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venerdì 10 febbraio 2017

Nel più alto dei cieli

Titolo: Nel più alto dei cieli
Regia: Silvano Agosti
Paese: Italia
Anno: 1976
Giudizio: 4/5

Un gruppo di persone che hanno ottenuto un'udienza dal papa resta bloccato nell'ascensore del Vaticano. Prima c'è fastidio, poi stupore, poi paura; poi ognuno si abbandona ai propri istinti: violenze, stupri, uccisioni, cannibalismo. Rimane viva solo una suora. Ma è stato solo un incubo; quando l'ascensore si apre tutti ne scendono.

Che strano outsider Silvano Agosti. E che meraviglia scoprire e guardare questa fantastica rappresentazione dell'animo umano che a volte può diventare nero come il petrolio.
Nel più alto dei cieli è stato immediatamente ritirato dal commercio e sequestrato per la bellezza di quasi 14 anni. E'un film con moltissimi limiti soprattutto per quanto concerne il reparto tecnico. Montaggio, fotografia, sonoro, recitazione, tutto assume un aspetto molto low budget di quelli che fanno pensare oltre ai limiti dettati dalla produzione, al fatto che l'autore voglia concentrarsi sui dialoghi, il senso, gli intenti e il ritmo che nel secondo atto comincia ad essere frenetico citando tra le righe Ballard e tanta distopia.
All’interno dell’ascensore c'è ne veramente per tutti i gusti: varie classi sociali medio-alte tra cui un politico, un insegnante, un intellettuale e un sindacalista, ma anche uomini di fede come suore e sacerdoti.
La metafora nel momento dell'incidente scatenante si amplia e assume forme nuove e diverse.
Nel ventre del Vaticano, gli agnelli di un dio sconosciuto (l’ascensore sale all’infinito) si scannano a vicenda senza pietà. La critica acidissima sembra voler suggerire l’inadeguatezza religiosa e politica che di fronte al degrado morale si rifugia dietro a sterili massime proverbiali.
Il risultato è qualcosa di straziante e disomogeneo. Il finale lascerà basiti per come Agosti non cerchi solo una critica, comunque efficace, e non punta solo a cercare di mettere in imbarazzo la Chiesa Cattolica (che dal momento in cui il film venne ritirato si è risposta da sola come sempre censurando senza poter dare possibilità di discussioni e analisi) ma prendendo dentro l'ascensore tutte le stereotipie istituzionali.

Un film prezioso, sperimentale, grottesco, cinico e scomodo. Un film di denuncia che sfrutta la claustrofobia dell'ascensore come salita per l'inferno di ognuno di noi, o meglio di chi brama nascondendosi dietro simboli e fanatismi religiosi e politici.

lunedì 2 marzo 2015

Cannonball

Titolo: Cannonball
Regia: Paul Bartel
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

La Cannonball è l’auto di un celebre specialista di corse fuorilegge, Buchman. Buchman partecipa al rally Santa Monica-New York proibito (e giustamente) dalla legge, anche perché tutti i colpi sono ammessi e parecchi fra i partecipanti ci lasciano le penne. Buchman vince, ma per protesta contro gli organizzatori di quel massacro rinuncia a tagliare il traguardo.

Cannonball, come altri film del cineasta americano indipendente Bartel, sfrutta il successo ottenuto dal film di culto DEATH RACE riprendendo la stessa idea delle corse clandestine e della gara che muove personaggi e ruoli diversi all’interno del film.                                                                               Una pellicola che nonostante l’ottima messa in scena, le bellissime auto e alcuni camei degni di nota (Scorsese e Stallone) e interpretato dai fratelli Carradine, rimane un film di genere senza molti colpi di scena, ma con una struttura molto classica che tende solo a intrattenere usando tutti gli artifici possibili (belle auto, belle donne, inseguimenti e arti marziali)in una stagione come quella dei Settanta in cui il trash & camp grondava da ogni inquadratura.                                                               Cannonball senza averne i guizzi e le trovate nonché sfruttando una tematica abusata soprattutto in quegli anni si inserisce in quella categoria di film come PUNTO ZERO, FUORI IN 60 SECONDI, DRIVER, BULLIT,DEATH RACE e DEATH RACE 2000 che per gli amanti del genere rimangono comunque dei film che hanno suscitato e ricevuto ottimi consensi.                                                         Del resto riesce comunque a ritagliarsi un suo primato restando tra i promotori del genere Cannonball Run che qualche anno dopo è esplosa con ANNO 2000-LA CORSA DELLA MORTE, LA CORSA PIU’PAZZA D’AMERICA, etc.

martedì 27 marzo 2012

Ma come si può uccidere un bambino


Titolo: Ma come si può uccidere un bambino
Regia: Narciso Ibañez Serrador
Anno: 1976
Paese: Spagna
Giudizio: 4/5

Thomas e sua moglie, in attesa di un bambino, si recano per una vacanza sull'isola Almanzora. Ad attenderli trovano un mondo popolato elusivamente da bambini. Ben presto la coppia intuisce l'allucinante verità e per sfuggire alla furia dei bambini dovrà imparare ad ucciderli

Come definire un film assolutamente eccellente. L’atmosfera che si respira dalla prima scena e i silenzi anomali sull’isola, la sceneggiatura perfetta e robusta (lo sceneggiatore del film è lo stesso regista che si è basato sul libro El juego de los niños scritto da Juan José Plans nel 1976), il cast funzionale compresi i bambini (sarebbe stato interessante vedere il lavoro con loro soprattutto nelle scene di violenza).
Il secondo film di Serrador è il tipico esempio di come i film di genere (in questo caso il giallo, l’horror e la fantascienza) riescano a portare a casa un traguardo veicolando tra vari sotto-generi e sottolineando una denuncia davvero sconcertante. L’incipit difatti è ancora attualissimo come le immagini di reportage poste a inizio film che rispondono esattamente alla domanda del titolo - Ma come si può uccidere un bambino?- con qualche analogia con alcuni Mondo-movie per lo stile documentaristico e la voce narrante.
Rimane solo un po’ frammentario nel disegnare la causa che ha portato al contagio dei bambini. Nel film l'improvvisa pazzia dei bambini viene vista come una sorta di contagio, il quale viene diffuso tramite una sorta di ipnosi; nel libro invece a causare il tutto è una "pioggia" di polline giallo che si abbatte sull'isola.
Senza far mancare nulla ma non esagerando sulle scene di violenza riuscendo a darle uno stile piuttosto psicologico che accompagna la distruzione del protagonista e della moglie. La scena di lei finale poi è qualcosa di davvero drammatico, un vero pugno allo stomaco. Un film macabro che punta a distruggere la psiche del protagonista ponendoti delle domande a cui non vorresti mai rispondere.
Il più bel film horror con la tematica concernente i bambini.




lunedì 21 marzo 2011

Sebastiane

Titolo: Sebastiane
Regia: Derek Jarman
Anno: 1976
Paese:Gran Bretagna
Giudizio: 5/5

Sebastiano da Narbona è un soldato romano, il quale viene relegato a causa della fede cristiana e delle voglie omosessuali in un’isola. Sebastiano a causa del comportamento mite viene perseguitato da alcuni compagni e diventa l’ossessione del suo comandante Severo. Sebastiano non vuole essere di nessuno, ma viene accusato ingiustamente d’insubordinazione dal suo comandante e condannato al martirio.

Film notevole per la forma pittorica, l’attenzione alle cromature, una scenografia curatissima e suggestiva di una Sardegna calda e messa a nudo dal regista. Notevole per le tematiche che costruivano il film e la personalità di Sebastiano. Un film in cui il desiderio e la passione sono alla base di tutto oltre che una frecciata ai ruoli di potere che predominano e tiranneggiano per affermarsi. In questo caso Sebastiano diventa il vero e proprio oggetto sessuale desiderato e bramato da tutti. Il suo corpo scarno e la sua personalità umile lo rendono un santo in grado di non provare odio nei confronti di Severo.
La festa di corte iniziale con il tipo che viene metaforicamente penetrato e molto suggestiva e crea un ambiente quasi pasoliniano, oltre a servire come stimolo per alcuni film di Fassbinder che si evidenzia durante l’arco di tutto il film. Uomini con falli giganteschi e altri uomini che imitano donne creando una grottesca confusione di parti. Alcune scene invece sembrano prese dal SATYRICON di Fellini del ’69.
Un film sicuramente elaboratissimo nella messa in scena della storia, con un finale geniale e di forte impatto.
Il film è parlato in latino ed è interpretato da attori non professionisti.
Molti campi lunghi e primi piani sui volti assenti e abbandonati dei personaggi.
Lo stile non è particolarmente sperimentale. Sicuramente sono i contenuti dissacranti e in questo caso marcati da una sensibilità eclatante di Sebastiano che non sembra volersi vendicare, ma accetta il suo destino incondizionatamente. Girato a basso costo in ventiquattro giorni, non a caso edito raro video, è il primo film di Jarman.
Musiche elettroniche originali di Brian Eno.

domenica 20 marzo 2011

Assassinio di un allibratore cinese

Titolo: Assassinio di un allibratore cinese
Regia: John Cassavetes
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 5/5

Il proprietario del “Crazy Horse West” è un uomo che ama la bella vita. Va a prendere le sue ragazze nelle rispettive case, regalando ad ognuna di loro un’orchidea. L’uomo tuttavia è un gran spendaccione e non si preoccupa di regolare i debiti con piccoli strozzini del suo locale.
Durante una partita di poker, l’uomo perde circa ventitremila dollari, così, i mafiosi del locale lo costringono a firmare un foglio in cui pagherà tutti i debiti.
Nonostante le minacce, l’uomo non si preoccupa e si prende tutto il tempo.
Quando la mafia gli farà di nuovo visita, gli concederà una possibilità: uccidere un influente uomo cinese a Chinatown.
Ci riuscirà, ma i guai non saranno finiti…

Uno dei più bei film dal padre del cinema indipendente americano insieme a OMBRE e GLORIA.
A livello tecnico funziona molto bene: l’uso così sgargiante d’alcuni colori, lo stile lampeggiante e sincopato, il montaggio veloce e attento ai particolari. L’uso della telecamera a spalla per poter seguire tutti i movimenti del protagonista. Sembra quasi di essere tornati alla Nouvelle Vague.
Film drammatico, gangster movie, thriller. Gli elementi che accomunano tutti questi generi sono presenti nel film secondo un ordine ben preciso.
Gangster movie per i toni e i dialoghi che scattano tra i mafiosi e Gazzara. Thriller poiché l’uomo, per uccidere il cinese, si muoverà come una spia contro i coreani, senza farsi vedere e sentire. Pochissima ironia drammatica ed un climax finale coinvolgente.
Il genere, o i generi, sono completamente ribaltati a colpi di rallentamenti e divagazioni grottesche.
Musiche eccellenti.
Gazzara non poteva fare di meglio.
In origine il film durava 135’ ridotto poi da Cassavetes a 108’ nel 1978.

Cibo degli dei

Titolo: Cibo degli dei
Regia: Bert I.Gordon
Anno: 1976
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Mark Morgan, giocatore di rugby, il suo collega Davis e il loro allenatore Brian vanno a caccia su un isolotto in mezzo a un lago: separatosi dagli amici, Davis muore per le punture di api giganti. Mark scopre, allore, che i mostruosi insetti sono il prodotto di una sostanza sconosciuta, sgorgata improvvisamente dal terreno dei coniugi Skinner.

Questo esempio di sci-fi sugli animal-movie tratto dalle opere di H.G. Wells pur non avendo riscosso molto successo è dignitoso e apprezzabile su diversi punti.
Di nuovo la natura cerca di vendicarsi sull'uomo partorendo una sostanza che creerà api giganti, topi famelici, galline giganti, vermi e altro ancora.
Il cibo degli dei appunto è proprio la sostanza di cui si nutrono gli animali per prendere la forma che meglio gli si addice.
Gordon con un budget minimo e almeno un paio di nomi notevoli tra gli attori riesce a costruire una storia efficace con più di una pecca e alcune cadute di tono nel reparto tecnico, in primis la mdp che sembra talvolta sfuggirgli di mano ma Gordon riesce a ripagare Wells con un ottimo finale.
Nella lunga filmografia di Gordon è possibile notare come gli animal-movie e gli horror abbiano stimolato la fantasia del regista insieme ad altri titoli d'avventura e tentativi di thriller.
Un regista coraggioso che comunque non si è mai sputtanato cercando di dare il massimo e creando comunque un piccolo cult per quegli anni in cui se anche non c'erano gli effetti per creare e dare maggiore realisticità con la c.g o con il make-up in generale ha comunque portato a casa delle scene weird da brivido che non starò a citare ma a parte la sensazione di panico generale tra l'altro creata ad hoc, il film potrebbe con il suo tentativo essere una di quelle metafore di come finirà l'agricoltura e che cosa potranno davvero diventare alcuni ormoni.

Rabid-Sete di sangue

Titolo: Rabid-Sete di sangue
Regia: David Cronemberg
Anno: 1976
Paese: Canada
Giudizio: 4/5

Dopo un terribile incidente stradale, Rose viene sottoposta a un delicato trapianto di pelle che le ridona le sue bellissime fattezze. Con l'operazione però qualcosa in lei è cambiato, fino a trasformarla in un vero pericolo per chi le sta accanto. Rose fugge dalla clinica, diffondendo il male che l'ha colpita in tutta la città e scatenando un inferno di sangue e terrore per le strade...

Mi aspettavo un horror che trattasse di vampirismo anche se di solito Cronemberg è uno che non sceglie mai la strada convenzionale riuscendo ad invertire e trasporre in maniera assolutamente personale concetti fantascientifici o epidemie fuori dal normale. In questo caso il soggetto si discosta totalmente diventando un film appunto su un epidemia che si respirava soprattutto in quegli anni e che Cronemberg non ha mai respirato rimanendo integro e coerente nonché assolutamente originale, in grado di sperimentare, osare e mischiare generi oppure passandoci così a margine da riuscire a non far parte proprio di quel filone commerciale che spopolava.
La scommessa con questo film è stata vinta grazie anche alle doti non solo “d’intrattenimento” della bellissima attrice hard Marilyn Chambers che scolpisce un personaggio che rimarrà impresso per molto tempo contando che protagonisti a metà tra la ragione e la più pura istintività non erano quasi mai stati mostrati con tale coraggio soprattutto in ruoli femminili.
Cronemberg quindi mostra un film horror ma dichiaratamente fantascientifico in cui il finale non solo è una vera e propria mazzata per le scimmie che popolano questa terra ma soprattutto perché con tutte le nostre “auto-difese” siamo completamente nudi di fronte a qualsiasi tipo di epidemia che potrebbe attaccare e decimare il genere umano da un momento all’altro.
Scenario disegnato da sempre più registi e non così apocalittico e inverosimile come può sembrare.

domenica 13 marzo 2011

Uomini si nasce, poliziotti si muore

Titolo: Uomini si nasce, poliziotti si muore
Regia: Ruggero Deodato
Anno: 1976
Paese: Italia
Giudizio: 3/5

Alfredo e Antonio sono la punta di diamante di una brigata speciale della polizia che combatte la malavita ad armi pari. Liberi da qualsiasi vincolo legale e con licenza di uccidere, i due agiscono con spietatezza coperti dal loro capo. Le cose si complicano quando i due cominciano a dare la caccia ad un delinquente ferocissimo, il biscazziere Roberto Pasquini, che spadroneggia a Roma con connivenze in ogni settore della malavita.

Deodato uno dei migliori italiani di sempre approda al poliziesco con un ottimo risultato non solo per l’efferatezza delle scene, alcune notevoli per il periodo, ma anche per aver scelto i due protagonisti come belve altrettanto avide di uccidere e di esibirsi coperti dalla legge.
Deodato, regista, autore del soggetto nonché della sceneggiatura tira frecciatine contro quella che è la modalità operativa delle forze dell’ordine in generale, riassunte con le azioni dei due poliziotti in borghese che sembrano quasi divertirsi oltre che far sembrare il tutto un gioco in cui hanno la libertà di poter agire come vogliono.
Il montaggio è secco e ricorda soprattutto i film di Fernando Di Leo. Tra i personaggi spiccano due apparizioni, una quella di Franco Citti delinquente e l’altra quella di un improvvisato Alvaro Vitali.
Le scene da ricordare sono come sempre gli inseguimenti girati come solo noi italiani in primis abbiamo saputo fare e di cui gli americani dovranno omaggiarci forever.