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lunedì 27 aprile 2015

Classe operaia va in paradiso

Titolo: Classe operaia va in paradiso
Regia: Elio Petri
Anno: 1972
Paese: Italia
Giudizio: 5/5

Lulù è un metalmeccanico così veloce nel lavoro che il padrone esige dagli altri lo stesso ritmo. Quando però una macchina gli trancia un dito, passa dalla parte dei compagni in sciopero. Licenziato, viene riassunto per opera dei sindacalisti, ma - divenuto un po' folle - farnetica d'un paradiso che oltre un muro attende la classe operaia.

Capolavoro del cinema italiano grazie allo sguardo attento ai fatti sociali più rilevanti di un maestro del cinema del lavoro e della denuncia sociale: Elio Petri.
Coadiuvato da uno script eccellente di Ugo Pirro e un'interpretazione magistrale di Volontè.
Che dire dal post-fordismo, all'alienazione, alla spersonalizzazione, al cottimo, agli addetti Tempi e Metodi, ai sindacalisti. Uno dei film italiani più importanti e rilevanti sul tema del lavoro e sulla descrizione di un certo tipo di operai di produzione, trova almeno all'interno della fabbrica, tutte le risposte in un'epoca storica catartica per descriverne i moti e gli sviluppi.
Ho amato il modo in cui Petri in parte disegna gli intellettuali comunisti, staccati completamente dal ceto operaio, mentre sulla direzione generale poteva cercare di osare di più.
Un film che meritatamente ha fatto scuola, nel suo intento, soprattutto nella prima parte, documentaristica, contando che analogamente studiando un esame di sociologia dell'organizzazione, ho osservato passo per passo, un'infallibile descrizione sulla produzione nella fabbrica Falconi di Novara. Il culmine dunque di un interesse e una descrizione sociologica rigorosa dei fatti che non poteva più aspettare di essere analizzata.
Un film che certamente ha fatto discutere, vuoi perchè è stato sperimentale per alcuni aspetti, innovativo, promotore e precursore di un certo campo d'indagine su cui la settima arte non poteva di certo tacere.
Una volta protestando si intravedeva il nemico, ormai la sudditanza, la gabbia di ferro burocratica, le maglie del sistema, l'obbedienza e il capitalismo monopolistico sono i mali da cui difficilmente (soprattutto in un periodo di crisi prima morale e poi economica) si resta inermi.
Il surplus una volta vedevi quando ti veniva tolto, ormai non più.

Ma che vita è questa Lulu? A 31 anni, 15 passati in catena di montaggio.  

martedì 22 marzo 2011

Non prendete quel metrò

Titolo: Non prendete quel metrò
Regia: Gary Sherman
Anno: 1972
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

A  Londra, l’ispettore Calhoun indaga su misteriose sparizioni avvenute in una stazione del metrò e scopre che sono opera di un deforme cannibale che vive nei sotterranei, discendente di alcuni operai sepolti vivi durante gli scavi della metropolitana.

Datato '72 questo horror intelligente che sfrutta una location azzeccatissima come luogo d'azione vale sicuramente più di un encomio per l’anno in cui è stato girato. Credo sia uno dei primi film ad usare la stazione del metrò come ambientazione. Il cannibale in questione mostrato non è il classico psicopatico come in quasi tutti gli ultimi horror. Fondamentale per lui è la sopravvivenza che lo porta ad uccidere per cibarsi e soprattutto per cercare di aiutare alcuni compagni che però non c'è la fanno.
Un mondo sotterraneo silenzioso contrapposto ad una Londra caotica in cui un ispettore e due giovani cercano di svelare misteriose sparizioni.
Buona la fotografia anche se il formato in vhs non era proprio eccezzionale, le scene in cui si cibano dei corpi quasi non si vedevano. Bravo Donald Pleasence(l'ispettore), così come il cannibale e intravediamo per un breve cameo anche un Christopher Lee in veste di autorità.
Un ottimo horror inglese con un messaggio anche chiaro sulla sopravvivenza e sulle modalità di risoluzione di alcuni scomodi problemi da parte del governo e di come occultare la presenza di venti operai costretti dalle circostanze a trasformarsi in carnefici.
Buona opera prima del regista di POLTERGEIST 3.