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martedì 16 maggio 2017

Je ne suis pas un salaud

Titolo: Je ne suis pas un salaud
Regia: Emmanuel Finkiel
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Eddie vive in periferia. Una sera è aggredito con brutalità da alcuni balordi. Quando la polizia gli mostra gli indiziati lui denuncia Ahmed sapendo che non c'entra niente con l'aggressione. Il giovane di origini magrebine viene arrestato, mentre Eddie riprende il suo difficile rapporto con la moglie e il figlio. Presa coscienza della gravità del suo gesto, Eddie si fa in quattro per ristabilire la verità dei fatti. Pronto a perdere tutto...

Il film di Finkile riflette e si interroga su una situazione attuale e di rilievo nella Francia post-contemporanea. Di fatto costituisce un segmento prezioso e importante per dare voce ad alcune situazioni che possono esplodere generando paure e portando a galla xenofobie mica tanto represse.
Il senso di sicurezza, di protezione, in Francia soprattutto, è un argomento molto sentito.
Un problema attuale che porta diversi autori ad interrogarsi come è capitato recentemente per il bel COUP DE CHAUD, NOCTURAMA e PARIS COUNTDOWN, etc.
Je ne suis pas un salaud indaga sull'identità individuale di un paese che ultimamente sta avendo diverse crisi e al di là del fare o meno parte dell'Europa con la Brexit, parlando e non può non farlo, di integrazione senza retorica portando in cattedra l'altro culturale dello scontro di civiltà profetizzato da Huntington. Proprio ora il cinema ha un compito importante ovvero quello di far riflettere su se stesso, di interrogarsi sulla gravità di alcune decisioni come per Eddie e tutto quello che può generare una menzogna per proteggere una falsa idea di sè.
L'analisi di Finkiel entra nel tessuto personale e sociale del protagonista muovendosi come un radar intento a captare tutto ciò che proviene dall'esterno (la società) e il vissuto interno dovendo fare i conti con un nucleo familiare dove diventa insopportabile il senso di colpa.
Il film di Finkle si stacca subito da una certa benevolenza di soluzioni quanto invece mostra una realtà dura e schietta che senza mezze misure si divincola presto da facili retoriche per arrivare al cuore del problema e portare ad alcune riflessioni drammatiche quanto inquietanti e reali su dove l'essere umano possa spingersi e di dove la norma di molti e non quella di uno solo rischia di danneggiare in modo irreparabile alcuni drammi.



domenica 30 aprile 2017

Bridgend

Titolo: Bridgend
Regia: Jeppe Ronde
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Sara e suo padre si trasferiscono in una città colpita da un'ondata di suicidi di adolescenti. Quando la giovane si innamora di Jamie, anche lei diventa inspiegabilmente preda della depressione che minaccia di inghiottire tutti.

Bridgend è un film drammatico che tocca un tema attuale (il rituale nei suicidi) prendendo spunto da fatti di cronaca realmente successi. Suicidi in serie, sub cultura, una chat segretissima, una piccola cittadina inglese e il passato che torna sono solo alcuni degli ingredienti che l'esordiente danese Ronde analizza e mette in scena per descrivere un microcosmo difficilissimo e contorto.
Il branco, le sue leggi, la leadership, la giovane protagonista che ritorna nella città d'infanzia, il padre sbirro messo da parte dal gruppo di pari di Sara.
Bridgend è un film anomalo e minimale. Descrive seguendo minuziosamente i suoi protagonisti all'interno di una realtà drammatica da cui non sembra esserci salvezza.
I protagonisti sono membri di una piccola micro comunità nella società e non fanno altro che bere, picchiarsi, scopare e urlare a squarciagola nel bosco per ricordare i loro amici morti.
Una prova d'iniziazione che prevede il sacrificio finale. Il capro espiatorio, Jamie, è la vittima sacrificale, tutto ma proprio tutto sembra venir citato dal regista se non fosse che nel secondo atto perde quasi tutta la sua atmosfera e l'indagine si perde diventando una sorta di meta riflessione su alcune ansie giovanili senza riuscire a trovare originalità e spunti di interesse.
Un film che parte benissimo per poi lasciarsi andare. Un finale solenne quanto prevedibile, sopratutto dal momento che Ronde ama il lieto fine, e una scelta d'intenti che farà storcere il naso a molti ma che in fondo getta le reti per un ottimismo di fondo che andrebbe sostenuto in tempi come questi in cui la fragilità dell'io degli adolescenti in generale ha toccato dei picchi che nessuno pensava possibili.
Con Bridgend, il regista Jeppe Rønde ha investito la sua esperienza di documentarista in un dramma sulla vera storia di una cittadina nel sud del Galles. Ancora oggi, Bridgend viene tristemente associata ai tragici suicidi che hanno avuto luogo lì tra il 2007 e i giorni nostri. Per ragioni ancora inspiegabili, 79 giovani di età compresa tra i 13 e i 17 anni si sono tolti la vita. Rønde affronta l’argomento abilmente.
Dal punto di vista della regia c'è tanta telecamera a spalla, il montaggio e le musiche sono le parti più curate, il cast fa il suo dovere senza guizzi di nessun tipo e la prima e l'ultima scena rimangono le immagini più belle e affascinanti di tutto il film.



martedì 25 aprile 2017

Tanna

Titolo: Tanna
Regia: Martin Butler
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

In una società tribale del Pacifico meridionale, una ragazza, Wawa, si innamora di Dain, il nipote del capo tribù. Quando una guerra fra gruppi rivali si inasprisce, a sua insaputa Wawa viene promessa in sposa ad un altro uomo come parte di un accordo di pace. Così i due innamorati fuggono, rifiutando il destino già scelto per la ragazza. Dovranno però scegliere fra le ragioni del cuore e il futuro della loro tribù, mentre gli abitanti del villaggio lottano per preservare la loro cultura tradizionale anche a fronte di richieste di libertà individuale sempre più incalzanti…

Tanna ci invita a scoprire come ultimamente è accaduto con il colombiano EL ABRAZO DEL SERPIENTE la sempre più piccola realtà delle società tribali.
In questo caso la coppia di registi analizza i paesaggi e il melò tra i due protagonisti di Tanna, l'isolotto che fa parte dell’arcipelago vanuatuano, dominato dall’incombente figura del Tukosmerail, il vulcano attivo che si erge oltre i mille metri di altezza, e circondato da acque cristalline.
Oltre ad essere il primo film parlato in lingua bislama, questo strano lungometraggio che alterna documentario e melodramma, analizza tutte le tappe e i processi che avvengono all'interno di un viaggio sentimentale e antropologico naturalisticamente parlando affascinante oltre misura.
Cerca di sondare il dramma della scoperta al valore narrativo senza dover ricorrere a forzature evidenti, che invece di quando in quando fanno la loro apparizione nei dialoghi.
Tutti quei passaggi che troviamo nei testi antropologici e nel testo profetico di Girard qui prendono sembianze trasformando lo scenario in un connubio di passaggi e rituali che investono i matrimoni combinati, lo stregone e la magia, la vittima sacrificale e il capro espiatorio e infine riflette lo splendore della natura attribuendogli un valore narrativo.
Gli attori, che poi sono i membri della tribù, sono fantastici e i sorrisi di Wawa da soli bastano a regalare quella naturalezza e e semplicità che sembra ormai scomparsa nella nostra civiltà.

Wawa e Dain furono ribattezzati "Romeo e Giulietta" e fino ad oggi sono stati i primi a ribellarsi dinanzi ad una tradizione tanto secolare quanto barbara, imponendo alla silente donna un uomo a lei sconosciuto. Diventati leggenda, tanto da ispirare una canzone d'amore che i due registi faranno risuonare nella parte finale del film, Wawa e Dain si ritrovarono a dover scegliere tra la potenza dell'amore e il futuro della loro tribù, minacciata e messa in pericolo dal loro inedito e 'disperato' gesto' di ribellione.  

Taking of Tiger mountain

Titolo: Taking of Tiger mountain
Regia: Tsui Hark
Anno: 2015
Paese: Cina
Giudizio: 4/5

Manciuria, 1946. Il capitano 203 guida un manipolo di soldati dell'Esercito Popolare di Liberazione maoista, spossato dalla guerra civile, che arriva in un villaggio terrorizzato dall'egemonia dei banditi. Questi, guidati da Lord Hawk, hanno preso possesso di Tiger Mountain, un rifugio pieno di insidie, e di un arsenale appartenuto ai giapponesi. Inferiori numericamente e peggio armati, i soldati dovranno ricorrere a un'impresa eroica per sconfiggere i banditi e liberare il villaggio. Yang, inviato dal Quartier Generale del Partito, si offre volontario come infiltrato nella gang di Hawk per aiutare la missione.

Tsui Hark è uno dei registi più importanti della sua generazione. Credo sia uno dei pochissimi a non aver mai dato alla luce un brutto film e non ha quasi mai accettato marchette come il suo collega Zhang Yimou di cui peraltro ho grande stima.
Ci troviamo ancora una volta di fronte ad un'opera incredibile con una messa in scena che raggiunge livelli ancora una volta molto alti inserendo un lavoro di fotografia magnifico in grado di esaltare ogni singolo attimo di azione e di bellezza estetica presente nel film.
The Taking of Tiger mountain è un'opera di sorprendente naturalezza visiva che ci offre scenari e location incontaminate.
Tratto da un'opera patriottica e da un romanzo di Qu Bo pubblicato nel 1946, il racconto è diventato subito un grande successo di pubblico tra il popolo, in un periodo ricco di cambiamenti politici e sociali per la Cina. La pellicola, capace di incassare in patria una ragguardevole cifra (decimo incasso nazionale di tutti i tempi) equivalente ad oltre 150 milioni di dollari ha dato di nuovo il lasciapassare ad Hark, abituato a smarcarsi tra grandi produzioni e film a basso budget.
Il suo ultimo film è un'avventura in piena regola che a differenza di altre opere dell'autore cerca di essere meno politica puntando su un misuratissimo intrattenimento con alcuni colpi di scena e un climax spettacolare. L'epicità ancora una volta fa da protagonista diventando l'impianto narrativo e riuscendo a inserire una galleria di personaggi convincenti e memorabili oltre che essere caratterizzati molto bene. In più le solite sotto trame, alcune semplici altre meno e comunque sempre ricche di sfumature riescono a dare ancora più sostanza privilegiando l'entertainment più puro e incontaminato.

Un'altra prova per un artista che non ha bisogno di presentazioni sapendo destreggiarsi tranquillamente in ogni genere apportando sempre la sua firma e il suo stile ormai una garanzia di qualità, tecnica, complessità di scrittura e intenti.

sabato 8 aprile 2017

Demon

Titolo: Demon
Regia: Marcin Wrona
Anno: 2015
Paese: Polonia
Giudizio: 4/5

Uno sposo viene posseduto da uno spirito durante la celebrazione del suo matrimonio in questa intensa rivisitazione della leggenda ebraica del "dybbuk".

Wrona ci lascia questo film come testamento prima della sua morte. Marcin si è suicidato nel bagno della sua camera d'albergo mentre il film riceveva pochi consensi al festival dove ra in programma.
Demon è un indie anomalo, un dramma atipico che riesce a sposare diverse contaminazioni e a far centro con un film davvero denso di un atmosfera inaspettata.
Dimenticatevi azione, mostri in digitale e "Demoni" nel vero senso della parola. In questo film si parla di folklore ebraico, di matrimonio, di una festa piena di canti e balli in cui sta per succedere di tutto e un protagonista che merita la palma d'oro per quanto riesce ad entrare nella parte di un personaggio complesso e stratificato.
E'un film di segreti, con aggiunti riferimenti della durevole eredità della Shoah, di corpi nascosti in cui una giovane coppia vuole iniziare una nuova vita senza rendersi conto che su quel terreno sono successe cose bruttissime.
Il talento del regista è proprio nel mettere assieme così tanti elementi e farli funzionare tutti con pochissima azione e pochi colpi di scena, lavorando su un impianto narrativo e un uso degli attori e delle comparse funzionalissimo. Riesce in alcuni momenti a far più paura di molti altri film farlocchi sfruttando al meglio una colonna sonora che include alcune partiture di Krzysztof Penderecki, il più famoso compositore moderno polacco.
Demon è liberamente ispirato all’opera Adherence di Piotr Rowicki (da cui deriva il nome del protagonista) muovendosi rapidamente al di fuori dei confini della produzione teatrale d’origine.

Il film spesso è stato criticato di rimanere bloccato nel limbo tra un film horror d’atmosfera, un dramma sui rapporti umani e una commedia in costume del centro/est Europa. E'così infatti e chi non ama la narrazione lenta rimarrà probabilmente deluso, ma invece Wrona ha trovato un mood fantastico in cui far convergere tutte le sue paure portando a casa un finale che chiude in bellezza una inedita storia di brividi polacca.

Cat Sick Blues

Titolo: Cat Sick Blues
Regia: Dave Jackson
Anno: 2015
Paese: Australia
Giudizio: 3/5

Quando l’amato gatto di Ted muore, il trauma rompe qualcosa nella mente dell’uomo, spingendolo a riportare in vita il suo amico felino: tutto quello che serve sono nove vite umane.

Cat Sick Blues fa parte di quei film strani, bizzarri e senza senso come ad esempio GREASY STRANGLER e FOUND. Quei film che guardi, che ti domandi il perchè mentre vai avanti nel non-sense, ma che per qualche strana ragione ti incuriosiscono con quel loro essere bizzarri e grotteschi a volte in maniera eccessiva ma sempre funzionale alla causa weird.
Bisogna volersi male e sapersi prendere dei sonori schiaffoni quando si entra in questi sotto filoni di genere che sembrano sfuggire alla cinematografia indie underground folle e imprevedibile quanto a volte senza senso e fine a se stessa.
Gatti+Psicopatici+Travestimenti+Falli giganteschi con creste di gallo lubrificate+tante altre cose strane=un mix folle e malato, violento e perverso su come a volte le bestie che possediamo siano più intelligenti di noi. In tutto il film, tra l'altro senza avere una continuità fluida ma risultando spesso macchinosa, scopriamo che tutti i protagonisti sono soli e davvero bizzarri come la protagonista che per lavoro faceva video al proprio gatto e li postava su youtube, poi un bel giorno un ragazzo con evidenti problemi mentali le uccide il gatto per sbaglio, lo getta dalla finestra, la stupra, si porta via la videocamera che documenta il tutto e la lascia in giro in modo che la violenza sessuale finisca in rete e rovini la vita della giovane.

Jackson è giovane, è stato finanziato su Kickstarter con 14,5 mila dollari e alla sua opera prima firma uno splatter sadico imbevuto di una critica sociale non sempre pungente ma con qualche elemento interessante, dall'odiosa invasione di foto di gattini, alla fragilità individuale nella sovraesposizione socialmediatica, ai rischi che comporta confondere ciò che è reale da ciò che non lo è e infine alla solitudine in cui ci releghiamo consapevolmente passando il nostro tempo davanti a un qualsiasi schermo  

Devil's Candy

Titolo: Devil's Candy
Regia: Sean Byrne
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Quella in cui si trasferisce Jesse con la moglie e la figlia Zooey è la casa dei sogni. Poco importa se il prezzo è stato abbassato per l’aura misteriosa che la circonda; meglio ancora, anzi, visto che Jesse, come artista, non se la passa molto bene. Strane forme iniziano però a dominare i suoi quadri, forme che evocano il mondo del satanismo. E poi c’è Ray, lo squilibrato figlio degli ex proprietari, che inizia a importunare Zooey chiedendole di aiutarlo a tornare a casa: una conferma che quella di Jesse non è la casa dei sogni, ma degli incubi.

Divertente. Questo è l'assunto con cui mi sono gustato l'ultimo horror del regista di LOVED ONES (un revenge movie violentissimo). Spostato in America il regista riesce a sfruttare un impianto molto abusato nell'horror ovvero quello della casa infestata più la possessione demoniaca e alcuni attimi di inaspettata ironia. La storia non sembra aver nulla di nuovo dal momento che il tema alla fine e poi sempre quello ma già dall'incipit, dall'incidente scatenante, si intuisce qualcosa soprattutto nella messa in scena di Byrne, un nostalgico che si ispira ad alcuni grandi maestri dell'horror senza però copiarli furbescamente ma rimanendo nella sua idea di cinema.
Ultimamente la musica metal, colonna sonora fantastica di questo film, sta facendo incetta di film con opere spesso bizzarre come DEATHGASM e METALHEAD piazzandosi come una specie di mood che si affaccia quasi sempre al diabolico.
Byrne si vede che cura con precisione ogni dettaglio della messa in scena e studia attentamente le inquadrature riuscendo a regalare un'atmosfera importante che il film raramente perde.
Un horror atipico come vanno di moda negli ultimi anni prendendosi tante libertà e rischi ma cogliendo e riuscendo a misurare action, splatter e facendo un accurato uso del montaggio soprattutto in alcune scene fondamentali.
Nel film il sacrificio è sia metaforico (la famiglia rispetto alla carriera) sia letterale (i bambini sacrificati a Satana). Attingendo ai classici film sul tema (Rosemary’s Baby e Il presagio), volevo dare al film un’eleganza posata. Ma oltre che classico volevo anche essere audace, dando ai personaggi una loro ampiezza, in modo che il mondo stesso fosse straordinariamente interessante. I fratelli Coen e Tarantino sono stati riferimenti fondamentali in tal senso, perché rappresentano l’unione di maestria registica e sensibilità.

Sean Byrne - Regista 

Avril et le Monde truqué

Titolo: Avril et le Monde truqué
Regia: Christian Desmares
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Nel 1941 di una realtà alternativa in cui la seconda rivoluzione industriale, quella dell’elettricità, non è mai avvenuta a causa della sparizione dei migliori scienziati del mondo nel 1870, infuria la guerra per l’energia. April, una ragazza che vive in una Parigi grigia e pericolosa, si mette alla ricerca dei genitori scienziati scomparsi da tempo, con la ferma intenzione di proseguire le loro ricerche interrotte sul sentiero della vita

Tratto dall’opera del maestro della graphic novel francese Jacques Tardi e vincitore del Crystal Award come miglior lungometraggio al festival di Annecy 2015, Avril et le Monde truqué è l'esordio per due registi emergenti che cercano di ridare enfasi e innovatività ad un sotto genere in disuso: lo steampunk (tornato alla ribalta con il remake di MAD MAX). Questo viaggio dell'eroina accompagnato da un gatto parlante e da un furfante trova i suoi punti di forza non tanto nella sceneggiatura scontata e i personaggi classici e poco caratterizzati ma da una messa in scena accompagnato da un ritmo avvincente soprattutto come metafora sui contenuti politici emergenti, sul ritorno al carbone (come da poco ha voluto il presidente americano Trump), alcuni dialoghi pungenti soprattutto quando i nostri protagonisti incontrano gli scienzati ma anche nell'umorismo che spesso e volentieri rischia di essere frainteso.
Se c’è un autore in grado di rielaborare in maniera originale gli stilemi e i cliché della paraletteratura e tradurli in maniera originale questo è Jacques Tardi l’autore delle avventure di Adèle Blanc-Sec, eroina di storie a metà tra il genere l’horror e l’avventuroso. Avril è una commedia frizzante piena di ritmo e di momenti originali, un’avventura rocambolesca, spiritosa, non priva di contenuti e spunti sulla natura umana, sui confini etici della ricerca, sui paradossi della tecnologia. L'ennesimo tassello significativo del variopinto cinema d’animazione transalpino.


giovedì 23 marzo 2017

Loro di Napoli

Titolo: Loro di Napoli
Regia: Pierfrancesco Li Donni
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

A Napoli, nel 2009, nasce l'Afro-Napoli United, una squadra di migranti partenopei provenienti dall'Africa e dal Sud America, composta da italiani di seconda generazione e napoletani. I protagonisti di questa storia sono Adam, Lello e Maxime, tutti giocatori dell'Afro-Napoli United. Attraverso le vite di questi personaggi, Loro di Napoli racconta lo scontro quotidiano tra un' integrazione ormai inarrestabile e le lungaggini e l'ostilità della legge italiana in un contesto difficile e problematico come quello di Napoli.

Il documentario di Li Donni a parte parlare di un tema poco conosciuto, sport e animazione, riesce a portare a casa un documentario semplice e interessante che si focalizza su un unico tema cercando di strutturarlo e descriverlo in tante sue parti affidate alle storie di Adam, originario della Costa D'avorio che spera di mandare i soldi alla madre e Lello napoletano di madre marocchina e infine l'ivoriano Maxime. Tutti cercano una redenzione, una possibilità, per poter ripartire, ritornare o essere accettati da una squadra più forte e guadagnarsi in questo modo da vivere.
Il tema è attuale quanto urgente e complesso come quello dei permessi di soggiorno e i certificati di residenza dei giocatori, tutti immigrati recenti o di seconda generazione.
Il documentario in alcuni punti cerca di essere commovente riuscendoci solo in parte. Il protagonista come sostituto di un educatore a tutti gli effetti è abbastanza realistico e vedere un ragazzo di colore parlare perfettamente napoletano è un'esperienza da fare.


martedì 7 marzo 2017

Frankenstein

Titolo: Frankenstein
Regia: Bernard Rose
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Ambientato nella Los Angeles dei giorni nostri - il film è raccontato interamente dal punto di vista del mostro. Dopo essere stato creato artificialmente e essere stato abbandonato al suo destino da una coppia di eccentrici coniugi scienziati, Adam - questo è il suo nome - viene aggredito e diventa oggetto di violenza da parte del mondo che lo circonda. Questa creatura inizialmente perfetta, diventata in poco tempo mostro sfigurato, si trova presto a dover fare i conti con il lato più brutto dell'essere umano.

Sinceramente non riesco a capire il motivo di mettere in scena così tanta inusitata violenza e sofferenza. Questa ennesima rappresentazione della creatura di Shelley oltre ad essere post contemporanea e iper moderna (che potevano essere elementi interessanti da riscoprire) crea un contorno di fatto costituito da umiliazioni e vessazioni per l'intero arco del film.
La realtà per Adam è solo violenza e sopraffazione usato come cavia e come mostro.
Ricorda per alcuni aspetti l'opera bizzarra e malata 964 PINOCCHIO di Shozin Fukui.
Mi ha colpito non solo la linea d'intenti limitata e volta solo ad inquadrare l'incubo in cui viene gettato Adam, ma non riesco proprio a cogliere il senso e il perchè di questa operazione che tra l'altro a parte essere di una violenza spesso gratuita, non lascia proprio spazio alla speranza e alla redenzione portando Adam ad una sola e unica scelta.
Ci sono pochi personaggi che "empatizzano" con il mostro restituendogli da un lato l'affettività che non ha mai avuto e dall'altra rendendolo una maschera di sangue e tumori, una cavia perfetta per i loro esperimenti.
Come tutti i giocattoli fabbricati velocemente e senza coglierne la logica scientifica che si sostituisce a quella divina, Rose che non è solo regista ma anche montatore e tutto il resto, ha provato un esperimento secondo me troppo autodistruttivo e pesante, trovando l'unica possibile rimedio medico per un esperimento ovvero scaricarlo in quanto imperfetto in mezzo ad una società che non può far altro che condannarlo.
Inoltre l'errore più grosso che Rose commette è quello di raccontare in prima persona dal punto di vista del mostro gli eventi e quant'altro, rendendolo una specie di intellettuale che mastica frasi apprese chissà dove. Quando poi lo conosciamo invece è l'esatto opposto, un automa senza la minima capacità di mentalizzare o avere una struttura del pensiero.



domenica 26 febbraio 2017

Mine

Titolo: Mine
Regia: Guaglione e Resinaro
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Mike è un tiratore scelto dei marines che assieme a Tommy, compagno e amico di sempre, viene inviato segretamente nel deserto per uccidere un pericoloso terrorista. Durante la missione qualcosa non funziona e i due soldati, si perdono in una tempesta di sabbia e restano isolati dal comando. Alla ricerca di una via di fuga, con i terroristi alle spalle, finiscono in un campo minato e Mike calpesta accidentalmente una mina mentre il compagno viene dilaniato. Bloccato nel mezzo del deserto, in campo nemico e senza rifornimenti, dovrà cercare di sopravvivere.

"Ogni venti minuti qualcuno nel mondo mette un piede su una mina"
Un film americano girato da due italiani in Spagna. Questa è la conditio sine qua non degli ultimi anni quando non si fa parte di un certo giro all'interno delle grosse produzioni americane.
I due registi si sono conosciuti fin da giovani e insieme, come è giusto che sia, senza avere un curriculum di chissà quale tipo, hanno cominciato a sviluppare progetti in comune che li hanno portati in America a fare quello che vogliono fare. Film.
Mine prima di tutto ha dalla sua una star ormai affermata anche se in pochi lo conoscono, Armie Hammer (un nome una garanzia contando che manco a farlo apposta sembra un marine) visto di recente in FREE FIRE, OPERAZIONE UNCLE, e altri film con parti minori in cui riesce ad essere convincente e a tenere sulle spalle tutto il peso e l'ansia del film.
Finalmente Hammer ha un ruolo da protagonista tosto che lo fa stare perennemente attaccato alla telecamera in un'unica affascinante location.
L'impianto è poi quello sfruttato parecchio negli ultimi anni nel cinema puntando su pochi attori, un incidente scatenante che intrappola il protagonista per tutto il film e la location.
127 ORE, OPEN WATER, hanno in fondo tutti lo stesso punto di partenza, in cui la metafora è associata ad un elemento di disturbo come in questo caso la mina.
I registi riescono a confezionare un prodotto che nelle sue diverse forme riesce a condensare tanti aspetti, mischiando i generi, facendo un background delle più variegate influenze e non farlo apparire come un banale war-movie, ma puntando anche qui sulla psicologia, la paura e le paranoie e infine le allucinazioni del suo protagonista. Mike è ossessionato, alternando visioni, problemi, conflitti, amori e infine dover accettare l'altro culturale e chiedere quella cosa che sembra farci sempre più paura: aiuto.
Per coincidenze analoghe anche se MINE è uscito nel 2015 è arrivato nei cinema assieme ad un film francese con diversi punti in comune, PIEGE'. La coppia di registi che vedremo ancora è riuscita ad usare con naturalezza la struttura del genere raccontando una storia con un sotto testo non banale. Vista la giovane età e la voglia che hanno di creare un prodotto che sia funzionale per la tipologia action e unisca al contempo il dramma psicologico è più che un ottimo punto di partenza.


giovedì 23 febbraio 2017

Moonwalkers

Titolo: Moonwalkers
Regia: Antoine Bardou-Jacquet
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

1969: il governo americano ha bisogno delle riprese di un falso allunaggio per battere sul tempo i russi e manda a Londra un agente della CIA traumatizzato dal Vietnam perché convinca Kubrick a girarlo. Ma si mette in mezzo lo spiantato manager di un gruppo rock, e finiscono per ingaggiare un auteur sperimentale.

Un film furbetto e divertente. Una dissacrante commedia che cerca a suo modo di creare una sorta di parodia e ironizzare sui complotti in questo caso su uno di quelli di cui si è più parlato e della rivisitazione folle, drogata, esilarante, yippie e pulp dello storico allunaggio dell'Apollo 11.
Sono davvero tante le teorie sull’allunaggio da parte del governo americano, c’è chi sostiene che negli anni ’60 non sia assolutamente avvenuto nulla e che sia stata tutta una montatura a livello socio politico nel momento più caldo della Guerra Fredda e c’è invece chi sostiene che il governo americano sia veramente riuscito a compiere quel famoso piccolo passo per l’uomo, ma grande passo per l’umanità.
Qui c'è il Nathan di MISFTIS che dovrà interpretare niente poco di meno che sir"Stanley Kubrick", Ron Perlman che da solo salva tutto il film dal momento che il resto del cast è abbastanza sopra le righe e i risultati non sempre sono soddisfacenti. Si ride ma non poi così tanto.
Perchè al di là del complotto, c'è una band che suona concerti, una lotta tra gang inglesi e americane, travestimenti e inseguimenti, sparatorie, risse, discoteche, il tutto condito da uno stile dinamico e frizzante, la parodia sulla nota “teoria del complotto” con citazioni kubrickiane e tanta ironia dal gusto british/vintage.
Alla fine al regista non interessa concentrarsi sulla verità oppure no. Cerca semplicemente di far ridere e dare vita ad una pellicola con un ritmo potentissimo, sgargiante di colori ma che alla fine sembra un trip andato male e conoscendo Jacquet posso dire che il suo precedente FUNERAL PARTY era tutt'altra cosa.




mercoledì 15 febbraio 2017

I am an hero

Titolo: I am an hero
Regia: Shinsuke Sato
Anno: 2015
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Hideo Suzuki è un trentacinquenne assistente di un mangaka: il suo sogno di sfondare nell'ambiente cozza con fallimenti e sogni distrutti, strane delusioni e con la strana storia con la sua ragazza Tetsuko.
Un giorno, una misteriosa epidemia infetta una parte ingente della popolazione giapponese, rendendoli zombie pronti ad addentare e divorare gli umani. Hideo, non ancora certo della situazione, fugge dalla sua casa e dalla sua ragazza ormai zombie, armato con il suo amato fucile ma mantenendo la sua morale e inizia il suo solitario viaggio, finché non conosce prima la liceale Hiromi e poi l'infermiera Yabu.

Prima il Giappone e poi la Corea. Lo zombie è stato sdoganato anche se in realtà non sono gli unici esempi ma solo i più recenti. Quasi dei blockbuster con un sontuosissimo budget, se guardiamo la cinematografia di genere sull'argomento, in cui soprattutto gli orientali ne hanno fatta di strada spesso cercando di apportare qualche piccolo cambiamento come ad esempio JUNK o TOKIO ZOMBIE ma sono davvero tanti i casi in cui il mix di generi si è rivelato funzionale e senza dover chiamare in cattedra le pellicola dnotomista.
La parabola dell'uomo comune pronto a improvvisarsi eroe della situazione caratterizza le due ore di evasione in un film dal ritmo irrefrenabile, pieno di sparatorie e combattimenti con ogni tipo di arma possibile (davvero ogni tipo). Tratto da un manga, il film è pura azione exploitation cercando di mantenere coerenza con il fumetto e allo stesso tempo evitando di alimentare trame particolari ma basando su un insieme di elementi semplici quanto funzionali. Se però ci divertiamo e godiamo allegramente per questa carneficina di quasi due ore dall'altra parte suona quasi doveroso un piccolo paragone con THE WAILING e TRAIN TO BUSAN dove la narrazione aveva un peso decisamente più importante.
Il sangue scorre copioso in un'apoteosi d'azione avvincente che sfrutta un ottimo look splatter davvero ben fatto e molto inquietante cercando di fare un ottimo lavoro valorizzando e differenziando ogni creatura dall'altra. Il risultato è una galleria di mostri che non si vedeva da tempo con un più solido realismo, evitando scene eccessivamente crude ma dando vita ad un paio di roboanti carneficine e scene apocalittiche che non verranno dimenticate facilmente.
C'è un'imbarazzante storia d'amore contando che il protagonista è un nerd che ha più paura a dover parlare con una fanciulla che a uccidere un non morto.
"Molto normale essere umano" sembra essere la log-line del film in cui Hideo si affaccia con personalità diverse e sfuggevoli come l'amichetta zombie (abbastanza innovativo) e senza contare il difficile e noioso rapporto con una donna che non lo ama
Anche qui come per la nuova ondata di new-zombie, corrono e sanno muoversi abbastanza bene.
In I am an hero in più c'è uno zombie diverso dagli altri che sembra possedere alcune risorse cognitive che gli altri non hanno. Infatti diventa il leader dell'orda di non morti e in alcune scene riesce a fare davvero paura.
Hideo scappa per tutto il film alzandosi in piedi da un sedia e da un ufficio che lo sta uccidendo e che rende abbastanza bene la routine noiosa di questi mangaka e della loro alienazione nei confronti della società. Quando poi l'incubo incontra la realtà...allora si può rimanere spiazzati piangendo o affrontando una nuova rinascita.



sabato 28 gennaio 2017

Shelley

Titolo: Shelley
Regia: Ali Abbasi
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Louise e Kasper sono una coppia sposata che è pronta ad avere un figlio, ma Louise scopre con dolore di non poterne avere.
Alla fine la donna, in preda alla disperazione, decide di suggellare un patto con la sua cameriera rumena, Elena, che accetta di portare in grembo il figlio di Louise come madre surrogata in cambio di una grande quantità di denaro . Ma la vita che cresce dentro Elena prende forma troppo velocemente, colpendo la vita di ognuno come una forza maligna pronta a distruggere ogni cosa.

ROSEMARY'S BABY a quasi cinquant'anni dalla sua uscita continua ad essere il punto di riferimento di tutta quella branchia di cinema che tratta il tema della gravidanza e della possessione.
Nell'epoca dei drammi sempre più intimi, Shelley riesce a trovare un prezioso spazio mischiando dramma e orrore legato alla paura della nascita e del travaglio accompagnato ad un lavoro autoriale che sfruttando l'archetipo dell'horror mostra e allarga i confini sui rapporti sociali complessi
Due protagoniste che si dimostrano all'altezza delle parti in particolare Ellen Dorrit Petersen, BLIND, un volto che ha la capacità di perturbare la scena diventando impossibile da dimenticare.
L'altro culturale come strumento per ottenere i propri fini, da un lato la ragazza madre di Bucarest che diventa la madre surrogata, dall'altro la famiglia da preservare, l'invidia, l'incubo di non poter dare alla luce il proprio bambino.
Shelley, un nome emblematico che vorrebbe citare apertamente l'autrice di Frankenstein, ci porta nuovamente in una Danimarca rurale, tra campagne e spazi spogli e solitari, un paese e un territorio su cui ultimamente ci sono stati importanti passi in avanti sul cinema di genere.
Diretto poi da un regista iraniano, il film dalla sua ha una messa in scena lenta e patinata, tanta telecamera a mano, una location, tre attori, un'atmosfera che cerca a dare sempre più ambiguità e mistero alla storia e ancora la natura come paesaggio e come scenario dove consumare il dramma.
L'elemento che funziona maggiormente nel film è proprio l'orrore che lo spettatore percepisce consumandosi lentamente, lasciando sempre una sorta di vaga impressione che da un momento all'altro debba succedere qualcosa di deflagrante. Qui lo spettatore viene colpito maggiormente rendendosi conto della realisticità e della sofferenza legata alle azioni della sua protagonista e dell'attualità per certi versi della tematica trattata.

L'invidia poi nelle sue forme più becere e a volte istintive, fa tutto il resto restituendo al film il dramma e allo stesso tempo uno scontro tra due donne e il loro istinto di sopravvivenza.

Settimo figlio

Titolo: Settimo figlio
Regia: Sergej Bodrov
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Sta per scatenarsi una guerra tra le forze del sovrannaturale e gli uomini. Secoli prima, il Maestro Gregory aveva imprigionato la feroce strega Madre Malkin che, riuscita a fuggire, adesso è in cerca di vendetta. L'unica speranza per gli uomini è il giovane apprendista Tom Ward, settimo figlio di un settimo figlio, il solo in grado di sconfiggere la potente maga e la sua magia nera.

Il settimo figlio è un'altra operazione fantasy di puro marketing dopo i successi e la rinascita del genere. Affidando i ruoli del mentore e dell'antagonista a celebri volti noti, il regista russo Bodrov, che ancora non mi è chiaro cosa cerchi nella settima arte dopo un convincente MONGOL e per il resto solo film da dimenticare, viene ingaggiato come mestierante per questa terribile trasposizione. L'idea alla base è scontata quando funzionale al genere, il protagonista ha la solita faccia da fesso oltre ad essere il tipico belloccio che verrà presto dimenticato dalle major.
Lo sviluppo della trama oltre che ampiamente abusata non sembra aggiungere nulla di nuovo, i mostri sono creati con una pessima c.g e la Moore a metà tra strega e drago sembra la prima a non essere convinta, mentre Bridges gigioneggia facendo la parodia di se stesso.
In quest'epoca di fiabe, di scenari fittizi e quant'altro, il Settimo Figlio fa parte della lista nera dei film sul genere che sembrano avere il solo scopo di fare numero e di sottolineare il fatto di come le trame seppur già viste non debbano essere stimolate o trattate con quel qualcosa in più che riesca a unire fantasy con mito, mitologia e folklore. Uno dei più belli e convincenti di questi ultimi anni rimane sempre e comunque LA LEGGENDA DI BEOWULF.
Il settimo figlio è un giocattolone d'intrattenimento che riesce perfino ad annoiare.


martedì 27 dicembre 2016

Les Cowboys

Titolo: Les Cowboys
Regia: Thomas Bidegain
Anno: 2015
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Un padre si unisce al figlio per la ricerca della figlia, scomparsa dopo aver iniziato a uscire con un giovane uomo musulmano fondamentalista. La coppia inizia un viaggio per trovare la ragazza a tutti i costi, da Lyon al Pakistan dove chiedono l'aiuto di un cacciatore di teste americano.

Les Cowboys è un noir cupo e tragico reso ancor più complesso dal numero impressionante di ellissi temporali, un magnifico ritratto di un padre che si ostina in una ricerca estremamente scoraggiante, il sempre camaleontico qui senza controllo Francois Damiens. Immergendosi in universi culturali a lui totalmente estranei e legando un’indagine non convenzionale sul terrorismo (che tra le righe a parecchi richiami alla tragedia dell'11 settembre condotta non da professionisti, bensì dai membri di una normale famiglia francese) Bigedain cerca di fornire gli intenti e la drammaticità del dolore della perdita uniti al ritratto psicologico di un padre e un fratello disperati dinanzi a un’inspiegabile e sfuggente assenza.
Prigioniero della sua ossessione, Alain si mette in viaggio senza sosta, dà fondo alle sue risorse finanziarie e rinuncia a qualsiasi vita sociale, seguendo per anni piste diverse che lo porteranno in luoghi difficili e numerosi paesi (Danimarca, Yemen, Belgio), affiancato da suo figlio Kid che successivamente ne raccoglierà il testimone e giungerà da solo in Pakistan dove gli eventi precipiteranno in un climax efficace quanto senza speranza.
Les Cowboys è un film che vuole forse dire troppe cose, passando da un estremo all'altro in modo non sempre continuativo ma facendo rimanere alcuni personaggi e dialoghi senza una caratterizzazione o una risposta che ne dia una continuità riuscendo però allo stesso tempo a non essere pedante e didascalico. Un film frammentato ma girato molto bene che sicuramente aprirà al suo regista la possibilità di cercare di dare ancora più forza al genere. Tra l'altro Bigedain è l’apprezzato sceneggiatore di parecchi film di Audiard. Pur non avendo ancora la capacità e le conoscenze tecniche del suo maestro, sicuramente il regista è da tenere d'occhio dal momento che conquisterà senza dubbio numerosi distributori internazionali



Dora or the sexual neuroses of our parents

Titolo: Dora or the sexual neuroses of our parents
Regia: Stina Werenfels
Anno: 2015
Paese: Svizzera
Giudizio: 4/5

Dora ha 18 anni e soffre di un ritardo di apprendimento. Sua madre Kristin decide di non somministrarle più le medicine che ne sedavano la vitalità. Ora Dora scopre aspetti della vita che le erano preclusi e tra essi, impellente e pervasiva, la sessualità. Incontra così Peter, un ragazzo che non ha nessuna remora nell'approfittare della sua voglia di piacere. Dora rimane incinta proprio mentre i suoi genitori stanno cercando un altro figlio che non arriva.

"Il film è basato sulla famosa opera del drammaturgo svizzero Lukas Bärfuss. L'ho vista nel 2003, e mi ha colpito per le sue qualità controverse e ambivalenti. Mi è sembrato che Lukas mettesse a nudo la nostra società occidentale e la sua ipocrisia. Sebbene viviamo in tempi permissivi e liberali e anche se si dice di dare pari diritti a chi soffre di disabilità mentale, quando si parla di sessualità - e soprattutto di gravidanza - suona il campanello d'allarme. La pièce mi ha permesso di entrare nella zona morale grigia di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, di ciò che è "normale" e ciò non lo è. Mi ha anche dato la possibilità di offrire due forti prospettive femminili sulla fertilità e sulla maternità."
La Werenfels alla sua seconda opera regala un film molto maturo, complesso e originale, uno spaccato che andrebbe consacrato tra i film che trattano il tema della disabilità e della sessualità, unendo tematiche come la gelosia e la rivendicazione del nostro vero io tra emozione e realtà.
Un film che grazie ad un'importante ricerca e analisi sui motivi e le scelte che stanno alla base di alcuni atteggiamenti riesce a staccarsi dallo stereotipo sulla disabilità e creare un'opera di forte impatto emotivo facendo entrare completamente lo spettatore nel dramma e nelle difficoltà che muovono le scelte della famiglia e di Dora.
Un'opera per alcuni con pochissimi freni inibitori e sconvolgente per quanto apre il discorso sul sesso senza essere mai gratuito ma senza neppure negare i corpi nudi e i passaggi intensi e drammatici come quando l'amico di Peter in stanza d'albergo vuole divertirsi anche lui con Dora pensandola un oggetto (Peter solo in quel momento si accorge finalmente che anche lei come qualsiasi altro essere umano è in grado di provare sentimenti veri) ed entrare così nella psicologia della protagonista mossa da una forte volontà e senso di emancipazione.
Questo la rende un personaggio, non una diagnosi, in grado di prendersi la responsabilità delle sue scelte, degli incontri fugaci con Peter in albergo, dal tentativo di vivere in una struttura assieme ad altri disabili con cui all'inizio presenta non poche difficoltà per arrivare infine alla maternità. Victoria Schulz la protagonista è straordinaria. I genitori rappresentano le paure e le nevrosi, in cui il cambiamento repentino del comportamento della figlia li obbliga a confrontarsi con la loro stessa concezione di “normalità” (che si riallaccia tanto alla vita di Dora quanto alla loro) alle gelosie e i limiti di una madre che andrà a ricercare un piacere forse negato per troppo tempo in alcuni contesti estremi e perversi pur di bilanciare lo scompenso che grava su di lei.
"Il film ha avuto una complessa e difficile produzione. Ci sono voluti sette anni, dalla scrittura alla prima alla Berlinale. I finanziamenti sono stati sicuramente la parte più difficile. Significava convincere le persone a dare soldi a un argomento tabù senza che io, come autore, smussassi gli spigoli. La sceneggiatura spaventava le film commission - ma era chiaro che rifiutarlo era più una reazione istintiva che un giudizio sulla sua qualità."
Come detto da Peter “siamo tutti handicappati”, forse non fisicamente o mentalmente come Dora ma lo siamo spesso sentimentalmente, rinchiusi in un guscio di desideri inespressi e necessità ignorate. E questo che Dora ci insegna e quello su cui Stina ci obbliga a riflettere.

Uno dei film più maturi, anarchici e realistici degli ultimi anni sulla disabilità, sulla sensibilità, sulla sessualità e sull'emancipazione.

martedì 13 dicembre 2016

What we become

Titolo: What we become
Regia: Bo Mikkelsen
Anno: 2015
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

L'idilliaca estate dei componenti della famiglia Johansson termina bruscamente quando una violenta epidemia di influenza colpisce mortalmente le persone. Le autorità mettono in quarantena il loro quartiere e ben presto la popolazione è in preda al panico. La situazione ben presto sfugge loro di mano e la famiglia è costretta a difendersi dall'attacco selvaggio di un'orda di assetati di sangue.

La Danimarca si è sempre rivelato un paese fertile per il panorama horror. Quasi tutte opere indipendenti ma in grado di trattare varie tematiche e cercare di ridare enfasi ad alcuni stereotipi del genere come ad esempio l'ottimo WHEN ANIMALS DREAM sulla malattia che va a braccetto con la licantropia oppure il trip pubblicitario sul cannibalismo di NEON DEMON.
Mikkelsen sceglie gli zombie, un tema abusato nell'horror e che sembra aver ormai esaurito tutti gli spunti possibili. Il film infatti è molto classico sia come struttura che per l'attenzione a dosare gli elementi gore e vari altri effetti rendendolo meno splatter ma con una peculiare attenzione rivolta alle caratterizzazioni dei personaggi e la lunga distruzione di questa famiglia che sembra uscire dalla pubblicità del Mulino Bianco.
Fino alla metà del film infatti si intuisce che sta succedendo qualcosa ma non si vede affatto, rendendo e aiutando a costruire l'atmosfera e l'ansia che da lì a poco prevarrà su una sorta di home-invasion dove la famiglia cercherà di sopravvivere come può.
Quindi l'horror danese che sembra in tutto e per tutto più un dramma che altro aggiunge uno zombie movie a una tradizione che puntava più su altri sottofiloni dell'horror.

Forse l'unica perplessità è quella legata ai tempi che in un horror possono essere fondamentali o compromettenti. In questo il film paga un'eccessiva descrizione e il lento crescendo di inquietudine domestica fino all'apparizione del primo zombie che arriva a quasi un'ora dall'inizio del film contando che la durata totale è di ottanta minuti.

Solengo

Titolo: Solengo
Regia: Alessio Rigo De Righi, Matteo Zoppis
Anno: 2015
Paese: Italia
Giudizio: 4/5

In una località di campagna un gruppo di anziani evoca la vita di Mario de Marcella, un eremita che viveva nei boschi circostanti. Le vivaci discussioni che seguono sono spesso contrastanti. L’eremita, noto come “il solengo” il cinghiale solitario, ha deciso di vivere fuori dal branco.

Il solengo è da tutti paragonato al maschio del cinghiale che vive lontano dal gruppo in solitario.
Ed è proprio così. Mario è un uomo difficile, diffidente e scontroso che preferisce le bestie alle persone e non ama interagire con gli altri. Gli secca pure di salutare le persone e infatti non lo fa, attirando ire e sguardi diffidenti. E'interessante scoprire che esistono persone che decidono di vivere nella società e allo stesso tempo fuori dalla società. La coppia di registi italo-americana continua una ricerca grazie al documentario (tra l'altro vincitore come miglior documentario del TFF 32) in spazi e luoghi desolati come in questo caso la Tuscia, una zona un tempo popolata dagli Etruschi.
E proprio questa incantevole e ostica location, una terra senza tempo, arcaica e primitiva che sembra piano piano scomparire come coloro che la abitano, contadini e cacciatori sempre in gruppo e sempre a testimoniare la loro diffidenza con i forestieri pensando invece al Solengo come un tipo diverso e forse solo un po strambo.
Tutti dicono di aver visto e sentito storie come nella profetica battuta detta durante tutto il mockumentary da quasi tutte le comparse“così dicono, eh, io non lo so”
Figlio di fattucchiera che annunciava apocalissi, forse assassina forse no, la madre di Mario aveva ucciso il padre in un raptus perché questi era sempre ubriaco. Il bambino sembra forse nato in carcere dove la madre scontava la pena o comunque cresciuto in quell’ambiente nei suoi primi anni di vita, scorbutico e anche violento, asociale, ora folle ora incompreso, più a suo agio con la natura che con i suoi simili, sembra addirittura essere stato un figlio illegittimo.
La complessità dell'infanzia, dei traumi e dei ricordi, la gravidanza non voluta, la vita solitaria, l'amore per la natura e tanto altro ancora sono gli strumenti per cercare di comprendere la natura selvaggia e misteriosa di Mario de Marcella.



Road Games

Titolo: Road Games
Regia: Abner Pastoll
Anno: 2015
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Le assolate giornate estive diventano buie e inquietanti per una coppia che ha fatto l'autostop. Jack e Véronique quando vengono inspiegabilmente coinvolti in una situazione pericolosa con una misteriosa coppia di sposi e un collezionista che uccide su una strada locale nella Francia campestre.

Road Games è un insolito thriller per certi versi citazionista con alcune buoni momenti e un'idea sicuramente non male. Peccato però che il film nel terzo atto diventi presto un pasticciato insieme di elementi già visti, un finale scontato e alcuni macro errori nello script che ne sanciscono una limitatezza su cui il regista, peraltro in gamba, dovrà riflettere per il suo prossimo film.
Dal titolo e dalla locandina sembra il tipico film da cui non bisogna aspettarsi nulla e sperare che non faccia troppo schifo.
E'un thriller anonimo, indie, molto europeo come location e cast mentre invece cerca di essere il più americano possibile nella forma e nella narrazione. Veronique e Jack come protagonisti non sono male anche se il merito delle caratterizzazioni se lo prendono la coppia di tizi improbabili e il killer.
Diciamo che lo spunto è forse uno degli elementi che mi ha divertito di più ovvero Jack che vuole arrivare dalla Francia fino in Inghilterra con l'autostop e finisce guarda caso nella strada principale dove il killer uccide le sue vittime.
Ci sono come dicevo tante piccole e belle cose nel film dalle location come la villa della famiglia Grizard che si rivela un ambiente elegante e visivamente imponente alla parte centrale in cui la coppia ospita i giovani senza capire come mai siano così gentili, per arrivare infine a Jack che finisce a casa del killer senza rendersene conto e quest'ultimo scopriamo essere un tipico francese che non sembra rendersi conto di quello che fa.
Un thriller sconosciuto dalla forte impronta europea e nel complesso un film che deve quasi tutto alla premessa e all'atmosfera che riesce con molta difficoltà a cercare di mantenere.