martedì 25 aprile 2017

Heaven knows what

Titolo: Heaven knows what
Regia: Safdie
Anno: 2014
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Harley è una giovane senzatetto di New York, una ragazza in difficoltà e tossicodipendente come ve ne sono a migliaia nella Grande Mela. Vive di elemosina, piccoli furti e della gentilezza di altri sbandati che non possono fare a meno che prendere a cuore una ragazza così carina e fragile. Ma Harley è follemente innamorata di Ilya, un tossico dall'aria spettrale che la usa, la maltratta e arriva perfino a spingerla a tentare il suicidio come prova d'amore. Harley sembra finalmente allontanarsi da questo ragazzo che tanto male le ha fatto e si avvicina invece a Mike, uno spacciatore dal buon cuore che cerca di donare un minimo di stabilità alla vita della ragazza, offrendole un letto e le dosi quotidiane in cambio del suo affetto e della sua lealtà. Ma Harley non riesce a dimenticare l'amore maledetto per Ilya e ancora una volta si lascia trascinare in un vortice autodistruttivo.

E'difficile descrivere questo microcosmo messo in scena dai fratelli Safdie, giovani ed entrambi motivati ad andare avanti per la loro strada e fare cinema in modo indie e scegliendo e ritagliandosi un proprio stile personale quasi documentaristico. In questo caso hanno incrociato in metropolitana Arielle Holmes, poi diventata loro musa ispiratrice, da cui il film è tratto nelle memorie della donna, Mad Love in New York City, riuscita con il tempo a cambiare vita.
Sembra una CHRISTINE F. meno giovane ma con quel carattere temerario che non accetta di farsi mettere i piedi in testa da nessuno. Sembra di ascoltare un brano degli Atari Teenage Riot e vedere una versione marcia e ancora più drammatica di PARADISO+INFERNO al rovescio.
Sono barboni, tossici all'ultimo stadio, derelitti che cercano continuamente luoghi e locali dove nascondersi e dare il via alla loro sub cultura fatta di festini, prove d'iniziazione e fattanza attorno al fuoco.
Le immagini sono distruttive senza mai esagerare e il film cerca e analizza oltre che monitorare le sofferenze esistenziali. Caleb Landry Jones ormai è sempre più affine ad interpretare ruoli deviati. I Safdie invece prediligono uno stile che decide di seguire i suoi emarginati attraverso gli sguardi, le smorfie e le fragilità. Vuole essere in parte anche una critica su come questa piccola compagnia di tossicodipendenti venga lasciata a morire in un America che sempre di più nasconde i suoi fantasmi nella speranza che scompaiano da soli.
Heaven non cerca l'effetto o l'azione. Si limita ad osservare e per questo a tanti non è piaciuto definendolo fine a se stesso o un semplice esercizio di stile dei due fratelli.

Qui il linguaggio non verbale è sinonimo di una narrazione inusuale e complessa in cui spesso la telecamera vacilla rischiando di schiantarsi come i destini maledetti dei suoi personaggi senza futuro, senza paradiso e senza redenzione.