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mercoledì 2 luglio 2014

Little Odessa

Titolo: Little Odessa
Regia: James Gray
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Joshua Shapira, killer di professione, torna a Little Odessa, quartiere di immigrati russi a Brighton Beach, Long Island, dove è nato, per un "lavoretto pulito". Suo padre gli vieta di mettere piede in casa, dove sua madre è morente e suo fratello minore, Reuben, stravede per lui. Joshua vuole compiere il lavoro quella notte, ma suo padre lo "vende" al boss del quartiere. Pagheranno le sole persone che ama.

Per essere un'opera prima il primo film di Gray a 25 anni risulta in perfetta sintonia con gli intenti e la personalità del regista. Tuttavia non ci si può esimere dal trovare il Little Odessa una struttura che rimanda ad alcuni stereotipi belli forti, un thriller-drammatico con in mezzo la malavita, famiglie sfasciante, vita di strada e via discorrendo. Di suo c'è che il film si prende molto seriamente, il protagonista, un buon Roth, è gelido e spietato e costretto a confrontarsi con le proprie radici e i demoni del passato.
Senza dare lustro o diversa forma al genere, Gray ne incupisce i toni, cerca una sottile analisi di alcuni rapporti famigliari, e rende questa moderna tragedia in un linguaggio sobrio e intenso senza compiacimenti cinefili né concessioni al sensazionalismo a parte forse qualche nota dolente nel finale. Incuriosisce comunque la cura con cui il regista ha confezionato alcuni momenti molto tragici e drammatici come l'incontro tra Joshua e sua madre.

lunedì 30 luglio 2012

Street Fighter


Titolo: Street Fighter
Regia: Steven E. De Souza
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

l tiranno di Shadaloo, un immaginario paese del sud-est asiatico, ha preso in ostaggio sessantatré caschi blu e minaccia di sterminarli se non avrà venti milioni di dollari. Entra in azione una task force delle Nazioni Unite, capeggiata da eroico colonnello esperto in karate

Alcuni tentativi del passato che cercavano di portare su grande schermo alcuni videogiochi hanno sempre fatto i conti con scarsi effetti speciali e a volte budget molto limitati per l’impresa. Soprattutto se parliamo degli inizi degli anni ’90 allora ne sono esempi, che poi con il tempo sono diventati dei b-movie veri e propri, film come DOUBLE DRAGON oppure SUPER MARIO BROS.
Il caso di Street Fighter è diverso per molti motivi. Il primo è che il videogioco è spaventosamente famoso e conosciuto da quasi tutta la crew dei giovani di quella generazione e poi anche dopo. Il franchising costruito ad hoc dai nipponici sull’argomento è stato poi spaventosamente gigante.
Il secondo è perché non avendo assolutamente una storia, era un tentativo davvero difficile di cercare di restituire un minimo di somiglianza anche solo con quello che si leggeva sui fumetti, e nel caso in questione, la fantasia a fatto da padrona dall’inizio alla fine.
Il terzo motivo è quello secondo cui svariate fonti, compreso me, non avevano assolutamente intenzione di vedere il film e poi dal momento che qualche anno dopo sono arrivati alcuni lunghi d’animazione davvero potenti e che hanno saputo riscattare il gioco dandone sicuramente un punto di vista apprezzabile a differenza del film in questione.
Il quarto motivo è il più brutto è la forza reazionaria del film camuffata sotto la guida di Guile (un super-tamarro Van Damme), soldato dei marines, che non è mai stato protagonista di nulla all’interno dei fumetti sulla saga.
Quindi partendo da quest’ultimo motivo diventa fine a se stesso, definendolo una boiata eccezionale, una mistura di vari personaggi reinterpretati alla cazzo di cane anche se in alcuni momenti si ride è di gusto.
Soprattutto se a caratterizzare Bison c’è il Raul Julia, morto poco dopo la fine delle riprese.

martedì 13 dicembre 2011

Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri


Titolo: Once Were Warriors-Una volta erano guerrieri
Regia: Lee Tamahori
Anno: 1994
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 3/5

Alla periferia di Auckland una madre maori di cinque figli lotta per tenere unita la famiglia contro il marito ubriacone e violento e due figli invischiati nella logica delle bande giovanili

Una volta erano guerrieri ora sono alcolizzati e schiavi del mito americano.
Questa poteva essere la log-line di lancio del film. Uno spaccato urbano a tratti commovente e sicuramente duro e scomodo come i dialoghi e il linguaggio usato nel film. Una critica feroce contro la rapina, usato come sinonimo di colonizzazione che vede protagonisti i Maori. Dentro la società dentro il ghetto, scopriamo come oramai il degrado e la corruzione siano le costanti del processo e della deriva urbana con evidenti responsabilità antropologiche di natura ovviamente occidentale.
Eppure i personaggi che vivono questa dura realtà non sembrano trovare colpevoli sfogando tra di loro la rabbia e l’evidente frustrazione.
Tamahori poi punta molto sui legami famigliari e quelli tra bande(unico elemento con il quale sembrano mantenere una certa stabilità anche se ad un prezzo molto alto).
Temuera Morrison ha avuto la possibilità di dar vita ad un personaggio molto discutibile ma sicuramente indimenticabile come quello di Jack la Furia. Peccato per il suo futuro che insieme a quello del regista sembra essersi disperso come le radici Maori, solo che mentre il primo è stato sfortunato il secondo
ha abbandonato la sua terra per dedicarsi ai film d’azione più beceri americani ma con la consapevolezza di aver realizzato il suo capolavoro alla sua opera prima.
La parte poi di formazione in cui l’insegnante cerca di instillare tradizioni e cultura ai giovani è forse la parte più commovente.

domenica 20 novembre 2011

Hellbound-All’inferno e ritorno


Titolo: Hellbound-All’inferno e ritorno
Regia: Aaron Norris
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

Anno 1186 d.C.: il re Riccardo Cuor di Leone giunge in terra santa per salvare un neonato figlio di re dall'emissario di Satana, Prosatanos, un potente essere malvagio. Con l'ausilio dei suoi uomini entra in un castello, e combatte creature mostruose prima di poter imprigionare in un sepolcro il malvagio Prosatanos. Tuttavia quest'ultimo gli ricorda la profezia che dice che un giorno sarà liberato e porterà la morte di nuovo sulla Terra. Tenendo conto delle sue parole, il re Riccardo fa murare tutte le stanze che portano alla tomba, per fare in modo che nessuno si possa avvicinare per liberarlo. Inoltre divide in otto pezzi lo scettro di Prosatanos, fonte del suo potere.
Anno 1951 d.C.: due uomini spinti dall'avidità riescono a entrare nella tomba di Prosatanos, ma a causa della loro ignoranza liberano il malvagio essere come scritto nelle profezie, e vengono barbaramente uccisi da lui.

L’incipit iniziale è così assurdo da riuscire a rendere la visione possibile proprio grazie a questo stratagemma del tutto illogico che colloca Hellbound tra le cose più brutte (ma divertenti) che siano mai state girate.
Hellbound è il quinto film del fratello di Norris che evidentemente doveva celebrarne su pellicola l’autostima e le imprese mirabolanti dal momento che la loro collaborazione non finisce qui.
La trama è così assurda e ricorda così tanto i b-movie che non potevo astenermi da un’attenta visione. Naturalmente di una bruttezza rara e più trash di quanto non si dica, Hellbound gioca proprio sull’assurdo ovvero un sergente che sfida un demone (non il diavolo come altri hanno scritto) in una corsa contro il tempo assolutamente senza senso..
Dal soggetto si arriva poi alle location quasi tutto girate in Israele e di cui quei cazzo di sionisti hanno in pratica aiutato a produrre questa porcheria che come molti lavori con o di Norris non risparmiano una certa vena xenofoba che traspare sempre anche se in piccole battute o luoghi comuni facenti parte di lacune culturali piuttosto evidenti.
Spesso viene malamente associato con il secondo capitolo di Hellraiser con cui non c’entra assolutamente niente. In questo caso la fusione tra horror (di cui non c’è traccia a parte l’espressione truce di Neame nel ruolo del demone Pronanatos) e azione poteva regalare qualcosa in più ma tutto viene cestinato sulla plasticità della coppia di protagonisti su cui svetta uno dei pochi attori capace di autocelebrarsi  credendoci sul serio e senza preoccuparsi dell’elemento assurdo che lo mette  nell’olimpo degli sboroni.
La serie di calci rotanti di Chuck comunque non risparmierà neanche l’adepto delle tenebre costretto a prendersi calci in faccia per ben cinque minuti.
Capolavoro delle cazzate targate Norris.

giovedì 14 aprile 2011

Prison

Titolo: Prison
Regia: John Frankenheimer
Anno: 1994
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Una prigione dura, ad altissimo tasso di violenza dove i detenuti vengono stipati, ingabbiati come bestie e ridotti a vivere in uno stato di miseria e di abbandono. La rabbia e la repressione con il passare del tempo si trasformano in odio e violenza. Ora i detenuti sono pronti a far valere le proprie leggi e fanno esplodere una sommossa brutale, sanguinaria che travolge chiunque si trovi sulla loro strada...

Un bel dramma ispirato da una storia vera, ovvero le cronache della rivolta scoppiata nel supercarcere di Attica nel settembre del 1971,e di cui solo pochi anni fa si sono conclusi processi per stabilire resposabilita'e risarcimenti.
L'ambiente del carcere è stato spesso sfruttato nel cinema e capita in esempi recenti CELLA 211 che ne esca fuori un quadro esaustivo e una critica sui diritti dei prigionieri e delle condizioni di vita all'interno.
Sperando che rimangano sempre e il più possibile distanti dai cerchi infernali danteschi come i C.p.t di cui si preferisce non parlare mai, il film di Frankenheimer fa riflettere molto sui diritti e i doveri dei prigionieri e delle guardie.
Responsabilità ancorate chissadove sfociano in una rabbia quasi primordiale. Emerge tutta la rabbia di uomini abbandonati a loro stessi e costretti per forza di cose non avendo uno stato che scommette su di loro a imbrigliarsi in piccoli gruppi di appartenenza(quasi sempre legato al colore della pelle).
Cosa può dunque fare il beniamino di David Lynch che non sa da che parte stare come Juan che anche se vive da subito la catarsi, solo che lui se all'inizio si fa prendere la mano poi scopre quell'universo che forse non è così distante dal loro.
Il film si avvale di una sempre ottima e sobria regia, un cast nutrito e ben contaminato e alcune scene davvero impressionanti contando che il livello della violenza non si risparmia mai.
Vedere poi guardie e ladri sguazzare tutti nello stesso fango èuna scena che la dice lunga.

lunedì 14 marzo 2011

71 frammenti di una cronologia del caso

Titolo: 71 frammenti di una cronologia del caso
Regia: Michael Haneke
Anno: 1994
Paese: Austria/Germania
Giudizio: 4/5

Un giovane, due giorni prima di Natale (1993) uccide per un banale litigio tre persone in una banca, poi si uccide a sua volta. La vicenda si sviluppa in realtà negli ultimissimi frammenti, ma è preparata attraverso le storie individuali di più personaggi o gruppi: un anziano malato; una coppia di aspiranti genitori adottivi; un ragazzino giunto chissà come da Bucarest; addetti alla sicurezza della banca; impiegati; scene di famiglia e scene di lavoro; scene di spostamenti; superstrade e svincoli...

Il cinema d'autore coincide perfettamente con la filmografia del cineasta austriaco, sicuramente uno dei nomi più influenti oltre ad essere un’artista attento e ottimo osservatore dei comportamenti umani.
La televisione e i mass-media annebbiano la nostra mente con piccoli frammenti che si aggiungono di giorno in giorno alla nostra quotidianità tanto da riuscire a inibire in alcuni casi la realtà con la fantasia.
Con 71 frammenti uno dei film più rigidi e complessi del regista, Haneke inizia testimoniando un episodio di cronaca senza commentarlo ulteriormente oltre quello che viene riportato dai tg. Tutta la storia e i personaggi che ci vengono narrati sembrano darci dei quadri sulla tragedia finale
Inizia quindi filmando frammenti di quello che poi sfocia in un dramma, passando da episodi come una coppia che cerca di ottenere un'affido, ad un giocatore di ping-pong frustrato e una bambina orfana che scappa da un posto all'altro.
Tutto questo è catturato con astuzia e con uno studio dell'inquadratura che preferisce mostrare col contagocce sforzando la capacità recettiva dello spettatore.
Interessante e provocatorio nonché un film di denuncia sul mondo mass-mediatico.
Tra le varie situazioni troviamo uno smarrito Michael Jackson in tv che cerca di discolparsi dalle denunce di pedofilia e molestie.