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sabato 27 giugno 2015

Marathon

Titolo: Marathon
Regia: Yoon-Chul Chung
Anno: 2005
Paese: Corea del Sud
Festival: Cinemautismo 2015
Giudizio: 4/5

Cho-wun, un ragazzo con autismo, adora le zebre e ha un’unica passione: la corsa. Grazie al supporto della madre e di un insegnante alcolizzato, il giovane riuscirà ad allenarsi per partecipare ad una maratona.

Il film è basato su una storia vera. Per due anni il regista Jeong Yun-Cheol ha intervistato Bae Hyeong-Jin, il ragazzo che ha ispirato il personaggio di Cho-Won.
Negli ultimi anni Bae è diventato una celebrità dopo aver partecipato a varie maratone.
Ha partecipato ad alcuni talk show ed è apparso in spot televisivi.
Marathon è un film che trova nei momenti di poesia e di lirismo, avvincenti ed emozionanti, uno dei momenti più toccanti di questa intensa pellicola che riesce nel difficile compito di tenere in equilibrio un concentrato di sentimenti unendo dramma e stupore senza ingenuità, e senza scene troppo melense e momenti patetici.
Un film con una costruzione molto solida emozionando in molti casi fino al pianto ma senza incappare in errori o scene strappalacrime.
Si scava a fondo nell'anima del dolore, della fragilità, dell'accettazione (la madre) e del coraggio, la pazienza e la novità di un'esterno che entra in un mondo a lui sconosciuto (l'allenatore).
L'outsider Jung Yoon-chul, mantiene salda l'attenzione sui personaggi e costruisce tutto il film nel teso rapporto tra la madre e il ragazzo.
Lei permea di cure il figlio, senza rendersi conto che così facendo soffoca qualsiasi suo istinto, tenendolo lontano dai guai, dallo scherno della gente, dall'incomprensione, ma anche non permettendogli di evolvere, di sbocciare.
Grazie all'incontro con l'allenatore in un rapporto che nella scena degli allenamenti trova uno dei momenti forse più toccanti, si passa dalla depressione e svogliatezza del co-protagonista Jung-wook, ex corridore con rimpianti, il quale sarà proprio lui a far erompere le contraddizioni, quando molto lentamente riesce a trovare uno spiraglio di comunicazione con Cho-won.
Cho Seung-woo regala una performance impressionante entrando in un personaggio e facendolo subito suo: ogni suo gesto, ogni suo sguardo è al contempo un lampo di dolore e gioia di vivere.

Un film profondo, sincero e importante, non banale nel raccontare le difficoltà di rapportarsi al disagio, l'imbarazzo, il rammarico e la gioia, nel presentare gli errori come le conquiste quotidiane  

lunedì 27 aprile 2015

Truman Capote

Titolo: Truman Capote
Regia: Bennett Miller
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Kansas, 1959. Con i proventi della vendita dei diritti per il film sul libro Colazione da Tiffany, Truman Capote decide di dedicarsi per 6 anni alla stesura di un romanzo-documento, descrivendo con cinismo e freddezza l'assassinio di un'intera famiglia di Holcomb. I Clutter infatti furono sterminati da due assassini, quasi immediatamente catturati e condannati alla pena capitale.
Capote, anche grazie all'aiuto dell'amica d'infanzia Harper Lee, ha accesso ai verbali e alle foto delle indagini e riesce per lungo tempo ad avere contatti con i due assassini, in particolare con Perry Smith, di origini irlandesi e cherokee, ossessionato dalla cultura quanto spietato nella realtà.
Capote apre il lato umano dell'assassino, facendosi infine rivelare i reali fatti accaduti quel giorno in Kansas.

A sangue freddo è il romanzo più famoso di Truman Capote del 1965.
Lo scrittore, il giornalista, il drammaturgo, lo sceneggiatore, attore e dialoghista statunitense ha dato vita al primo romanzo reportage o romanzo verità della storia della letteratura. Necessario dunque per il cinema narrare il personaggio e le sue gesta. A sangue freddo inoltre è stato molto importante perchè imparziale, dunque ancora più crudo nel descrivere la società americana in un cinismo a tutti gli effetti attento e geniale.
E'strano non fare un pensiero su come Hollywood cerchi sempre più strade come in questo caso il film uscito l'anno successivo, INFAMOUS, certo con uno svolgimento diverso ma che riprende il personaggio di Capote.
Philip Seymour Hoffman vs Toby Jones.
Il film di Miller ha il merito di non voler descrivere il processo, la prigionia degli assassini e la pena di morte e soprattutto di non cercare come il suo cinema dimostra, anche nei film successivi, un forzato sensazionalismo (ARTE DI VINCERE, FOXCATCHER)
E' invece patinato, elegante, intellettuale e lascia sempre lo spettatore custode di numerosi interrogativi. Interrogativi che portano Miller ad essere oltremodo un regista sul tema dell'ambiguità. Una scelta e una strada difficile ma che il talentuoso regista sembra analizzare nelle sue varie componenti, in questo caso, potendo fare affidamento su un soggetto che si sposa perfettamente con i suoi intenti.
Un'ambiguità che emerge dalla scelta di Capote e dai contrasti con Perry, gli stessi contrasti che geograficamente mettono a confronto New York con il Kansas.
Una ossessione quella di Capote e non di Miller, di cercare un sodalizio tra arte ed estetica.
Dopo il romanzo non scriverà più nulla intrappolato tra opere incompiute e dilemmi esistenziali.
"E' come se io e Perry fossimo cresciuti nella stessa casa. E un giorno lui è uscito dalla porta sul retro e io da quella davanti".


sabato 14 febbraio 2015

Mele di Adamo

Titolo: Mele di Adamo
Regia: Anders Thomas Jensen
Anno: 2005
Paese: Danimarca
Giudizio: 3/5

Adam, neonazista appena uscito di prigione, deve trascorrere un periodo di recupero in un vicariato di campagna, sotto la tutela di Padre Ivan, curioso e inquieto parroco protestante. Dovendo indicare un obiettivo finale della sua permanenza, Adam dichiara di voler realizzare una torta di mele con i frutti di un albero che cresce vicino alla chiesa.

L'essenziale è invisibile agli occhi vorrebbe poter dire Padre Ivan anche se è lui stesso per primo a non distinguere in modo lucido la realtà. Le mele di Adamo, primo lungometraggio dello sceneggiatore di NON DESIDERARE LA DONNA D’ALTRI, è una riflessione e una lunga analisi, che traspare quasi tutta da importanti dialoghi tra due individui apparentemente inconciliabili, sul potere della fede o meglio di come la fede viene strumentalizzata dai suoi “servitori”.
Un film in cui i corpi si prestano a una lunga battaglia che se da principio sembra vedere vittima e carnefice, man mano diventa più complesso e metafisico, storpiando solo in alcuni momenti la realtà e inserendovi degli elementi assolutamente irreali o poco chiari, in cui a pagarne le spese più grosse è purtroppo il climax finale che non riesce ad essere in linea con il resto del film.

La provocazione iniziata da Padre Ivan che poi si sposta su di lui da parte di Adam, non si riduce alla manicheistica questione se il male provenga da Dio o da Satana, invece la possibilità di scelta che ci riguarda tutti, tendando di sopravvivere ignorando la realtà (Ivan) oppure cominciando a guardarla con altri occhi (Adam), e in tutti e due i casi affidandosi ad un sistema simbolico organizzatore di senso (che vale per la religione come per le ideologie).

Zerophilia

Titolo: Zerophilia
Regia: Martin Curland
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Una condizione genetica particolare determina cambiamenti di genere a seguito di rapporti sessuali.Questo è il fantasioso presupposto alla base delle situazioni comiche che vedono protagonista un ragazzo insicuro e incerto sulla sua mascolinità alle prese con l'altro sesso.

Zerophilia è un teen movie abbastanza ingenuotto, che non accenna quasi mai a prendersi sul serio. Almeno fino alla sequenza finale in cui l’amplesso raggiunto dalla coppia di partner, che si scambiano i ruoli dal giorno alla notte, segna almeno un’idea e un’immagine poco sfruttata nel cinema.
Prodotto per il cinema ma trasmesso solo in tv, il film di Curland purtroppo ha diversi limiti come quello di puntare su una recitazione bassa, in cui gli attori si divertono senza prendere mai sul serio la vicenda, oppure su scelta di Curland, giocare proprio sul gioco degli assurdi e degli equivoci, ma in questo caso il rischio è ancora maggiore perché la strana condizione genetica che attanaglia questi giovani (sembra quasi una licantropia) rimane posticcia e un’idea che certo in altre mani poteva essere sfruttata meglio.

venerdì 19 dicembre 2014

Cacciatore di teste

Titolo: Cacciatore di teste
Regia: Costantin Costa Gravas
Anno: 2005
Paese: Belgio/Francia/Spagna
Giudizio: 3/5

Bruno Davert è un dirigente della cartiera dove lavora da quindici anni. Benché sia un lavoratore serio e coscienzioso, un giorno viene licenziato insieme a un centinaio di colleghi a causa di una ridistribuzione economica. Convinto di essere ancora giovane e di avere competenze soddisfacenti, pensa di poter trovare in breve tempo un altro lavoro simile a quello perduto. Tre anni dopo, essendo ancora disoccupato, Bruno è angosciato perché non trova il modo di continuare a garantire un livello di vita soddisfacente per la sua famiglia.

Un astuto film sulla crisi mancava.
Il fatto che un autore come Costa Gravas abbia colto tutti di sorpresa anticipando i tempi, è un elemento sintomatico di come alcuni registi captino alcuni reali problemi della società in generale e prontamente si cimentino per darle una voce suonando incessantemente sirene di emergenza.
Tratto dal romanzo di Westlake, il film per tutta la sua durata unisce toni grotteschi e in alcuni casi elementi difficilmente realistici che diventano una sorta di parodia tragicomica.
La maldestraggine quasi assurda del killer improvvisato che commette errori a ripetizione fino addirittura a seminare per sbaglio un cadavere in più, ma senza mai subire conseguenze è solo uno degli assurdi, giocato con un'emblematica metafora, sui cui si dipana la storia.
Colpire chi come noi e non coloro che sono al vertice della piramide sociale è l'ulteriore elemento di disperazione di una classe che forse per paura, forse perchè sembra più semplice colpire chi è come noi, diventa un manifesto di disperazione e alienazione.
Bruno, il suo rapporto con la famiglia e soprattutto con la moglie, diventa il cittadino colto e intellettuale, l'esempio perfetto di come una persona benestante e aristocratica, possa immediatamente buttarsi e perdere il controllo pur mantenendo, una sorta di normalità tuttavia psicotica come se da un momento all'altro tutto potesse implodere.
Un film paradossale, ironico, impietoso e per certi versi distante dal cinema tradizionale del regista greco adottato dalla Francia, che fa centro con una commedia con dei toni per certi versi quasi da thriller, che però, va detto, in alcuni punti forza volutamente alcune scene portando lo spettatore a ridere e al contempo a una sospensione dell'incredulità macchinosa e per certi versi forzatache crea una contaminazione di stati d'animo.

martedì 2 dicembre 2014

Protector

Titolo: Protector
Regia: Prachya Pinkaew
Anno: 2005
Paese: Thailandia
Giudizio: 2/5

Mai rubare gli elefanti a un esperto di arti marziali, le conseguenze potrebbero essere terribili. La storia di The Protector racconta l'impresa di Kham, giovane combattente alla ricerca dei suoi elefanti, destinati al Re della Thailandia, ma rubati da un gruppo di criminali che, per ottenerli, hanno anche sparato a suo padre. Per recuperare i due esemplari, che Kham tratta come fossero membri di famiglia, il giovane dovrà arrivare fino in Australia

Ritorna Tony Jaa diretto dallo stesso regista del notevole ONG BAK, film che ha portato fama internazionale all'attore facendo scoprire le sue incredibili doti e portando l'attenzione generale del cinema di genere sull'action thailandese quasi sconosciuto.
Ora il problema di The Protector è proprio quello di insistere su alcuni clichè della cinematografia di arti marziali che poco aggiungono alla banale struttura che niente aggiunge alla trama.
In questo caso come anche nella saga precedente, si ritorna all'elefante, come pretesto dal momento che in Thailandia gode di enorme prestigio ed è un animale sacro. Pinkaew proprio avendo un budget alto, un buon cast, commette proprio quegli errori che non dovrebbe ripetendo come in un copia/incolla, le stesse regole e struttura del suo cinema, senza osare o puntare su nulla che non sia già stato detto.
Un peccato soprattutto quando anche i combattimenti sanno di già visto.

mercoledì 19 novembre 2014

Proposta

Titolo: Proposta
Regia: John Hillcoat
Anno: 2005
Paese: Australia/Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

Fine ottocento. Outback australiano: il capitano Stanley cattura Charlie e Mike, due dei quattro fratelli Burns, fuorilegge responsabili di stupri e omicidi, e fa un patto con Charlie: la testa di Arthur, il fratello maggiore, principale ideatore ed esecutore delle efferatezze, in cambio della grazia per lui e Mike. Charlie accetta ma la proposta di Stanley non è gradita ai superiori che vogliono, invece, eliminare tutta la banda.

Hillcoat è uno dei registi più interessati del panorama australiano.
I motivi sono diversi, dalle scelte alle tematiche che tratta, agli scenari e al panorama letterario che predilige, infine per il suo amore verso il western, che tra le sue mani prende una piega diversa e sicuramente originale sostituendo gli stati del west nordamericano con l'outback australiano, i pellerossa con gli aborigeni, e infine i cowboys con gli Inglesi.
Leggere che la sceneggiatura poi è stata scritta da Nick Cave non sorprende visto il sodalizio tra i due e le musiche originali spesso composte dallo stesso musicista.
In questo caso Hillcoat e Cave non si sono fatti sfuggire un'idea davvero interessante e originale che da sicuramente spessore alla vicenda, dandogli quelle connotazioni culturali in grado di promuoverlo a tutti gli effetti per la funzionalità in tutto l'apparato narrativo e la messa in scena come sempre atipica per un regista attento nel pensare e dare forma e significato ad ogni singola inquadratura.
Unire l'epoca dei primi insediamenti coloni di origine europea, immortalata in centinaia di film, che costituiscono il cinema di genere per antonomasia, e sposarla con la cultura degli aborigeni (schivi come da loro natura, impenetrabili custodi di segreti violati dall'uomo bianco che li ha resi prima schiavi e poi perseguitati come criminali anche se il film slitta in parte dalla responsabilità di denunciare questa realtà, ancora tangibile ai nostri giorni e non ancora vendicata) è stata come prima dicevo una mossa astuta e al contempo originale.
In più un viaggio dell'anti-eroe, curioso in uno spazio rurale inesplorato, regala alla pellicola quella componente in più che si sposa con le stupefacenti location, trovando nelle ottime prove attoriali un contributo che trasmette ancora più realisticità alla vicenda.
Charlie ancora una volta, come molti dei protagonisti dei film del regista, non parla molto, come gli aborigeni, osserva, pensa, riflette e agisce, in questo Charlie come anti-eroe, si pone perfettamente in linea con lo spirito e gli intenti del film.
Il cinema di Hillcoat è tutto così.
Intessuto di uno stile ipnotico e scarno, pervaso da una violenza spietata che non lascia pause o riflessioni e dall'altro personaggi e momenti di poeticità di assoluta aderenza estetica che in un paese ostile come l'Australia e con un ottimo direttore della fotografia, toccano davvero punte di visionarietà impressionanti con scenari suggestivi e quasi primitivi.

lunedì 23 giugno 2014

Mindscape of Alan Moore

Titolo: Mindscape of Alan Moore
Regia: Dez Vylenz
Anno: 2005
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 4/5

La verità è molto più spaventosa, nessuno è al comando. Il mondo è alla deriva.

Alan Moore è un outsider a tutti gli effetti come altri importanti personaggi di questo secolo.
In questa discussione aperta e faccia a faccia con la telecamera, si racconta, in realtà dà una sua testimonianza su quella che viene sintetizzata come una piccola biografia.
Come molti che poi si sono rivelati dei grandi autodidatti non andava bene a scuola, era sociopatico e non gli fregava nulla del lavoro se non della sua arte.
Tra i tanti temi che tratta alcune delle sue massime potrebbero essere così riassunte: 1.arte e magia sono la stessa cosa poichè mutano la coscienza, 2."Purtroppo abbiamo tutti gli stessi pensieri banali, e tutti nello stesso momento", 3.Bisogna temere chi ha potere riguardo alle parole, 4.Gli artisti danno al pubblico ciò di cui hanno bisogno, 5.La conoscenza del nostro vero Io è la cosa più importante e per finire che l'apocalisse significa anche rivelazione.
Oltre a temi universali, l'importanza totale della magia e altre questioni più criptiche, Moore da anche un'ampia analisi delle sue opere cercando di dare allo spettatore il bisogno e la necessità di raccontare quel tipo di storie in quella determinata maniera.
Infine non mi sorprende che nessuno dei film tratti dalle sue opere, sia piaciuto all'artista.





venerdì 9 maggio 2014

Lord of War-Il Signore della Guerra

Titolo: Lord of War-Il Signore della Guerra
Regia: Andrew Niccol
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Yuri Orlov è un trentenne ucraino immigrato con la famiglia negli Stati Uniti con tanta voglia di emergere, ma pochi mezzo per farlo. Un giorno Yuri - uno straordinario Nicolas Cage - intuisce che il traffico d'armi può diventare il suo passaporto verso la vita agiata che ha sempre sognato e infatti, in breve tempo, conquista tutto ciò che desidera: soldi, potere e la donna dei suoi sogni. Alla sua rapida ascesa si oppone però Jack Valentine, un giovane agente idealista dell'Interpool, interpretato da Ethan Hawke.

Alcuni film con la scusa che sono "film di denuncia"sembrano smarcare bene tutta una serie di problemi e dati imbarazzanti su cui il terzo film di Niccol cade troppo facilmente.
La risultante di una costruzione troppo americana nei suoi tempi e nel suo bisogno di comunicare con freschezza alcuni dati così terribili e spiazzanti, lascia perlomeno stupefatti e forse increduli.
Difficile non sentirsi schiaffeggiati dopo un ingenuo film dal taglio di denuncia che invece sembra rispettare al meglio, con una costruzione furbetta e modaiola, un percorso difficile di sangue e decisioni quanto mai spiazzanti sul piano etico che però non apportano nessuna riflessione che non si dimentichi e non venga rimpiazzata da qualche culo o da qualche striscia di cocaina nel giro di pochi secondi.
Cage e Leto che sono due fratelli Ucraini, sembrano quasi due boss agli esordi che nel traffico delle armi (su cui nella fase preparatoria il film è molto attento a non spiegare nulla, cadendo nella prima imbarazzante ingenuità) trovano la loro miniera d'oro e da lì in avanti sembra quasi di vedere BLOW mischiato a BLOOD DIAMOND.
La faccenda è spessa e il tema è quanto mai importante e serioso per cui devo proprio dirlo: la mancanza di tatto e sensibilità in questo film mi ha lasciato profondamente basito in primo luogo perchè il film di Niccol non inquadra e non trasmette un bel niente, però negli intenti cerca e trova una formula che piace molto alla critica e buona parte del pubblico.

giovedì 24 aprile 2014

Pusher 3

Titolo: Pusher 3
Regia: Nicolas Winding Refn
Anno: 2005
Paese: Danimarca
Giudizio: 4/5

Milo, lo spacciatore serbo coprotagonista del primo film della trilogia, si è iscritto all'Anonima Tossicodipendenti. Lo incontriamo nel corso di una seduta lo stesso giorno in cui si è autoproposto per cucinare per 50 invitati al compleanno in grande stile di Milena, la figlia venticinquenne. Nel corso della stessa giornata dovrà affrontare lo smercio di una partita di Ecstasy (droga che non ha mai trattato) e affrontare la dura ostilità di malviventi albanesi e polacchi.

Con il terzo capitolo, Refn chiude la sua saga ambientata nella capitale danese.
Tutto si svolge in una intensa giornata in cui Milo (il serbo del primo "Pusher") si trova enormemente sotto pressione e diviso tra l'organizzazione del compleanno della figlia e una partita di ecstasy da piazzare in giornata.
Milo tra i tre protagonisti della saga, rappresenta quello con più esperienza, lo spacciatore che cerca un cammino di redenzione. Non a caso la prima scena lo inquadra in un centro per disintossicarsi dalla droga. La cucina sembra essere l'elemento entomologico con cui Refn prepara delle pietanze quasi sempre ottime, come nella scena in cui Milo salva una prostituta da un futuro di inusuale violenza.
Milo rappresenta la vecchia scuola che si scontra con la nuova, senza regole, soggetta solo a dettare leggi senza portare rispetto e dominata da un'amoralità assoluta.
Il climax finale della cena, e la dura lotta di Milo per risolvere un pantano che sembra indirizzarlo solo verso un destino tragico, è fantastica e fa emergere tutti i contrasti nella dualità del protagonista tra i valori famigliari ed il mondo degli affari illeciti.
Senza stare a dire che il cast è credibilissimo (in tutta la saga underground) e trasmette anche alla pellicola, quella credibilità, che un film di questo tipo necessità, Milo è ciò che rappresenta, si concretizza perfettamente con l'attore Zlatko Buric che è come un patriarca della droga in decadenza, ma che ha ancora qualcosa da dire alla nuove leve della criminalità.

domenica 9 marzo 2014

Creep

Titolo: Creep
Regia: Cristopher Smith
Anno: 2005
Paese: Gran Bretagna/Germania
Giudizio: 2/5

Kate è una giovane donna rimasta intrappolata nella metropolitana di Londra. Minacciata e inseguita da entità tanto misteriose quanto pericolose, nella sua fuga disperata avrà modo di scoprire alcuni dei numerosi segreti che abitano nel labirinto di tunnel che si trova sotto la capitale inglese, quattrocento chilometri di buio, paura e cemento

Cristopher Smith è un regista che stimo per il coraggio e i continui sforzi che dimostra.
E'uno di quegli autori che lotta con le produzioni per poter fare ciò che più gli piace.
Creep è il suo horror d'esordio. Appena uscito mi piacque e non poco, credo principalmente per due aspetti: il mostro e la location della metropolitana.
E'un film furbetto che parte con un incidente scatenante piuttosto telefonato oltre un obbiettivo abbastanza banalotto come quello della protagonista di incontrare George Clooney.
L'aspetto più riuscito è sicuramente l'aver spostato quasi tutta l'azione nella stazione della metro, che diventa un lento e inquietante labirinto con delle buone scene e qualche accorgimento interessante. Il problema invece, è proprio nella suspance che ad un tratto si affloscia, arrivando quasi ad un certo punto a fare il tifo per la creatura.
Per fortuna che Smith dopo ha saputo regalarci SEVERANCE,TRIANGLE e poi BLACK DEATH.


lunedì 9 dicembre 2013

Fratelli Grimm e l'incantevole strega

Titolo: Fratelli Grimm e l'incantevole strega
Regia: Terry Gilliam
Anno: 2005
Paese: Repubblica Ceca/Usa
Giudizio: 3/5

Nella Francia di Napoleone, due fratelli Will e Jack, girano per le campagne truffando i contadini con finte formule magiche ed esorcismi che secondo loro daranno protezione dai demoni e mostri. Quando le autorità però scoprono la farsa, i due sono costretti a rifugiarsi in una foresta che risulterà veramente magica e abitata da una maga..

Da grandi poteri visionari derivano grosse responsabilità d'effetto. Ecco potrebbe essere la log-line che accompagna la rivisitazione di Gilliam sui Fratelli Grim e le loro gesta. Certo qui appaiono più in chiave di caccitori di streghe e di mostri, alternando le trovate in campo scenografico a una leggera ironia di fondo, che se da subito si fa apprezare, rischia dopo un pò di essere pedante.
Certo la visionarietà in molte scene e ben presente e certo è anche vero che non tutte le opere di un regista possono avere gli stessi fasti. In una filmografia controcorrente come la sua, passi falsi o perlopiù passi forse con derive un pò troppo commerciali si rischia di incappare in questi pericoli.
Pur mettendo in conto le travagliate vicende produttive di questa pellicola, che comprendono il licenziamento dell'eclettico e fidato direttore della fotografia di Gilliam, Nicola Pecorini, la sostituzione del musicista Goran Bregovic, a cui era stata affidata la colonna sonora, con il più convenzionale Dario Marianelli, oltre ad una temporanea pausa nella realizzazione del film, durante la quale il regista ha avuto pure il tempo per dirigere un nuovo progetto, il meraviglioso TIDELAND, si ritorna alla solita maledizione che sembra accompagnare il regista nella realizzazione dei suoi progetti.
Pur contando che la fondamentis del film è sempre una fiaba, seppur forse troppo lungo e in alcune scene si vede che sembra essere macchinoso pur con le dovute difficoltà elencate prima, ci sono sempre ottimi momenti di cinema, spunti interessanti e trovate che devono il merito ad un immaginazione e una creatività di uno dei pochi outsider americani rimasti.


sabato 14 settembre 2013

Piggy Banks

Titolo: Piggy Banks
Regia: Morgan J.Freeman
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

John e Michael sono cresciuti dal padre, uno psicopatico che viaggia di città in città uccidendo casualmente persone incontrate sulla sua strada per impossessarsi del loro denaro e della loro casa. Mentre Michael prova piacere a torturare e uccidere giovani…

Come a riprova di quanto sia importante la storia e il filo logico in un film, l'errore più grande di Freeman J. È quello di fare un film senza ne capo ne coda, inseguendo percorsi introspettivi a discapito di una storia che vorrebbe essere molto malata ma invece finisce solo per annoiare.
Anche il titolo,”Piggy Banks”, risulta perfidamente sinistro. L’idea di associare il classico salvadanaio a forma di maialino alle vittime, utilizzate appunto come contenitori di porcellana da rompere e derubare, sembra promettere bene.
Purtroppo il taglio televisivo, gli attori incapaci in cui svetta il redivivo Sizemore non aiutano a un prodotto davvero senza un perchè e senza risucire a prendere mai una strada specifica deviando in tutte le direzioni e aumentando il non-sense generale della storia.
Io non so se il regista forse avendo girato AMERICAN PSYCHO 2, ennesima cagata, voleva portare a compimento un suo particolare sguardo sui serial killer e via dicendo cercando di giocare sulla psicologia e cercando di ispezionare la loro psiche. Secondo me dovrebbe lasciare perdere...

venerdì 13 settembre 2013

Bubble

Titolo: Bubble
Regia: Steven Soderbergh
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

In una cittadina dell'Ohio, Martha e Kyle lavorano in una fabbrica di bambole. La loro vita è grigia, sempre uguale a se stessa. Lavoro, junk food per pranzo, ancora lavoro, e poi a casa davanti alla televisione. Una linea piatta. Senza ritorno. L'amicizia che li lega, rifugio della rispettiva malinconia, viene improvvisamente minacciata per l'arrivo di una nuova operaia, Rose, che suscita interesse in Kyle. Una mattina Rose viene trovata morta, strangolata. Chi sarà l'assassino?

Soderbergh era passato in sordina con questo suo film indipendente in rassegna alla mostra di Venezia. Semplice, minimalista ed essenziale, Bubble mostra la desolazione della vita di provincia nell'Ohio.
Tra gli stati più tristi degli States, il regista si confronta con la realtà di alcuni personaggi, mostrando due diverse generazioni e di fatto come se documentasse le loro aspirazioni e i loro sogni nel cassetto. Dal possedere una canna da pesca (gli intenti e le aspirazioni sono sinonimo del vuoto che anima le loro vite in questo caso di Kyle) alla gelosia per tutto ciò che è nuovo, più giovane e più bello, Rose è la protagonista che nessuna donna vorrebbe essere.
Una vita a metà tra un lavoro alienante, pasti iperglicemici, un padre da seguire e un amico che forse vorrebbe tenere al guinzaglio per tutta la vita.
La struttura della storia riduce all'osso la trama e proprio nello stile della messa in scena riesce più che mai a sembrare una sorta di limbo in cui rinchiude i protagonisti e su cui permea le scene incorniciando un quadro che prende una sua forma ben definita trasformandola in una tragedia mai così contemporanea e senza colpi di scena, ma anzi ragionando in modo semplice e lineare.
Negli Stati Uniti è stato distribuito contemporaneamente nelle sale, in Dvd e in televisione ad alta definizione ed è stato il primo di sei film che Steven Soderbergh ha diretto con la 2929 production

giovedì 27 giugno 2013

Costant Gardener

Titolo: Costant Gardener
Regia: Fernando Meirelles
Anno: 2005
Paese: Usa/Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

In Kenya, Tessa Quayle, attivista che indaga su alcune aziende farmaceutiche, viene uccisa in misteriose circostanze. La notizia della morte, colpisce drammaticamente il diplomatico inglese e marito della donna, Justin Quayle, al punto che tutte le certezze nella sua vita sembrano scomparire. Ora, l'unico scopo di Justin è trovare gli assassini e portare avanti il lavoro della moglie deceduta.

La vocina che senti nel cervello dopo aver visto il quarto film di Meirelles è quello di un'occasione non del tutto riuscita.
Il tema è davvero interessante e di solito non sono molti i registi che trattano tematiche riguardanti attivisti e multinazionali.
Meirelles, forse visto anche il suo cinema, era interessato al romanzo di De Carrè ed era volenteroso di poter cercare di fare un film che denunciasse il potere dilagante delle grandi corporazioni e tutta un'altra serie di temi che il film intende trattare senza riuscire però a saperli intrecciare nella giusta maniera.
Infatti il film è allo stesso tempo una storia d'amore, un thriller politico e un dramma riflessivo. Nonostante tutto i confini tra generi sono impercettibili, mescolati in modo omogeneo da una fotografia superlativa di César Charlone, il quale sottolinea le differenze culturali tra l'Africa, soleggiata e piena di colore, e l'Inghilterra fredda e triste avvolta nel suo grigiore. A livello tecnico l'unico elemento che appesantisce la narrazione è dovuto ai continui flashback, in particolare nella prima parte.
Il cast è ottimo e di grande livello con una buona intesa tra le due parti. Lo stile frammentato e documentaristico poi diventa di nuovo il marchio del regista, attento ancora una volta più alla parte della bassa soglia e l'area disperata delle periferie urbane, a discapito di prendere troppo seriamente l'idea di un thriller-politico.

Sulla Pfizer del film si fa riferimento ad un insieme di casi giudiziari che vedono coinvolta la multinazionale farmaceutica in seguito ad alcuni eventi accaduti nel 1996, quando – nel corso di una grave epidemia nella città di Kano, in Nigeria– diversi bambini furono oggetto di una
sperimentazione umana non autorizzata.
Tale sperimentazione non era stata preventivamente concordata né con le competenti autorità nigeriane, né con i genitori. Gli interventi riguardarono bambini malati di meningite, dameningococco, cui fu somministrata trovafloxacina – un'antibiotico sperimentale – invece della ben più documentata terapia a base di ceftriaxone.
Secondo le accuse mosse alla Pfizer, i decessi e le lesioni gravi registratisi in seguito alla sperimentazione sarebbero imputabili al protocollo usato; a sua difesa, la multinazionale sostiene che il proprio farmaco è risultato efficace almeno quanto la migliore terapia disponibile all'epoca dei fatti.
L'intera vicenda venne alla ribalta dell'opinione pubblica dopo un'inchiesta del Washington Post del dicembre 2000, suscitando un notevole clamore a livello internazionale. Ad oggi il caso è oggetto di due controversie legali, una negli Stati Uniti ed una in Nigeria.
Agli episodi di Kano è ispirata la trama del romanzo"Il giardiniere tenace di John le Carré, dal quale è stato tratto il film.(Wikipedia)


martedì 21 maggio 2013

Kakurenbo

Titolo: Kakurenbo
Regia: Shuhei Morita
Anno: 2005
Paese: Giappone
Giudizio: 4/5

L’Otokoyosama no Oyugi è una pericolosa variante del Kakurenbo (nascondino). La sua peculiarità è il luogo in cui esso si svolge: una città buia e spettrale, accessibile ai soli bambini. Lungo le vie secondarie, le luci di alcune insegne riportano le sillabe che compongono il nome del gioco e, se seguite nell’ordine corretto (o-to-ko-yo), conducono al piazzale dell’Otokoyo. Solo quando sette bambini mascherati da volpe raggiungono la piazza, l’Otokoyo può avere inizio. Si dice, però, che la città sia infestata da creature demoniache.

Ma che piccolo gioiellino che è questo corto giapponese. Un piccolo capolavoro di 25’minuti che approfondiscono il tema del nostro bel gioco del nascondino rendendolo ovviamente molto più folkloristico e culturalmente imponente con la sua tradizione nipponica di base.
L’ottima grafica e messa a punto degli Oni vale da sola la visione del corto. Solo per alcuni aspetti mi hanno ricordato le maschere di TMNT dei nemici che però era del 2007 quindi dopo l’uscita di questo corto.
Azzeccatissima anche la scelta di far indossare ai protagonisti le maschere di volpe, in questo modo è stata risparmiata la fatica di dover disegnare i visi delle persone (cosa non facile con questo stile di disegno), per di più questo aspetto contribuisce ad aumentare l'aura di mistero che circonda l'intera opera. L'animazione cel-shaded funziona benissimo e si sposa perfettamente con la colonna sonora davvero suggestiva che riesce a dare maggiore inquietudine alla pellicola.
Premiato al Tokyo Anime Fair e al Fantasia Film Festival di Montreal, l’opera (perché è un’opera a tutti gli effetti)di Shuhei dai toni freddi e cupi che tinteggiano l’inquietante metropoli orientale è una metafora, una favola e un bisogno anche di capire cosa si sta lentamente dimenticando…

giovedì 7 marzo 2013

Mosquito Man

Titolo: Mosquito Man
Regia: Tibor Takacs
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

In America si sta diffondendo una malattia mortale trasmessa dalle zanzare. Per combatterla un’azienda farmaceutica tenta di creare delle zanzare mutanti che possano evitarne la trasmissione accoppiandosi con le zanzare letali. Un detenuto che sta per essere utilizzato come cavia umana tenta di fuggire nascondendosi nel laboratorio dove però entra in contatto con radiazioni e liquido mutageno che lo trasformano in un mostro-uomo-zanzara! Anche una scienziata viene colpita (anche se marginalmente) dai mutageni e il zanzarone maschio aspetterà che questa si trasformi per tentare di accopiarvisi… Intanto passa il tempo uccidendo gente!

Mosquito Man a parte il budget e le riprese che fanno tanto televisione di serie c-1, aveva davvero degli ottimi spunti e un motore d’azione che poteva dare certo molto di più ma cerchiamo di capire da dove arriva e chi lo ha prodotto.
Sci-fi Channel è una miniera d’oro di queste cazzate quasi tutte con tema mostri o robe simili.
Delle innumerevoli pellicole che ho visto su questo canale e su questo genere quasi nulla si salva. Spesso poi alcuni di questi film visto che il successo che potrebbero avere da noi non vengono neanche tradotte oppure sottotitolate. Dicevo quasi perché quello che si salva vince grazie al grosso apporto trash, spesso e volentieri neanche voluto dichiaratamente.
Mosquito Man ci arriva direttamente dalla Nu-Image (vi ricordate SNAKEMAN,SHARKMAN,METAMORPHOSIS etc), tutti girati nel giro di un paio di anni e in cui non è così difficile notare cosa predomina nelle pellicole a dispetto di cosa viene trascurato. Come dicevo però prendendolo per quello che è ovvero un film di serie B con pochi soldi e alcuni effetti speciali che forse andavano risparmiati, riesce perlomeno a divertire come dicevo grazie ad un bel plot anche se sfruttato male. Un cast che cerca di crederci un po’ come la scena iniziale del prigioniero portato nell’industria farmaceutica per essere usato come cavia o come la protagonista o co-protagonista che quanto intuisce di essersi presa anche lei il virus non reagisce proprio come farebbe un qualsiasi cristiano.
Qualche scena mi ha ricordato la MOSCA anche se qui la creatura uccide solo con il pungiglione per succhiare la linfa vitale (sembra Cell il nemico di Dragon Ball).
Comunque tra le scempiaggini più disumane prodotte dalla Nu-Image, mosquito Man offre un notevole svago anche quando vediamo chiaramente una testa a forma di gomma rompersi in due oppure questa evoluzione dalla zanzara tigre che vola goffamente nascondendosi da una parte all’altra della città.





giovedì 17 gennaio 2013

V per Vendetta

Titolo: V per Vendetta
Regia: James McTeigue
Anno: 2005
Paese: Usa/Germania
Giudizio: 3/5

V for Vendetta è tratto dall'omonimo fumetto di Alan Moore, illustrato da David Lloyd e pubblicato per la prima volta sulla rivista a fumetti inglese Warrior tra il 1982 e il 1985. Moore illustra una società inglese distopica molto simile a 1984 di Orwell, in cui, in seguito ad una grave crisi interna ed estera, un partito unico di estrema destra ha preso il potere trasformando la Gran Bretagna in uno stato totalitario. Questo comprende l'eliminazione del dissenso, delle minoranze, la costruzione di campi di concentramento e un controllo totale delle attività dei cittadini.

Non mi stupisce il fatto che ancora una volta uno dei più grandi lavori del grande Alan Moore abbia ricevuto così tanti consensi da parte di pubblico e critica ma sia invece stato disconosciuto dallo stesso autore.
Ancora una volta sembra lui l’unico a non essere contento e d’accordo su questa trasposizione. D’altronde non è mai capitato che sia rimasto soddisfatto di qualsiasi film tratto dalle sue opere.
V è diventato famoso per la maschera simbolo di rivoluzione, di opposizione e di schieramento contro un regime “fascista”che mette a repentaglio la libertà dei cittadini.
Di sicuro a primo impatto colpisce e non poco l’aspetto estetico del film che come per la fotografia e i combattimenti predilige i connotati della grafica anziché trovare piena fedeltà rispetto allo scritto di partenza e ai suoi catartici dialoghi.
D’altronde lo stile ipnotico e allucinato (peccato che i fratelli Wachowski abbiano deciso di non inserire la sequenza in cui Deitrich, per poter indagare su "V" in maniera intuitiva ricorre all'LSD) dello scrittore non era facile e soprattutto avrebbe potuto avere problemi concernenti il target del film. La critica e la vendetta contro un regime totalitario (perfetto in questo caso per svariate analogie la scelta della Gran Bretagna) potevano essere meglio concentrate nel film che in tutto e per tutto rincorre il sano rigore estetico. McTeigue d’altronde ha girato con questo il suo film migliore, contando che NINJA ASSASSIN è un tentativo che non ha saputo concretizzarsi a dovere e THE RAVEN ha svariati problemi di plot e di ritmo del film.
Di V c'è stato tutto, di troppo e di più. Del V originale, davvero ben poco. Quindi mi congedo mettendomi dalla parte dei fedeli del fumetto, di chi ha saputo meglio apprezzare i disegni di David Lloyd a dispetto del’estetica fine a se stessa e di un mestierante che ha poco a che vedere con l’autorialità di un grande inno all’anarchia scritto da uno degli autori più scomodi in campo di fumetti e altro.
Un simbolo che è stato poi usato e ripreso da cantanti, leader politici, attivisti etc.
Cambi drastici rispetto alle pagine come accade giusto per fare un esempio con il secolo in cui è incentrata la storia insieme a molti altri buchi di sceneggiatura fanno certamente sì che V non sia un brutto film ma se si vuole fare quel passo in più allora diventa fondamentale leggere il grande volume.

Shark Invasion

Titolo: Shark Invasion
Regia: Danny Lerner
Anno: 2005
Paese: Usa
Giudizio: 1/5


Un misterioso campo magnetico attira un branco di feroci squali bianchi nel Triangolo delle Bermuda mettendo in pericolo l'equipaggio della base sottomarina "Oshona" dislocata in quelle acque per effettuare rilevazioni scientifiche. Nel tentativo di salvare la moglie Linda intrappolata nel laboratorio, il dottor Mike Olsen ottiene aiuto dal capitano Riley e dal suo sommergibile, ma le operazioni di soccorso rischiano di essere vanificate dall'arrivo di Ben Stiles, agente di una sezione speciale dei servizi segreti, incaricato di fare in modo che l'accaduto rimanga "top secret" e di scoprire la sorgente radioattiva la cui energia potrebbe in futuro essere utilmente sfruttata per scopi militari... Nel cielo, intanto, un'astronave aliena attende il momento opportuno per entrare in scena: l'origine dell'insolita energia è, infatti, un contenitore di cristalli sconosciuti che, anni prima, due UFO in volo nell'orbita terrestre hanno perduto a causa di un'accidentale collisione...

Un altro film sugli squali. Questa volta cambia solo il nome ma la cagata è fumante e fa ancora più schifo di tanta merda che ho già recensito.
Lerner sta alla fantascienza come Borghezio sta alla politica. Difficile cercare di capire quante idee sono state sviluppate in questo film che non riesce a trasformarne nemmeno una.
Qualcosa di carino però alla base c’era ed è un peccato, ma non così grosso vista la natura del film, non riuscire a svilupparne nulla di interessante.
Ad esempio avrei optato per l’exploitation più azzardato trasformando gli squali in alieni. L’elemento poi del copia/incolla con immagini di squali prese da altri film o da documentari è una caratteristica nostra del nostro cinema italiano dei bei tempi che pur di fare un film l’avrebbe commissionato a dei napoletano travestiti da cinesi.
La Nu-Image cerca dunque di apportare una novità trovandosi ingenuamente in un confine che ne delimita gli intenti e la messa in scena.





giovedì 1 novembre 2012

L’isola dei sopravvissuti



Titolo: L’isola dei sopravvissuti
Regia: Stewart Raffill
Anno: 2005
Paese: Gran Bretagna/Usa/Lussemburgo
Giudizio: 1/5

Due coppie di ricconi s’imbarcano su un piccolo yacht per una crociera nei caraibi. Con loro tra l’equipaggio c’è Manuel, un giovane ragazzo bello e aitante che appena prima di imbarcarsi ha un’accesa discussione con una donna. Sarà proprio una sua distrazione a causare un incidente che porta la nave al naufragio. Dopo il disastro la bellissima Jennifer e Manuel si ritroveranno dispersi su un’isola deserta e dopo un’iniziale astio i due impareranno a convivere. Presto troveranno vivo il marito di Jennifer, il gelosissimo Jack e la convivenza sull’isola si farà difficile…

Prevedibilità, noia e scontatezza è questo il triangolo di cose che come per i protagonisti porta ad un inevitabile destino tragico. Assurdo e con alcune aggiunte davvero senza senso, il film di Raffill è una delle cose più brutte viste negli ultimi tempi.
La gelosia, il possesso, la paura, la lotta per una donna, sono tematiche che potevano svilupparsi molto meglio anche se sono state abusate molto.
Se si pensa che poi il cattivo di turno è il solito Billy Zane che ripete il suo ruolo di antagonista allora l’unica cosa interessante da vedere è il corpo di Kelly Brook e qualche esterna sull’isola.
Ad un tratto per portare ad alti livelli il tasso di minchiate della pellicola c’è niente di meno che un rito vodoo. Cazzate a gogò.