giovedì 3 agosto 2017

Ugly

Titolo: Ugly
Regia: Anurag Kashyap
Anno: 2013
Paese: India
Giudizio: 4/5

Shalini è sposata con Shoumik, violento e autoritario capo della polizia, che detesta il precedente marito Rahul, attore squattrinato. Un giorno in cui la piccola Kali, figlia di Shalini e Rahul, è con il padre, questi la lascia da sola in macchina; quando torna la bambina è scomparsa. Si scatena la caccia al rapitore, ma rispetto alla volontà di ritrovare Kali sembrano prevalere le vendette personali e i conti in sospeso da risolvere.

Ugly è un thriller indiano passato in sordina alcuni anni fa e proiettato infine al TFF.
Un film controverso e disturbante che parla del lato nascosto dell'India, o meglio di alcuni lati oscuri e del livello ormai inquietante di corruzione che attanaglia la città ponendo in primis l'inefficenza delle forze dell'ordine indiane.
Proprio le istituzioni vengono criticate in una galleria di personaggi tutti in fondo meschini, scelte e ambientazioni degradate quanto lussuose ponendo come fatto sociale rilevante la disuguaglianza che affligge questo paese.
Un thriller vitale e dinamico che nelle sue due ore di durata non si ferma mai, in un viaggio alla scoperta di se stessi, di un paese che finalmente racconta anche storie cruente abbandonando per un attimo il contesto e l'ironia bollywoodiana. Kashyap va ancora oltre con una messa in scena ottima, un gran ritmo, un montaggio attento e delle buone scelte di camera oltre che prediligere il cinema di genere in un crime story che non si vedeva da tempo. Lo stesso cast vede alcuni attori affermati nel vasto panorama delle produzioni indiane. La critica come dicevo non si limita solo ai rapimenti di bambini (una realtà scioccante se qualcuno ha voglia di interessarsi alla vicenda) trattando però tutte quelle dinamiche che sembrano proprio nascere dal contesto culturale, in cui vediamo le forze dell'ordine che sembrano alimentate da una profonda diffidenza per i cittadini, le donne lasciate in casa a bere che non sanno come passare le giornate, una cultura in fondo sempre più misogina e in tutto questo amici che rischiano la propria vita e la propria dignità per aiutare il prossimo e un finale davvero pesante che conferma l'ottimo lavoro di sceneggiatura, nonostante alcune piccole defezioni durante l'arco temporale della storia.



Zinzana

Titolo: Zinzana
Regia: Majid Al Ansari
Anno: 2015
Paese: Emirati Arabi
Giudizio: 4/5

Intrappolato in una cella senza luce, in una remota stazione della polizia, un uomo è tormentato dai ricordi della moglie e del figlio. Per poter uscire dalla prigione si trova costretto a fingersi pazzo.

Trovarsi estasiati di fronte all'ennesimo film sconosciuto proveniente dagli Emirati Arabi mi lascia come sempre sgomento per cosa mi sono perso, ma dall'altro la gioia di riuscire con il dovuto ritardo a guardare un film così maledettamente ispirato e di genere.
Zinzana conosciuto anche come Rattle the Cage, è il film che non ti aspetti. Un thriller teso e tutto d'atmosfera, girato in un'unica location (una prigione) e con due attori e una piccola galleria di personaggi secondari che entrano ed escono dalla stanza, ognuno con i propri segreti e misteri.
Il film è l'esordio di Majid Al Ansari, un regista molto in gamba che mette subito in chiaro cosa abbia in mente con un film pulito, tecnicamente di grande livello, teso, semplice, claustrofobico, folle e violento.
Anche se ci sono alcuni aspetti che non convincono e in cui la sospensione d'incredulità deve essere messa da parte con una certa difficoltà e mi riferisco all'intento che spinge l'antagonista a giocare a guardia e ladri con la vittima, così come la scena della coperta e altri stratagemmi che sembrano utilizzati per avere quel gioco forza di cui il regista ha bisogno per mandare avanti la storia.
Ali Suliman, il villain, sembra il sosia ebreo di Michael Fassbender e anche come mimica gli assomiglia molto. Guardando Zinzana ci si accorge come non siamo affatto distanti dal cinema europeo, orientale o americano. La pellicola pur non avendo una sceneggiatura memorabile e dei dialoghi che a volte risultano macchinosi, ha un ritmo incredibile e il cast così come la messa in scena ritorno a dire che fanno il resto.
Un film costato poco che ancora una volta rivela le mille facce della settima arte e i risultati ottimi che possono arrivare quando si hanno le idee chiare su ciò che si vuole fare.


Partisan

Titolo: Partisan
Regia: Ariel Kleiman
Anno: 2015
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

L’undicenne Alexander vive in una sorta di comune alla periferia degradata di una città senza nome. Capo della piccola comunità composta da donne e bambini è un solo uomo adulto, Gregori, figura carismatica che governa incontrastata elargendo affetto e regole ferree, insegnando ai bambini a coltivare la terra ma anche a uccidere, sia per procurarsi il sostentamento vitale che per difendersi da un mondo esterno che Gregori descrive loro come ostile, ingiusto e crudele. Alexander però è sveglio e curioso, durante le sue missioni omicide al di fuori dalla comune raccoglie piccoli oggetti e viene in contatto con gli abitanti di quel mondo esterno, cominciando a porsi qualche domanda sulle regole imposte da Gregori e su quel padre padrone di cui ha sempre accettato la weltanschauung.

Il punto di domanda è questo: c'era davvero bisogno di inserire la parabola dei bambini killer?
Partisan è un bel film con tanti elementi che non funzionano o meglio che non ho gradito anche se rimane affascinante e in alcuni momenti magnetico per la potenza e la poesia delle immagini.
Fino ad un certo punto anche la sceneggiatura sembra funzionare con il mistero più grosso che rimane celato fino al secondo atto.
Senza contare i dialoghi e la messa in scena che nel primo atto raggiunge la perfezione grazie a dei tempi abbastanza dilatati e un incidente scatenante che apre il sipario a chissà quale alternativo scenario distopico e grazie ad una possente interpretazione di Cassel nel ruolo del leader carismatico Gregorie in un contesto tutto sommato alternativo e molto particolare, come la location in cui vivono.
E'proprio il gioco, la struttura del gruppo, lo scenario distopico per certi aspetti, che seppur portata alle estreme conseguenze (come lo è del resto CAPTAIN FANTASTIC), il fatto di stare relegati e nascosti dalla società in un limbo di isolamento in cui si incatena dentro una propria quasi sottocultura, e infine il ruolo della donna e il suo significato in questa sorta di harem dove il protagonista accoglie madri e bambini vittime di maltrattamenti.
Nonostante il bel finale aperto e un climax che appare di fatto abbastanza scontato, il film di Kleiman ha il difetto di voler esagerare in un contesto che non lo richiedeva esplodendo lampi di violenza quasi per certi aspetti gratuita. L'autocompiacimento della regista che dimostra comunque di avere padronanza del mezzo cinematografico rischia di essere proprio uno dei suoi limiti portando a livelli alti un certo tipo di simbologia, trovando un neofita come Jeremy Chabriel, di impressionante intensità espressiva e capace di comunicare ed esprimere stando fermo immobile.



Bad Batch

Titolo: Bad Batch
Regia: Ana Lily Amirpour
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 2/5

Arlen viene espulsa dai confini del Texas, abbandonata a se stessa in un deserto senza fine, che è solo l'anticamera del vero inferno: il lotto degli ultimi dell'umanità, gli esiliati, quelli che cercano soltanto di sopravvivere, dopo aver perso il diritto alla cittadinanza. Qui la ragazza incappa subito in un gruppo di persone che non si fa scrupolo di mangiare carne umana, un pezzo alla volta, e diventa lei stessa carne da macello. Ormai senza una gamba e un braccio, riesce a scappare e a raggiungere un altro assembramento, nell'area detta di Comfort, abitato da gente disperata ma se non altro più mite, che pende dalle labbra di un ricco guru che incarna e promette il raggiungimento del "sogno".

Quanta carne al fuoco ha messo Amirpour nel suo ultimo film. Questa giovane regista si era già fatta conoscere grazie al bellissimo e sottovalutato A GIRLS WALKS HOME ALONE AT NIGHT, un film semplice e modesto che raccontava con diverse metafore una situazione abbastanza controversa. In questo caso l'aspetto che più colpisce è la metafora con i rifugiati, qui rifiuti sociali da gettare nel gabinetto del mondo che dopo aver superato una sorta di cancellata che divide il deserto del Texas dal resto degli Stati Uniti entra/no nelle terre di nessuno, nel ventre torrido e arido deserto dove non puoi sapere cosa ti aspetta e dove ovviamente l'America nasconde i suoi nei.
Bad Batch è tante cose assieme: deserto, violenza, mondo post-atomico, la distopia, i cannibali, pulp ed exploitation e qualche riferimento steampunk a caso qua e là...il grosso problema è che viaggia confuso senza una metà vera e propria, diventando così tante cose da non saperne scegliere bene nessuna. Film distopico, post-apocalittico, un western steampunk? Il fatto poi di inserire una comunità di cannibali (la scena della seghetta al braccio e alla gamba è notevole) fanno solo parte come tante bellissime scene di una sorta di continui eccessi psichedelici dove come ciliegina sulla torta troviamo una comunità guidata da un santone che sogna la nascita di una nuova era ingravidando ogni giovane a disposizione.
Dal punto di vista della messa in scena , del budget e del cast le possibilità erano davvero ghiotte e facevano pensare a qualcosa di innovativo, sperimentale e tanto altro ancora.
Forse bisognerebbe iniziare ad abbassare le aspettative con i giovani talenti altrimenti si rischia di farsi del male.
La morale in fondo è semplice quanto chiara: spazzatura siamo ma spazzatura non vogliano essere.
Il finale è imbarazzante, speriamo che Amirpour abbia imparato la lezione.

Talvar

Titolo: Talvar
Regia: Meghna Gulzar
Anno: 2015
Paese: India
Giudizio: 4/5

Drammatizzazione del doppio omicidio di Noida, avvenuto nel 2008 e balzato agli onori della cronaca. Vittime furono una quattordicenne e la domestica che lavorava per conto della sua famiglia.

Ispirato ad un reale caso di cronaca, un film indiano che racconta un indagine sull'omicidio di un'adolescente e del suo servitore. Talvar si inserisce nel filone dei film di genere indiani che trovano spesso e volentieri spazio e distribuzione su piattaforme on line senza quasi mai riuscire ad essere distribuiti nei cinema ma trovando di rado qualche festival internazionale.
Guilty altro titolo con cui il film è uscito, sembra mantenere inalterato lo schema e il lavoro di scrittura. Attingendo da un caso di cronaca che ha fatto molto discutere l'opinione pubblica, è un film che Gulznar riempie di particolari, in cui la caratterizzazione dei personaggi è curatissima consentendo appunto di approfondire gli usi e costumi di un paese remoto, la cui cinematografia drammatica è quasi sconosciuta in Occidente dal momento che in molti pensano che l'India sia solo Bollywood e limitando così la diversità di una cinematografia molto variegata e complessa.
Un'altra opera in cui non c'è un personaggio trainante, o meglio c'è un protagonista principale ma il lavoro corale sviluppato dal regista è ottimo tale da mantenere una buona alternanza tra momenti concitati ed altri più riflessivi, che mettono in evidenza i paradossi della giustizia con momenti decisamente surreali.

Da uno spunto di cronaca, Talvar è una radiografia impietosa che fa male, denunciando la mentalità dominante all'interno degli apparati di polizia indiani, fra cialtronaggine, meschine rivalità professionali, stupidità, carrierismo e sete di potere. Un bel film di "denuncia civile" con un epilogo che coinvolge anche il sistema giudiziario, lasciando l'amaro in bocca come si evince da quel problema che "il 90% delle prove presenti nella scena del crimine vennero di fatto distrutte a causa della negligenza della polizia" come disse il CBI nella realtà. Perché la polizia, che per prima venne sul posto, non si occupò di non fare avvicinare nessuno nella scena del crimine, giornalisti, visitatori, amici, parenti, vicini, tutti circolavano nella scena del crimine come se fosse parco giochi. Sembra fantascienza ma è tutto reale e nel film acquista un penso ancora più sconvolgente.

Belko Experiment

Titolo: Belko Experiment
Regia: Greg McLean
Anno: 2016
Paese: Usa
Giudizio: 3/5

Una compagnia americana in Sud America viene misteriosamente isolata e i suoi impiegati cominciano a mostrare la loro vera natura quando gli viene ordinato di uccidersi a vicenda o di farsi uccidere.

Belko Experimet aveva diversi motivi per interessare. La trama, un esperimento sul sociale dove possano incontrarsi sci fi e horror, un cast di serie b dove spuntano tanti antagonisti visti in passato e una sorta di atmosfera da corporation che lascia pochi spazi dove fuggire ma che facilmente lascia intravedere gli spiragli di conseguenze inattese ed effetti perversi che porteranno ad un bagno di sangue. Lo spunto quindi seppur non così originale è interessante partendo proprio dall'idea del microchip e di queste corporation in cui gli stessi dipendenti e impiegati non sembrano mai sapere fino in fondo cosa stanno realizzando. La vicenda infatti è ambientata in Colombia, a Bogotà, uno di quei paesi del terzo mondo che manco a farlo apposta sta vivendo un clima politico teso e disperato con una sorta di guerriglia che sancisce la disuguaglianza in questi paesi come il caso e la vicenda amara di ciò che sta succedendo in Venezuela. Qui all’interno di un’azienda di recruiting americana con il compito di aiutare i suoi dipendenti ad inserirsi perfettamente nella società colombiana, le giornata sembrano trascorrere come tutte le altre, in cui i dipendenti sorridono e vestono sempre in modo impeccabile fino a quando una voce misteriosa proveniente dall’interfono rilascia una inquietante comunicazione:
A tutti i dipendenti: qualunque cosa stiate facendo, per favore fermatevi e prestate la massima attenzione. Attualmente ci sono ottanta dipendenti nell’edificio. Nelle prossime ore la maggior parte di voi morirà. La vostra possibilità di sopravvivere aumenterà solo se seguirete i miei ordini. Il primo test è molto semplice: uccidete due dei vostri colleghi nei prossimi 30 minuti. Se non ci sono due cadaveri nell’edificio nella prossima mezz’ora subirete delle conseguenze.
“L’esperimento” a Greg McLean è riuscito, sarà particolarmente apprezzato dai fans del gore contando che non mancano teste esplose, sparatorie, scazzottate e traumi vari (a un ragazzo, la testa verrà fatta a pezzi con una grande pinzatrice). Il film altro non è che una brutale e sanguinosa battaglia che scorre molto bene.

Tutto bello soprattutto nel primo atto, poi il film esaurisce tutto molto in fretta, il problema grosso è stato seminare la suspance invece di liberarla senza troppi convenevoli con l'effetto del tutto subito e un veloce climax che non sembra nemmeno chiudere la vicenda ma lasciando le briciole per altri possibili sequel.

sabato 8 luglio 2017

Raw

Titolo: Raw
Regia: Julia Ducournau
Anno: 2016
Paese: Francia
Giudizio: 4/5

Justine, giovane studentessa. In famiglia sono tutti veterinari di orientamento alimentare vegetariano. Dal suo primo giorno alla facoltà di veterinaria, Justine si distacca completamente dai valori familiari mangiando carne. Le conseguenze non tardano ad arrivare e Justine rivela la sua vera natura.

Raw è il film che aspettavo da tempo per diversi motivi tra cui la trama e il fatto che sia europeo e francese. Un circuito che quando si muove all'interno dei film di genere e soprattutto dell'horror non sbaglia quasi mai anche se negli ultimi anni ha regalato poche chicche straordinarie.
Grave è tante cose tra cui un horror cannibalistico e un dramma formativo con sotto tematiche come l'amore fraterno, la dieta e in particolare il vegetarianesimo. Infine il crudele e carnivoro rito di iniziazione, una delle scene più belle e che ha girato di più nei trailer, dove degli studenti più anziani spingono nella bocca riluttante della giovane protagonista un grosso pezzo di carne.
Justine subisce un vero e proprio calvario (ed è magnifico che il padre sia l'attore feticcio di Du Welz uno dei migliori registi in circolazione) da ragazza anestetizzata, deflorata, svezzata e cannibalizzata inizia la sua nuova redenzione, perdendo l'innocenza per indossare nuovi indumenti rosso sangue, in un circuito tra vittime, carnefici e succubi, nonchè gregari improvvisati che s'immolano come vittime sacrificali lasciandosi letteralmente divorare dalla protagonista.
Alcune scene poi vi rimarranno impresse nella psiche come la ceretta o il cat-fight tra le due sorelle a colpi di morsi. Oppure la scena dei telefonini che la filmano mentre sembra uno zombie legato che aspetta la carne da mangiare fino alle scene di autofagia e tante altre cose belle e devastanti allo stesso tempo. Un film decisamente potente, di forte impatto, che non risparmia e lesina su nulla per concentrare tutta la sua forza devastante, horrorifica ma soprattutto drammatica, di una ferocia che può avere solo il volto di una straordinaria protagonista che si abbandona al suo personaggio trasformandosi e dando forma a qualcosa di nascosto e più profondo che alberga dentro di noi.
Un dramma moderno, nemmeno poi così distante dalla realtà come i registi emergenti e quelli in gamba sanno fare, con tutti i riguardi che ci ricorda la primordiale paura di cambiare e di diventare qualcosa che non vogliamo o non possiamo accettare ed essere sotto gli occhi e lo sguardo di una poetica, quella di Ducornau, che speriamo di rivedere presto agli stessi livelli.