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domenica 26 febbraio 2017

Fame Chimica

Titolo: Fame chimica
Regia: Antonio Bocola, Paolo Vari
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Due amici d'infanzia nella periferia milanese, due “zarri”: uno fa lo spacciatore, l’altro un lavoro normale, faticoso e mal pagato. I due si innamorano della stessa ragazza e la loro amicizia è ad un bivio. Sullo sfondo, la piazza dove vivono è teatro di forti scontri sociali.

Fame chimica è uno di quei film sballoni all'italiana che per fortuna esistono con tutti i loro limiti e il loro volersi prendere sul serio quando si parla di periferia, quartieri popolari, droga e redenzione. Il film della coppia di registi come molti progetti indipendenti a bassissimo budget nasce da una forma produttiva mai tentata in questa misura in Italia: tutti quelli che ci hanno lavorato hanno una compartecipazione negli utili e nelle eventuali perdite del film. Questo e altri fattori, come mettersi in gioco, interpretare se stessi, raccontare le proprie storie di vita, assumono contorni e valori preziosi che il film esamina contestualizzandoli seriamente ma al contempo ironizzando e creando molta empatia con i personaggi.
E'un film con un ritmo incredibile, le musiche sono del leader dei 99 posse il quale entra in scena cantando e commentando le azioni della tragedia (una sorta di coro post-moderno affidato ad un solo personaggio) e cerca di fare quello che può con un cast abbastanza improvvisato e in cui proprio i giovani "famosi", Foschi e la Solarino, danno il contributo minore.
Fame chimica sembra la serie GOMORRA girata coi cellulari a Barona.
E'un film che nella sua tenerezza, perchè in tanti momenti lascia il sorriso, inquadra i temi più importanti e capta la tensione sociale e psicologica dei giovani che stanno entrando nel mondo, il problema dell'immigrazione, il rapporto tra consumatore e spacciatore e tanto altro ancora in cui non manca la storia d'amore.

Un film semplice e leggero che merita non solo di essere visto e valorizzato ma che crede nell'importanza di valorizzare anche solo un piccolo microcosmo di quartiere.

martedì 8 novembre 2016

Paris, Dabar

Titolo: Paris, Dabar
Regia: Paolo Angelini
Anno: 2003
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Nel 2000 un gruppo di amici organizzò una maratona alcolica coinvolgendo i quattro bar del quartiere Pratello, a Bologna. Per quattro ore i 44 partecipanti percorsero una via crucis di bar in bar seguendo un regolamento austero: chi beve di più vince, ma il premio, segreto, per alcuni potrebbe essere una punizione.

Il film di Angelini è un'opera amatoriale girata con gli attori del posto, interpreti stessi della storia o meglio della sfida alcolica che si apprestano a fare. Quasi un documentario, un road movie bar to bar che insegue tra dialoghi e passaggi sconclusionati le gesta e gli intenti che muovono chi per un motivo chi per un altro questo manipolo di alcolisti. Il film ha un limite in una messa in scena troppo amatoriale e soprattutto nella povertà di immagini che difatti diventa verso la metà del docu-film abbastanza monotono e noioso.
Il lavoro di Angelini segue in particolare la storia e le vicissitudini di 10 protagonisti, chi alcolizzato, chi violento nei confronti della fidanzata, chi depresso, cercando di inquadrare diverse sfaccettature di un malessere che degenererà con una velocità impressionante.
Non c'è molto altro da dire sul film. Quattro bar. Ogni tappa, un bicchiere. Ogni bicchiere, un tot di punti. Vincerà chi, in quattro ore, riuscirà a totalizzare più punti o, molto più realisticamente, a rimanere in piedi.

Il progetto, interamente realizzato in digitale nel 2000 trova un produttore che lo riversa su pellicola e ne organizza la distribuzione nel 2003 con tutti i problemi di merchandising che un film del genere può purtroppo comportare, e vince il premio venga pellicola miglior alla Triennale di Milano. 

domenica 19 aprile 2015

Twentynine Palms

Titolo: Twentynine Palms
Regia: Bruno Dumont
Anno: 2003
Paese: Francia
Giudizio: 3/5

Lui è un fotografo alla ricerca di nuovi luoghi per una rivista. Lei lo accompagna perché sono innamorati. Insieme scoprono il deserto che circonda la città di Twentynine Palms. Insieme si perdono nello splendore della natura, si amano e si odiano vicendevolmente, senza sospettare che il pericolo non è solo dentro di loro.

“Credo che il film sia molto semplice: sono in due e si amano. Io metto la macchina da presa e sondo il tutto. Punto e basta.” Bruno Dumont in conferenza stampa a Venezia 2003

A metà tra Seidl e Araki (la scena dell’aggressione sembra quella subita dal protagonista in DOOM GENERATION ma anche ancor prima da UN TRANQUILLO WEEKEND DI PAURA) il film di Dumont che lo definisce un horror sperimentale, è l’ennesima conferma del talento e dello stile assolutamente autoriale e personale del regista. Un film assolutamente non riuscito ma che in un qualche modo rimane impresso forse perché per due ore non ci viene detto nulla dei personaggi e sembra onirico nel riproporre sempre le stesse mosse, gli stessi scenari e la stessa canzone di sottofondo.
Citando prima alcuni registi, ho fatto un paragone solo perché amandoli tutti e due, ho notato quanto possano crearsi delle difficili e malcelate similitudini tra stili e messe in scena. Un film dove non è il sesso a fare da protagonista in alcune vicende, ma è messo in scena così bene e colpisce così a fondo, da dare a Dumont e i due attori un premio speciale solo per essersi prestati in modo molto disinvolto in una ricerca che non è mai gratuita o spettacolare, ma al contrario, un linguaggio tra i due protagonisti che emerge proprio con i corpi. Sembra sempre più impossibile vivere ai margini senza dover fare i conti con la brutalità della società e i legami di coppia, quando hanno e vivono di connotazioni artistiche. Una fotografia poi quella di Georges Lechaptois davvero in grado di esprimere dolcezza e amarezza, disagio e sconcerto, con un deserto di fondo che cattura una ricerca di senso e un amore per la libertà davvero suggestivo. 
Dumont comunque dopo HORS SATAN, visto qualche mese fa, deve avere di fatto un problema. 
Ha paura o forse pensa che gran parte dell’orrore provenga ora e sempre dalla natura, sempre poco rassicurante.
29 palms non è piaciuto a praticamente tutta la critica che lo ha distrutto forse perché non pensavano che il regista di film totalmente diversi, scegliesse una strada simile, definendolo più volte un allucinazione senza pathos.

Non si possono proporre quasi due ore di vita insulsa dei protagonisti senza fornire alcun addentellato narrativo è stata un’altra delle bastonate. 
Secondo me invece c’è. Dumont è difficile, ostico, punta a provocare proprio sottraendo parte della narrazione.

martedì 2 dicembre 2014

Young Adam

Titolo: Young Adam
Regia: David MacKenzie
Anno: 2003
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 2/5

Scozia anni '50. Lester ed Ella sono i proprietari di una chiatta che naviga lungo il Clyde a Glasgow. La loro vita cambia quando decidono di prendere con sé il lavorante Joe che, nel giro di poco tempo, tradisce la fiducia del suo datore di lavoro facendo sesso con la moglie. I coniugi si dividono ma per poco perché Joe finisce col tradire anche la fiducia di Ella, avendo rapporti sessuali con la cognata. Ella finirà col tornare alla solita noiosa vita con il marito. Il rinvenimento nel fiume del cadavere di una ragazza porta sullo schermo lo 'scomodo' segreto della vita di Joe: la sua fidanzata Cathy è caduta nelle acque gelide del Clyde davanti ai suoi occhi dopo un amplesso poco romantico e molto torrido. Il corpo della ragazza viene trovato proprio da Lester e Joe, ma nessuno risale a lui come ex fidanzato di Cathy, perciò è Lester ad andare in tribunale a testimoniare sulla scoperta del cadavere.

Forse il problema più grosso del giallo di MacKenzie, che col tempo affinerà il suo stile fino a condurlo verso pellicole decisamente più interessanti, è fondamentalmente che Young Adam non sembra mai decollare rimanendo impantanato in estenuanti storie d'amore e complicità e cercando di scomporre e analizzare, non riuscendo ad essere un giallo avvincente, le sue sotto-storie diventando ancora più macchinoso e perdendo di vista l'intento principale del film.
Nulla può il cast composto da alcuni attori davvero notevoli ma caratterizzati malissimi e che sembrano girare a vuoto. Se aggiungiamo che allora il protagonista è una macchietta e il regista cerca di aggrapparsi alle scene di sesso come collante per mantenere un minimo interesse, allora il peso ancora più difficile da sopportare e tutto è destinato a crollare miseramente.
Peccato per la Swinton e Mullan, davvero sacrificati.

lunedì 25 febbraio 2013

X-Men 2

Titolo: X-Men 2
Regia: Bryan Singer
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Magneto è relegato nella prigione di plastica, ma le minacce per la sicurezza degli X-Men non sono finite. Un mutante sembra macchiarsi di un crimine gravissimo; l'attentato alla vita del presidente degli Stati Uniti. Quell'uomo è Kurt Wagner, alias Nightcrawler. L'attentato scatena una campagna persecutoria nei confronti degli X-Men; il generale Striker viene incaricato di colpire il male alla radice e prepara in imboscata alla scuola speciale del dottor Xavier.

Di nuovo Brian Singer e di nuovo una conferma sul risultato di una delle saghe più interessanti tra i cinecomics degli ultimi anni. Il risultato è un film che riesce a potenziare il plot narrativo arricchendolo con nuovi personaggi e regalando una caratterizzazione maggiore di alcuni protagonisti.
Il secondo capitolo riesce a essere ancora più spettacolare del primo (fantastico l’attacco dei militari nella villa dei mutanti) rimanendo però in perfetta sintonia narrativa con il predecessore.
Ci sono moltissime e importanti storie all’interno del film. Alcune seguono cronologicamente alcune avventure del fumetto mentre altre variano apportando notevoli differenze. C’è l’interessantissima storia di Stryker (interpretato da un ispiratissimo Cox) e Logan e il passato burrascoso di quest’ultimo. C’è la scelta legata a quale movimento seguire (gli anarchici di Magneto e i democratici di Xavier). Il personaggio di Nightcrawler che già solo nella prima scena dell’attentato regala non poche emozioni e una spettacolarizzazione senza sosta grazie anche alle recenti scoperte in campo della c.g e di cui Singer sembra muoversi senza problemi è forse una delle modifiche più interessanti all’interno del film soprattutto scoprendo la sua filosofia di vita.
Quando un film d’azione diventa avventura allora si scopre subito l’irresistibile fascino che cattura lo spettatore per più di due ore davvero intense e travolgenti.

Ken il guerriero-Oav 3-Quando un uomo si fa carico della tristezza

Titolo: Ken il guerriero-Oav 3-Quando un uomo si fa carico della tristezza
Regia: Takashi Watabe
Anno: 2003
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Tornato dalla terra dei Clifflander, Kenshiro trova ad accoglierlo due messaggeri che lo conducono nel luogo in cui giace Bista. Qui, Tobi lo informa di come Seiji si sia impossessato della fortezza creata dal padre, e di come siano cambiate le cose: adesso, infatti, il popolo si è schierato dalla parte dei fratelli, e li adora come se fossero due divinità. Tutto ciò ha notevolmente mutato l'animo del semplice informatore che, accecato dalla prospettiva di poter diventare il dominatore assoluto, imprigiona lo stesso Kenshiro, e organizza un attacco in massa contro la fortezza. Tuttavia, prima che ciò accada, Seiji s’infiltra tra le fila di quest'ultimo, e riporta Bista sul suo originario trono. La situazione sembrerebbe disperata, tuttavia, l'apparizione di un misterioso personaggio permetterà la liberazione del maestro di Hokuto, e, in seguito, dello stesso Seiji dal suo frainteso quanto triste passato.

Questo terzo e ultimo capitolo della saga diretta nello stesso anno da Watabe cerca di accelerare ancora di più diventando così da un lato, forse il più interessante della saga, mentre dall’altro si perde dietro una difficoltà a inquadrare il vero protagonista della storia e inutili peripezie per cercare di rendere ancora più complessa una storia che sin dal primo capitolo era piuttosto traballante.
Anche qui come per il secondo c’è un buon combattimento finale, Kenshiro invece manca all’appello per buona parte del film.
Curiosità: a un certo punto Ken viene rinchiuso da Tobi in una stanza sotterranea la cui unica uscita è sbarrata da una pesantissima inferiata di metallo che il nostro eroe non riesce a infrangere. Ci riuscirà con l'aiuto di Sara, mandando in pezzi la grata. La cosa strana è che la suddetta, pur essendo di metallo, non si comporta affatto come ci si aspetterebbe; invece di piegarsi, ed eventualmente spezzarsi, si frantuma e si sbriciola come se fosse di pietra. Davvero strano a vedersi.(Bloopers)
Insomma possiamo dire che facendo il confronto tra la serie animata e i precedenti tentativi di Oav firmati qualche anno fa, questa è la saga in assoluto venuta peggio anche se parlando di un personaggio tanto amato, troverà sicuramente dei fan e perché no, regala anche qualche buon momento, ma siamo lungi e ben distanti dal cartone in cui facevano capolino il fior fiore dei personaggi indimenticabili. Seiji invece si dimentica ancora prima di aver finito di vedere il film.

Ken il Guerriero-Oav 2-La tecnica proibita

Titolo: Ken il Guerriero-Oav 2-La tecnica proibita
Regia: Takashi Watabe
Anno: 2003
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Nonostante la morte di Sanga, l'ombra della pazzia sembra non essersi allontanata da Lastland e dai suoi ignari abitanti: adesso devono infatti accogliere il giovane figlio del dittatore, Seiji, come nuovo tiranno. Quest'ultimo, profondamente adirato per essere stato in passato abbandonato dal genitore, ha deciso di impossessarsi dei suoi demoni, cosa che gli riesce facile data la momentanea assenza di Kenshiro, allontanatosi per cercare un siero immunizzante contro il tetano che sta uccidendo Bista. Durante la sua corsa contro il tempo, Kenshiro incontra Clifflander, misteriosi bonzi ritiratisi dal mondo per custodire uno spaventoso segreto. Proprio da costoro viene a conoscenza dell'esisitenza di un Clifflander fuggito e in possesso di una spaventosa tecnica di Kenpo, ovvero l'ambizioso e freddo Seiji. Sarà dunque l'Hokuto a ergersi a giudice del traditore?

Il secondo Oav è certamente meglio del precedente dal momento che conosciamo finalmente un personaggio interessante anche se a livello estetico fa il paiolo a tutti gli altri già visti nella celebre serie animata. Infatti si assiste a buona parte del film in vista dello scontro finale tra Ken e Seiji. Rispetto al primo forse Watabe si è accorto che bisognava aggiungere qualche tocco che rendesse la visione più prelibata e infatti per la prima volta in una saga come quella di Ken assistiamo alla scena di nudo di Sara.In più gli elementi splatter rispetto al precedente capitolo sono maggiori come i massacri e via dicendo.
Per i disegni (privi di censura),per i colori e per la verosimiglianza della trama nell'ambiente spazio-temporale,l’andamento della storia diventa alla fine troppo precario e segmentato.

Ken il guerriero-Oav 1-La città stregata

Titolo: Ken il guerriero-Oav 1-La città stregata
Regia: Takashi Watabe
Anno: 2003
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Dopo la catastrofe nucleare il mondo precipita nel caos. Sterminati deserti sono teatro di vite disperate fatte di sopraffazione e violenza. In questo drammatico scenario si muove Kenshiro, ultimo discendente della Divina Scuola di Hokuto. Scomparsi ormai i rivali appartenenti alle altre scuole di arti marziali, perduti gli amici più cari, Kenshiro giunge nel piccolo villaggio di Libertà, uno dei pochi luoghi che ancora resiste alla città-fortezza di Lastland e al suo dittatore Sanga. Costui esercita il suo dominio facendosi forte dell' Eccelso Doha, una sorta di Dio in grado di offrire il bene più prezioso: acqua pura. Ma Sanga è conscio che il suo regno si fonda sull'inganno ed è ben deciso a prendere il controllo di una divinità davvero in grado di fare miracoli: una dea di nome Sara..

L’ultima trilogia sulle gesta del beniamino di Hokuto non poteva essere meglio rappresentata a livello tecnico e di c.g. Finalmente uniamo alcuni tasselli della vita di Ken e scopriamo un entroterra fatto di storie tutte originali e con dei personaggi ottimamente caratterizzati. La trilogia si colloca infatti dopo la fine della serie originali ed è di per sé una buona storia Non manca la grossa componente violenta così come quella splatter (anche se di meno).Lo stile grafico è molto raffinato. Il problema del primo capitolo è forse quello di aver puntato troppo sull’estetica e sull’azione senza concentrarsi sulla storia. Certo i combattimenti non mancano ma mancano invece alcuni personaggi degni di nota mentre qui si fa scorpacciata di cazzoni trainati da un leader anch’esso cazzone e scialbo.
Bisogna aspettare i due capitoli successivi per ottenere un personaggio degno di nota e qualche colpo di scena decente.

martedì 12 febbraio 2013

C’era una volta in Messico

Titolo: C’era una volta in Messico
Regia: Robert Rodriguez
Anno: 2003
Paese: Usa/Messico
Giudizio: 3/5

Un agente della CIA corrotto contatta El Mariachi, ormai ritiratosi in una vita d’isolamento, per smascherare il piano di un trafficante di droga che vuole assassinare il presidente messicano. Capitolo conclusivo della trilogia d’iniziata con 'El Mariachi' e proseguita con Desperado.

Rodriguez è uno dei registi più prolifici e più in gamba della sua generazione. Il suo cinema è adrenalina pura, molto più cool del cinema cool di Ritchie. Once upon a time in Mexico dunque chiude una trilogia che ha saputo dare al regista la possibilità di continuare il suo cammino di ricerca.
Siamo ancora distanti dall’estetismo sconcertante di SIN CITY o PLANET TERROR ma con questo capitolo diciamo che si scorgono esattamente tutti i connotati che Robert ha preso in prestito e citato da tutto quel cinema che ama fino alla radice e di cui Leone rappresenta il vertice.
Cast sempre forte come in quasi tutti i suoi film (a parte quelli per bambini): Banderas,Hayek,Deep,Trejo,Rourke,Mendes e Dafoe. L’ultimo capitolo della saga è per forza di cose un compendio di adrenalina, personaggi quasi tutti corrotti, iperdinamico, esilarante, assolutamente irreale in tutte le volute scene d’azione(quella con le manette giù per i balconi è così tamarra da non poter esimere una risata di sottofondo) e così via.
La trovata ancora una volta iperbolica di Rodriguez è quella di concentrare tutto all’interno della sua “opera”dal taglio che sembra quasi volerlo far sembrare un b-movie sfruttando davvero tutti i mezzi a disposizione e mescolarli a dovere.
Ancora una volta El Mariachi, eroe d'altri tempi di un Messico onirico, rappresenta la summa della contaminazione di generi, tra pistoleri assassini, femmes fatales, duelli western all'ultimo sospiro e tanto, tanto sangue condito da un certo gusto per l'atroce e lo splatter e delle musiche su cui si dipana chingon malaguena salerosa che verrà poi meglio ripresa in KILL BILL e un Deep come sempre feticcio che però basta da solo nella sequenza finale accompagnata dal suo fedele Sancho ninjo.

sabato 4 agosto 2012

Shark Zone-Il terrore giunge in superficie


Titolo: Shark Zone-Il terrore giunge in superficie
Regia: Danny Lerner
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Alcuni sommozzatori interessati a dei gioielli nascosti sul fondo del mare risvegliano la collera di un gruppo di squali bianchi.

Ci sono film che hanno budget così bassi e risicati da fare in modo che in una scena lo squalo mangi il nulla perché il tipo neanche si vede. Oppure una sorta di copia incolla di scene con le pinne, attacchi sempre uguali e inquadrature probabilmente facendo uso di stock fotage.
C’è pure una citazione del bellissimo LO SQUALO in cui i due fricchettoni si buttano in mare all’inizio venendo mangiati malamente.
Un insignificante direct to video che nulla aggiunge anzi tutto azzera e risparmia mostrando tutti i luoghi comuni sui film degli squali bianchi.

domenica 22 luglio 2012

Hunted-La preda


Titolo: Hunted-La preda
Regia: William Friedkin
Anno: 2003
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

L.T. Bonham è un agente dell'FBI, insegnante alla scuola di guerra, che ha appena ricevuto un incarico delicato: catturare un suo ex allievo, Aaron Hallam, fra i più brillanti del suo corso, che è divenuto ora un pericoloso assassino il cui sport preferito è andare a caccia di uomini. I due agenti dovranno scontrarsi nella foresta, in una sfida portata alle estreme conseguenze.

La preda non è sicuramente tra i film migliori di Friedkin ma neanche tra i peggiori.
E’una sorta di via di mezzo in cui il regista si concentra su alcuni aspetti degli scontri e degli allenamenti  e l’effetto devastante che spesso la guerra scatena sui propri soldati.
Già solo questi due aspetti da soli basterebbero al film. Se ci mettiamo che gli attori sono un convincente Tommy Lee Jones e Benicio Del Toro allora tutto è detto.
Il problema invece è dovuto al fatto che da un autore come Friedkin ci si aspettava qualcosa di più almeno in termini di approfondimento legato proprio alle conseguenze della guerra. Manca proprio quella spinta che rende il film sicuramente godibile anche se in alcune parti fa fatica ad andare avanti purtroppo a causa di un’eccessiva narrazione.
Anche la pazzia viene trattata in maniera disarmonica, altalenandola costantemente con dialoghi abbastanza superficiali e un finale davvero campato per aria.
Peccato perché tutta la parte incentrata sull’addestramento e le tecniche di combattimento sono davvero ben fatte.

domenica 1 aprile 2012

Park


Titolo: Park
Regia: Andrew Lau
Anno: 2003
Paese: Hong Kong
Giudizio: 1/5

Un meraviglioso parco di divertimenti raccoglie ogni giorno migliaia di visitatori. Tragicamente una bambina di appena sei anni cade dalla ruota panoramica, sfracellandosi a terra. Da quel momento il parco viene chiuso e abbandonato per oltre quindici anni. Luogo 'maledetto', ormai per tutti terra di sventura e spiriti maligni, è oggetto di studio di un giovane studente delle scuole superiori. Durante un sopralluogo il ragazzo scompare. La sorella decide di avventurarsi all'interno del parco

Se è vero che i film orientali di norma sono spesso dei buoni prodotti e anche vero che quando un film fa proprio cagare come in questo caso bisogna andarci pesante con la critica anche se gli amici di Hk sanno praticamente sempre quello che fanno.
Lau poi si è proprio sputtanato con gli anni dopo la fantastica serie di INFERNAL AFFAIRS tornando a girare un buon film solo con l’ultimo LEGEND OF THE FIST:THE RETURN OF CHEN ZHEN. Purtroppo lui come molti è stato penalizzato dall’industria americana che lo ha chiamato a dirigere cazzate e film in paese per la televisione.
L’errore più grossolano che il film commette è la pateticità dei dialoghi uniti alla recitazione davvero scarsa degli innumerevoli protagonisti. L’idea del 3d fa davvero capire come per racimolare soldi vengano impiegate le peggiori tecniche di marketing e il risultato è di un vuoto totale e di una bufala storica.

domenica 18 marzo 2012

Terminator 3-Le macchine ribelli


Titolo: Terminator 3-Le macchine ribelli
Regia: Jonathan Mostow
Anno: Usa
Paese: 2003
Giudizio: 2/5

John Connor, ormai diciottenne, è nuovamente in pericolo. La terminator femmina T-X è stata programmata per ucciderlo. Per proteggerlo viene incaricato e mandato nel passato il T-800.

Come rovinare una saga storica come quella di Terminator? Affidando la regia a un incapace come Mostow che ha sempre diretto filmetti compresa l’ultima boiata con Willis IL MONDO DEI REPLICANTI.
Diciamo che i produttori avrebbero dovuto chiarire subito che i toni drammatici e cupi dei due primi capitoli diretti non a caso da qualcuno che ne sa in materia di cinema come Cameroun (guarda a caso non a non ha voluto girare questa pellicola) sarebbero stati sostituiti con un umorismo fastidioso.
Praticamente farcite in ogni battuta con l’ingresso in scena di Swarzy in tenuta adamitica che cita i due precedenti capitoli e prende in giro l’entrata del secondo capitolo entrando in un locale di sole donne che aspettano solo il fusto di turno.
Da lì in poi tutto non funziona, dal cast composto di giovani incapaci (Nick Stalh e Claire Daines ma anche la terminator girl Kristanna Loken non scherza) alla messa in scena che sembra voler creare un enorme giocattolone divertente con poco sangue disintegrando la classica figura del terminator.



giovedì 24 novembre 2011

Alien Hunter


Titolo: Alien Hunter
Regia: Ron Krauss
Anno: 2003
Paese: USA, Bulgaria
Giudizio: 1/5

In Antartide, un oggetto misterioso intrappolato nel ghiaccio emana uno strano segnale. Per decifrarlo viene chiamato Julian Rome, un brillante criptologo dalla carriera compromessa a causa del suo debole per le studentesse. Ora sta a lui risolvere il rebus, ma deve fare presto: il ghiaccio sta per sciogliersi.

Un nave che si regge sulla sola capacità di mischiare elementi legati ad altri film se non ha un regista originale è destinata ad affondare. E’così l’opera prima di Krauss affonda malamente senza dare al regista un’altra possibilità di girare altri film.
La sceneggiatura fa acqua da tutte le parti. Solo alcuni assurdi come l’oggetto che quando si apre indovinate che fa? esplode (come la prassi dei film americani insegna) oppure la studentessa che ha avuto una relazione con il professore e  guarda caso è una delle ricercatrici nel progetto dell’Antartide, oppure il peggio del peggio, il governo che è più preoccupato dallo scandalo sessuale del professore con la studentessa che del reale pericolo della presenza dell’alieno.
Gli assurdi sono i passi falsi delle distribuzioni che come in questo caso puntano sulla presenza di un attore come James Spader che sinceramente non è niente di che, in questo caso poi, non fa altro che riciclare la performance dello scienziato di STARGATE(guarda caso in tutti e due i film fa il criptologo).
Il fatto che tra i paesi produttori ci sia anche la Bulgaria non fa presagire nulla se non piccoli moniti d’inaspettata preoccupazione.
Lo spreco e le colpe vanno fatte risalire alla scelta del soggetto, che non sa più cosa dire tanto è stato sfruttato e la natura stesa di uno sviluppo quanto mai prevedibile diventa la nota dolente che si associa in questo pallosissimo tour de force per lo spettatore..