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venerdì 19 dicembre 2014

Point Break

Titolo: Point Break
Regia: Kathryn Bigelow
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Stati Uniti.C'è una banda che spadroneggia nelle rapine in banca. Si tratta degli "ex presidenti", quattro malviventi che indossano le maschere di Carter, Reagan, Nixon e Johnson. L'FBI gli ha dato la caccia senza esito anche perché non si è voluto dare credito alla teoria dell'agente Angelo Pappas il quale ritiene che si tratti di surfisti che in questo modo si finanziano le escursioni. Quando alla sezione di Los Angeles giunge il giovane agente Johnny Utah l'indagine si rimette in moto. Utah dà credito alla teoria del collega e si fa allenare per il surf dall'esperta Tyler che lo introduce nell'ambiente. Ha così modo di conoscere Bodhi, surfista esperto in attesa dell'onda perfetta, che è anche il capo della banda. Mentre Utah e Pappas continuano l'indagine e le rapine si succedono tra il poliziotto e il rapinatore si crea un legame. Fino al giorno in cui Bodhi scopre che Utah è un poliziotto.

Point Break rappresenta il punto di rottura ma anche di svolta di un cinema americano degli anni '90, dopo un decennio di sperimentazioni e di nuova rilettura dei generi. Nel film della Bigelow importantiussimo è stato il sodalizio con il talentuoso Jim Muro e per un modo innovativo di concepire il montaggio frammentato, divenuto in questo film precursore di alcune potenti scene d'azione e di alcuni indimenticabili inseguimenti.
La tensione del thriller e la filosofia del surf, diventano le due armi con cui la regista riesce a mantenere un ritmo e una suspance molto funzionali per tutta la durata del film, cambiando e invertendo in modo preciso e mai banale tutta una nutrita serie di location e spazi in cui veicolare l'azione.
Lo scontro generazionale tra due personaggi opposti (se vogliamo il bene e il male anche se la caratterizzazione dei personaggi e la loro filosofia è molto più complessa) è quell'amicizia impossibile che esprime la sua summa in un finale clamoroso ed estremo, come gli obbiettivi che inseguono i protagonisti del film chi mosso dalla razionalità e chi dalla totale irrazionalità.
L'anarchia, l'assenza di regole, le filosofia new-age, sono solo alcuni temi trattati da questo poliziesco insolito, vero cult d'azione degli anni '90, una storia che punta su una visione estrema dello sport, ma anche un messaggio spirituale profondo, lasciando allo spettatore la scelta di cosa sia più giusto fare e scegliere e se la follia non sia in fondo una caratteristica fondamentale per vivere la vita a 360°.

martedì 12 febbraio 2013

Resa dei conti a Little Tokyo


Titolo: Resa dei conti a Little Tokyo
Regia: Mark L.Lester
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

A Los Angeles si è insidiata la Yakuza guidata dal truce Yoshida. Tra i suoi nemici spiccano due poliziotti, Chris Kenner, un americano cresciuto in Giappone, di cui ha assimilato lingua e costumi, e Johnny Murata, un nippo-americano cresciuto in California. Entrambi sono esperti di arti marziali. Yoshida costringe l'affascinante cantante del locale "Bonsai" Minako Okeya a stare ai suoi ordini. Kenner riesce a salvarla e la porta nella sua casa di campagna, dove i due s’innamorano. Ma i banditi li sorprendono e dopo una violentissima sparatoria, li catturano, portandoli in un deposito di auto, sottoponendoli alla tortura. A quel punto la lotta contro il crimine diventa una battaglia molto personale che i due protagonisti dovranno vincere a tutti i costi.

Di cazzate come queste il cinema dovrebbe esserne pieno eppure non è affatto così.
Showdown in Little Tokyo è il tipico esempio di come le cazzate possano sorprendere, non certo per la loro originalità, ma per il fatto che aboliscano ogni frontiera di qualsivoglia genere distruggendo il polizziottesco, portando all’apoteosi l’action più sfrenato e irreale possibile, una comicità banale e la solita cozzaglia di luoghi comuni e frasi fatte di cui sono costellati principalmente i dialoghi.
Lester non è un autore ma è il tipico mestierante che ha saputo regalare alcune perle e cult mica da poco come COMMANDO,CLASSE 1999 e CLASSE 1984.
Diciamo che azione+violenza+sparatorie infinite con caricatori infiniti+solito spirito reazionario americano contro i gialli+fighe da urlo(Tia Carrere non si può vedere per quanto è figa). Poi c’è il classico duro infallibile che sa che tanto niente gli farà la pelle(ogni tanto Lungren si accorge forse che i colpi dovrebbero finire e quindi infila per dovere della verosimiglianza un caricatore trovato nel calzino), oppure come dimenticare la sequenza iniziale in cui lui lo sbirro impavido e che lavora come sempre “da solo” entra con una liana in un ring durante un incontro clandestino di arti marziali. Ma come si può sottrarsi a tale tamarria quando poi addirittura compare il defunto Brandon a dare manforte anche se con dei calci leggermente troppo sottotono.
Resa dei conti è un cult, la summa di tutto quello che non si dovrebbe fare ma che invece si vuole vedere deliziati da una povertà di linguaggio abissale e con così tanta ignoranza inside da sconvolgere una platea di devoti alla madonna di Lourdes.
Alcune scene poi come la cultura di Chris verso le tradizioni giapponesi è così assurda da far scoppiare in un mare di risate ogni volta che apre la mascella e come guardando attraverso il binocolo intuisce il rito di harakiri sapendo naturalmente tutto a riguardo.
Ho letto poi che il duo non andava mica tanto d’accordo.
In realtà nutrivano antipatie reciproche; soprattutto pare che l'attore svedese detestasse il collega per la sua «insopportabile arroganza e le pose da fichetto»(Wikipedia)
Nonostante tutto diventa quel classico e instancabile film che visto una volta ogni cinque anni quasi come una leggenda giapponese fa rivivere al contempo stesso favola tamarra e aberrazione più totale.
Un sacrilegio che merita la palma d’oro.

sabato 2 febbraio 2013

Harley Davidson & Marlboro Man

Titolo: Harley Davidson & Marlboro Man
Regia: Simon Wincer
Anno: 1991
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley Davidson e Marlboro sono giramondo sempre pronti a tutto. Insieme con Tom, che ha problemi di soldi e deve mandare avanti un locale, organizzano una rapina. Sul furgone blindato della banca che viene assaltato non c'è però denaro, ma droga, il cui traffico è controllato da grandi manager. Gli improvvisati rapinatori devono perciò vedersela con i feroci killer dell'organizzazione.

Un classico degli anni’90 passato in sordina ma diventato ben presto un cult per gli affezionati del cinema di genere.
L’esuberanza del film con i suoi due pompati protagonisti è solo una delle caratteristiche di questo insolito film che mischia diverse carte del genere per trovare una soluzione che a me non è affatto dispiaciuta. Certo teniamoci bassi con gli intenti e con la scarsa realisticità di alcune scene eppure il film di Wincer riesce in una mossa non facile ovvero quella di creare un’atmosfera davvero insolita.
Senza stare a contare i film citati volutamente o non dalla pellicola (l’idea dei due giramondo poi lascia le porte aperte a tutte le divagazioni) mette insieme il classico cow-boy+il motociclista in una corsa contro un azienda che traffica una droga stranissima e che manda allo sbaraglio degli uomini in nero che fanno tanto spazzatura burocratica e militare (dei finocchi come gli definisce il tipo che guida l’elicottero).
Il magnetismo naturale di Rourke e la tamarria naturale di Don Johnson sono l’altra arma principale che porta una buona sinergia tra le due parti che si spegne solo in piccoli tratti dove forse Rourke pensava più agli Hell’s Angels suoi amici che al copione.
Un’idea dunque strampalata ma che se vista sotto un'altra ottica, non certo quella critica, diverte e ha comunque per tutta la durata un buon ritmo.

lunedì 29 ottobre 2012

Riki-Oh: The Story of Ricky



Titolo: Riki-Oh: The Story of Ricky
Regia: Lam Ngai Kai
Anno: 1991
Paese: Cina
Giudizio: 3/5

In un futuro imprecisato le prigioni sono state privatizzate e quella in cui è ambientata la vicenda è stata affidata al potente e spietato Sugiyama e al suo sottoposto Cyclops. Dentro al carcere quattro criminali, grandissimi esperti nelle arti marziali, hanno instaurato un vero e proprio clima di terrore e con il placet del direttore hanno sterminato parte dei detenuti più mansueti. Però la situazione cambia con l'arrivo nella prigione di Riki Oh, un ragazzo di 21 anni condannato a 10 anni per aver assassinato un boss della droga, il quale gli aveva ucciso la fidanzata. In poco tempo Riki, grazie alla sua forza sovrumana e alla sua incredibile tecnica di combattimento, riesce a sgominare prima i quattro criminali più cattivi, poi, dopo un'estenuante lotta, uccide il crudele direttore, sotto le cui sembianze in realtà si celava un essere mostruoso. Diventato il paladino di tutti i detenuti, Riki Oh assume il controllo del carcere per distruggerlo e dare ai tutti i suoi compagni la libertà.

Il film si basa sull'omonimo manga giapponese Riki-Oh, creato nel 1988 da Masahiko Takajo e illustrato da Saruwatari Tetsuya.
Il motivo per cui Riki-Oh è diventata una chicca del cinema di arti marziali degli anni ’90 è sicuramente la brutalità delle scene di violenza e la grossa vena splatter che sembra configurare tutti i combattimenti del film.
Al di là della trama che seppur con qualche trovata interessante è di un piattume inconsistente, Kai sfrutta proprio questa banalità per cercare di buttare tutto sulle scene di combattimento e sull’esagerazione più totale in campo di arti strappati e organi usati come vere e proprie armi.
Uno dei film più trash e da un certo punto di vista, involontariamente rivoluzionario nella sua presa di posizione. Quello che lo spettatore vuole vedere e il cammino dell’eroe che come per un Bruce Lee di serie Z, vede il protagonista combattere in una piramide di forza in cui il boss finale altro non è che il direttore.
Quest’ultimo poi sembra rubato da una delle tre bufere del capolavoro di Carpenter GROSSO GUAIO A CHINATOWN.
Tutto il film è costellato da assurdi inimmaginabili come il training del protagonista che si addestra facendosi tirare delle lapidi sulla schiena, oppure un certo messaggio sul consumo di droghe e delle coltivazioni di oppio contro le quali Riki si accanisce con inusitata violenza e una nota anarchica nel finale in cui con un pugno Riki distrugge il muro del carcere.
Se si pensa che il regista ha potuto sfruttare tutti gli eccessi possibili e immaginabili con pochi soldi allora non ci si può esimere dal definirlo una perla trash del cinema di Hong Kong.

lunedì 21 marzo 2011

Nekromantik 2

Titolo: Nekromantik 2
Regia: Jorg Buttgereit
Anno: 1991
Paese: Germania
Giudizio: 3/5

Monika, giornalista che aveva seguito la sfortunata vicenda di Rob (suicida nel primo episodio), si interessa a tal punto da riesumarne la salma (in avanzato stato decompositivo) per portarla a vivere con lei. Nonostante Monika avesse già un ragazzo vivente, un doppiatore di film a luci rosse, tra lei e il corpo decomposto di Rob nasce un amore malato. La ragazza si troverà di fronte all'assurdo dilemma se scegliere il fidanzato vivente o quello deceduto. Opterà a malincuore verso il primo, facendo a pezzi il cadavere di Rob, destinato oramai alla discarica. Ma il giorno stesso, durante un rapporto sessuale con il suo ragazzo, l'indole necrofila di Monika prenderà il sopravvento e la spingerà a decapitarlo brutalmente durante l'amplesso per sostituirne la testa con quella putrefatta di Rob, in preda al più indicibile piacere.

Jorg Buttgereit dopo i bellissimi seppur marci DERTODESKIN e SCHRAMM gira il seguito del primo NEKROMANTIK Telecamera a spalla e di nuovo Monica M. come icona femminile del regista e in altri suoi e non solo suoi film.
Cosa dire, il gore è un genere particolarmente macabro e seppur girato a basso budget riesce a stupire più di quasi tutte le pellicole horror americane degli ultimi dieci anni.
I tedeschi e gli austriaci sono sempre stati avanti e insieme a Schnaas e Ittenbach sono stati i tre capisaldi del genere in Germania.
Bellissimi i riferimenti al cinema muto ed espressionista tedesco.
Per gli amanti del genere è una chicca.
Il soggetto è particolarmente macabro e meno splatter rispetto a tutti gli altri film del genere.

domenica 13 marzo 2011

964 Pinocchio

Titolo: 964 Pinocchio
Regia: Shozin Fukui
Anno: 1991
Paese: Giappone
Giudizio: 2/5

Pinocchio è un cyborg di piacere difettoso. Viene abbandonato per strada dalla sua padrona e vagando senza meta incontrerà Himiko, ragazza con qualche problema. Quando la ditta che costruisce illegalmente questi cyborg scopre che Pinocchio è scappato, si metterà sulle sue tracce per riprenderselo.

964 Pinocchio è un film per pochi. Nel senso che mette a dura prova un la fruizione dello spettatore che assiste per quasi tutta la durata del film a lunghissime urla e disperazioni generali. Un film in cui la trama praticamente è solo un pretesto per mostrare immagini crude e sboccate, perverse e inconsistenti. La società che mostra Shozin Fukui potrebbe all’inizio sembrare simile a quella di TETSUO di Tsukamoto ma senza avere gli eccessi stilistici o la bravura del predecessore. Pinocchio subisce una trasformazione che praticamente dura tutta la durata del film, soffre e basta, e alla fine si appresta ad una resa dei conti con il suo padrone/Geppetto.
E’ difficile anche in base ai contenuti esprimere giudizi sull’interpretazione dei personaggi che comunque, in particolare Pinocchio, dimostrano un “coraggio” anomalo nel interpretare simil personaggi se così li si può definire. Così come comico è il paradosso accattivante di ribaltare il soggetto del film della Disney per una resa di un’esagerazione gratuita sotto tutti gli effetti che prende solo l’idea del feto/pinocchio.
Il genere potrebbe essere quello di un film di fantascienza vista la tematica ma poi diventa un miscuglio di scene trash e splatter che perdono di vista ogni idea di soggetto e di “storia”.
Lo stile del regista invece è buono dal punto di vista tecnico. Molte inquadrature a spalle veloci e con un montaggio frenetico e allucinato.
Insomma un delirante e morbosissimo film giapponese che lascia perplessi se vogliamo cercare di approfondire le tematiche del film. Per il resto è cinema underground-trash-spazzatura-giapu