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domenica 26 febbraio 2017

40%

Titolo: 40%
Regia: Riccardo Jacopino
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Lucio ha passato la prima parte della sua vita a mettersi nei guai. Un’adolescenza vissuta nell’anonimato della periferia, la droga, i traffici, i problemi con la Legge, sono stati l’abisso da cui si è ritratto appena in tempo. Quando esce dalla comunità di recupero, comincia a lavorare in una cooperativa sociale dove incontra una pittoresca tribù di personaggi con alle spalle storie altrettanto complicate. Dopo i conflitti iniziali con Alfred, il suo collega albanese, oltre che rivale nella squadra di calcio, Lucio entra a far parte del gruppo.
Ma quando il passato sembra riaffacciarsi con i pericoli e le tentazioni di sempre, saranno proprio i suoi compagni a salvarlo da un finale già scritto.

I film indipendenti, le produzioni dal basso, il budget ridottissimo ma pieno di mille speranze, la voglia di credere, sono questi gli ingredienti che la piccola ma efficace produzione cinematografica della cooperativa Arcobaleno di Torino ha messo insieme per dare vita al suo primo lungometraggio. Un film di fiction, di umana realtà, interpretato dagli stessi raccoglitori protagonisti che lavorano presso il progetto Cartesio, i quali si superano dando vita ad una galleria di personaggi, stili di vita e storie differenti e affascinanti. Una forma d'arte nuova in cui la cooperativa di Torino ha investito sperimentando il linguaggio cinematografico.
Il risultato è interessante soprattutto per dare un'immagine chiara e precisa evidenziando in 90' la realtà, il lavoro, la responsabilità e poi soprattutto le difficoltà e l'avvio per una nuova vita ricca di colpi di scena.
Arcobaleno è così. Una famiglia in cui diverse persone dal passato difficile (tossicodipendenza, alcolismo, carcere, etc) trovano una nuova casa, un senso di vita in cui credere e appartenere sentendosi accolti e accettati senza pregiudizi.
Il film di Jacopino registicamente è poco più che amatoriale senza guizzi di regia o tecniche e risorse particolari. Gli basta raccontare e descrivere l'originalità insita in ognuno dei suoi personaggi creando un empatia enorme con quasi tutti, di cui Lucio, il protagonista, non a caso è il meno in parte e non a caso e uno degli unici a non far parte della cooperativa provando a immaginarsi come uno di loro, riuscendo a cogliere poche sfumature e lasciando ad Alfred e Rambo la strada spianata per descrivere il microcosmo in cui lavorano.
Dal punto di vista della storia è funzionale alle aspettative, miracolosamente credibile, descrivendo l'ingresso, le avventure, il tipo di lavoro, la caduta, le difficoltà e infine la redenzione con un climax finale divertente e che esce leggermente dai canoni lasciando qualche residuo action e revenge che crea ancora più ritmo e atmosfera alla storia.



venerdì 13 gennaio 2017

Adam Chaplin

Titolo: Adam Chaplin
Regia: Emanuele De Santi
Anno: 2010
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Ci troviamo a Heaven Valley, una città immaginaria, in cui Adam, un uomo la cui fidanzata è stata bruciata viva da un mafioso locale, inizia ad indagare sulla morte della donna. Non potendo contare sull’aiuto della polizia, decide di svolgere le indagini per proprio conto guidato solo dalla propria rabbia e da un demone, da lui evocato, che lo guida nelle ricerche per la città. Inizia così una guerra senza esclusioni di colpi in cui Adam è rimasto da solo a combattere contro tutto il mondo corrotto e malvagio, per affrontare, nello scontro finale, Denny Richards, l’assassino di Emily

Adam Chaplin continua il discorso sulla tradizione del cinema splatter italiano. A differenza però di alcuni flop e baracconate incredibili (INTO THE MARKET, BLOODLINE, MORITURIS, PAURA 3D, etc) usciti negli ultimi anni, l'opera prima di De Santi, tamarro di proporzioni bibliche palestrato come il protagonista di KUNG FURY, seppur essere un dichiarato omaggio ai revenge-movie, dal canto suo inserisce tanti elementi e una quantità esagerata, ma funzionale, di sangue e frattaglie.
Un mix di c.g e gore old school con esplosioni, sangue a litri, questo particolare effetto speciale (H.A.B.S.) creato dai compari della Necrostorm che rende la truculenza in modo molto più realistico di quanto non abbiano fatto gli splatter orientali ed è solo uno dei progetti della Necrostorm, una casa di produzione (immagino di proprietà di De Santi) che ha tutte le carte in regola per tirare fuori qualcosa di interessante nei prossimi anni.
Da FIST OF THE NORTH STAR a IL CORVO, SPLATTER e RIKI-HO, i riferimenti ci sono per un film che non potrà essere apprezzato che dagli amanti del gore e dei film ultra-violenti.
Adam Chaplin in più merita un discorso per quanto concerne la distribuzione e le vendite dal momento che è un indie italiano low-budget. Il riscontro delle vendite sembra eccellente: quasi quindicimila copie vendute e i diritti di distribuzione acquistati in molti Paesi, con particolare successo in Giappone. Un unico neo: le copie vendute in Italia sono state quarantasette e nessuna risposta da parte dei distributori.

Nonostante tutto e a riprova di come la distribuzione da noi sia vergognosa...facciamo gli auguri a De Santi che possa continuare, magari insistendo sul montaggio e sul doppiaggio un po scarsi e lacunosi in questo film, a portare avanti i suoi progetti.

martedì 8 novembre 2016

Perfect Host

Titolo: Perfect Host
Regia: Nick Tomnay
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Warwick Wilson è un padrone di casa perfetto. Serve il tavolo impeccabilmente, prepara l'anatra alle otto e mezza precise e mette sempre gli ospiti a loro agio. John Taylor è un rapinatore che si presenta a casa di Warwick adducendo la scusa di essersi perso

Home-invasion che incontra il torture in un thriller in salsa black comedy. L'esordio di Tomnay anche se non è così male per quanto riguarda il reparto tecnico e gli attori tra cui l'iper tamarro Clayne Crawford di BAYTOWN OUTLAWS, ripiega su scelte e modalità convenzionali già viste e riviste. Se il fuggiasco entra in casa del padrone elegante e preciso e ovviamente la sceneggiatura ribalta la struttura facendo sì che proprio il ladro diventi la vittima sacrificale da torturare, non basta e a nulla servono alcune scelte e scene sicuramente funzionali dal punto di vista creativo e della costruzione dell'immagine che però nulla tolgono ad un finale prevedibile e scontato.
Anche la caratterizzazione dei personaggi, in particolare Warwick, se all'inizio ha una sua aura di mistero finisce presto e nel finale decisamente troppo, dicendo e mostrando numerosi elementi che non sono funzionali al film e abbassano la suspance.

Interessante per certi versi l'impiego degli ospiti di Wilson che sembrano comparse, spettatori, attori, fantasmi e allucinazioni, il tutto cercando di renderlo il più misterioso possibile fino all'epilogo finale.

domenica 23 ottobre 2016

Brutal Relax

Titolo: Brutal Relax
Regia: AA,VV
Anno: 2010
Paese: Spagna
Giudizio: 2/5

Un caso sociale dopo un ricovero per disturbo di personalità esce dalla comunità. Il suo psichiatra lo lascia andare pur avendone una paura folle. Arrivato su una economicissima spiaggetta assieme ad un gruppo di persone improbabili dovrà combattere contro un'esercito di zombie venuti dal mare. E'molto trash, weird e solo a tratti ironico, il corto del collettivo spagnolo.
La musica come farmaco per sedare la propria valvola iperviolenta, le pile nel walk-man che esauriscono, e infine il messaggio che alcune persone e meglio che non vengono provocate.
C'è tantissimo sangue, arti, frattaglie e potenza immaginica in questo corto che al di là di qualche moderata scelta, non originale ma funzionale, alla fine non sembra voler dire quasi niente, se non sottolineare una smodata passione per lo splatter ironico.



domenica 22 maggio 2016

Bad Cop

Titolo: Bad Cop
Regia: William Kaufman
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Il detective Sean Riley vive e lavora a New Orleans assediato dai sensi di colpa per la morte del figlio e il suo matrimonio fallito. Al lavoro deve affrontare una probabile sospensione. Insieme al giovane detective Will Ganz cerca di risolvere una serie di omicidi brutali che hanno catapultato la città in una guerra tra gang. I due si rendono presto conto che sta succedendo qualcosa di molto piu grande e sinistro di quanto avevano immaginato.

Un altro film sulla corruzione della polizia e del suo eroe che da solo cerca di sconfiggere il sistema e allo stesso tempo la criminalità.
Bad Cop da noi non è nemmeno uscito al cinema ma solo destinato al mercato straight to video. Struttura classica che non aggiunge nulla di interessante alla trama, personaggi caratterizzati alla meno peggio e dialoghi davvero standard e sentiti ormai centinaia di volte.
All'inizio compare in una brevissima scena il buon Kim Coates, per chi non lo conoscesse, Tig della bellissima serie SONS OF ANARCHY.
Il protagonista invece, tale Johnny Strong, è il classico tamarro belloccio che sa fare praticamente tutto, non beve e non si droga, ma allo stesso tempo uccide a sangue freddo i criminali senza farsi problemi. L'unico aspetto positivo del film che alla lunga annoia sono le scene d'azione.
Infatti l'unico contributo positivo che un mestierante di action americani come Kaufman riesce a dare è quello di prendersi il suo tempo per studiarsi le sparatorie.

Altro il film non si prende la briga di dire o sondare e quando ci prova il risultato non è nulla di buono.

giovedì 21 aprile 2016

Pulsar

Titolo: Pulsar
Regia: Alex Stockman
Anno: 2010
Paese: Belgio
Giudizio: 3/5

Samuel vive a Bruxelles, dove esegue consegne di prodotti farmaceutici. La sua ragazza, Mireille, parte per assolvere uno stage a New York, in un prestigioso studio di architettura. Poco dopo la sua partenza, il computer di Sam viene preso di mira da un hacker. Tutti i tentativi per proteggere la sua rete wireless falliscono, l'hacker misterioso sembra intenzionato a mandare a rotoli la sua vita e la sua relazione con la bella Mireille. Scatta la mania persecutoria. Sam comincia a sospettare di tutti i vicini, le onde WiFi diventano la sua ossessione... Amore, paranoia e una coppia di innamorati divisi da un oceano e persi nella rete.

Il film di Stockman è un indie di pregevole fattura che si occupa di parlare di un problema noto a tutti ma che il cinema ha mostrato poco.
Il mondo della rete può fare paura e costringere a sviluppare una lenta paranoia e angoscia che può arrivare a chiuderti tra le quattro mura di casa.
I pericoli della rete come l’attacco degli hacker, le invasioni della privacy, sono ancora più terribili per il semplice fatto che non si sa chi sia il nemico o colui che sta agendo contro di noi.
Samuel cerca di mantenere la calma e il sangue freddo ma quando i messaggi rivolti a Mireille cominciano ad essere inopportuni e volgari, Samuel prenderà una decisione.

Pulsar è molto attuale e tratta un problema che potrebbe capitare a chiunque in quest'epoca post-contemporanea super hi-tech in cui si rimane incollati agli schermi senza guardare in faccia chi si ha di fronte. Ed è anche una bella prova di regia che senza spettacolizzare la materia e i contenuti riesce in modo moderato e minimale a creare lo stesso effetto claustrofobico dentro le mura di casa e sfruttando pochi elementi in modo più che mai funzionale.

domenica 30 agosto 2015

A somewhat gentle man

Titolo: A somewhat gentle man
Regia: Hans Petter Molland
Anno: 2010
Paese: Norvegia
Giudizio: 3/5

Dopo aver passato gli ultimi dodici anni della sua vita in carcere, il killer professionista Ulrik non sa bene come poter tornare ad una vita normale. La sua indole è fondamentalmente quella di un uomo buono e gentile, ma è il suo passato a non concedergli una vita normale. Appena uscito, Ulrik si allea con il suo vecchio amico gangster Jensen per vendicarsi del poliziotto che lo ha arrestato. Nel frattempo, comincia a riprendere contatti con il mondo esterno, trovando lavoro come meccanico presso un'officina gestita da un ometto verboso e ospitalità nello scantinato di una bisbetica signora. Quando dalla ex moglie viene a sapere che il figlio conduce un'esistenza felice con una ragazza per bene che sta per renderlo padre, Ulrik cerca di riappacificarsi con lui per dimenticare tutti quegli anni di assenza, ma deve anche affrontare le pressioni di Jensen e quelle di tutte le varie donne che gli stanno attorno.

Molland è un regista che dopo qualche passo falso è riuscito a meritarsi una buona reputazione tra i cineasti norvegesi. Questa parabola sul ruolo dell'uomo in una società fredda e cinica come viene raffigurata la capitale, è funzionale e molto ben recitata con uno scipt ben dosato, alcuni momenti morti, ma nel complesso delle scene decisamente divertenti e incisive.
Stellan Skarsgård, attore su cui non c'è bisogno di soffermarsi, riesce con quello sguardo freddo e stralunato a reggere sulle spalle tutto il film, dando vita ad un personaggio che nel senso di colpa e nelle difficoltà economiche cerca l'equilibrio tra il non rifiutarsi mai nelle richieste di sesso con qualsivoglia tipo di donna e un avvicinamento con un figlio dimenticato oltre che cercare di superare i suoi demoni personali e non ritrasformarsi in un killer
E' un film che gioca molto sui particolari, sugli eccessi e i dettagli eccentrici, senza mai annoiare ma anzi rafforzando la narrazione in un crescendo di azioni e formule che trovano un ottimo equilibrio.
Purtroppo il film non è mai stato distribuito in Italia.


Dante's Inferno

Titolo: Dante's Inferno
Regia: AAVV
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Di ritorno dalla Crociata, Dante trova ad attenderlo un’amara sorpresa: la sua famiglia è stata massacrata, l’amata Beatrice muore tra le sue braccia e Lucifero compare a reclamarne l’anima. Il poeta è costretto ad avventurarsi nell’Inferno per liberarla…

Oramai il sodalizio tra videogiochi e cinema d'animazione è stato da tempo sigillato con alcuni ottimi esempi di cinema e al contempo di soggetti presi proprio dai videogiochi.
Anche in questo caso il prodotto e il risultato finale non sono male, anche se ovviamente parliamo di un prodotto che non si farà certo ricordare ma verrà dimenticato in fretta come alcuni suoi contemporanei coetanei come HIGHLANDER, HARLOCK e la lista prosegue con svariati altri nomi che non per forza hanno assonanze con i videogiochi ma appartengono al genere d'animazione.
Dante convince sotto molti aspetti, soprattutto nel reparto action, combattimenti, creature e via discorrendo, portandoci in quasi tutti i gironi e mantenendo un ottimo ritmo per quasi tutta la durata.
Non funziona quando cerca di prendersi sul serio citando proprio i versi di Dante adattando molto liberamente la Divina Commedia per scopi e rimandi puramente commerciali.


martedì 28 luglio 2015

Territories

Titolo: Territories
Regia: Olivier Abbou
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

Cinque amici statunitensi, di ritorno da un matrimonio celebrato in Canada, stanno tornando a casa negli USA in macchina. Non lontano dal confine il loro mezzo viene fermato da due poliziotti irregolari che vogliono controllare le loro identità. Quando uno dei due poliziotti trova della marijuana tra i bagagli dei cinque ragazzi le cose peggiorano velocemente...

Territories è un film difficilmente inquadrabile.
C'è un inizio e una prima parte davvero interessanti, non squisitamente originali, ma che hanno una suspance funzionale e creano non pochi momenti di sgomento, oltre che puntare su una sorta di denuncia fin troppo esplicita alla fobia e soprattutto della paura negli Stati Uniti post undici Settembre. Come molti film che trattano l'abuso di potere, il film mostra sicuramente le carte migliori fino al momento in cui la critica su Guantanamo e le torture, nonchè l'arrivo dell'investigatore privato, ne sanciscono alcuni limiti su cui il livello del film e il finale inciampano rivelando una pochezza di idee e alcuni scelte che ne sanciscono svariati limiti.
Ed'è un peccato perchè lo scontro tra due mentalità, civiltà viene quasi da dire, tra i Canadesi e gli Statunitensi era interessante, l'interrogatorio relativo al fatto di non accettare stranieri anche se perfettamente intergrati sul suolo americano pure, ma Abbou ha voluto esagerare non riuscendo a contenere ciò di buono creato nella prima parte e investendo troppo sul lato torture piutosto che sui diaoghi che avevano delle buone premesse.


giovedì 16 luglio 2015

Sound of Noise

Titolo: Sound of Noise
Regia: Ola Simmonson, Johannes Stjärne Nilsson
Anno: 2010
Paese: Svezia
Giudizio: 3/5

Tutto ha origine da due fratelli. Il primo molto dotato, già bambino prodigio, oggi è stimato direttore d'orchestra, il secondo, stonato cronico e insofferente nei confronti della musica (anche a causa di un'infanzia all'ombra del fratellino dotato), è poliziotto. Proprio a lui viene affidato il caso di alcuni misteriosi crimini collegato ad un gruppo di persone che si presentano in ambienti convenzionali per smontarli e letteralmente "farli suonare" utilizzando tutto quello che trovano.

Sound of Noise è un film bizzarro e originale che nonostante il tono spesso sconclusionato credo possa essere menzionato tra i film sul tema musicale più originali mai visti finora.
Con una storia interessante è provocatoria, vuole essere ricordato come una sinfonia anarchica di pace e libertà, tutta dettata da registri musicali senza puntare troppo sui dialoghi.
E'insieme una critica al rumore che ci circonda ogni giorno, all'egoismo e alla tediosa rigidità di alcuni musicisti svedesi e della seriosità che si nasconde dietro la musica colta.
Seppur pervaso da un umorismo solo a tratti veramente comico, come capita spesso per divesi paesi la cui comicità il più delle volte riscontra l'effetto opposto, l'opera prima della coppia di registi è una commedia irrorata da sterzate di freschezza e alcune trovate davvero innovative come le stravaganze legate ai quattro brani di cui il primo e in una sala operatoria in cui i batteristi suonano letteralmente su un paziente oppure il finale con i trattori che devastano la piazza davanti all'Opera.
Il problema però di Sound of Noise è legato in particolare al ritmo che spesso diventa ripetitivo e stancante. Alcune scelte di sceneggiatura proprio perchè non palesate al pubblico, diventano di difficile fruizione e comprensione.
Il cast c'è la mette tutta, contando che gli stessi protagonisti erano quelli del precedente corto della coppia di registi.
Uscito a Cannes, sicuramente farà parlare e sorridere, non verrà ricordato come un filmone, ma allo stesso tempo è un peccato che non raggiungerà mai le sale nei nostri cinema.


martedì 9 giugno 2015

Bedevilled

Titolo: Bedevilled
Regia: Cheol-soo Jang
Anno: 2010
Paese: Corea del Sud
Giudizio: 3/5

Per fronteggiare una forte crisi depressiva, Hae-won decide di andare a trovare un'amica dell'infanzia, Bok-nam, che vive a Mundo, una desolata isola sperduta a sud di Seoul. Là troverà una comunità maschilista che sfrutta la debolezza fisica delle donne per usurparle e ridurle a vittime incapaci di ribellarsi. La convivenza tra le due donne viene così inframmezzata da momenti di serenità, dove i ricordi del passato portano nuova energia al presente, a scene di violenza inaudita. Quando Bok-nam sospetta il marito di violentare la figlioletta, tenta di scappare dall'isola assieme a lei ma il marito se ne accorge e riempie di botte entrambe. Così tanto da uccidere la bambina e da lasciare moribonda la moglie. A quel punto, dopo l'ennesimo sopruso psicologico, Bok-nam decide di vendicarsi eliminando tutti gli artefici della sua sofferenza.

Bisogna ammettere che i coreani in fatto di fotografia e compostezza delle immagini nonchè sulla scelta delle inquadrature continuano a fare passi da gigante.
L'opera prima dell'assistente alla regia di Kim Ki-duk parte davvero molto bene inquadrando Seul con tutti i suoi limiti e difetti, un microcosmo in fondo alla deriva, per poi spostarsi su un'isola affascinante e già da subito inquietante.
E'un film di opposti.
Vendetta/Remissione, Città/Campagna, Paura/Audacia, quello in cui ancora una volta ad esplodere forte e senza effetti melensi, è il tema abusato ma che fa sempre presa: la vendetta.
Un'ingiustizia atavica quella che si nasconde nel maschilismo patriarcale della società coreana dentro e fuori le città, sparsa in tutti i luoghi rurali e guidato da tremende leggi arcaiche.
Se la prima parte esplora e indaga i soprusi quotidiani e mischia diversi target generazionali per sottolinerare la normalità di alcuni assurdi, è la seconda parte che purtroppo si trasforma in un crudo e grezzo revenge movie femminista, cosparso di sangue e nel climax finale di alcuni buchi di sceneggiatura esplodendo in un piccolo vuoto che davvero, amando il genere, non mi aspettavo.
Il film di Chul-soo Jang è un profondo incubo, psicologico prima e fisico dopo.

Quello psicologico però affascina, è dichiaratamente debitore di Ki-duk su alcune scelte e particolarità, è intenso, violento, ma allo stesso tempo necessario per cercare le cause attraverso cui tutto sembra ricadere su Bok-nam, un'isola prigione che rende estremo ogni rapporto umano e in cui gli stupri e la pedofilia non vengono condannati ma accettate come pratiche comuni.

lunedì 27 aprile 2015

Essential Killing

Titolo: Essential Killing
Regia: Jerzy Skolimowsky
Anno: 2010
Paese: Polonia
Giiudizio: 3/5

Una coppia di impresari americani viene scortata dalle forze militari in una perlustrazione per le gole del deserto dell'Afghanistan, finché un talebano nascosto in un antro fa fuoco sul gruppo. Impaurito, l'assassino fugge per il deserto finché non viene catturato e rinchiuso in un carcere militare dove subisce torture e viene interrogato come possibile terrorista. Impossibilitato da una temporanea sordità a rispondere a qualsiasi domanda, viene inviato in un campo di prigionia ma, durante il trasferimento, riesce a fuggire dal convoglio militare, dando inizio a un'estenuante caccia all'uomo all'interno di una sconfinata foresta innevata.

Essential Killing come la geografia del film in cui si concentra, passa da un estremo all'altro in tutti i sensi.
Da un lato è una critica profonda, un malessere e insieme abbandono, una caccia all'uomo attenta e impreziosita da alcune scelte insolite e originali (il seno della donna per sopravvivere, le gole del deserto all'inizio, il disagio vissuto da Mohammed).
Dall'altro ha un finale nonchè una parte di mezzo un po sconclusionata, un iter di violenza che può essere giustificato dal senso di sopravvivenza ma che ad un tratto diventa contestabile (il tagliaboschi) senza parlare della soluzione ad effetto di avere un outsider come Vincent Gallo nella parte, poco convincente, di un talebano.
Eppure Gallo ha una mimica così insolita da riuscire a tenere tutto il peso del film e dare forma a quella sofferenza, in questo caso legata prettamente al contesto rurale e contraddistinta dalla fauna naturale che appare funzionalissima per il film del nuovo "godard" polacco (mah...).
Al di là della denuncia, che comunque è da entrambe le parti, accanita feroce come la violenza che sprigiona il protagonista senza nome (Mohammed quasi come un leitmotiv del mondo arabo) e dall'altra, facendo riferimento alla prigionia e alle torture nonchè alcune parti, va a capire, dove in terra natia apprezza i frutti della sua terra.

Un film che dal punto di vista degli intenti deraglia continuamente, ma riesce sempre infine a trovare un suo binario principale. Sprecata la presenza della Seigner.

domenica 19 aprile 2015

Room in Rome

Titolo: Room in Rome
Regia: Julio Medem 
Anno: 2010 
Paese: Spagna 
Giudizio: 2/5 

Inizio di una calda estate romana. Alba e Natasha si sono appena incontrate e hanno deciso di prendere una camera in un albergo. Alba è madre di due figli e il giorno dopo deve ritornare in Spagna, Natasha invece sta per sposarsi e l'indomani tornerà in Russia. Entrambe, però, sono attratte l'una dall'altra e, durante le dodici ore trascorse insieme, si lasceranno andare lentamente e senza riserve alla scoperta di una verità a lungo negata e destinata a rimanere chiusa tra le mura di quella stanza. 

Il regista spagnolo di CAOTIC HANA si slaccia da contesto onirici e un certo cinema che possiamo quasi definire “sperimentale” per trovare in questa commedia erotica, la summa della sua riflessione sul dare libero sfogo ai sensi, come accennava, anche se in forma diversa con il suo precedente film. Ora Room in Rome lascia basiti per l'inconsistenza dei contenuti, tutto affidato ad alcuni dialoghi difficilmente sopportabili e che sfiorano in più di un'occasione il ridicolo. 
Si parla di due versioni di cui una tagliata, ma il problema non è questo. 
Non stiamo parlando di un film autoriale e solido, contenutisticamente parlando, che potrebbe o meriterebbe la censura. 
Al di là dei corpi sinuosi, perfetti e del fascino magnetico delle due protagoniste, è la trama e la narrazione il limite più grosso del film, tale da rendere tutto il resto una “malaparata”. Medem è attratto dal sesso e i suoi film lo comunicano e non per questo si può farne una colpa, e chi non lo è. Però il suo ultimo film è noioso, disarticolato, cerca di essere provocatorio rimanendo invece intrappolato in un nulla di fatto. 
Enrico lo Verso probabilmente non sapeva cosa faceva o forse ha visto le due attrici e non ha saputo resistere. 
Un peccato perchè l'aspetto tecnico, in particolar modo la fotografia, è molto curata così come alcune inquadrature. 
L'idea di prendere un concetto come il “kammerspiel” e torturarlo oltremodo però è sinonimo che bisogna avere stoffa e talento. Finora Medem non lo ha dimostrato.

lunedì 2 marzo 2015

Four Lions

Titolo: Four Lions
Regia: Christopher Morris
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In un sobborgo inglese, il musulmano devoto Omar ha riunito una cellula terroristica per mettere a punto un sanguinoso attentato in nome della guerra santa contro una cultura corrotta e infedele. Del nucleo fanno parte, oltre ad Omar, il tonto Waj, il timido Faisal e l'inglese Barry, recentemente convertitosi all'islam e infiammato dalla passione del neofita. Nessuno di loro, però, è particolarmente esperto di esplosivi e di organizzazione militare. Anzi... 

Chris Morris è un conduttore, un personaggio televisivo e molte altre cose. 
Di certo non era un regista cinematografico. Il suo esordio non poteva essere più politicamente acceso di così, scherzando e provocando sul terrorismo e il fondamentalismo, visto sotto diversi punti di vista e soprattutto idee diverse da parte dei suoi personaggi.                                                                                                
Un film di certo con un buon ritmo, che cerca fin da subito di porsi a tutti gli effetti come una parodia nerissima, in cui soprattutto all’inizio, lo spettatore non riesce a capire se si parla di fatti reali o se sia solo una messa in scena.
La drammaticità e il dovere morale con cui ognuno affronta la sua scelta, diventano i canali principali su cui si muove il film. 
Il limite purtroppo al di là dell’improvvisazione lasciata agli attori, che in alcuni punti riesce a essere funzionale, è proprio quello di essere impacciato, commettendo alcuni errori di scrittura che il film paga a caro prezzo quando cominciano a non tornare più alcune azioni.
Alternando continuamente l’ironia e la drammaticità, Morris ha il pregio di provocare con un’idea originale, ma senza riuscire a creare anche una seria critica a riguardo, elemento che avrebbe giovato e conferito ancora più spessore al film. Ma forse, guardando il curriculum di Morris, lo scopo era esattamente questo senza andare oltre, ma lasciando il segno in più parti. 
Sono interessanti a questo punto alcune note di produzione che rivelano lo sforzo e l’acume di Morris. Morris ha impiegato tre anni facendo ricerche per questo progetto, intervistando esperti di terrorismo, esponenti della polizia e dei servizi segreti, nonché diversi imam e cittadini musulmani.

In un'intervista Morris ha affermato di aver iniziato a documentarsi prima degli attentati del 7 luglio 2005 a Londra. Con la sceneggiatura completata nel 2007, il film è stato proposto sia alla BBC che a Channel 4, che hanno entrambi rifiutato giudicando il progetto troppo controverso. Assicurati i fondi nell'ottobre 2008, le riprese del film sono iniziate nello Sheffield nel maggio 2009. 
Durante la produzione, il regista ha inviato una copia della sceneggiatura a Moazzam Begg, ex-detenuto britannico-pakistano del campo di prigionia di Guantánamo. Begg ha accettato la consulenza, riferendo dopo aver letto il testo di non aver trovato nulla che sarebbe potuto risultare offensivo per i musulmani britannici. Begg è anche stato invitato ad una speciale proiezione del film appena concluso, dichiarando di essersi divertito (Wikipedia)

venerdì 20 febbraio 2015

Senna

Titolo: Senna
Regia: Asif Kapadia
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Ayrton Senna da Silva nasce nel 1960 in una famiglia benestante di San Paolo e a diciotto anni è già in Europa a disputare i campionati internazionali di go-kart. Nel giro di pochi anni approda alla Formula 1 e si contraddistingue per uno stile di guida spettacolare e frenetico. Le sue autentiche prodezze automobilistiche, la forte devozione religiosa e l'accesa rivalità con il compagno di scuderia Alain Prost, lo portano presto a divenire una celebrità dentro e fuori dai circuiti. Per un Brasile sempre più povero e martoriato, Ayrton diventa l'emblema del riscatto e della vittoria, mentre per la Federazione della Formula 1, il giovane pilota è un talento incapace di sottostare alle politiche di gioco e ai giochi della politica.

Un documentario che narra in veste di biopic, la storia di uno dei personaggi più amati della Formula Uno. Senza infamia ne gloria, descrive la vita del pilota tra immagini di repertorio (per forza di cose) senza ricorrere alla finzione (mettendo in scena pezzi di vita) elemento che ho molto apprezzato e che forse non avrei saputo perdonare.
Kapadia dopo alcuni film da impiegato, ha trovato la salvezza e una via di fuga nel documentario.
La sua descrizione parte studiando e selezionando, si dice, quindicimila ore di materiale filmato, in cui il regista ha assemblato interviste, servizi televisivi, riprese di competizioni e filmini di famiglia, ricostruendo la folgorante carriera del pilota dal suo esordio in formula 1, nel 1984, fino alla famigerata curva del Tamburello, dove finiscono le sue gare e la sua vita.

E’un film di riscostruzione, quindi difficilmente giudicabile dal punto di vista delle scelte e degli intenti del regista. Quello che ne emerge è un affresco sulla persona, sul coraggio, sulle scelte e sullo straordinario talento che troppo velocemente, come spesso capita, si è concluso in tragedia.

Small Town Muder Song

Titolo: Small Town Murder Song
Regia: Ed Gass-Donnelly
Anno: 2010
Paese: Canada
Giudizio: 3/5

In un villaggio dell’Ontario in cui vive una comunità mennonita, un poliziotto dal passato violento convertito ai cristiani evangelici indaga sull’omicidio di una ragazza.

Il film di Donnelly ha due meriti che emergono fin da subito prima di capire cosa non funziona o non piace nella trama e nell’esecuzione del film.
Da un lato le musiche dei Bruce Peninsula davvero suggestive e intense che ci fanno entrare subito nel cuore del secondo merito che è la descrizione della comunità mennonita (i mennoniti sono grosso modo come gli amish, anabattisti, chiusi e non violenti) ennesima costola del monoteismo cristiano. Dunque due elementi che mobilitano l’interesse.
E poi c’è la descrizione della storia affidata a quel pazzo fuori di testa di Peter Stormare, la capacità di creare con quello sguardo enigmatico, dubbi dove non ci sono e quindi sfidando continuamente il pubblico su false piste e tutto ciò che è più lontano dalla complessità.
Un film provocatorio che verrà sicuramente accusato ingiustamente di essere fastidioso, perchè lo è, dando la sensazione di far sentire lo spettatore consapevole di quello che sta per succedere, mentre invece ribalta tutto, senza inserire colpi di scena, suspance, niente di tutto questo, mostra solo quella che potrebbe essere definita la banalità del male.

Questa scelta può o non piacere, anche se per certi versi è originale, azzerando tutto il bisogno del pubblico di creare collegamenti e congetture, come cercare di dare senso alla narrazione per capitoli che rimandano ai comandamenti della religione mennoita o al nostro bisogno che ci sia sempre un unico cattivo, un responsabile, quando invece c’è la sola lotta di un uomo contro se stesso e contro le regole di una comunità.

sabato 14 febbraio 2015

Neds

Titolo: Neds
Regia: Peter Mullan
Anno: 2010
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

John McGill è un ragazzino timido e impacciato. Vive nella Glascow degli anni Settanta in un quartiere solo all'apparenza tranquillo. La famiglia versa in condizioni economiche difficili, il padre è un operaio alcolizzato e violento, il fratello è il capo di una delle bande di piccoli teppisti locali, i "neds". 

Neds è un viaggio di formazione duro e spietato nel disagio adolescenziale visto attraverso gli occhi del suo timido quanto folle protagonista.
Non è un caso che il regista abbia uno sguardo interessato per di più verso tragedie e soggetti scomodi, come aveva precedentemente fatto con l’ottimo MAGDALENE e il meno conosciuto ORPHANS.
Mullan che poi si ritaglia anche un piccolo ma importante ruolo nella pellicola, critica aspramente la rigida burocrazia inglese che divide in due parti nette senza possibilità di reintegrare i giovani “studenti” i suoi i “non educated delinquents“
Mullan che poi come attore è ancora più significativo, non accetta compromessi ma mostra in tutta la sua virulenza e con delle immagini durissime e indimenticabili, probabilmente un momento anche particolarmente caldo della sua vita, autobiografico ma non personale, anche se è difficile da mandare giù la scena in cui il padre chiede al figlio di ucciderlo.

Sembra percorrere un bivio John tra la strada e la scuola. Non ci sono vie di mezzo, questo segnala il film, così come non c’è un fine o un limite alla disperazione umana soprattutto quando è giovane e viene modellata da insegnanti, fratelli maggiori e famiglie multiproblematiche.

Robber

Titolo: Robber
Regia: Benjamin Heisenberg
Anno: 2010
Paese: Austria
Festival: TFF
Giudizio: 3/5

Johann Rettenberger sta scontando i suoi ultimi giorni di carcere per rapina. Gli anni di internamento non hanno sopito la sua passione per la corsa agonistica, che Johann ha continuato a praticare costantemente fra le mura del carcere e il tapis roulant della cella. Quando viene rilasciato, il programma di recupero lo iscrive all'ufficio di collocamento, dove ritrova una sua vecchia conoscenza, Erika. Ma Johann non è interessato ad un lavoro normale e ad una posizione stabile, e investe tutte le energie e il suo tempo in allenamenti per la corsa, alternando maratone dove risulta sempre anonimo vincitore a una serie di frenetiche rapine a mano armata. Nel frattempo si trasferisce da Erika e inizia una relazione con lei, ma la possibilità di raggiungere una stabilità nulla può contro le esigenze estreme del suo battito cardiaco.

"Non ho mai smesso di correre", o ancora "quello che faccio non ha niente a che vedere con quella che tu chiami vita"
Robber è un film piacevole che denota dietro la macchina da presa, un regista con idee interessanti che deve solo cercare di essere meno ambizioso e più in linea con la narrazione.
L’elemento che crea più problemi nella pellicola è la soluzione di continuità, passando da un estremo di rapine all’altro di silenzi e sguardi all’interno della casa con la co-protagonista Erika. Il finale è l’elemento migliore, davvero struggente anche se un po forzato come nel caso in cui le pattuglie della polizia che controllano i boschi sono stranamente sempre nello stesso punto in cui si trova il protagonista.
Però allo stesso tempo Walter Huber lavora molto sul contenimento riuscendo allo stesso tempo ad apparire convincente e verosimile con il malessere che lo pervade e i continui stati d’ansia che si impossessano di lui.
Potrà inoltre apparire scarno per quanto concerne la psicologia e la caratterizzazione dei personaggi secondari, ma credo sia in parte funzionale, non dimenticando le caratteristiche di un personaggio come quello di Johann, disturbato a causa del lungo periodo di prigionia.

Il film tra l’altro è l'adattamento dell'omonimo romanzo ispirato a Martin Prinz dalla storia vera di un rapinatore di banche e maratoneta austriaco . In Italia non è mai stato distribuito nei cinema ed è passato in sordina ai festival nonostante il regista abbia riscosso un certo successo con il film precedente.

martedì 10 febbraio 2015

Dog Pound

Titolo: Dog Pound
Regia: Kim Chapiron
Anno: 2010
Paese: Francia
Giudizio: 2/5

Davis, 16 anni, traffico di stupefacenti. Angel, 15 anni, furto d'auto con scasso. Butch, 17 anni, aggressione a pubblico ufficiale. Una stessa sentenza : la prigione minorile di Enola Vale. Giunti nel centro di detenzione dovranno scegliere da che parte stare: vittime o carnefici?

Con una brevissima descrizione dei personaggi, Chapiron ci porta subito all’interno del canile ovvero una sorta di riformatorio canadese dove ognuno deve cercare di salvare la propria pellaccia ma alla fine dovrà vedersela con il male maggiore rappresentato dalle istituzioni e dalla direzione generale.
Un film senza infamia ne gloria, una film piacevole e nemmeno troppo violento, al contempo non si po’ parlare di un film riuscito perché sono troppe le ingenuità e gli stereotipi adottati e sfruttati al regista che aveva fatto molto meglio con l’inquietante SHEITAN tutto addossato sulle spalle del buon Cassel.
Sui prison-movie sono altri i titoli da ricordare e lasciano basiti le parole del regista quando spiega le ragioni per cui interessarsi di una tale vicenda e che per tentare di portare ancora più pathos e drammaticità, crea un finale d’effetto davvero triste e inflazionato.

"Dog Pound vuole lanciare un messaggio: rinchiudere i giovani in carcere non è la soluzione giusta. Questo film è uno specchio che porgo per mostrare quanto questo processo sia sbagliato. Mischiare quelli che possono ancora salvarsi con persone che hanno conosciuto una realtà spaventosa è una negazione della civiltà". Grazie Chapiron per averci illuminato con la tua saggezza…

venerdì 19 dicembre 2014

I'm here

Titolo: I'm here
Regia: Spike Jonze
Anno: 2010
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Un assistente di biblioteca si trascina attraverso una vita ordinaria a Los Angeles fino a quando un incontro casuale gli apre occhi al potere della creatività e, alla fine, all'amore. Quando questa nuova vita e amore cominciano a cadere a pezzi, lui scopre di avere molto da dare.

Jonze dopo una svariata carriera a girare videoclip e ha regalarci alcuni film indimenticabili, ancora una volta di destreggia nell'insolito, girando un mediometraggio singolare e toccante.
I'm here non è originalissimo, sia nella tematica che nella struttura della storia e nei colpi di scena finali. I'm here è un medio molto intimo che immediatamente mette in secondo luogo l'originalità o meno destando subito interesse soprattutto grazie alla sua carica emotiva che ti fa identificare subito con i personaggi.
Quello che colpisce è lo stile ancora una volta innovativo e alternativo, che mette insieme diverse tematiche morali ed etiche tutte analizzate in una profonda metafora e riflessione sul tema del "dono" anzi del "donarsi" verso chi amiamo.
Con una potenza non solo sprigionata dalle immagini ma soprattutto dalla musica, I'm here è una poesia romantica che conquisterà il pubblico con immagini non solo originali e dotate di quella fragranza jonziana, ma anche e soprattutto di dramma e di reale sofferenza, palesata o celata dietro lo sguardo malinconico del suo protagonista (basta pensare il climax finale e la quasi assenza di musica come ad interrompere un idillio magico tra Sheldon e Francesca).
I’m Here, attraverso la metafora dei robot, è un po’ il grido interiore di tutti noi, quasi a voler chiedere chi non si è mai ritrovato innamorato a tal punto o chi non vorrebbe provare un sentimento simile. E soprattutto cosa sarebbe disposto a "donare"?