Visualizzazione post con etichetta 2014. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 2014. Mostra tutti i post

martedì 27 giugno 2017

Kill me three times

Titolo: Kill me three times
Regia: Kriv Stenders
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Un volubile assassino scopre di non essere l'unica persona che sta cercando di uccidere la sirena di una soleggiata città del surf. In questo cupo thriller comico, il killer si ritrova a dipanare tre racconti sul caos, omicidi, ricatti e vendetta.

Il film narra le vicende di diversi personaggi, tra tradimenti, rapimenti e omicidi. La storia principale è una sola che però viene divisa in tre capitoli, in ognuno dei quali verranno ripercorsi gli eventi dal punto di vista di alcuni personaggi. Poco alla volta si aggiungono informazioni in più e riusciamo a mettere insieme i vari tasselli del puzzle, fino al finale in cui tutte le sottotrame finiranno inevitabilmente per incontrarsi. Il personaggio che unisce tutti i capitoli è quello del killer Carlie Wolfe intrepretato da uno dei maestri della risata contemporanea. Il problema è proprio quando in una pellicola nemmeno un attore come Simon Pegg riesce ad essere impiegato bene (e come si fa con un personaggio del genere scritto così male e così pieno di stereotipi) allora un semi-sconosciuto film del noiosissimo Stenders alla sua terza regia non può che essere qualcosa di stupido e banale privo di ogni tipo di complessità o colpo di scena o un minimo elemento che possa dare originalità al progetto.
Un film che scimmiotta tra i generi senza mai riuscire a mantenere un margine di coerenza e trovando un'ironia particolarmente abusata e infantile nel genere senza quei guizzi che ne diano una prova perlomeno sufficiente o divertente con quell'ironia sempre più complessa da trovare e che alla maggior parte dei registi post-contemporanei manca.
Un film in cui a parte la bellissima Palmer (ma semplicemente perchè ha qualcosa di magnetico) nessuno sembra mai entrare in parte a cominciare dal cast che punta su attori di serie b come il fratello di Thor e altri figuranti ormai dimenticati dagli studios.
Senza contare che il film di riferimento per il regista sembra a tutti gli effetti essere BLOOD SIMPLE dei Coen, Stenders affidandosi ad una mania tarantiniana di lasciarsi prendere la mano, getta via le regole del thriller e del noir per soffocare tutto con un mix di ironia e idiozia drammatica ed esemplare.


lunedì 1 maggio 2017

Dark Horse

Titolo: Dark Horse
Regia: James Napier Robertson
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Ex campione maori di scacchi, Genesis Poltini è alla ricerca di una vita che rifletta la verità del gioco che adora. Convivendo con un disturbo bipolare, Genesis deve superare pregiudizi e violenza per salvare il suo club di scacchi in difficoltà, la sua famiglia e anche se stesso.

Sono pochi i film che parlano di scacchi soprattutto quando dietro c'è una storia di formazione e redenzione.
Gli scacchi possono insegnare molto e sicuramente necessitano di regole, precisione, attenzione e strategia. Un tema del genere ambientato in Nuova Zelanda con protagonisti un manipolo di ragazzini che devono partecipare ad un prestigioso torneo e il loro mentore, un ex campione con disturbi psichiatrici, sono solo alcuni degli ingredienti dell'opera prima del giovane regista. Possiamo aggiungere il passato che torna, le faide famigliari e il peso delle gang in sotto culture come queste, finendo per avere tanti elementi che ne fanno una buona storia in questo indipendente film che da noi è passato in sordina solo in alcuni festival. In più il film è tratto da eventi reali contando che questo Genesis ha passato tutta la vita ad insegnare le regole degli scacchi ai ragazzi.
Cliff Curtis è un veterano dei film, sempre costretto in ruoli minori e infatti in questa deliziosa prova da protagonista affetto da disturbo bipolare non riesce sicuramente ad avere i guizzi e la mimica di un Ruffalo in TENERAMENTE FOLLE (sempre di disturbo bipolare si parla) ma con quello sguardo commovente riesce a dare sicuramente una prova interessante anche se non sempre equilibrata.
Dark Horse, da non confondere con il film di Solondz, in tutti i momenti in cui non si prende sul serio diventa un film meraviglioso mentre nei momenti decisivi mostra il suo lato melanconico e il bisogno di trovare un lieto fine a tutti i costi risolvendo alcune vicende peraltro in maniera troppo frettolosa (come le sorti di Mana e la gang) oppure nella scelta scontata della vittoria del torneo.
A parte l'ottimismo di risolvere e migliorare ogni sotto storia presente nel film, Robertson ha creduto fino in fondo in un film che entra a tutti gli effetti nella rassegna di quelle opere indie semi sconosciute e di un regista che se curerà meglio alcuni aspetti presto potrà essere chiamato autore.


martedì 25 aprile 2017

Heaven knows what

Titolo: Heaven knows what
Regia: Safdie
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley è una giovane senzatetto di New York, una ragazza in difficoltà e tossicodipendente come ve ne sono a migliaia nella Grande Mela. Vive di elemosina, piccoli furti e della gentilezza di altri sbandati che non possono fare a meno che prendere a cuore una ragazza così carina e fragile. Ma Harley è follemente innamorata di Ilya, un tossico dall'aria spettrale che la usa, la maltratta e arriva perfino a spingerla a tentare il suicidio come prova d'amore. Harley sembra finalmente allontanarsi da questo ragazzo che tanto male le ha fatto e si avvicina invece a Mike, uno spacciatore dal buon cuore che cerca di donare un minimo di stabilità alla vita della ragazza, offrendole un letto e le dosi quotidiane in cambio del suo affetto e della sua lealtà. Ma Harley non riesce a dimenticare l'amore maledetto per Ilya e ancora una volta si lascia trascinare in un vortice autodistruttivo.

E'difficile descrivere questo microcosmo messo in scena dai fratelli Safdie, giovani ed entrambi motivati ad andare avanti per la loro strada e fare cinema in modo indie e scegliendo e ritagliandosi un proprio stile personale quasi documentaristico. In questo caso hanno incrociato in metropolitana Arielle Holmes, poi diventata loro musa ispiratrice, da cui il film è tratto nelle memorie della donna, Mad Love in New York City, riuscita con il tempo a cambiare vita.
Sembra una CHRISTINE F. meno giovane ma con quel carattere temerario che non accetta di farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Sembra di ascoltare un brano degli Atari Teenage Riot e vedere una versione marcia e ancora più drammatica di PARADISO+INFERNO al rovescio.
Sono barboni, tossici all'ultimo stadio, derelitti che cercano continuamente luoghi e locali dove nascondersi e dare il via alla loro sub cultura fatta di festini, prove d'iniziazione e fattanza attorno al fuoco.
Le immagini sono distruttive senza mai esagerare e il film cerca e analizza oltre che monitorare le sofferenze esistenziali. Caleb Landry Jones ormai è sempre più affine ad interpretare ruoli deviati. I Safdie invece prediligono uno stile che decide di seguire i suoi emarginati attraverso gli sguardi, le smorfie e le fragilità. Vuole essere in parte anche una critica su come questa piccola compagnia di tossicodipendenti venga lasciata a morire in un America che sempre di più nasconde i suoi fantasmi nella speranza che scompaiano da soli.
Heaven non cerca l'effetto o l'azione. Si limita ad osservare e per questo a tanti non è piaciuto definendolo fine a se stesso o un semplice esercizio di stile dei due fratelli.

Qui il linguaggio non verbale è sinonimo di una narrazione inusuale e complessa in cui spesso la telecamera vacilla rischiando di schiantarsi come i destini maledetti dei suoi personaggi senza futuro, senza paradiso e senza redenzione.

Imperial Dreams

Titolo: Imperial Dreams
Regia: Malik Vitthal
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Bambi vuole iniziare la sua carriera come ogni giovane scrittore vorrebbe. Ma per Bambi la normalità è un dilemma. “Normale” significa tornare a Watts, Los Angeles, dopo ventotto mesi in prigione, per trovare il suo giovane figlio giocare vicino alla sua nonna strafatta. È normale per il patriarca della famiglia dare il benvenuto a Bambi offrendogli pasticche, armi e un lavoro come spacciatore. Per Bambi e suo figlio, una normale visita del cugino significa dovergli estrarre un proiettile dal braccio. Bambi si relaziona a questa surreale normalità del ghetto con calma e compostezza, ma sa che questa quotidianità non potrà durare a lungo.

La Netflix si sa negli ultimi anni sta cercando di accaparrarsi quasi tutto dalle serie alle grandi produzioni per arrivare anche a piccole sorprese e film indipendenti come in questo caso.
Imperial Dreams analizza un altro sogno americano sfumato. Traccia la speranza e il cambiamento per un afroamericano dal futuro segnato e privo di speranze se non quelle legate alla criminalità. Un'opera che puntando a degli intenti nobili e attuali riesce ad essere commovente e intimista, delicata senza troppe esagerazioni.

Imperial Dreams riesce nel difficile compito di descrivere un'odissea di un giovane-padre (come capita sempre più spesso) disposto a opporsi con tutte le sue forze alle dure leggi del ghetto, pur di salvaguardare il benessere e la sicurezza del suo unico figlio. Il nostro (anti-)eroe, interpretato da John Boyega pre STAR WARS ha intenzione di fare ammenda per gli errori del passato, riscattando i suoi trascorsi da piccolo delinquente nella maniera più drastica e “indolore” cui riesce a pensare e che purtroppo sarà devastante e senza compromessi.  

martedì 11 aprile 2017

Tu dors Nicole

Titolo: Tu dors Nicole
Regia: Stephane Lafleur
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Nicole e la sua migliore amica Véronique stanno per trascorrere una bella vacanza senza genitori nella casa di famiglia. La loro estate, però, prende una piega insolita quando il fratello maggiore di Nicole, Rémi, si presenta a casa con il suo gruppo musicale.

Tu dors Nicole è uno di quei classici indie francesi che puntano sulla sottrazione. Cioè in tutto il film non succede praticamente nulla dal punto di vista pratico, di cosa fa Nicole, ma invece racconta moltissimo su tutto ciò che le sta intorno. Quest'anno è uscito un film che mi ha ricordato questa opera francese in b/n, il PATERSON a colori di Jarmush. Anche in quell'opera non succede granchè ma scopriamo davvero tanto di questo personaggio semplice.
Sia lì che qui ci troviamo di fronte a poche parole, storie minimali, cercando di mettere in risalto le musiche e i suoni. Nicole e Paterson conducono una vita spensierata a bassa intensità svolgendo anche lei un lavoro semplice e monotono.
Nicole ha 22 anni, la vita da adulta fa schifo e l'accento, per quasi tutto il film, viene posto sulle sfide che la giovane o il giovane di turno devono affrontare. Purtroppo a parte tutte queste belle parole, qualche scena simpatica tra le due amiche e con la band musicale del fratello, il resto pur avendo una bella forma ha davvero poca sostanza.


martedì 7 marzo 2017

Largo Baracche

Titolo: Largo Baracche
Regia: Gaetano di Vaio
Anno: 2014
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Il produttore e regista Gaetano Di Vaio, fondatore nel 2003 della società di produzione Figli del Bronx e di recente in sala come attore in Take Five di Guido Lombardi, insiste sulla sua Napoli. Con una camera leggera, per lo più tenuta a mano, per strada e in pochi interni, filma sette ragazzi dei Quartieri Spagnoli: Carmine (alias 'o Track, dal nome del personaggio che interpreta in Gomorra - la serie di Stefano Sollima), Luca, Giuseppe, Giovanni (figlio dell'ex superboss dei Quartieri, Mario Savio), Mariano (detto 'o mericano), Gennario, Antonio. Hanno tra i 19 e i 32 anni, sono quasi tutti disoccupati ma dicono di volere una vita legale, un lavoro («perché non bisogna guadagnare per morire, bisogna guadagnare per vivere»).

GOMORRA ha proprio fatto esplodere petardi ovunque oltre ad aver puntato i riflettori su Napoli. Dopo la fortunata serie sono davvero tanti, forse troppo uguali però, i film e i documentari sul mesocosmo napoletano e le sue complesse quanto contraddittorie abitudini.
LARGO BARACCHE però a differenza di ROBINU oppure LORO DI NAPOLI approfondisce il discorso prima della serie televisiva (come realtà indipendente non vedrà mai una distribuzione cinematografica toccata tra i sopracitati solo al documentario di Michele Santoro).
Il regista e la troupe sondano e intervistano l'hinterland napoletano come in questo caso i quartieri spagnoli e le loro storie di vita reale e vissuta così come i dubbi che popolano le giornate dei giovani e il futuro incerto nonchè aspirazioni. C'è un dialogo sulla scuola fatto da una ragazza del posto che la dice lunga sulla capacità di resilienza e la voglia di andare avanti degli adolescenti napoletani.
In una frase riesce a evidenziare tutti i problemi che di fatto ci sono e quelli che invece rischiano di diventarlo.
Il lavoro poi nasce da inclinazioni particolari in cui bisognerebbe approfondire solo per un attimo il suo regista e attore che dall'inizio sembra una variante di un educatore di strada, di fatto facendo lo stesso lavoro e dimostrando così un certo coraggio.
Gaetano di Vaio dopo un'esperienza in carcere si dedica dal 2001 al 2003 alla carriera di attore nella compagnia "I ragazzi del Bronx Napoletano", diretta da Peppe Lanzetta. Nel 2004 intraprende la strada di produttore cinematografico, fondando l'Associazione Culturale "Figli del Bronx" divenuta in seguito anche Società di Produzione Cinematografica.
Le interviste seguono i ragazzi ma anche gli ex boss e famiglie che non riescono a tirare avanti entrando dentro le case e assistendo a volte in modo un po troppo amatoriale e improvvisato dialoghi che sembrano avere l'unico scopo di creare empatia con lo spettatore.
Non siamo dalle parti di ROBINU' che dimostra più coraggio ma anche più conoscenze e possibilità di ampliare gli intenti (d'altronde Santoro è pieno di risorse) ma anche rispetto a LORO DI NAPOLI che rimane fedele allo scopo ovvero parlare di calcio tra i ragazzi analizzando il contorno.


domenica 19 febbraio 2017

Cueva aka In darkness we fall

Titolo: Cueva aka In darkness we fall
Regia: Alfredo Montero
Anno: 2014
Paese: Spagna
Giudizio: 3/5

Tre ragazzi e due ragazze di città vanno in vacanza su un'isola paradisiaca. Dopo aver affittato delle motociclette, vanno in giro per i posti più belli e nascosti fino a fermarsi tra i boschi nei pressi di una scogliera, dove si ubriacano e fanno il bagno in mare. Il giorno dopo, però, entrano all'interno di una profonda e labirintica grotta da cui non riescono più ad uscire. Senza acqua e cibo, per sopravvivere soffriranno l'esperienza più estrema e disumana che una persona possa mai affrontare.

La Cueva è un mockumentary ansiogeno tutto giocato sull'atmosfera e la caratterizzazione degli attori. Un film che parte in modo semplice e come tale rimane, giocando sul senso di dispersione, l'ansia, la paura e i sentimenti umani senza dover ricorrere ad elementi esterni quasi sempre surreali.
Una bravata come un'altra che nasce con un intento nobile e comune, la curiosità e la sete di conoscenza, ma anche tecnologicamente moderna come caricare tutto il materiale sul proprio blog come fa uno dei protagonisti per finire nel più ovvio e intricato labirinto.
A parte la certezza di sapere bene o male quale piega prenderà il film e quale dei protagonisti riuscirà a salvarsi, purtroppo la scelta almeno sul secondo fattore si palesa dopo pochi minuti. Montero parte subito ingranando la marcia e dopo nemmeno un terzo del film siamo all'interno delle grotte. Poche luci, poca acqua, le difficoltà che aumentano e alcuni personaggi che rispecchiano degli stereotipi soliti e niente affatto originali ma abbastanza funzionali per la trama.
Un film girato con un budget ridottissimo e una tecnica che negli ultimi vent'anni dopo BLAIR WITCH PROJECT ha fatto scuola diventando commercialmente low budget e funzionale per tanti sotto-generi dell'horror.

Un found footage che gioca con le poche armi che fa e sceglie una narrazione adeguata alle circostanze cercando di trovare quella forma commerciale che possa dare qualche elemento originale come i titoli di testa e l'incidente scatenante e un finale che almeno non mostra, come quasi tutti farebbero, l'aspetto del revenge-movie e della carneficina fine a se stessa.

Last Showing

Titolo: Last Showing
Regia: Phil Hawkins
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

La storia è incentrata sulla giovane coppia Martin e Allie che si dirige verso il cinema locale per vedere l'ultimo show horror notturno, inconsapevoli del fatto che diventeranno i protagonisti della storia dell'orrore. Englund interpreta l'ex proiezionista Stuart che è stato retrocesso dal progresso della tecnologia e che decide di vendicarsi su una generazione che non richiede più le sue abilità. Il film verrà realizzato con un budget di 2 milioni di dollari. Le riprese dureranno quattro settimane e si terranno nel nord ovest dell'Inghilterra.

Last Showing è un thriller vecchia maniera girato in unica affascinante location, un cinema, e con tre attori principali e poche comparse. Da un lato un proiezionista vecchia scuola che ama dirigere dalla cabina di proiezione e dall'altra parte una giovane coppia che vogliono guardarsi uno slasher e passare una piacevole serata prima di passare al dessert.
Niente di nuovo dunque. Hawkins però cerca fin da subito di dosare bene la tensione e non esagerare con morti e uccisioni telefonate che porterebbero subito ad un finale e un climax abbastanza scontato ma vira verso una storia più complessa e grottesca dove il nostro Robert Englund può divertirsi approfondendo un personaggio tutt'altro che prevedibile.
Una pellicola dove ci sono pochi ma buoni colpi di scena, il finale è piacevole e lascia una strada aperta, lavorando insistentemente sull'immedesimazione verso questo protagonista che si trova in una situazione quasi kafkiana e che mano a mano diventa sempre più realistico con dei tratti inquietanti giocati davvero bene.

Un indie british che con i suoi due milioni di dollari e alcune scelte poco scontate di sceneggiatura riesce ad essere mediocre senza nessun guizzo, una messa in scena che alterna alcuni colori molto accesi e un attore sempre in parte che cerca di salvare l'intera baracca dal resto del cast che punta su un protagonista purtroppo davvero inespressivo.

martedì 14 febbraio 2017

Goob

Titolo: Goob
Regia: Guy Myhill
Anno: 2014
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Nel pieno di un'ondata di calore che stringe alla gola la campagna assolata di Fenland, il sedicenne Goob Taylor incontra la seducente Eva. Fino ad allora Goob ha passato le sue estati ad aiutare la mamma. Ma adesso la donna ha altri pensieri per la testa, dopo che ha incontrato, a sua volta, uno straniero affascinante come Gene Womack. Goob tutto a un tratto si sente un pensiero ingombrante e comincia a sognare per sé una vita diversa.

Goob coglie perfettamente la sensazione di quando da adolescenti si facevano un sacco di cazzate come nel film scorrazzare in motorino, tuffarsi nel fiume, ridere e scherzare col fratello e gli amici, ma sapendo che dietro l’angolo, ogni volta, c'era lo sguardo severo di qualche adulto che per qualche assurdo motivo ti guardava truce come se stessi sacrificando qualche animale.
Ecco quel qualcuno nel film si chiama Gene.
The Goob è il tipico indie british, quasi sconosciuto, che pur non essendo un capolavoro riesce a indirizzare un preciso discorso verso quella realtà e messa in scena, proletaria e anarchica che spesso contraddistingue un'opera prima.
La zona rurale come mondo a sé, regolato da leggi oscure, tendenzialmente ostili all’uomo, in questo caso il tiranno, il leader autoritario che basa tutto sulla forza e la mascolinità fallo centrica.
E'un film di formazione che sembra scappare dalla società di Loach e urlare la sua cattiveria nel verace country side britannico, Norfolk, contea dell’est dell’Inghilterra tutta pianura e campi a perdita d’occhio, poco vista finora al cinema, dove l'istruzione sembra non portare a nulla e tutti vivono secondo la tradizione e le regole della comunità.
I bifolchi inglesi capitanati dalla ghigna perfida e conosciutissima di Sean Harris alternano clandestinità, gare automobilistiche truccate e pericolose, incesti e bisogno di confermare la proria supremazia. Il tutto con lo sguardo perso e distante di The Fucking Goob, protagonista quasi muto che riassume tutta la sua intensità con sguardi magnetici di stupore e paura verso ciò che gli sta attorno. Un adolescente che deve superare le dure prove del branco per poter sopravvivere senza diventare una vittima.
Myhill al suo esordio si concentra su dei particolari incisivi e scomodi che attraversano il viaggio dell'eroe senza scene melense, cercando di mettere da parte tutte le scorciatoie mostrando il silenzio della miseria e della libertà.
The Goob infine è un grido disperato che ritrae una gioventù di provincia repressa e senza prospettive, un film che affonda la sua anlisi sociologica creando una mole di tematiche sociali, non riuscendo a rispondere a tutti i quesiti ma regalando uno spaccato duro, reale e incisivo.


sabato 28 gennaio 2017

Realitè

Titolo: Realitè
Regia: Quentin Dupieux
Anno: 2014
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Una bambina in una casa di campagna vede il padre squartare un cinghiale dalle cui interiora fuoriesce un videocassetta VHS. Intanto il conduttore di un programma culinario televisivo viene assalito da un eczema immaginario che lo spinge a grattarsi nel corso delle riprese. Uno dei cameramen del set, con velleità registiche, si reca da un produttore per proporgli il soggetto di un film. Otterrà un ok a patto che riesca a produrre un gemito di dolore mai sentito prima.

Lode a Mr Oizo. Al di là della sua musica, il dj ormai introdotto a pieno nella settima arte arriva al suo terzo lungo senza contare i cortometraggi precedenti.
Un comico, un piccolo e stralunato profeta della demenzialità, un autore bizzarro, non sempre geniale, solo a fasi alterne. Dupieux è tutto questo e molto altro, un artista eclettico che riesce a infarcire di riferimenti e buone intuizioni i suoi divertentissimi film e la sua originale galleria di personaggi folli e volgari.
Realitè manco a dirlo apposta e il film in cui il regista si prende più sul serio. Un viaggio onirico, una commistione tra realtà e fiction, in uno stato di coscienza in cui al regista non sembra interessare se le cose alla fine abbiano un senso oppure no, l'importante è ascoltarle o meglio metterle in scena.
Tre storie destinate a intrecciarsi e fondersi assieme per arrivare ad un finale ancora più suggestivo dove la fantasia e l'inquietudine del dj/regista non sembrano trovare il connubio perfetto regalando una parabola distorta della società. Una bomba a orologeria dove il frutto della semina non garantisce un raccolto efficace; alla fine rimaniamo inermi di fronte ad un viaggio immaginifico fatto di sovrapposizioni in cui protagonista è la matrioska mediatica degli eventi che deflagrano sui protagonisti in particolare l'aspirante regista Alain Chabat, perso nella ricerca del gemito perfetto per il suo horror di fantascienza.



martedì 15 novembre 2016

Tokyo Tribe

Titolo: Tokyo Tribe
Regia: Sion Sono
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

In un futuro imprecisato Tokyo è un territorio diviso tra gang rivali, con la polizia inerme a osservare le gesta dei delinquenti. Signore e padrone della rete malavitosa è il disgustoso Lord Buppa, dedito al cannibalismo e a sordide pratiche sessuali. Quando la figlia di una gang straniera, a Tokyo in incognito, finisce prigioniera di Buppa, tra le bande rivali si scatena la guerra, a colpi di mazze da baseball e rime hip hop.

Tokyo Tribe è l'ennesima prova che Sono è uno sperimentatore che non ha intenzione di fermarsi nel suo viaggio di nozze con il cinema di genere. Tratto da un manga, in questo caso un mix coinvolgente di più di due ore che mischia, musical, azione mimando il combattimento fisico detto up-rock e fronteggiandosi a colpi di dissing, dramma, virate pulp e tanto tanto ritmo scandito dagli ottimi brani hip hop cantati dai protagonisti.
Tokyo è il caos amplificato e messo a ferro e fuoco da band locali che con le dovute divisioni dovranno trovare un accordo per combattere un nemico più grande.
Un film travolgente e anarchico, un live-action che tra pianisequenza e cambi di ritmo impressionanti conferma l'amore per il cinema e proprio la prolificità del regista riesce a dare successo e un'attenzione meticolosa al gusto corrente in fatto di mode, tendenze, stili e tutto il resto.
Tokyo Tribe è un film in realtà molto complesso da girare con tanti personaggi e gang, tutte al contempo caratterizzate a dovere e tutte che cercando di ritagliarsi una propria fetta di fama.
Un film che molto probabilmente dato in mano ad un altro regista che non lo sentiva come qualcosa di importante avrebbe comportato un sicuro fiasco. Qui è sprigionata la follia e la creatività e sono proprio questo insieme di elementi uniti ad un corollario di scelte originali e spesso anche politicamente scorrette (la poliziotta svestita per strada che finisce tra le mani di Mera unita alle scene sado-mado e quelle di cannibalismo).
Visivamente folle, sembra ironizzare su tanto hip hop moderno e l'esagerazione del fenomeno che sta dietro, dando risalto e forma a personaggi improbabili che pur non diventando mai del tutto delle macchiette funzionano proprio nella maniera in cui esagerano un fenomeno di massa che ha ripreso forma e successo.



martedì 8 novembre 2016

Before i disappear

Titolo: Before i disappear
Regia: Shawn Christensen
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Al punto più basso della sua resistibile esistenza Richie riceve una telefonata che potrebbe cambiargli la vita: la sorella gli chiede di badare per qualche ora alla nipotina Sophia di undici anni. Non sa in che guaio sta per cacciarsi. L'impianto narrativo del film è da classica commedia degli equivoci, ma lo sviluppo rivela un talento del tutto originale.

Protagonista della pellicola uno spaesato, depresso, disoccupato, solitario nonché drogato ragazzo di nome Richie. La sua esistenza è di fatto finita con l'addio della compagna, l'amore della sua vita, tanto da portarlo al suicidio. Richie vuole morire. Prima di farlo scrive un'ultima accurata lettera d'amore all'indimenticabile fidanzata.
E'una storia di redenzione, ma anche il ritratto di una generazione che si deprime troppo facilmente e preferisce farla finita piuttosto che mettersi in gioco. L'opera prima di Christensen che dirige e interpreta non è di certo una storia originale, ma nel suo piccolo ha tanti elementi e musiche interessanti che rendono la visione piacevole e stimolante, un piccolo indie tipico da scenari da festival, in cui l'adulto deve prendere atto che ci sono questioni più importanti a cui dar peso e priorità come una nipote e alcuni legami familiari vacillanti.





lunedì 3 ottobre 2016

Sound and the fury

Titolo: Sound and the fury
Regia: James Franco
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Siamo nel Mississippi, alle soglie della Depressione dei primi del ‘900. La storia, torbida e labirintica racconta la decadenza e la sventura dei Compson, aristocratici del Sud caduti in disgrazia. Le vicende della famiglia vengono raccontate da differenti prospettive. I coniugi Compson hanno quattro figli: Quentin, Candance, Jason e Benjamin. La giovane Caddy, unica sorella femmina, viene narrata dai suoi tre diversissimi fratelli e diventa presenza candida e rassicurante, sorella ingenerosa, madre snaturata che abbandona la figlia

“La vita non è altro che un racconto detto da un idiota, pieno di urlo e furore, che non significa nulla.”
James Franco ancora non riesco bene ad inquadrarlo. Sicuramente è un autore versatile e poliedrico, un mix strano di questa nuova generazione di filmaker, alieno per certi versi, a qualsiasi compromesso di comodo. Allo stesso tempo ho la vaga impressione che sia un incredibile paraculo furbacchione che ha capito bene come sistemarsi in mezzo alle star di successo e crearsi un certo impero e delle solide e importanti amicizie.
Qualcuno lo ha definito affetto da un delirio narcisista che ne soffoca le capacità altrove dimostrate sotto il cuscino di un ego troppo ingombrante. Bah, tuttavia lo spacciatore in SPRING BREAKERS è una delle sue prove attoriali migliori.
Sceneggiatore (qui di nuovo con Matt Roger) produttore, regista, cabarettista, attore, pittore, scrittore, scultore. L'infaticabile Franco ha addirittura 12 film in programma da qui a un anno, tra pre e post-produzione e sembra che proprio come regista scelga sempre progetti ambiziosi di scrittori importanti come Faulkner o McCarthy.

Ritorna dunque su Faulkner, facendo forse, al di là di una crescita dal punto di vista dell'impiego dei mezzi interessante, gli stessi precedenti errori risultando di nuovo marcatamente letterario nella narrazione mentre d'altro canto dimostra di saper mettere bene in scena i sentimenti, la rabbia, la solidarietà, l'empatia che fino a prova contraria ci sono tutti. E'un film in cui le emozioni la dicono lunga riuscendo ad essere dolente e disperato ma anche sardonico e crudele quanto necessita, senza trovare mai terreno fertile nell'esagerazione. Se pure si possono riscontrare ancora tante sbavature nel cinema di quello che vorrebbe essere un "enfant prodige", dall'altro c'è sempre una sottile vena malinconica che attraversa il Franco attore e soprattutto quello regista. Nel film in questione poi sceglie di interpretare Benji il figlio handicappato con una performance certo calibrata, a tratti zoppicante ma senza mai cadere nella caricatura. Alla fine ci troviamo di nuovo di fronte ad un’opera più che dignitosa e ricca di fascino.  

A good marriage

Titolo: A good marriage
Regia Peter Askin
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mentre il marito con cui è sposata da oltre vent'anni è lontano per uno dei suoi viaggi di lavoro, Darcy Anderson è alla ricerca di batterie nel garage quando si imbatte in qualcosa che le rivela il lato oscuro del consorte. Si tratta di una scoperta raccapricciante, destinata in un crescendo di intensità a porre fine a quello che per tutti era un buon matrimonio.

A good marriage è un thriller modesto, tratto da un racconto breve di Stephen King apparso nella sua raccolta Full Dark, No Stars del 2010.
Ormai i film tratti dalle opere dello scrittore non si contano. Questa ennesima trasposizione, da noi ancora senza distribuzione, trova alcuni punti di forza proprio nella costruzione della storia e nel fatto che la moglie Darcy sembra accettare il lato oscuro del marito.
Pur trovando alcune forzature e colpi di scena non allineati con il contesto della storia per buona parte riesce a mantenere un certo equilibrio cercando il più possibile di affinare la suspance.
Purtroppo dal secondo atto, non inserendo altri elementi (il detective arriva e si chiude in una parentesi sul finale che poteva dare molto di più) il ritmo vacilla creando alcune crepe non da poco, ma per fortuna ci pensa la buona alchimia tra i due protagonisti a non danneggiare troppo il film. Diciamo che riesce a smarcarsi rispetto ai soliti film che trattano i conflitti e i drammi tra coniugi, trovando una soluzione e alcuni momenti, come l'arrivo del marito in casa dopo la sorpresa che sancisce l'incidente scatenante, funzionali e quasi a metà tra il sogno e la realtà.






Preservation

Titolo: Preservation
Regia: Cristopher Denham
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Tre familiari decidono di addentrarsi nelle profondità del bosco per una battuta di caccia che dovrebbe permetter loro di distrarsi un po' dai problemi domestici. Quando però la loro attrezzatura scompare nel nulla, i tre cominciano ad accusarsi a vicenda prima di capire di essere vittime di alcune forze oscure al lavoro.

Preservation è un survival horror come tanti, un film che prende spunti già visti e rivisti finendo per fare la solita critica che i giovani d'oggi possono essere davvero pericolosi.
Questa critica o sotto-genere o tematica giusto per intenderci veniva già presa in considerazione negli anni '70 con film di un certo spessore come ad esempio quello di Di Leo del '69 o esempi più recenti come il film di Watkins.
Novità? Nessuna se contiamo che il gruppetto di adolescenti è mascherato, che messaggiano tra di loro anzichè parlare, che prediligono una caccia all'uomo o alla donna senza apparenti motivi e che conoscono le riserve naturali meglio di chiunque altro.
Cosa possono dunque fare gli adulti? Morire. A parte naturalmente la nostra protagonista incinta.

Dopo la mattanza diventa presto un revenge-movie che sancisce l'eutanasia finale. E'un peccato perchè il film è girato sicuramente bene, perdendosi in troppi fumosi dialoghi iniziali diventando purtroppo banale e scontato con uno svolgimento approssimativo e un'ingenuità dello script che ne sancisce una povertà di contenuti e la più totale mancanza di originalità.

venerdì 23 settembre 2016

Interstellar

Titolo: Interstellar
Regia: Cristopher Nolan
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una piaga sta uccidendo i raccolti della Terra, da diversi decenni l'umanità è in crisi da cibo e quasi tutti sono diventati agricoltori per supplire a queste esigenze. La scienza è ormai dimenticata e anche ai bambini viene insegnato che l'uomo non è mai andato sulla Luna, si trattava solo di propaganda. L'ex astronauta Cooper, mai andato nello spazio e costretto a diventare agricoltore, scopre grazie all'intuito della figlia che la NASA è ancora attiva in gran segreto, che il pianeta Terra non si salverà, che è comparso un warmhole vicino Saturno in grado di condurli in altre galassie e che qualcuno deve andare lì a cercare l'esito di tre diverse missioni partite anni fa. Forse una di quelle tre ha scoperto un pianeta buono per trasferire la razza umana e in quel caso è già pronto un piano di evacuazione. Andare e tornare è l'unica maniera che Cooper ha di dare un futuro ai propri figli.

Un film che riesce a farmi paura quando parla di spazio e gravità merita tutta la mia stima.
Per ora ci sono riusciti in pochi. 2001 ma è quasi un'ovvietà, GRAVITY, EXPLORERS (l'infanzia perduta)e pochi altri.
INTERSTELLAR è un altro di quei film così enormemente complessi che piacciono o lasciano perplessi perchè nessuno osa dire che sono "oggettivamente" brutti, ma in tanti pensano e sanno di non averci capito niente, quindi preferiscono il silenzio e magari si commuovono pure vedendo Cooper che piange o che parla da un'altro mondo alla figlia attraverso una libreria.
Dal punto di vista della grafica, della messa in scena, della fotografia, del cast (a parte Matt Damon), delle location, tutto è eccellente, questo certo non si può criticare a Nolan, regista che ha saputo imporsi diventando un colosso dell'industria americana.
Questo complesso film sci-fi era un progetto che il regista aveva nel cassetto da anni, ci credeva pur sapendo che non aveva un taglio commerciale come BATMAN e INCEPTION.
Qui non c'è il sogno del sogno dentro al sogno è vero...ma ci sono tante altre cose complesse e mai banali (a parte un paio che ho considerato davvero esagerate e incomprensibili).
Andrebbe per un film così complesso fatta una lista dei pro e contro.
Gli esseri dell'iperspazio che poi siamo noi, Murphy scelta come chiave per salvare il mondo, degli intenti che lasciano lo spiraglio per una società che ancora deve venire dopo di noi....
Nolan è stato capace di osare qualcosa di esageratamente difficile, una sfida allo star-system, una sfida con se stesso e con i buchi neri del film e che gravitano dentro la sua psiche.
Una pellicola che "fa paura" perchè ci lascia nudi in un'universo che abbiamo una fottuta paura di conoscere, perchè richiama temi come l'infinito e altro, che l'uomo non sarà mai in grado di svelare e comprendere.
Il regista prova ad avvicinarsi usando tecniche e strumenti all'avanguardia, studiando e mettendosi all'opera sul film finora più complesso e ambizioso degli ultimi anni.
Lo spazio-tempo, le note di Zimmer che ti entrano nell'anima, la voglia di cambiare o di rimanere nella nostra beata ignoranza.
Punti forza: sposa tesi complottiste come la bufala dell'uomo sulla luna e che di fatto la Nasa è composta da un gruppo di bifolchi. L'elemento forse migliore è che all'umanità non frega nulla dell'Universo ci piace vivere e morire su questo f*****o pianeta. Punto. Quindi cinismo assoluto.
Punti deboli: Cooper che sà tutto e impara tutto o asserisce di comprendere già tutto (ho scritto una sorta di log-line per la brevitas e per non dover stare a sottolineare tutti i punti) e poi spiegatemi il ruolo di Matt Dammon...ma dai sù...e infine direi un'altra cosa sul plot. Ha così tanta, ma tanta di quella roba che io in diversi punti non ho trovato una logica che stesse alla base.
Ma io faccio parte per fortuna degli ignoranti.


domenica 18 settembre 2016

Over your dead body

Titolo: Over your dead body
Regia: Miike Takashi
Anno: 2014
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

Una compagnia teatrale sta per mettere in scena Yotsuya Kaidan, celebre testo ottocentesco su un samurai senza padrone e soprattutto senza coscienza che non esita a distruggere tutto e tutti pur di acquisire una posizione di rilievo nella società. La coppia di attori protagonisti è anche coppia nella vita, ma il loro rapporto si incrinerà con il prosieguo delle prove, finchè risulterà difficile separare la realtà dalla finzione, e i due saranno trascinati negli abissi del delirio.

Uno degli ultimi film del prolifico, insaziabile e trasformista dei generi Miike, è un thriller psicologico con richiami horror, fantasmi, e alla base il desiderio di confrontarsi con un classico e una storia davvero inconsueta e complessa.
E'un film per certi versi molto più lineare e narrativo senza il solito e congeniale montaggio che smorza le immagini e rende ancora più frenetico il ritmo (caratteristica assolutamente infallibile che Takashi riesce a trasformare sempre in oro). Siamo più dalle parti di 13 ASSASSINI, HARA-KIRI:DEATH OF A SAMURAI e in alcuni momenti GOZU e IMPRINT per cercare di sondare una filmografia che vanta quasi cento film.
Miike adatta un'opera teatrale kabuki mischiandolo con le marionette Bunraku e crea un gioco di messa in scena tra moderno e storico, suggestivo e impressionante, portando avanti un'opera complessa con un climax finale degno della sua fama, una messa in scena invidiabile e alcune scene profondamente disturbanti come quella dei farmaci, etc.
Forse ci troviamo di fronte ad una delle sfide più complesse del regista, matura e difficile, ma che grazie al talento e una preparazione minimale per ogni singola inquadratura, riesce anche questa volta a raggiungere il suo obbiettivo. Quando dalle singole storie dei personaggi che si delineano fuori da un palco che non smette mai di girare, cominciano ad arrivare le bambole e le mutazioni del corpo, allora si entra a tutti gli effetti in quell'incubo malato e misurato che grazie ad una colonna sonora eccellente riesce a farti piombare in un vero incubo.



sabato 10 settembre 2016

P'tit Quinquin

Titolo: P'tit Quinquin
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2014
Paese: Francia
Stagione: 1
Episodi: 4
Giudizio: 4/5

P'tit Quinquin è un ragazzino molto vivace di una dozzina d'anni che vive nella fattoria di famiglia. E' l'inizio delle vacanze estive e trascorre il tempo coi suoi due amici e la fidanzatina Eve, girando in bicicletta e facendo scherzi con i petardi. Ma un evento straordinario sopraggiunge con la scoperta di un cadavere di una vacca squartata ed esposta spettacolarmente in un bunker, una spoglia tanto più inquietante in quanto l'autopsia rivela dei resti umani all'interno. Arriva in città un'improbabile coppia di investigatori della polizia composta dal comandante Van der Weyden, pieno di tic, e dal luogotenente Rudy Carpentie, che passerà tutto il film a fare assurde manovre da pilota di rally. "Non siamo qui per fare della filosofia", precisa subito uno dei due, mentre un secondo cadavere (una donna senza testa) fa la sua comparsa. Moltiplicando le piste false (la coppia di amanti, il giovane terrorista in erba perduto nel clima di pregnante razzismo locale) e le divagazioni, da un funerale assurdo a un concorso canoro radiofonico passando per la fanfara del 14 luglio, le indagini avanzano in una nebbia resa ancora più fitta da altri tre omicidi (l'ultima vittima è divorata dai suoi maiali), mentre P'tit Quinquin prosegue la sua vita di giovane adolescente.

Dumont è ormai da parecchi anni che lo seguo, rimanendo estasiato e insoddisfatto, allegro e dispiaciuto allo stesso tempo. Insomma è un regista che mi piace ma con cui non vado molto d'accordo.
Una serie dunque mi ha colto spiazzato in tempi dove ormai sembra essere il format preferito e di moda per tante produzioni e tanti registi.
Dumont però è sempre stato e sempre sarà originale per diversi punti di vista, oltre che possedere uno stile davvero atipico e particolare ed essere un autore da non sottovalutare.
Quindi questa breve serie autoconclusiva è la summa di tutti gli elementi e i suoi temi cari anche se per fortuna resi ed espressi in modo più chiaro e meno metafisico come appare in molte sue opere.
La cosa che più mi ha stupito è stata la risata, sempre e volutamente assente dal suo cinema, mentre invece alcuni temi già erano presenti e mischiati con altri a partire dall'umorismo assurdo, l'autoironia, la parodia di tante recenti serie poliziesche e non per ultima l'ipocrisia che domina la società e l'individuo e in fondo l'umanità e la sua intrinseca barbarie pronta a deflagrare in ogni momento.
A partire da una scelta del cast assolutamente funzionale e incisiva nella sua maniera di esprimere e di esprimersi come meglio credono. Volti bene o male sconosciuti o poco noti, in cui ancora una volta è proprio la mimica facciale, i tratti somatici e i segni particolari a farla da padrone, sia per i piccoli che per gli adulti, con la prova straordinaria e davvero assoluta di Bernard Pruvost nei panni dell'insolito detective.
Stravagante, bizzarro, grottesco, romantico. Questa piccola serie cult andrebbe vista e rivista per coglierne tutti gli elementi e soprattutto è doveroso vederla tutta di seguito.


Dead Lands

Titolo: Dead Lands
Regia: Toa Frazer
Anno: 2014
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Dopo il massacro della sua tribù tramite un atto di tradimento, il figlio adolescente del capo, Hongi, decide di vendicare il padre in modo da portare la pace alle anime dei suoi cari. Notevolmente in inferiorità numerica contro la banda di predoni assassini che sono ancora in agguato, Hongi ha una sola speranza: deve entrare nelle proibite "Terre dei morti" e chiedere aiuto al misterioso "Guerriero", un combattente leggendario che si dice risieda lì.

I film che prima erano d'avventura e poi sono diventati d'azione con protagonisti i Maori e la bellissima Nuova Zelanda non mancano di certo. Ora facendo tabula rasa di tutto ciò che nel cinema è uscito sul tema e sulla location di recente, l'approccio con "Le terre morte" non è un buco nell'acqua, ma in quanto a originalità lascia perlomeno perplessi.
Il revenge-movie è davvero un tema abusatissimo e anche cambiando la geografia, se non sei in possesso di una sceneggiatura come si deve, il risultato alla dura stanca e in alcuni casi annoia pure.
Dead Lands è uno scontro dove a fare da padrona sono le smorfie, le linguacce dei suoi protagonisti e un essere straordinario, un mostro cannibale, una furia da combattimento capace di affrontare da solo molti uomini, il cui nome è 'Il guerriero'.
Tra viaggi dell'eroe, spiriti di antenati, premonizioni, rituali, e combattimenti, il film prosegue con una struttura che dire lineare è poco. Tutto alla fine è destinato ad essere scontato senza nessun guizzo e trovando in alcune scene anche dei momenti morti.

Poi sarà che sono spesso un nostalgico ma quando penso alla Nuova Zelanda il mio mito continua ad essere Jake la Furia.

martedì 6 settembre 2016

Big Hero 6

Titolo: Big Hero 6
Regia: Don Hall, Chris Williams
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Ogni notte nei vicoli più reconditi della metropoli futuristica di San Fransokyo si improvvisano i ring delle competizioni clandestine più acerrime e avanguardistiche, i bot fight, o le lotte tra robot. Il quattordicenne Hiro Hamada, prodigio della robotica, è un insospettabile campione di tali tenzoni che lo portano inevitabilmente a rimanere invischiato in guai più grossi di lui, allorché vince grosse scommesse contro i veterani dell'azzardo. A salvarlo c'è però sempre il fratello maggiore Tadashi, che cerca di allontanarlo dalla pericolosa passione per i bot fight. A tal fine, Tadashi cerca di convincere Hiro ad entrare con lui nell'élite del San Fransokyo Institute of Technology. Dopo una visita presso il 'covo dei geeks', dove Tadashi presenta a Hiro i suoi sodali Gogo, Honey Lemon, Wasabi e Fred e il suo progetto Baymax, un robot gonfiabile inteso a fornire ausilio sanitario sia fisico sia psicologico, il genio teenager è più che convinto. Ma la sera della fiera di presentazione dei progetti di ammissione all'istituto, dove Hiro primeggia grazie ai suoi mirabolanti micro-bot, in grado di dar forma a qualsiasi proiezione della mente di chi li comanda, l'Istituto è d'improvviso avvolto dalle fiamme di un incendio in cui Tadashi perde la vita...

Big Hero 6 riesce in un impresa insolita per la multinazionale Disney.
Fondere con innovazione e intelligenza i classici disney con i moderni super eroi.
Il risultato è un ibrido con tanta azione e gusto, un alchimia che non sempre riesce ad essere incisiva, soprattutto nel finale, ma che sicuramente modernizza alcuni temi grazie all'apporto delle recenti tecniche in c.g che riescono a dare spessore e potenza immaginifica al film d'animazione.
Purtroppo chi perde di più in questo film è la caratterizzazione dei personaggi che si perde volendone mostrare tanti e riuscendo a salvarne pochi. Diversa invece è l'analisi dell'insolito robot che sembra una mescolanza tra tanti ibridi senza riuscire a far trasparire pathos come Wall-e ma facendo breccia nell'empatia dei suoi piccoli fan.

La colonna sonora, il brano Immortals in particolare, con il suo rock per teenager è una delle cose migliori del film.