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martedì 8 novembre 2016

River of Death

Titolo: River of Death
Regia: Steve Carver
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Nel cuore della foresta Amazzonica, uno scienziato tedesco, insieme ad un gruppo di irriducibili nazisti sfuggiti alla cattura, sogna di restaurare la grandezza del Terzo Reich tentando di creare un esercito di superuomini mediante crudeli esperimenti biogenetici condotti su alcuni indios scelti come inconsapevoli cavie. Ma sulle tracce dello scienziato sono un avventuriero in cerca di una favolosa città perduta, un suo ex collega passato dalla parte dell'Occidente, una donna che lo ha visto uccidere il padre durante la guerra e un fisico al quale hanno rapito la figlia giunta sul posto per studiare le cause di una misteriosa epidemia che sta facendo strage tra le popolazioni indigene.

Diciamo che questo film mi stuzzicava perchè all'interno c'era Donald Pleasance, attore che dopo WAKE IN FRIGHT mi ha colpito particolarmente anche se in questo film non è assolutamente sfruttato a dovere. Poi l'ambientazione, il taglio antropologico e l'avventura che si prospettava mi avevano stuzzicato pensando di trovarmi di fronte ad un piccolo film di genere che al suo interno mischiava tanti sottogeneri come di fatto cerca di fare senza i risultati sperati.
Purtroppo River of Death per colpa di uno script prevedibile e pasticciato, dall'incipit troppo lungo nei campi di sterminio fino alle scene nella foresta che in alcuni casi sembrano quasi amatoriali, non riesce ad essere evocativo e un bel film d'avventura come riescono invece altri contemporanei in quegli anni, tra tutti Spielberg. Un peccato perchè anche dal punto di vista delle comparse, delle tribù e di tutto quello che si poteva commisurare, il film prende una strada in discesa che ne sancisce uno svolgimento come dicevo prevedibile e un finale troppo scontato.
Il protagonista poi è troppo tamarro e antipatico, non riesce nemmeno sforzandosi a creare un barlume di empatia nello spettatore.


giovedì 24 marzo 2016

Baoh

Titolo: Baoh
Regia: Hiroyuki Yokoyama
Anno: 1989
Paese: Giappone
Giudizio: 3/5

Il gruppo DRES, un'organizzazione criminale che si occupa di bioingegnerie applicate a scopi bellici, sviluppa in segreto, attraverso numerosi esperimenti su cavie animali e umane, una potentissima arma biologica, un letale parassita vermiforme da impiantare nel corpo di una sfortunata cavia. Quando avrà compiuto il suo ciclo evolutivo, il parassita deporrà le uova nel corpo dell'ospite, che sarà veicolo del contagio prima di essere ucciso dalle secrezioni acide delle larve. Durante il suo sviluppo all'interno del corpo colonizzato, il verme conferisce all'ospite un potere di rigenerazione di organi e tessuti danneggiati virtualmente infinito oltre a una incredibile serie di abilità sovrumane che lo trasfigurano anche nell’aspetto. L'unica possibilità di uccidere il portatore infetto è distruggergli la testa e il cervello.

La cosa interessante e per certi versi originale di un certo tipo di animazione nipponica è quello di non concedere mezze misure quando si trattano alcuni temi e un'animazione possiamo dire adulta.
Baoh continua un discorso che ai giapponesi è sempre stato a cuore come quello degli esperimenti, della bomba atomica, delle conseguenze impreviste e delle mutazioni.
Tratto da un fumetto e dallo stesso autore di "Le bizzarre avventure di Jojo", Hirohiko Araki.
Per essere una storia di orrore e fantascienza con un uso massiccio della violenza con squartamenti e altro e avendo come protagonisti una bambina e un minore, Yokoyama non si è davvero risparmiato. In un'ora sono concentrati molti elementi e tanta azione e da quando Baoh si trasforma ed esplode sembra di essere tornati a quella ferocia che contraddistingueva OAV come Devilman o altro, siglando di fatto come i giapponesi fossero ai vertici della violenza animata, allora come mai.


giovedì 16 luglio 2015

Cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante

Titolo: Cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante
Regia: Peter Greenaway
Anno: 1989
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Il luogo della vicenda è un ristorante frequentato da clienti molto diversi: un signorotto volgare e violento accompagnato dalla moglie indifesa e dai suoi scagnozzi, ma anche un signore bene educato che legge spesso e volentieri. L'educato e l'indifesa avranno una focosa passione mentre il marito medita una crudele vendetta.

Greenaway non è sempre dissacratorio.
E'un esteta poliedrico dell'immagine proveniente dalla pittura.
Mi ricorda Tarkovsky per quel suo modo di dipingere ogni inquadratura e farla sembrare un quadro perfetto e finito, capace di comunicare più significati allo stesso tempo.
Scandito in otto giorni con tanto di prologo ed epilogo, è un film di simboli in cui il cibo e l'elemento elementare, quello da cui si plasma e con cui si finisce per marcire.
E'un simbolo a fare da sfondo ad una società tragica, in cui dominano volgarità, violenza e prevaricazione. Un film politico tessuto di estetismi al limite dell'eccesso con tonalità e gelatine fortissime che smussano i toni decisamente osceni e squallidi della pellicola.
Una tavola che non sembra mai finire, ma invece in modo grottesco formulata con un diverso spessore rispetto a LA GRANDE ABBUFFATA, in cui qui a differenza del capolavoro di Ferreri (ma anche qui di capolavoro si tratta) è una classe ben diversa, arricchitasi con ogni sorta di malefatte senza celarle ma andandone fiera che si abbuffa tra lussi sfrenati deridendo clienti e sentendosi invincibile.
A livello di forma è semplicemente indiscutibile e spettacolare.
Intramontabile e sempre denso di significati e interpretazioni colti e mai ingenui.
Un film di opposti che attraversa la psiche dello spettatore sottoponendola ad un'abbuffata di significati e regalando un finale magico ed eclatante.
Greenaway è probabilmente uno che o si ma a o si odia.

Pur non amando alla follia tutti i suoi film, sono rimasto come molti appassionati di buon cinema, ammirato ed estasiato di fronte ad un banchetto originale, diversificato e appagante come questo.

sabato 16 novembre 2013

Tango & Cash

Titolo: Tango & Cash
Regia: Andrei Konchalovsky
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Due poliziotti della narcotici dal carattere opposto: Ray Tango veste un doppiopetto inappuntabile, è occhialuto e distinto come un yuppie; Gabe Cash è un capellone in jeans e dai metodi piuttosto sbrigativi. Devono lavorare insieme per smantellare un traffico di droga, ma il boss sul quale indagano li fa imprigionare. I due amici riescono a evadere dal penitenziario attraverso le fogne.

Tra i buddy cops più famosi, una standing ovation a parte, è sicuramente costituita da questo cult, di noi cresciuti a Coca Cola e film yankee con tanto strapotere Usa e Occidentale.
Ora Tango & Cash era un film voluto molto dalle major per sfruttare il successo della coppia di attori e quindi volevano un film action molto coatto che assolvesse allo scopo e fu allora prodotto dalla Warner al costo di 55 milioni di dollari. E'strano capire come un regista serio come Konchalovsky, che ha scritto e interpretato per Tarkovskij, sia finito a dirigere questo film.
I soldi viene da pensare.
Un regista diviso tra due potenze che forse non ha mai saputo scegliere definitivamente da che parte stare. S'ignora come e perché il regista si sia imbarcato nell'impresa. Forse per i suoi goffi risvolti ironici e autoparodistici? Si sa che ne uscì per dissensi con i produttori, lasciando che le riprese fossero terminate da Peter McDonald, regista della 2ª unità.
Diventato un cult per le pompose ed esagerate scene action di cui il film è costellato, non è per fortuna così tanto reazionario, anche se lo spirito yankee emerge in alcune scene come quella della macchina in cui il russo dice "Io credo in Perestrojka?" e Cash risponde "Benvenuto in America" oppure "Tango, diventerai la mia puttana!"questo forse è un pò meno patriottico.
Non ebbe seguiti come forse speravano i produttori credendo di aver creato una coppia sulla falsa riga di ARMA LETALE o forse 48 ore.
Il risultato è un concentrato di intrattenimento senza pause e con dei dialoghi davvero sboccati e tamarri. Comunque piace e rivederlo dopo un botto di anni in una serata senza pretese intellettuali adempie al suo scopo. La sufficienza è di parte.

venerdì 13 settembre 2013

Best of the Best

Titolo: Best of the Best
Regia: Robert Radler
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

"I Migliori", titolo originale "Best of the Best", è un film drammatico incentrato sulla pratica delle arti marziali, in particolare il Tae Kwon Do. Ogni tre anni si disputa una gara tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud che detiene tutti i primati in tale sport. Il team viene scelto raccogliendo i 5 migliori atleti da ogni parte del Paese.
Alex Grady vive a Portland – Oregon, ed è un ex veterano di questa disciplina. Costretto al ritiro per un infortunio alla spalla durante un incontro, in occasione di questa gara, viene convocato per un provino di selezione. A questo provino viene convocato anche Tommy Lee, un insegnate di arti marziali per bambini della California. Di seguito vengono introdotti gli ultimi 3 personaggi del team americano chiamato ad affrontare la temuta Corea del Sud. Alex, Tommy,Travis, Sonny e Virgil, con background e caratteristiche totalmente diverse tra di loro, sono gli atleti scelti dal veterano Frank Couzo,coach della squadra, per questa importante sfida.

Tutti i difetti e tutti i meriti di un film sulle arti marziali degli anni '80 sembrano essere le fondamenta di questo discutibilissmo film di Radler.
La cosa più bella è che alla fine la nazionale americana perde e dunque si stacca del tutto dalla solita solfa che vuole il buon yankee vincitore in tutto e per tutto, anche se un elemento melenso prevarrà su tutto.
Radler aveva girato parecchi film ed Eric Roberts era nel suo momento d'oro. Entrambi ci spendono molto di loro nel film, l'ultimo oltre ad essere il protagonista ci crede così tanto da creare una performance quasi del tutto drammatica, con pianti improvvisati e suppliche che mi hanno fatto sganasciare dal ridere (soprattutto quando il figlio idiota si rompe un braccio investito da una macchina e Alex deve decidere che strada prendere).
Il fatto che ad interpretare i migliori della scuola coreana siano quasi tutti cinesi è un altro elemento che mostra di come al tempo non fregasse nulla degli attori orientali perchè come molti riassumevano...sembravano tutti uguali.
E'un film non così reazionario, anche se la vendetta del cinese sul coreano che nel torneo precedente gli ha ucciso il fratello fa tanto elemento banale e inconsistente che due domande te le fai sulla povertà di scrittura di questi film.
Un b-movie che ho voluto rivedere in salsa nostalgica per comprendere che cosa mi era piaciuto quando ero piccolo, da considerarlo un piccolo cult di quegli anni insieme a dozzine di pellicole americani certo molto più notevoli.
Uno dei momenti migliori comunque è proprio il torneo nel finale che spezza un pò la monotonia degli allenamenti.

domenica 20 novembre 2011

Splatters


Titolo: Splatters
Regia: Peter Jackson
Anno: 1989
Paese: Nuova Zelanda
Giudizio: 4/5

Lionel è oppresso da una madre ossessiva, che gli impedisce di avere una vita sociale e di vedere delle ragazze. Quando il giovane conosce la bella Paquita, la folle genitrice segue i due ragazzi al loro primo appuntamento, al giardino zoologico; qui, la donna viene morsa da uno strano animale. Presto, la madre di Lionel morirà e si trasformerà in uno zombie, iniziando a infettare tutti i vicini.

Uno dei veri cult in ambito di cinema splatter-trash, gli schizza cervelli è in assoluto uno dei capolavori del genere contando le venature macabre e gli incipit demenziali che lo collocano fin da subito in una determinata categoria che chiude il trittico horror del buon Jackson prima che venga rapito dalle major cui affidano produzioni iper-galattiche.
Splatters è un film che funziona perfettamente sotto tutti i punti di vista e in particolare nella semplice ma efficace sceneggiatura, sempre pronta a cogliere gli aspetti più grotteschi che dalla vita sedentaria di casa tra Lionel e la madre, si sposta poi a tutta la città. Il massacro finale così come il bambino davvero volgare sono solo alcune delle perle che attribuiscono la corona a uno dei film più raccapriccianti per l’anno in cui è stato girato e badate bene parliamo dell’89 in cui di film così (nel senso di fatti così bene) non c’è, n’erano che una manciata. E’così dai 500 litri di sangue finto (300 dei quali sono nel massacro finale con la motosega) fino alle gag assolutamente irriverenti, la madre-topo che per certi versi mi ha ricordato la mutazione finale di Samantha Eggar di BROOD come invece il film ha sicuramente influenzato molto Raimi che nel 93 gira L’ARMATA DELLE TENEBRE.

Society-The Horror

Titolo: Society-The Horror
Regia: Brian Yuzna
Anno: 1989
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Il giovane Billy ha dei dubbi sui suoi familiari: la sensazione è che partecipino a strani riti che coinvolgono soltanto i membri dell'alta borghesia.

Il primo film di Yuzna per molto versi e diventato un cult proprio per la scena finale dell’orgia con una marcata critica alla classe benestante californiana.
Oramai dell’89 il film è solo uno spettro di quegli anni anche se i tagli di capelli e i vestiti ricordano non poco la prima stagione di Beverly Hills di cui questo potrebbe esserne la parabola deformata.
Gli elementi ci sono, la struttura narrativa regge, l’incredulità permane in tutta la pellicola, e si potrebbe dunque dire che a parte la scena finale (ma soprattutto quella famigliare-triangolare) il film rimane un degno punto di partenza nella filmografia di un regista eccessivo quanto visionario spesso a doversi confrontare con un low-budget.
A livello recitativo invece ci sono i più grossi limiti e anche sulla sceneggiatura alcune forzature portano a dei climax prevedibilissimi (come ad esempio lo psicologo).
A tratti davvero irriverente (la scena del padre che dice a Billy”avevi ragione..sono proprio una faccia da culo dopo essersi appena trasformato in un culo) Society sicuramente ha dato un valido contributo e si cerca una strada diversa dalle altre riuscendo almeno a sviluppare critica, suspance e alcune scene indimenticabili.

martedì 22 marzo 2011

Casa del sortilegio

Titolo: Casa del sortilegio
Regia: Umberto Lenzi
Anno: 1989
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Un uomo è tormentato da un sogno ricorrente: scappare da qualcuno prima di raggiungere una vecchia casa dove una strega mette a bollire la propria testa decapitata in un calderone di acqua bollente. La sua fidanzata pensa che abbia bisogno di un periodo di riposo in campagna e i due vanno in una vecchia casa di famiglia che risulterà essere la stessa dell'incubo ricorrente, scatenando drammatiche visioni e uccisioni misteriose.

Lenzi è uno degli indiscussi maestri del genere horror, poliziesco e anche qualcosa di avventura. Questo piccolo horror del’89 risulta un giallo scritto bene, funziona con piccoli effetti a basso budget e una location come la casa che sempre riassume bene alcune delle tematiche horror più care ai nostri registi. Il soggetto è dello stesso Lenzi. L’idea della strega che uccide uno per uno tutti i personaggi secondo il sortilegio non è niente male. Tuttavia pur non essendo originalissimo come soggetto e reso bene con una buona cura per quanto concerne le luci e la scenografia che rimanda al neo-gotico italiano di Bava ed altri.
Questo film insieme ad altri doveva far parte di una serie tv “Le case maledette” commissionata da Mediaset(c’era anche Fulci con LA CASA DEL TEMPO, ma che non venne mai trasmessa per le scene a tinte decisamente troppo forti per il periodo).
Nel cast vale la pena di ricordare solo Paul Muller nel ruolo dello zio.
Il titolo viene anche chiamato “Splatter-La casa del sortilegio” visto che era un prodotto per la televisione splatter/horror italiana!
Un buon film che si riallaccia al filone degli horror italiani degni di un periodo più libero e fortunato produttivamente e qualitativamente.

lunedì 21 marzo 2011

Leningrad Cowboys Go America

Titolo: Leningrad Cowboys Go America
Regia: Aki Kaurismaki
Anno: 1989
Paese: Finlandia/Svezia
Giudizio: 4/5

Una band di strimpellatori nordici finlandesi con il ciuffo dei capelli a trapano e gli stivali a punta, i Leningrad Cowboys, scoprono che l’unico luogo in cui la loro musica può piacere alle masse o al pubblico di nicchia e l’America. Così, assieme al loro agente, un uomo avaro che nasconde la roba per non doverla condividere partono per l’America. Sono costretti ad imparare l’inglese sull’aereo e prima di partire un loro compagno muore congelato, poiché è rimasto la notte fuori nella tundra a suonare.
Arrivati in America, scoprono che non è così facile avere successo e la loro musica inizialmente non piace a nessuno.
Così l’ultima possibilità e quella di suonare ad un matrimonio in Messico.

Il film ha una sceneggiatura piattissima. Tuttavia Kaurismaki costruisce con un particolare sguardo per gli ambienti, una commedia in cui si ride e si riflette.
Film “on the road”, ma anche una commedia con parti demenziali e comiche (l’agente che nasconde la birra nella bara del morto, oppure il morto che alla fine si risveglia.
I dialoghi sono ridotti all’osso, i personaggi non parlano quasi mai, fatta eccezione per l’agente che comanda e gestisce tutta la banda.
La cosa che più mi ha stupito di questo film è sicuramente la semplicità disarmante con cui è costruito. Non ci sono scene particolari e non esiste un concetto di suspance. Lo spettatore è catturato dai silenzi e dagli enormi spazi vuoti in cui si svolge l’azione. I personaggi sembrano muoversi al rallentatore, non s’interessano a quello che succede, subiscono la prepotenza del loro agente, senza accorgersi delle sue mosse losche, rimanendo neutri dall’inizio alla fine.
Comica comparsa per Jarmush nella parte del venditore d’auto.