avere quei guizzi di regia che gli Stati Uniti e l'Oriente ormai padroneggia con una rigorosa e straordinaria messa in scena.

E'una storia che ancora una volta ci racconta il difficile percorso di un giovane ragazzino delle favelas con un sogno nel cassetto, una famiglia povera e tanta voglia di essere il numero uno.  

lunedì 1 maggio 2017

Seoul Station

Titolo: Seoul Station
Regia: Yeon Sang-Ho
Anno: 2016
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Stazione centrale di Seul, dopo il tramonto: vediamo un anziano senzatetto, uno dei tanti, divorarne un altro. Presto le strade lì attorno si riempiono di folli come lui. Hye-sun, una ragazza scappata di casa, rompe col fidanzato che la obbligava a prostituirsi. Abbandonato lo scalcagnato motel dove abitavano nei pressi della stazione rimane coinvolta come testimone negli attacchi nei confronti di altre persone. Gli assaliti divengono a loro volta assalitori, così che il loro numero aumenta esponenzialmente. Il governo isola tutta l'area. La gente scappa, ma non c'è nessun posto dove trovare rifugio...

Seoul Station è il prequel di Train to Busan ambientato nel centro di Seoul la sera prima degli eventi. Di entrambi, il regista è Sang-ho Yeon, autore principalmente di film d’animazione tra cui KINGS OF PIGS brutale dramma a tema politico che mostrava una società infantile violenta strutturata per classi sociali e sopravvivenza del più forte.
A differenza del successivo lungometraggio qui la vicenda si concentra su due storie principali e se vogliamo due prospettive diverse dove analizzare la vicenda.
La trama si svolge su due piani, uno “privato” e uno “politico”: il piano “privato” riguarda una ragazza che deve incontrare, nella Seoul invasa dagli zombie, il fidanzato con cui ha litigato e il padre che non vede da anni; quello “politico” riguarda la maniera in cui gli infetti cominciano a diffondersi e la maniera con la quale polizia ed esercito intendono risolvere il problema
Per tutta la durata del lungo l'azione riesce ad essere in prima linea senza fare in modo che la storia e alcuni dialoghi diventino troppo macchinosi come nella parte privata di Hye-sun.
Le creature che ricordano e omaggiano gli zombie della tradizione romeriana ma anche quella post contemporanea di ultima generazione sono fatti in una c.g soddisfacente anche se non siamo ai livelli dell'animazione nipponica. Proprio i riferimenti a Romero sono i principali debitori a partire dalla struttura e confezione del prodotto che è praticamente uguale a LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI. Anche in questo caso il regista coreano punta su una nota d'intenti che in fondo rispecchia senza troppa originalità contando che è la metafora sul genere il concetto già abbondantemente veicolato da George Romero: il vero pericolo non arriva dagli zombie, ma dagli uomini.


Birth of a Nation

Titolo: Birth of a Nation
Regia: Nate Parker
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Fin dalla nascita Nat porta sul corpo i segni che, secondo la cultura africana, servono a designare un capo. È il 1909, e Nat vive in una piantagione di cotone in Virginia insieme alla madre e alla nonna, dopo che il padre è dovuto fuggire per aver compiuto un atto di ribellione verso un mercante di schiavi. La proprietaria della piantagione intuisce nel bambino un'intelligenza spiccata e decide di insegnargli a leggere usando come testo la Bibbia. Nat diventerà un predicatore per la comunità degli schiavi della piantagione e gli schiavisti bianchi gli affideranno il compito di predicare l'obbedienza ai sottoposti neri, tenendo a bada ogni loro eventuale velleità di insubordinazione.

Ogni anno l'America ci ricorda qualche scempio del passato tirando fuori qualche scheletro dall'armadio.
Che si parli di rapine culturali (colonizzazione), schiavitù, apartheid, etc, l'America cerca sempre il modo per cercare di pagare i propri debiti mostrando personaggi e leader carismatici di colore.
Quindi soprattutto quando ci sono gli Oscar o il Sundance, alcuni registi, ma di solito l'intenzione è delle produzioni, cercano di creare un film ad effetto perchè commuova gli Academy Awards e faccia fare bella figura al popolo bianco che si interessa delle minoranze afroamericane.
12 ANNI SCHIAVO, MOONLIGHT, LINCOLN, FREE STATE OF JONES, sono tutti esempi (peraltro buoni e validi) impregnati di sentimenti e valori come a cercare di invertire quello spirito reazionario e guerrafondaio che distingue la forza militare più potente del mondo.
Sembra che la buona stella di Parker non abbia brillato molto. Il giovane regista infatti alla sua opera prima riesce a dare prova di un enorme talento e di saper usare e condurre molto bene la regia in un film peraltro complesso e pieno di personaggi e location. Purtroppo proprio alla vigilia dell'uscita nella sale americane ci fu una sorta di inversione di tendenza, con la notizia dell'accusa di stupro commissionata al regista ai tempi dell'università - dalla quale peraltro l'accusato fu prosciolto con regolare processo - sufficiente a provocare la disaffezione del pubblico e soprattutto quella degli addetti ai lavori preoccupati di investire soldi e prestigio su un lungometraggio che per i motivi appena riferiti potrebbe essere escluso dalla corsa agli Oscar. Motivi questi che slegati dal contesto cinematografico, rimangono emblematici per mostrare dal punto di vista mediatico quanto alcune informazioni o notizie possano incidere sulla distribuzione e sul botteghino oltre che i festival.
Vincendo al Sundance, il film sceneggiato dallo stesso Parker cita volontariamente e per diversi motivi il capolavoro di Griffith, il kolossal innovativo ed esplicitamente razzista sul dramma familiare sullo sfondo della Guerra Civile volto a celebrare l'operato del Ku Klux Klan.
In questo caso però pur rifacendosi a quell'immaginario, il film negli intenti ne ribalta polemicamente significato e punto di vista, assegnando a Nate Turner, lo schiavo che si ribella, e trovando nella parola del Cristo la legittimazione della sua vendetta, il compito di risvegliare la coscienza del suo popolo. Ma Parker rincara la dose del suo antagonismo nel momento in cui facendo di Nate il solo e unico depositario del messaggio cristologico (concetto che "The Birh of a Nation" esplicita nella sequenza in cui Nat sfida a colpi di versetti lo spregiudicato e corrotto pastore della contea) attribuisce alla rivolta degli schiavi capeggiati dal protagonista la bandiera del primato spirituale e religioso togliendolo metaforicamente ai membri del Ku Klux Clan del film di Griffith.

Ora agli Oscar ha vinto MOONLIGHT che parla di un viaggio di formazione di un ragazzo di colore gay, questo solo per ribadire, al di là dell'incidente con LA LA LAND, che da questo punto di vista gli Academy perdono il pelo ma non il vizio.

domenica 30 aprile 2017

Nocturama

Titolo: Nocturama
Regia: Bertrand Bonello
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

David, Yacine, Samir, Sabrina, Mika, Sarah, Omar si muovono come stregati lungo le strade di Parigi, attraverso i suoi quartieri, dentro la metropolitana. Muti, determinati, sguardi fissi, espressioni vaghe, gesti (ir)razionali, segnali di intesa, risposte criptiche ai cellulari, tutto li suggerisce agiti da un progetto comune. Figli di papà, figlie delle banlieue, studenti, disoccupati, precari, neri, arabi e bianchi, sono un reparto d'assalto improvvisato che deflagra Parigi. Alla stessa ora, in siti diversi: un grattacielo de La Défense, un ministero, alcune vetture parcheggiate davanti alla Borsa di Parigi, la statua di Giovanna d'Arco, il cuore di un banchiere. Le bombe esplodono, le pistole sparano, la pece brucia, Parigi collassa e loro ripiegano in un grande magazzino. Mentre fuori è il panico e la città si perde in congetture, dentro i terroristi attendono, esaltati dalla distruzione. Ma è questione di tempo, il tempo che ci vuole per convertire l'esaltazione in terrore (di morire).

In origine, quando Bertrand Bonello aveva cominciato a scriverlo, nel 2011, il titolo di Nocturama doveva essere "Paris est une fête", che è il titolo francese di "Festa mobile" di Hemingway.
Ma, spiega il regista, "dopo gli attentati del 13/11 a Parigi, quel libro era diventato il simbolo della reazione al terrore, ed era ovvio per me che l'avrei dovuto cambiare. Ero in un negozio di dischi, e mi è saltato agli occhi "Nocturama" di Nick Cave, e ho pensato che fosse perfetto, che portava con sé un che di fantasmatico che ben si legava al contenuto del mio film."
Nocturama è un film controverso e maledetto. Un film che racconta di un gruppo di ragazzi che compiono degli attentati in diversi punti della capitale francese e che poi si rifugiano, in attesa che la situazione si calmi, in un grande magazzino di lusso.
Nocturama passa in sordina alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Alice nella Città. E, nel raccontare la vicenda di un gruppo di giovanissimi attentatori, Bonello trova la chiave per descrivere il nichilismo contemporaneo.
I francesi si sà spesso e volentieri sfruttano un tema potentissimo e attuale per farne un po ciò che vogliono mostrando cosa interessa a loro mostrare prendendosi tutte le responsabilità del caso come quello di non essere accettati a Cannes per l'impiego e l'uso del tema all'interno del film.
Diciamolo subito. Nocturama non ha quella forza e quella potenza che ci si aspettava dalla tematica e dalle parole del regista. Affronta in modo realistico e minimale tutto ciò che porta questo manipolo di giovani fino alla loro dolorosa scelta finale. Mostra decadenza contemporanea, la società liquida di Bauman, l'autodistruzione della società capitalistica borghese, prende in riferimento a Bret Easton Ellis il termine ("Glamorama") per sancire lo svuotamento della realtà.
Tagliato in due e articolato in due momenti, di cui il secondo prolunga e chiarisce le intenzioni del primo, Nocturama è una sinfonia funebre che 'suona' il giudizio senza appello di giovani disperati sul mondo che li attende, o piuttosto che non li attende più. Cellula di ragazzi venuti da orizzonti diversi che convergono in un'unica rete (metropolitana) come tonni alla mattanza senza giudicare con una totale assenza di moralismi.
Verrebbe da fare un piccolo paragone con il film di Van Sant. In quel caso il micro cosmo analizzato era quello scolastico e le stragi nelle scuole. Qui per alcuni aspetti ciò che spaventa di più non sono i gesti dei ragazzi ma le intenzioni e gli sguardi duri di chi non sembra accettare più compromessi ma si auto determina una giustizia immeritata e una vendetta nei confronti del capitalismo. Se davvero Bonello ha un pregio è proprio quello di affrontare con paura e determinazione un rischio reale che sta sopraggiungendo in Occidente e non solo e che vede sempre più ragazzi soli e senza regole.



Free World

Titolo: Free World
Regia: Jason Lew
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio:

Dopo essere stato rilasciato da un brutale trattenimento in carcere per crimini che non ha commesso, Mo lotta per riadattarsi al mondo esterno. Ben presto, la sua strada incrocia quella di Doris, una misteriosa donna dal violento passato per cui Mo decide di rischiare la sua ritrovata libertà.

Boyd Holbrook. Avete presente l'ultimo cattivo del film di Logan? Ecco l'attore in questo film è una bestia a cui fare attenzione, un misto tra Matthias Schoenaerts in BULLHEAD e Tom Hardy in DROP.
Un animale, il ciclope, come viene definito nel film, che preferisce stare da solo come un animale lontano dagli altri, sdraiato a terra camminando e muovendosi come in una lotta mortale.
Un soldato vichingo che non si fida di nessuno in grado di far paura alla comunità ariana e a quella di colore. L'unico ad essere tenuto in isolamento in carcere per paura che massacri tutti i detenuti.
Ecco uno del genere che torna per redimersi in una città che lo conosce per la fama e ne ha paura non è il massimo, soprattutto quando a mettergli i bastoni tra le ruote ci sono anche le forze dell'ordine e agenti privati che ti danno la caccia per il tuo passato. A fargli venire ancora più ansia ci pensa Elizabeth Moss, vera star dell'indie americano già vista in numerose pellicole inusuali e interessanti, qui di nuovo alle prese con un personaggio border che ha bisogno e ricerca per tutto il film qualcuno che possa darle stabilità e regole.
Questo duo alla Bonnie and Clyde che presto conoscerà anche l'affetto, è la riprova su come alcuni piccoli indie come questo unendo tante piccole forze con alcuni spunti intelligenti e un duo che funziona alla perfezione riesce più di tanti suoi simili.
In questo film la gabbia ha poi un'importanza incredibile. La gabbia dove Mo è sempre stato in isolamento nel carcere. La gabbia dove si trovano i cani. La gabbia dove Doris ha cercato di fuggire dai suoi aguzzini e così via...chi è l'animale in fondo e chi merita di stare davvero in una gabbia?
Alcune scene sono davvero toccanti come l'incontro tra i due proprio davanti alla gabbia del canile dove Mo cerca di dare uno scopo alla sua vita e nell'allucinante viaggio verso una libertà che Mo sa benissimo essere la cosa più importante e distante da lui.
In tutto questo ha fatto una scelta. Affidarsi al Corano...eppure il film ci pensa bene e riflette in modo astuto senza mischiare elementi di taglio estremista e legato al terrorismo, ma scegliendo solo la strada della preghiera, della pulizia e del saluto al profeta. Intenso e delicato.


La la land

Titolo: La la land
Regia: Damien Chazelle
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Los Angeles. Mia sogna di poter recitare ma intanto, mentre passa da un provino all'altro, serve caffè e cappuccini alle star. Sebastian è un musicista jazz che si guadagna da vivere suonando nei piano bar in cui nessuno si interessa a ciò che propone. I due si scontrano e si incontrano fino a quando nasce un rapporto che è cementato anche dalla comune volontà di realizzare i propri sogni e quindi dal sostegno reciproco. Il successo arriverà ma, insieme ad esso, gli ostacoli che porrà sul percorso della loro relazione.

La la land ha incantato le folle, fatto sognare coppie di giovani e adulti lasciando sulla bocca di tutti una melodia da fischiare e un sorriso per un'altra bella storia d'amore. Eppure Chazelle di WHIPLASH fa un altro passo in avanti e non solo regala un finale che lascerà interdetti ma a differenza del film precedente adotta la formula del musical che significa un rischio enorme e una follia di fondo interessante da studiare.
In quasi due ore Gosling e la Stone provano di tutto e ovunque regalandoci performance e siparietti eleganti e pieni di colori e sorrisi. Gli scenari si alternano come in una commedia anni '50 prendendo come nella scena iniziale il tram tram quotidiano spezzato da un balletto in piena autostrada che rimarrà una delle cose più belle del film.
E poi sancisce la forza dell'amore, la fiducia in se stessi, l'altro/a come un pezzo mancante nelle nostre incomunicanti vite. E'un raggio di sole di speranze e buoni sentimenti che seppur scavalcando la realtà in alcune scene rimane ben ancorato coi piedi per terra come nel finale.
Chazelle sembra un insegnante musicale, un coreografo e tante altre cose. E'giovane e bisogna sperare che questo talento e questa carica eversiva non si fermi ma riesca ad essere uno dei motori centrali della sua politica d'autore.



Trash Fire

Titolo: Trash Fire
Regia: Richard Bates Jr.
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Dopo una serie di circostanze impreviste Owen deve affrontare il suo passato. Lui e la sua ragazza Isabel, rimangono così impigliati in una terrificante rete di bugie, inganni e omicidi.

Trash Fire fa parte di quell'universo non propriamente horror, di film indipendenti fino al midollo e in grado di non raccontare quasi niente per tutto il film (ma facendolo molto bene).
Bates Jr. ci mostra tre scene davvero potenti (quella finale da grand guignol macabro e violento) e una fellatio che sembra dire "ora faccio qualcosa che non vuol dire nulla ma il pubblico sicuramente saprà trovare simbologie strane e riferimenti che non esistono".
Ora recensire Trash fire è difficile ancora più per il primo esordio del regista, il sanguinolento EXCISION che ho amato molto come una sorta di fratello minore di NEON DEMON solo per alcuni elementi.
Qui la trama come nel precedente film, raggiunge culmini di follia. Le psicosi, le patologie, le sindromi, i rapporti di coppia, la monotonia soprattutto nei rapporti di coppia e la perdita della dignità sono i temi e i caratteri prevalenti.
Un film che non avanza mai, sempre sull'orlo dell'esplosione per farci catapultare sempre nei maltrattamenti psicologici e le frustrazioni di questa giovane coppia di casi sociali.
Il finale non risparmia nulla facendo un salto nel vuoto e mettendo tutta la cattiveria che Bates aveva cercato di risparmiare nei primi due atti. Un climax finale tra i più malati degli ultimi anni con alcuni rallenty e un uso del montaggio preciso e funzionale.
Questo regista è folle e malato. Bisogna tenerlo d'occhio e sperare che abbia sempre la libertà di fare ciò che vuole.
Trash Fire non vuole esagerare come nel precedente EXCISION ma fa un lavoro minimale e lento sui personaggi interessandosi a mostrare tutte quelle paure e quei non detti che nei rapporti di coppia a volte raggiungono livelli patologici assoluti.
La scena della crisi epilettica durante l'amplesso è epica.




Morgan

Titolo: Morgan
Regia: Luke Scott
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La dottoressa Kathy Grieff, dopo averle detto di non essere riuscita a convincerli a farla uscire, viene aggredita da Morgan, una ragazza rinchiusa in una camera di sicurezza: solo l'intervento di altri medici interrompe l'assalto. L'esperta in valutazione dei rischi Lee Weathers è incaricata dalla società proprietaria dello stabilimento dove è rinchiusa Morgan di recarsi in loco e valutare la situazione. Morgan, infatti, è stata creata artificialmente a partire da DNA sintetico e sta crescendo rapidamente: ha cinque anni eppure è già grande. Solo che sta anche sviluppando emozioni. Giunta sul posto, Lee esamina un filmato dell'aggressione. Morgan è seguita da sempre da Amy Menser, una specialista che si occupa del suo comportamento. Altri componenti del team di ricerca sono il dottor Simon Ziegler e il nutrizionista Skip Vronsky: compito di Lee è verificare che tutto sia stato svolto come da programma e che nessuno abbia commesso errori. Naturalmente, Lee parla anche con Kathy, in cura dopo l'aggressione. Kathy si sente in colpa, pensa di aver provocato Morgan, senza volerlo. Lee, fredda e professionale, non apprezza che una "cosa" come Morgan venga così personalizzata. Ziegler spiega a Lee che Morgan è stata creata dopo vari fallimenti: è convinto che anche quel terribile incidente possa insegnare qualcosa per far proseguire il progetto nella giusta direzione. Lee incontra anche Morgan che esprime dispiacere per aver ferito Kathy. Il giro d'orizzonte di Lee comprende anche la dottoressa Lui Cheng, parte importante del progetto. Mentre Lee cerca di capire cosa è giusto fare, l'intreccio delle personalità attorno a Morgan si fa più inquieto. Non senza conseguenze.

Chi è la protagonista di Morgan? Ogni tanto è bene chiederselo. E' lei? O la dottoressa Grieff? O forse entrambe o meglio nessuna.
Morgan è un film sci-fi con elementi distopici e un tema che negli ultimi anni sta producendo una pellicola dopo l'altra. I riferimenti e le similitudini maggiori mi vengono per il bellissimo HANNA di Joe Wright, a differenza delle altre centinaia di film usciti negli ultimi anni, un film complesso e con una resa degli intenti più chiara e precisa.
Morgan parte benissimo, riesce a inquadrare un cast ottimo fino a quando Scott e sceneggiatori non devono decidere se far diventare Morgan una macchina da guerra oppure renderla obbediente e inoffensiva. La solita scelta sul destino, sulla vita e la morte tra macchina e umano non risparmia alcuni dialoghi macchinosi e forse un po telefonati. Riesce però, nonostante non abbia fatto quel salto che ci si poteva aspettare in termini di originalità, a non essere melenso soprattutto nel finale come ci si poteva aspettare e in cui invece Scott affonda il coltello.
Tra le cose meno belle, non posso esimermi dall'aver trovato forzatissimo e inutile lo scontro cat-fight tra Morgan e la dottoressa, contando che la seconda è una macchina fuori dal comune.
Lo scontro non solo non ha senso di esistere ma di certo il finale non può che prevedere una sola vincitrice.
Scott comunque dimostra di avere i mezzi e la tecnica per girare bene, infatti paesaggi, ritmo, atmosfera e fotografia raggiungono dei livelli molto alti a parte ovviamente gli interpreti.

Bisogna solo che punti per il prossimo film su un impianto narrativo meno stucchevole e kitch per rinforzare invece uno schema più originale e fedele alle regole di genere.

martedì 25 aprile 2017

Void

Titolo: Void
Regia: Jeremy Gillespie
Anno: 2016
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Nel bel mezzo di un giro di controllo di routine, l'ufficiale Daniel Carter si imbatte in una misteriosa figura intrisa di sangue in un tratto di strada deserto. Subito accompagna il giovane nel vicino ospedale, scoprendo che qui gran parte dei pazienti e del personale sta trasformandosi in creature ultraterrene. In poco tempo, i due si uniscono con altri due cacciatori, alla ricerca del responsabile di tutto. Ha inizio così per Carter un viaggio infernale nei sotterranei dell'ospedale in un disperato tentativo di porre fine a quell'incubo prima che sia troppo tardi.

The Void è un film horror maledettamente affascinante riuscito però solo a metà. Un omaggio al cinema sci-fi degli anni '70 e '80 condito da formidabili scene splatter e dal retrogusto "grindhouse".
Un film che scorre su più binari, mettendo in scena diversi personaggi, tutti in un'unica location, mischiando i generi e concentrandosi sulla spettacolarità e la suggestività delle immagini come accadeva per BASKIN.
Entrambi hanno l'unica pecca di trovare una narrazione troppo macchinosa, in cui peraltro lo spettatore non si concentra e non si appassiona più di tanto per lasciarsi cullare dalle straordinarie creature e dal body horror che come in questo caso confeziona creature e tentacoli a gogò per dare luce ad un rituale che raggiunge il culmine in un'orgia gore devastante come capitava per il film di Evrenol.
Debitori di CABAL, HELLRAISER, LA COSA, BASKIN, BROOD, LOVECRAFT, ...E TU VIVRAI NEL TERRORE! L'ALDILA' e tutta una cosmologia fantascientifica suggestiva quanto apocalittica legata all'orrore cosmico.
The Void è stato scritto e diretto da Jeremy Gillespie e Steven Kostanski, entrambi membri del collettivo canadese Astron 6, fondato nel 2007 dallo stesso Gillespie insieme ad Adam Brooks. Astron 6 ci ha regalato una serie di pellicole che mischiano horror e humor impiegando toni sopra le righe: fra i titoli sfornati da questa compagnia di produzione voglio ricordare almeno EDITOR, FATHER'S DAY ed'è stato prodotto da Cave Painting Pictures, una compagnia da portfolio pressoché inesistente, e JoBro Productions & Film Finance, che ha invece all’attivo alcuni titoli riguardanti il genere horror: CALLING, EXTRATERRESTRIAL e THE WITCH.
Cominciando in media res, Gillespie non perde molto tempo con le caratterizzazioni spingendo già l'acceleratore e inserendo il tema della gravidanza e delle nascite come concime per la trama.
L'assedio iniziale, il finale suggestivo, gli omaggi che rimangono scollegati lasciando sempre di più da parte l'originalità per puntare su scelte di fatto funzionali ma un pò ridondanti, sono solo alcuni degli ingredienti sfruttati nell'impianto narrativo.
Come esperimento esoterico rimane comunque un gioiellino da ammirare per tutti i fan del genere.


Contratiempo

Titolo: Contratiempo
Regia: Oriol Paulo
Anno: 2016
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l'avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. L'emergere di un nuovo testimone che lo accusa mette però a repentaglio la strategia individuata.

Ormai la filmografia spagnola negli ultimi anni ha raggiunto livelli altissimi di qualità e intenzioni. Dopo aver dato luce ad un poker di polar davvero convincenti, ci spostiamo su un thriller che sembra cervellotico e macchinoso solo in partenza per arrivare ad un climax finale che non si vedeva da tempo per come Oriol, dopo il già convincente EL CUERPO, riesce a omaggiare alcune divinità dell'olimpo cinematografico come Hitchcock. Tutto il film è costruito su una sceneggiatura che nella prima parte assomiglia a quella di un noir ma che si evolve come un thriller, riuscendo nel difficile compito di affidarsi forse troppo ai dialoghi ma rendendoli sempre carichi e pronti ad esplodere con un ritmo e un'intensità sempre bilanciati e messi in risalto da un'attenta colonna sonora capace di rendere misteriosa ancor più la sequenza di immagini.
E'proprio la trama a stordire continuamente lo spettatore, prendendosi gioco rileggendo spesso gli stessi fatti secondo prospettive diverse. Si vede che questo giovane regista classe 1975, a parte amare i classici e citarli, è appassionato di storie contorte cercando sempre di sconvolgere la psiche dello spettatore.
Straordinari gli attori tra cui un onnipresente Mario Casas, il nuovo Tom Hardy spagnolo per fascino, classe e talento.


In Dubious Battle

Titolo: In Dubious Battle
Regia: James Franco
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

È il 1933 e le conseguenze della Grande Depressione si fanno ancora sentire. London è uno dei tanti lavoratori che ha speso tutto quel che aveva per raggiungere un campo di mele, insieme alla figlia e alla nuora incinta. Al suo arrivo, però, il padrone della terra dimezza il salario concordato, da due dollari ad un dollaro al giorno, una cifra che rende la vita impossibile. Mac e il nuovo arrivato Jim sono attivisti del partito (marxista-leninista), pronti ad infiltrarsi tra i raccoglitori per convincerli a scioperare e a rifiutare l'assenza di diritti e i soprusi che stanno subendo. Mac, in particolare, sembra disposto a tutto per la causa in cui crede, anche a dare una spinta agli eventi, se necessario.

McCarty, Faulkner e ora Steinbeck. Ok diciamolo. A Franco piace interpretare ruoli divertenti ed esagerati mentre invece dietro la macchina da presa cerca di fare la persona seria.
Il suo ultimo film è stato accolto diciamo bene da quasi tutta la critica, adorato come se finalmente il poliedrico artista americano sia cresciuto da un momento all'altro mettendo la testa a posto.
E'ovvio che facendo migliaia di progetti contemporaneamente non tutto può venirgli bene e ultimamente anche come attore ha avuto dei colpi bassi mica da ridere (una serie nutrita di film di serie b) per non parlare poi del Franco sceneggiatore.
A parte tutto questo io ho profonda stima per James Franco. E'la mia star gay di Hollywood preferita.
Ecco In Dubious Battle era il film che aspettavo dal momento che avendo visto tutti i film dell'artista e avendoli trovati bene o male tutti abbastanza convincenti non pensavo che il passo falso arrivasse proprio dalla realizzazione del romanzo "La Battaglia" dove fondamentalmente viene mostrato lo sciopero e la rivolta dei contadini nei confronti dei loro padroni.
Il cast è stellare ma quando in un film non si riesce a far brillare un talento come quello di Vincent D'Onofrio vuol dire che qualcosa è andato storto soprattutto se il grande caratterista riesce a dare una prova più convincente in un film inutile e commerciale come i MAGNIFICI SETTE.
Franco attore, sicuramente riesce a far meglio che non l'autistico come nel film precedente ma nomi come Cranston, Shepard, Savage e Duvall sono davvero sprecati mentre Harris riesce bene in un piccolo ruolo decisamente commovente.
L'aggettivo che forse definisce meglio le ultime gesta di Franco è melenso.

Il film non regge, troppe ripetizioni, momenti vuoti, dialoghi che spesso non sono funzionali alla narrazione e una monotonia di fondo che non sembra cogliere l'atmosfera vissuta da questi umili e onesti contadini.

martedì 11 aprile 2017

Hunt for the Wilderpeople

Titolo: Hunt for the Wilderpeople
Regia: Taika Waititi
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Ricky, un ragazzino di città, viene dato in affido a una famiglia di campagna della Nuova Zelanda. Si sente subito a casa con la nuova famiglia affidataria: la zia Bella, l'irascibile zio Hec e il cane Tupac. A seguito di un drammatico avvenimento, Ricky rischia di essere spedito in un'altra casa. Ciò spingerà il ragazzino ed Hec a fuggire nei boschi. Con la caccia all'uomo che ne consegue, i due sono costretti a mettere da parte le loro divergenze e a collaborare per sopravvivere.

Taika Waititi è davvero divertente. Al Torino Film Festival vidi per la prima volta WHAT WE DO IN THE SHADOW e rimasi sorpreso da come questo eclettico attore, sceneggiatore e regista, fosse riuscito a far ridere così tanto e sorprendere continuamente sfruttando un tema abusatissimo come quello dei vampiri tra l'altro in un mockumentary.
In questo caso si ritaglia un ruolo da figurante e si concentra sulla regia mostrando come sempre le bellezze naturali della Nuova Zelanda.
C'è tanto Twain in questo film per quanto concerne la letteratura di riferimento quanto una voglia di riscoprire i meccanismi classici dei film d'avventura con il tema sempre presente del viaggio dell'eroe e del percorso di iniziazione del ragazzino.
E poi di che attori stiamo parlando. Sam Neil è un fuoriclasse che non ha bisogno di presentazioni mentre il piccolo Julian Dennison come tanti bambini della sua età ci fa comprendere immediatamente come i digital natives adorino stare di fronte agli schermi e alle telecamere.
Un viaggio alla ricerca di se stessi, superando la solitudine dell'abbandono (moglie dello zio Hec), e misurando le forze aiutandosi reciprocamente in uno scontro tra civiltà e cambi generazionali.
Il tutto impreziosito da una curatissima colonna sonora che riesce a enfatizzare e dare ancora più significato ad alcune scene davvero intense ed empaticamente memorabili.
Il tema ormai sempre più presente e attuale di questi giovani allo sbaraglio senza famiglie o con pezzi di famiglia sparsi da qualche parte, abituati sin dalla più tenera età a spostarsi continuamente da una località all'altra senza mai lasciare radici è qualcosa di davvero angosciante.
In questo caso Waititi è abile nel cercare di non concentrarsi su questo problema caricandolo con una vena grottesca come l'assistente sociale governativa che vuole stanare il giovane e lo zio.

Infine Hunt risulta un film politicamente scorretto, denso di situazioni demenziali e citazioni nerd tra omaggio e sberleffo, ma anche una sorta di critica o forse analisi che Waititi vuole fare sulla società neozelandese in cui l'assenza di padri e un problema serio e reale.

Love Witch

Titolo: Love Witch
Regia: Anna Biller
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

La seducente strega Elaine ammalia gli uomini, li attira con il suo corpo perfetto e riesce così a fargli bere un magico intruglio. Dopo aver bevuto la pozione, si innamorano di lei e perdono la propria virilità, diventando persone molto più deboli e fragili. Ma questo è proprio quello che Elaine non vuole.

Love Witch è una di quelle opere difficili da classificare. Un film strutturato in modo atipico, con una dimensione onirica che abbraccia la realtà come una pozione magica in cui lo spettatore finisce stregato. Ecco l'impressione è stata proprio questa trovandomi di fronte ad un film che parla di una strega in un modo davvero disarmante in cui prima dell'incidente scatenante, il film ha qualcosa di ipnotico e seduttivo.
Samantha Robinson poi è semplicemente perfetta senza stare a fare grandi cose.
Ha un viso, un'espressività e delle forme che la fanno diventare immediatamente la femme fatale, l'oggetto del desiderio che tutti vogliono e a cui nessuno può sottrarsi.
Anna Biller, regista e artista fuori dal normale, si diverte, mette tutto dentro al film, facendolo diventare una specie di manuale su com'è la vera vita da strega e tutti i problemi legati alle infatuazioni.
In più il film a qualcosa di nostalgico come se riportasse continuamente in un'epoca diversa in cui predomina la natura e la Vecchia Religione come nella scena bellissima in cui si celebra il rito del matrimonio secondo l'antico culto pagano.
Love Witch non è solo un omaggio al cinema sexploitation e grindhouse degli anni 60/70, ma si trova nel cinema del Technicolor, nel 35mm, in una delizia formale immensa e senza eguali che questa artista molto alternativa riesce a rappresentare con una spontaneità incredibile.
Un'opera che a distanza di anni riporta la regista con rara autorevolezza e convinzione a bombardarci di intrugli, saponette, pozioni e allucinogeni seriamente potenti.
Un film letteralmente ricoperto di simbologie che in una spirale narcisistica e spietata
dimostra una padronanza incredibile della sua creatura in ogni dettaglio, minuziosamente studiato, dove nulla è lasciato al caso.

The Love Witch è tanto altro ancora a parte una durata che allunga un po troppo alcune situazioni, intriso di delicatezza e violenza in un binomio capace di evocare sensazioni ed emozioni sopite da anni di effetti speciali in digitale. Il cinema di Anna Biller è cinema artigianale e noi non possiamo che apprezzare e accogliere questa rappresentazione alternativa e originale della strega attraverso canoni, stili e codici congeniali quanto intrisi di un certo sapere e di una innata capacità di saper unire così tanti ingredienti diversi.

Fourth Phase

Titolo: Fourth Phase
Regia: Jon Klaczkiewicz
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Acrobazie spettacolari, salti nel vuoto, volteggi sulle vette innevate delle montagne del Giappone e dell’Alaska. È il viaggio di Travis Rice, il leggendario snowboarder che ha percorso 26mila chilometri alla ricerca della quarta fase dell’acqua. “The Fourth Phase”, il documentario che sarà presentato in anteprima mondiale su Red Bull Tv il 2 ottobre, racconta la storia dell’iconico rider verso i favolosi paesaggi del nord Pacifico scoprendo molto più che una terra immacolata e sconosciuta.

The Fourth Phase è un'esperienza diretta, un documentario che nasce da un incontro tra Travis Rice e il professore di bioingegneria Gerald Pollack, secondo il quale non esistono solo tre fasi dell'acqua (stato solido, liquido e gassoso). Esiste una quarta fase di transizione tra l’acqua e il ghiaccio in cui l’H2O si trasforma in structured water (liquid crystal), tipica ad esempio nello scioglimento dei ghiacciai. Rice così decide di percorrere 26 km per seguire il ciclo idrologico dell’acqua nel Nord Pacifico, dove neve e ghiaccio formano paesaggi da sogno. In realtà la sfida tra Rice e Pollack è solo la miccia per far scattare la scintilla magica delle acrobazie con cui il noto rider ci mostra tutte le sue performance spettacolari giù dalle montagne.
Iniziato nel 2013 e girato interamente in 4K o Ultra HD, The Fourth Phase crea un nuovo mix artistico di azione, storia e cinematografia per dare vita a qualcosa di incredibile su cui negli ultimi anni soprattutto la Red Bull Media House, leader indiscussa, sta premendo parecchio facendo uscire molti titoli davvero interessanti e spettacolari. Il risultato è un film che si rivolge a chiunque sia affascinato dall’avventura, dal mondo della natura, in altre parole dalla vita.
Il film è stato realizzato dagli stessi creatori di ART OF FLIGHT.
«La premessa su cui si basa questo eccezionale viaggio è che, per conoscere e comprendere davvero qualcosa, devi diventarne parte», ha detto Travis Rice.



Headshot

Titolo: Headshot
Regia: Mo Brothers
Anno: 2016
Paese: Indonesia
Giudizio: 3/5

Un uomo soffre di amnesia e non ricorda il suo passato quando era sfruttato come una macchina da guerra per uccidere le persone. Un giorno però si imbatte nei criminali che lavorano ai servizi di un vendicativo trafficante di droga e il suo passato ritorna a galla.

Ormai l'Oriente ha spodestato definitivamente l'Occidente sul cinema delle arti marziali e alcune sotto branchie del cinema d'azione. Basti pensare agli Yakuza Movie come alcuni polar nipponici e cinesi, senza peraltro contare la potenza degli ultimi anni del cinema sud coreano.
In fondo è sempre stato così dai tempi di Bruce Lee. E'un fattore culturale che li appartiene.
Iko Uwais è diventato il nuovo paladino delle arti marziali dopo Tony Jaa. Indonesia vs Thailandia. Un bello scontro tra due paesi che mettono in ballo mazzate di una violenza cosmica e con un ritmo eccezionale che spesso e volentieri mostra lunghi piani sequenza per valorizzare il talento degli attori e la quasi totale assenza di stunt man.
Uwais dopo i due capitoli di THE RAID per il gallese Evans, è stato prelevato dai due fratelli che hanno avuto in patria un mezzo flop con il difficilissimo KILLERS. Un film cupo, teso e complesso che purtroppo non è riuscito ad avere successo anche a causa di una violenza gratuita molto perversa.
Headshot è pieno di scene d'azione che lo rendono estremamente divertente e realistico ma ancora una volta l'aspetto provvidenziale per mostrare che cosa ci si aspetta da film di questo tipo e nella trama che definire imbarazzante è poco.
Alcune carneficine come quella in prigione e sul pullman sono di una violenza inenarrabile con arti mozzati e quant'altro, il tutto ovviamente condito con una realisticità a tratti inquietante.

Questa incredibile alleanza dovuta tutta a Evans che di fatto ha organizzato l'incontro tra i registi e la star, diventa importante per poter sancire un sodalizio che speriamo porti a tante altre pellicole di sonore mazzate come questa che diventano oro colato dal momento che dall'altra parte del mondo ci tocca vedere gente improbabile che si cimenta in film di arti marziali senza averne la stoffa.

Inferno

Titolo: Inferno
Regia: Ron Howard
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Lo studioso di simbologia professor Langdon si risveglia in una stanza di ospedale a Firenze. È ferito alla testa, ha ricordi estremamente confusi e non sa perché si trova nel capoluogo toscano. Quando una donna vestita da carabiniere fa irruzione nella casa di cura non gli resta che fuggire con l'aiuto, della giovane dottoressa Sienna Brooks. Alla base di tutto c'è un genio della genetica che ha deciso di salvare l'umanità dalla sua altrimenti inevitabile dissoluzione diffondendo un virus che riduca drasticamente il numero degli abitanti della Terra.

Siamo arrivati all'ultimo capitolo di una saga che forse se la poteva giocare con IL CODICE DA VINCI riuscendo ad essere di fondo un thriller che gioca bene sulla simbologia cristiana.
Segnò un sodalizio tra Dan Brown-Ron Howard-Tom Hanks. Avevo letto dieci anni fa il primo libro ma non ritenni necessario andare avanti.
Inferno è una bolgia senza senso di rincorse e inseguimenti, una corsa mozzafiato in un thriller complottista su un virus che vuole decimare l'umanità.
Detto così parrebbe anche interessante se non fosse che Howard non mette una goccia d'animo in questo film dirigendo due attori che non sembrano loro (Hanks è troppo affaticato mentre la Jones fuori parte completamente ormai si trova infilata in tutte le mega produzioni) e sbagliando proprio tutto dagli incubi che destano il professore, agli intrighi scontati e poco convincenti fino ad un finale che demolisce completamente tutto.
Per fortuna che almeno la saga è finita. Sui libri avendone letto solo uno non mi pronuncio, ma questa saga, fatta forse eccezione per il primo capitolo, è una schifezza che non sta ne in cielo ne in terra.


giovedì 23 marzo 2017

Brimstone

Titolo: Brimstone
Regia: Martin Koolhoven
Anno: 2016
Paese: Olanda
Giudizio: 3/5

Alla fine del XIX secolo, nel west statunitense, Liz, una giovane di vent'anni, conduce un'esistenza tranquilla con la famiglia. La sua serenità viene sconvolta il giorno in cui un sinistro predicatore le fa visita. Si tratta dello stesso uomo che sin dall'infanzia la insegue inesorabilmente.

Brimstone è un western cupo e nero intriso di una misoginia e di un'atmosfera crepuscolare e sadica. Koolhoven sembra ispirarsi ad eventi tragici che riportano al tema delle violenze sulle donne in un periodo in cui soprattutto il dovere e il potere dell'uomo e di Dio si sfidavano in un bel braccio di ferro in cui il tasso di perversione era altissimo con un capitolo sull'incesto (Genesi) davvero pesante. Le Badlands, sono da sempre una delle regioni più inospitali degli Stati Uniti d’America, in quel XIX secolo teatro dei più celebri e apprezzati western sanguinosi e non, diventando lo scenario perfetto per una storia di violenza e dannazione che parla in fondo della storia di due nuclei familiari. Il difficile lavoro di fotografia e la luce scura per tutto l'arco del film, così come l'accurata scelta dei costumi e del trucco pesante ma non eccessivo, riesce a creare una inquietante tensione ben dosata dal buon cast e da alcune importanti anche se sprecati co-protagonisti. E'un altro film in cui è di nuovo la violenza a fare da padrona con scene disturbanti e sanguinolente senza farsi mancare eviscerazioni, lingue mozzate e cadaveri dati in pasto ai maiali.
Apocalisse - Esodo - Genesi - Castigo: in quattro lunghi capitoli che strategicamente rifuggono l'ordine cronologico temporale della storia, Brimstone traballa alla ricerca di un equilibrio che non riesce a trovare portando a casa tanti bei momenti intensi e originali arrivando però a torturare troppo lo spettatore come il Reverendo fa durante tutto l'arco del film.
Come REVENANT, film sopravvalutato dal punto di vista tematico, è di nuovo la storia di un uomo (un Reverendo) che per tutto il film da la caccia a una madre del West muta e con una storia di violenza alle spalle. Un revenge-movie che usa il western e coglie alcune venature horror.



Great Wall

Titolo: Great Wall
Regia: Zhang Yimou
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

William e Tovar sono due mercenari europei, in Cina con una missione: recuperare un po' della fantomatica "polvere nera", antenata della polvere da sparo, e portarla in Occidente. I due sopravvivono all'assalto di una creatura sconosciuta di colore verde, di cui conservano un arto reciso. Catturati dalle truppe d'élite dell'esercito cinese, finiscono per combattere al loro fianco contro i mostri verdi, denominati Taotie, che ogni 60 anni minacciano il mondo degli uomini. La Grande Muraglia è stata eretta proprio per cercare di fermarli, con ogni mezzo.

The Great Wall ha diverse analogie con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino del 2008. Anche in quel contesto le coreografie non si contavano e le scenografie da sole erano di rara e intensa bellezza. In quel caso però tutto aveva qualcosa di magico e di vero, di intenso e significativo, reale quasi tangibile.
Great Wall è uno dei peggiori blockbuster mai girati. Ormai alcuni grandi registi accettano marchette tali da non riconoscerli più per il disinteresse verso la settima arte.
Great Wall è il primo film cinese con un protagonista americano, girato in lingua inglese ma da un regista cinese, con un budget a dir poco stratosferico, che va oltre i 135 milioni di dollari.
Al di là dei pareri e della critica e dei media che hanno iniziato a parlare di questo film mesi e mesi fa, il problema più grosso è proprio la storia banalotta e piena si stereotipi che non è certamente scritta da un orientale con dei mostri, gli antagonisti del film, davvero senz'anima e privi di qualsiasi caratterizzazione che possa renderli una vera minaccia o qualcosa che anche solo per un attimo dovrebbe incutere paura come al tempo potevano esserlo i mongoli.

La scena più bella rimane quella d'azione in cui alcune donne acrobatiche si lanciano modi bunjee jumping per uccidere i mostri dalla muraglia sacrificandosi così per l'amore della patria come tutti i comunisti di allora ritenevano onore.