sabato 8 luglio 2017

Raw

Titolo: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Justine, giovane studentessa. In famiglia sono tutti veterinari di orientamento alimentare vegetariano. Dal suo primo giorno alla facoltà di veterinaria, Justine si distacca completamente dai valori familiari mangiando carne. Le conseguenze non tardano ad arrivare e Justine rivela la sua vera natura.

Raw è il film che aspettavo da tempo per diversi motivi tra cui la trama e il fatto che sia europeo e francese. Un circuito che quando si muove all'interno dei film di genere e soprattutto dell'horror non sbaglia quasi mai anche se negli ultimi anni ha regalato poche chicche straordinarie.
Grave è tante cose tra cui un horror cannibalistico e un dramma formativo con sotto tematiche come l'amore fraterno, la dieta e in particolare il vegetarianesimo. Infine il crudele e carnivoro rito di iniziazione, una delle scene più belle e che ha girato di più nei trailer, dove degli studenti più anziani spingono nella bocca riluttante della giovane protagonista un grosso pezzo di carne.
Justine subisce un vero e proprio calvario (ed è magnifico che il padre sia l'attore feticcio di Du Welz uno dei migliori registi in circolazione) da ragazza anestetizzata, deflorata, svezzata e cannibalizzata inizia la sua nuova redenzione, perdendo l'innocenza per indossare nuovi indumenti rosso sangue, in un circuito tra vittime, carnefici e succubi, nonchè gregari improvvisati che s'immolano come vittime sacrificali lasciandosi letteralmente divorare dalla protagonista.
Alcune scene poi vi rimarranno impresse nella psiche come la ceretta o il cat-fight tra le due sorelle a colpi di morsi. Oppure la scena dei telefonini che la filmano mentre sembra uno zombie legato che aspetta la carne da mangiare fino alle scene di autofagia e tante altre cose belle e devastanti allo stesso tempo. Un film decisamente potente, di forte impatto, che non risparmia e lesina su nulla per concentrare tutta la sua forza devastante, horrorifica ma soprattutto drammatica, di una ferocia che può avere solo il volto di una straordinaria protagonista che si abbandona al suo personaggio trasformandosi e dando forma a qualcosa di nascosto e più profondo che alberga dentro di noi.
Un dramma moderno, nemmeno poi così distante dalla realtà come i registi emergenti e quelli in gamba sanno fare, con tutti i riguardi che ci ricorda la primordiale paura di cambiare e di diventare qualcosa che non vogliamo o non possiamo accettare ed essere sotto gli occhi e lo sguardo di una poetica, quella di Ducornau, che speriamo di rivedere presto agli stessi livelli.




Trespass Against Us

Titolo: Trespass Against Us
Regia: Adam Smith
Anno: 2017
Paese: Gran Bretagna
Giudizio: 3/5

Chad, il padre Colby e alcuni amici conducono da anni un’esistenza ai margini della società, sopravvivendo grazie a furti occasionali e alla destrezza di Chad, eccellente pilota. Chad, stanco di questa vita, vorrebbe trasferirsi altrove con moglie e figli, ma Colby è contrario e Chad non riesce ad affrontarlo e a dirgli di no.

Di certo Smith pur essendo alla sua "vera" opera prima non manca certo d'esperienza.
La serie SKINS muoveva già alcuni tasselli almeno per quanto concerne alcune scene d'azione e sapeva giocare bene con gli interpreti dando loro spazio e tempo per improvvisare e prendersi il loro tempo. Più o meno è quello che è successo anche qui con due attoroni come Fassbender e Gleeson (quest'ultimo riciclato su un personaggio già visto troppe volte).
Trespass Against Us aveva buone carte per poter diventare un film coraggioso e ribelle.
Un film politicamente scorretto che rifila un dito medio alle forze dell'ordine dopo un inseguimento in macchina (tra l'altro tra le cose più belle del film) tra scorribande che seppur belle da vedere sembrano dei riempitivi per dare consistenza e ritmo al film.
Purtroppo alcune manciate di scene, qualche idea interessante e le buone interpretazioni non bastano a decretare il successo, almeno per quanto concerne la sceneggiatura, di un film piuttosto piatto che esaurisce fin da subito obbiettivi e viaggio di redenzione.
Ci sono poi alcuni momenti abbastanza ridicoli come il post rapina di Chad dove il protagonista strozza come se niente fosse un pit bull, alternati invece ad una location, un insieme di roulotte, abbastanza interessante anche se già vista in diversi film così come questa sorta di comunità con il capro espiatorio interpretato dal poliedrico Sean Harris e l'idea della periferia alternativa inglese senza regole e leggi se non quelle del proprio codice criminale.
Alla fine la parte più interessante è proprio quella riuscita meno ovvero lo strano e contorto rapporto padre/figlio. Un film che poteva dare molto di più ma che preferisce la strada semplice accontentandosi senza insistere laddove poteva.


Song to Song

Titolo: Song to Song
Regia: Terrence Malick
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 4/5

Austin, Texas. Città di musica, artisti, produttori. BV, musicista e cantautore, conosce Faye ad una festa nella villa di Cook, giovane e ricco produttore che gioca con i suoni e con le persone. BV non sa che la ragazza e Cook hanno avuto una relazione, che non è ancora del tutto conclusa. Durante un viaggio insieme, cresce l'amore tra BV e Faye, l'amicizia con Cook, il ricatto del non detto. Il triangolo si complica, entra in scena Rhonda, una cameriera, e Cook la sposa, condannandola all'infelicità.

Ditegli quello che volete, accusatelo di prendere per il culo i tempi narrativi e di fare un po ciò che vuole ma Terrence Malick rimane un maestro della visionarietà. Con lui la galleria delle immagini diventa una sorta di trip allucinogeno mandandoti in frantumi l'idea di una continuità narrativa in tre atti come di solito la percepiamo per lanciarti da una location all'altra nel bel mezzo di inquadrature inusuali e una fotografia stroposcobica del grande Emmanuel Lubetzki che sembra essersi inventato uno stile apposta per l'autore.
Storie d'amore, intrecci, relazioni che vanno e vengono e sembrano disperdersi per poi ritrovarsi nelle situazioni più anomale e improvvisate.
Come sempre l'eleganza, la moda, i volti, i movimenti e le posture dei personaggi fanno tutti parte di un disegno specifico che seppur regalando squarci di completa e totale improvvisazione rimangono pervasi da quell'aura assolutamente travolgente e riconoscibile del regista.
Rimane uno spettacolo di colori, di giochi, di sorrisi e di silenzi. Scegliendo uno schema volutamente corale per indagare di più nella psiche dei personaggi, sempre a livello molto minimale riesce comunque e di più rispetto ai suoi ultimi film a disegnare un crocevia di rapporti che trovano le giuste risposte nella galleria di attori e artisti che si alternano all'interno del film.
Il film poi dal primo atto in avanti, mostra dei personaggi così carichi di simboli da risultare quasi allegorici come succedeva per Bale in KNIGHT OF CUPS.

Del Shannon-Runaway è solo poi una delle tante belle canzoni usate per celebrare forse una delle soundtrack più sincere degli ultimi anni.

Phantasm-Ravanger

Titolo: Phantasm-Ravanger
Regia: David Hartman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Per 37 anni, il pubblico ha seguito Reggie, Mike e Jody nelle loro imprese per fermare il malvagio Uomo Alto e la sua armata di sentinelle. Ora, l’acclamato franchise di Don Coscarelli giunge a un grande ed epico finale con battaglie multidimensionali tra varie timeline, pianeti alieni e realtà alternative, con in gioco il destino del mondo.

Che bello ritornare ogni tanto a territori inesplorati e saghe che sembravano tramontate da tempoe che dopo innumerevoli anni raggiungono piattaforme scollegate senza mai vedere l'ombra di un cinema. Lande desolate in cui veniamo a conoscenza di mondi a metà tra il sogno e la realtà, tra la magia e la tecnologia, tra l'horror e l'ironia/parodia.
Credo, nel mentre, di essermi perso qualche capitolo. Infatti il nuovo Ravanger in alcuni momenti rammenta il suo passato facendo i conti con i capitoli precedenti come ogni buona saga sa e dovrebbe fare. Ravanger fino a prova contraria dovrebbe essere il quinto capitolo della saga di Coscarelli nel 1979. Proprio il nostro caro regista qui lascia per un attimo il timone restando comunque nel reparto produttivo per dare spazio ad Hartman che fino a prova contraria aveva girato solo un film d'animazione piuttosto vergognoso che non starò a citare.
Qui tutto profuma o meglio puzza di povertà. Il che spesso e volentieri non è un limite o una colpa ma anzi può trasformarsi in piacevoli sorprese se pensiamo a tutta una branchia dei b-movie americani e tantissima altra roba che non starò a citare.
Dal punto di vista tecnico poi gli vfx in primis, a volte davvero di un'amatorialità inquietante ma anche divertente sono seguiti a ruota da una recitazione spesso approssimativa in cui però bisogna ammettere che tutti ci mettono cuore e anima anche se il risultato rimane comunque approssimativo.
Tutto il comparto tecnico supera a stento la sufficienza e la regia, comunque decente, di Hartman è lontana qualche migliaio di chilometri dall’estetica sfrenata di Coscarelli, potentissima anche con pochi mezzi e come ha dimostrato in diversi e sconosciutissimi film oltre che epidosi per i MOH trattando uno degli scrittori che amo di più come Lansdale.

Il climax comunque lo regala sempre Tall Man (interpretato da un volto storico come Angus Scrimm, recentemente scomparso) un villain un po’ particolare, che riesce a modificare spazio e tempo saltando da una dimensione all’altra. Il suo obiettivo è quello di reclutare un esercito di morti (che vengono trasformati in micidiali sfere killer) per conquistare e distruggere il mondo.

Transformer-L'ultimo cavaliere

Titolo: Transformer-L'ultimo cavaliere
Regia: Michael Bay
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 1/5

I Transfomers, robot alieni dal pianeta Cybertron, vivono tra noi ormai da anni, ma si nascondono dalle forze speciali del governo Usa. Quando un gruppo di ragazzini entra nell'area proibita di Chicago, dove ci fu una grande battaglia nel terzo capitolo della serie, Cade Yaeger interviene a salvarli e riceve da un Transformer vecchissimo e moribondo un antico talismano, che gli si attacca addosso. Yaeger e la giovanissima Izabella sfuggono all'arresto e si rifugiano in una grande discarica di automobili, dove vivono diversi Autobot. Il governo sa che sta arrivando dallo spazio qualcosa di enorme e per fermarlo i suoi funzionari sono disposti a venire a patti con Megatron, liberando alcuni dei suoi più pericolosi Decepticon. Questi danno la caccia a Yaeger, che viene però salvato dal robot maggiordomo Cogman, al servizio di un Lord inglese che intende svelare a Yaeger la storia segreta dei Transformers. Nel suo castello viene convocata anche la professoressa di storia e letteratura Vivian Wembley, la cui dinastia è legata al mistero. Nel mentre Optimus Prime, sul pianeta Cybertron, è stato soggiogato dalla divinità aliena Quintessa, i cui piani per la Terra sono semplicemente apocalittici.

Michael Bay ha un dono. Qualsiasi film faccia o produca rimane nella mente dello spettatore per un tempo stimato tra i 3 e i 5 minuti quando va bene. Dopo la mente e i ricordi fanno un salto nell'oblio dimenticando questo frastuono madornale.
Assordante più che mai, l'ultimo (che poi ultimo non è...) parte dal passato chiamando in cattedra Merlino e Artù. Il resto è una trashata tale da non permettermi di aggiungere altro...
Si passa dalla Trf (Transformers Reaction Force) a Optimus Prime voltagabbana, il pianeta dei Transformer, castelli di lord inglesi dove fa capolino sir (mica poi tanto sir dopo questo ingresso davvero inaspettato) di Anthony Hopkins che riesce a fare la sua porca figura pure in un ruolo davvero pietoso e oltre ogni limite di incoerenza.
L'ultimo cavaliere da pieni poteri ad un "Re" che ormai ha le chiavi dell'intrattenimento hollywoodiano. Il risultato però è inquietante.
In 148' si fa fatica a prendere sul serio ogni minima cosa e Bay credo volesse proprio esagerare prendendo tutto e tutti in giro a partire dai cavalieri della tavola rotonda che di certo con il film di Ritchie non hanno comunque fatto bella figura.
E poi l'idea di avere dei Transformers come immigrati indesiderati in una sorta di metafora sulla condizione complessa e drammatica in cui ci troviamo mi sembra davvero fuori luogo. Nulla a che vedere con il film e la condizione che invece mostrava Blomkamp nel suo DISTRICT 9.
Svelo un colpo di scena alias spoiler finale. La saga dopo l'ultima scena credo continuerà confermando l'equazione incassi = sequel assicurato.


Spider Man-Homecoming

Titolo: Spider Man-Homecoming
Regia: Jon Watts
Anno: 2017
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Peter Parker non riesce a scrollarsi di dosso quanto sia stata incredibile la sua esperienza con gli Avengers in Captain America: Civil War, l'aver conosciuto Tony Stark e avere mantenuto con lui un rapporto speciale, tanto da avere un contatto diretto attraverso il suo assistente Happy Hogan e da aver ricevuto in dono un super-costume. Peter è così innamorato dell'idea di diventare un Avenger da lasciar scivolare in secondo piano anche la ragazza che gli fa battere il cuore, la bella Liz, per andare dietro ai criminali e mostrarsi pronto per la posizione in squadra. Le cose però non vanno come previsto, perché il suo avversario, l'Avvoltoio, una squadra ce l'ha e opera in modo organizzato e all'occorrenza spietato, motivato dalla rabbia per un grande e onesto affare che proprio gli Avengers gli hanno "sottratto".

Un nuovo uomo ragno. Una nuova saga dopo le due precedenti.
Partiamo con ordine. Homecoming, sui cui non avevo nessun tipo di aspettativa, manco a farlo apposta si è rivelato come il miglior capitolo delle saghe. I motivi sono svariati, dalla tecnica, all'impiego della c.g, la storia misurata senza troppi momenti strappalacrime (e ancora difficile dimenticare la faccia da fesso di Tobey Maguire).
La scelta poi della regia mi ha fatto pensare. Certo Raimi era stato il migliore senza dubbio ma l'ultimo regista dalla sua ha due film abbastanza anomali come il divertentissimo COP CAR e il quasi riuscito CLOWN. Tempi comici, tanza azione, cambi repentini di location, mega produzione, un cast semi-stellare dove si inseriscono alcuni personaggi dell'universo Marvel, senza stare a citarli tutti basta il ruolo (forse uno dei migliori) di Favreau già regista dei primi IRON-MAN.
Certo 133' sono tanti da digerire e i tempi allungati nel college e gli inseguimenti con la banda dei malviventi di Avvoltoio a volte sfiancano e annoiano non poco. Periodo d'oro per Michael Keaton risorto dalle ceneri e qui di nuovo a starnazzare come nel bellissimo film di Inarritu.

Aerei, navi, grattacieli, costruzioni antiche...stavolta Parker dovrà fare proprio i salti mortali. Un'altro degli aspetti che ho apprezzato del film concerne il bagaglio dell'eroe. Peter in questo film viene a conoscenza del suo costume e impara a sfruttarne al meglio tutti gli accessori come nella scena in cui è confinato dentro un bunker militare. Non so se ne usciranno altri e dopo la scena in cui vediamo gli Avengers prima e dopo, la scelta finale di Parker potrà far storcere il naso a chi sta attendendo INFINITY WARS e forse non ha colto il collegamento.

domenica 2 luglio 2017

Young Pope

Titolo:Young Pope
Regia: Paolo Sorrentino
Anno: 2017
Paese: Italia
Stagione: 1
Episodi: 10
Giudizio: 4/5

La vicenda di Lenny Belardo, salito al soglio pontificio con il nome di Pio XIII, primo papa americano della storia. La sua elezione sembra utilissima per avviare un'efficace strategia mediatica. Ma non è così facile piegarlo, né ai voleri della Curia né di chiunque tenti di manipolarlo.

"Se il Vaticano la guarderà, capirà che questa serie non è contro nessuno"
E'interessante vedere il rapporto che si crea tra un autore come Sorrentino e la serialità.
I motivi di interesse appaiono fin da subito numerosi e legati indubbiamente al talento e alla voglia di saper narrare, elemento che nell'ultima parte della filmografia dell'autore è stato criticato dai media e dal pubblico. Young Pope può essere vista sotto diversi piani e profili.
Una serie distopica credo sia la targetta migliore per definire i toni apocalittici e implausibili con cui si plasma l'intera vicenda. Prima di tutto accade un fenomeno strano nella politica autoriale dell'outsider italiano ovvero l'ironia: i discorsi su Dio, la morte, la vita, la celebrità, l’amore, il sesso, la politica, la filosofia e l’umanità, tutti vengono trasformati da valori giganteschi in frasi a effetto, slogan vuoti, aforismi da condividere su Facebook depotenziando e riducendo ad accidente ogni snodo narrativo della vicenda. Lenny incarna tutte le contraddizioni e tutti i valori prima di tutto di un uomo e poi di un "servo"di dio. Proprio il padre del Cristianesimo viene continuamente criticato. Dio esiste? Dio non esiste? Questa frase verrà pronunciata e ripetuta come un mantra.
Il dialogo con il presidente del consiglio, Accorsi nei panni del premier Renzi anche se non dichiarato è una vera goduria per intenti e portata dei contenuti.
Lo strano rapporto tra il cardinal Voiello e Suor Mary, la passione per le donne del cardinal Dussolier che lo porterà a scontrarsi con una realtà devastante, il cardinal Caltanissetta sempre a proteggere le azioni imprevedibili del suo Lenny e così via per una galleria di personaggi meravigliosa, caratterizzata a dovere e in grado di far luce su alcune vicende e tematiche che pur non incontrando mai reali vicende di cronaca sembrano viaggiare su un terreno analogo e parallelo che suona già come una sorta di profezia sui mali reali ed eterni della santa sede.

La serie è stata spesso vista come virtuosistica e vuota (elementi già fortemente criticati nella GRANDE BELLEZZA e YOUTH) i quali tuttavia non devono per forza essere limiti ma possono avere ampie zone di interesse. Il vuoto che spesso viene criticato a Sorrentino è un vuoto esistenziale in cui l'individuo si ritrova per depressione, noia o apatia, tutte condizioni e malesseri generazionali che in fondo ci appartengono più di quanto pensiamo e che diventavano l'assist perfetto tra i dialoghi di Fred e Mick. Di nuovo una società desolata e divorata dal di dentro che proprio all'interno delle mura vaticane sembra essere ancora più devastata e innegabilmente divorata da opulenza e populismo.
Dal punto di vista della coerenza narrativa la serie riesce ad avere un buon collante nelle sue dieci ore a parte alcuni momenti in cui anche la regia sembra perdersi per qualche sconosciuta ragione come nell'episodio tre dove vediamo i genitori di Lenny partire da Venezia abbandonandolo poi all'educazione di Suor Mary. Il lavoro sul cast merita un'attenzione particolare. Jude Law per la prima volta riesce ad aderire perfettamente ai canoni e al personaggio di Belardo riuscendo a coglierne sfumature, sguardi e toni veramente in stato di grazia e regalando, grazie a Sorrentino, la sua miglior performance. Il suo personaggio si è lentamente trasfigurato, da severo si è poi addolcito e le sue parole sono state influenzate da quello che Sorrentino indica come unico, possibile miracolo umano: l’amore I suoi collaboratori da Orlando alla Keaton, Sheperd, Camara, Cromwell, Bertorelli, sono tutti semplicemente splendidi in grado di dare risalto e umanità a ognuno dei personaggi.